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 Antonioni... di Mario T.
 
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Un critico che mi parla di verosimiglianza è una persona senza immaginazione.

Alfred Hitchcock
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
a cura di Emanuele P. (del 18/03/2009 @ 10:59:27, in Contenuti Speciali, linkato 1736 volte)
CinemadaMare, giunto alla settima edizione, è il più grande raduno di giovani filmakers provenienti da ogni parte del mondo (per l’Edizione del 2008 sono accorsi da 43 nazioni). Si tratta di una rassegna itinerante che si svolge in cinque regioni del Sud Italia e dura 40 giorni: dal 4 luglio al 16 agosto 2009. Un’altra caratteristica che rende unica questa manifestazione è che i film si girano durante il Festival. Infatti, circa cento filmakers italiani e stranieri hanno la possibilità di realizzare le loro Opere e di proiettarle nelle Piazze più affollate e suggestive del nostro Sud. Inoltre, tutti i giovani registi possono partecipare ai workshops, alle lezioni di cinema e ad altre attività del Festival, organizzate anche per facilitare un’immediata conoscenza e un effettivo scambio di idee artistiche. Tutto ciò si svolge in una consolidata cornice di condivisione e di multiculturalismo: CinemadaMare offre, infatti, ospitalità gratuita a filmakers, autori e cinefili. Non solo: sono previsti contributi per le spese di viaggio, e tutti gli spostamenti da una regione all’altra saranno effettuati con il pullman del Festival. La rassegna si articola in sezioni di produzione e formazione cinematografica, ed offre premi settimanali e premi finali per i migliori. Per candidare i cortometraggi al concorso di CinemadaMare c’è tempo fino al 31 maggio 2009, entro la stessa data i filmakers italiani e stranieri possono chiedere di essere gratuitamente ospitati dal nostro Festival.

Per informazioni su come partecipare, sui luoghi interessati e sul Festival in generale, visitate il sito ufficiale, www.cinemadamare.com 
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a cura di Emanuele P. (del 14/03/2009 @ 10:02:44, in Al Cinema, linkato 3575 volte)

Gran Torino
(Gran Torino)
Clint Eastwood, 2008 (Usa), 116’
uscita italiana: 13 marzo 2009
voto su C.C.
 
Prendete Joe, il burbero pistolero che in Per un pugno di dollari riusciva a rivoluzionare la faida tra due famiglie in lotta da generazioni, e lasciatelo a mollo in una botte d’aceto per sessant’anni. Ciò che ne verrà fuori è Walt Kowalski (chissà se il nome è una involontaria citazione di un altro film con protagonisti “bulli e motori”, Vanishing Point): veterano della guerra in Corea, devoto ex operaio della Ford, repubblicano fino al midollo, malmostoso pensionato senza peli sulla lingua.
Ovviamente ad interpretarlo c’è ancora Clint Eastwood, che sceglie un personaggio col quale, indirettamente, prendersi gioco di tutti gli uomini di ferro che si è trovato ad impersonare durante la sua decennale carriera – da Callahan in giù.
Questo eroe, forse anacronistico ma estremamente carismatico, deve fare i conti con una America ben diversa da quella cui era abituato: giovani debosciati, figli che da grandi sono diventati degli estranei, un quartiere in cui è rimasto l’unico a non avere gli occhi a mandorla. Ormai solo (il film inizia con il funerale della amata moglie), Walt inizia a confrontarsi con i suoi “bizzarri” vicini di etnia Hmong, prima col solito fare scostante, quindi divenendo un vero e proprio paladino, grazie ad eroiche reazioni alle angherie della gang di turno. Diventerà un padre per il giovane Thao (Bee Vang) e persino un buon credente grazie al pedulante e inesperto parroco Christopher Carley; ma un finale crudo (e un po’ scaltro), alla Eastwood insomma, non può mancare.
 
La Ford Gran Torino del 1972 che dà il titolo al film (e alla ballata che lo conclude) apparendo costantemente in tutta la sua bellezza, sembra il simbolo di un’epoca ormai lontana anni luce, nella quale Walt è rimasto, suo malgrado, intrappolato. Eppure dietro i modi bruschi e il razzismo esasperato si nasconde un uomo pieno di rimpianti che sa di avere ancora poco tempo a disposizione per “chiudere i conti” con la vita. L’occasione è proprio il casuale scontro con una civiltà che all’apparenza è agli antipodi rispetto la sua, ma con la quale in realtà, abbandonando qualche pregiudizio, scopre di condividere molti più valori di quelli che riconosce nei suoi, ingrati, figli – significativa la scena del barbecue in casa dei vicini, quando Eastwood, guardandosi allo specchio, si sconvolge nell’ammettere questa improbabile verità.
La regia del quasi ottantenne Clint punta come sempre a togliere più che aggiungere: pochi, distintivi, tratti bastano per dipingere personaggi e situazioni; senza tante esasperazioni affronta tematiche importanti ed attuali, riuscendo a regalare anche diversi sorrisi allo spettatore. Walt è sempre sopra le righe, ma quelli che sembrerebbero insulti non nascondono mai intenzioni feroci: dalla narrazione escono di certo molto peggio i figli (e rispettivi nipoti), vittime del loro tempo più che il misantropo ex militare.
Non si tratta certo del miglior film di Eastwood, e neanche di un capolavoro indimenticabile, ma senza dubbio siamo di fronte ad un film ben girato, compatto, convincente. Con in più una memorabile interpretazione (fatta spesso di grugniti e smorfie, più che di parole) e l’enorme “mestiere” di un veterano d’acciaio del cinema americano che, con un po’ d’orgoglio, possiamo dire di avere inventato noi italiani (Sergio Leone, da lassù, ci concederà il privilegio di farlo).
Inossidabile.
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a cura di Emanuele P. (del 07/03/2009 @ 10:25:56, in Al Cinema, linkato 2776 volte)

The Wrestler
(The Wrestler)
Darren Aronofsky, 2008 (Usa), 109’
uscita italiana: 6 marzo 2009
voto su C.C.
 
La vera notizia è che sotto quei capelli biondi stratinti, quell’abbronzatura da lampada scadente, quel viso (e quel corpo) torturati da anni di eccessi, c’è ancora lo stesso sguardo. C’è ancora Mickey Rourke. Lo stesso di Ore disperate, di Angel Heart, di Rusty il selvaggio, de L’anno del dragone.
Per il film della rinascita (dopo la partecipazione, grottesca ma incoraggiante, al progetto Sin City) Rourke ha avuto la fortuna e l’abilità di trovare la storia perfetta, oltre che il regista perfetto, Darren Aronofsky: un ritorno da assoluto protagonista (con tanto di Leone d'oro a Venezia).
La vita di Randy “The Ram” Robinson (Rourke) sembra lo specchio di quella dell’ex divo di Hollywood: star degli anni ottanta, ma devastato dai novanta, trascorsi a svendersi e (auto)distruggersi. Wrestler professionista, logorato da una professione che a stento gli garantisce l’alloggio in una roulotte, l’Ariete prova a ricostruire la sua vita cercando aiuto e supporto in una spogliarellista (Marisa Tomei) che per certi versi sta vivendo una “crisi d’intentità” molto simile alla sua, e nella figlia (Evan Rachel Wood) mai davvero conosciuta. Troverà conforto solo nel suo, fedele, pubblico.
 
Le parole del Boss Springsteen che concludono la proiezione sono perfetto coronamento di un’esperienza emozionante: Aronofsky (con lo sceneggiatore Robert D. Siegel) riesce a conciliare magistralmente premesse smielate e azione cruenta, utilizzando continuamente la camera a spalla e puntando su una fotografia curatissima (opera di Maryse Alberti) da cui traspare un alone indelebile di stanchezza e sconfitta. Gli squallidi scenari in cui si svolge l’azione (arene cadenti, supermercati di quart’ordine, roulotte ammaccate) sono lo specchio dell’esistenza di un ex eroe dimenticato, incapace di restare “a galla” abbastanza da garantirsi un futuro. È solo e vecchio, ma sembra non accorgersene finché un infarto non lo riporta alla dura realtà, costringendolo a vedersi finalmente attraverso gli occhi degli altri: come un fallito, abbandonato e senza futuro. Una delle sequenze più riuscite è senza dubbio quella in cui Rourke accompagna la figlia, Evan Rachel Wood, nei luoghi dell’infanzia – ancora una volta parte di quello che era un passato “felice” –, Aronofsky li segue dolcemente, attraverso i ruderi di un vecchio complesso. Il regista newyorkese è capace però di cambiare totalmente registro nelle scene “d’azione”, nelle quali mostra con incredibile intensità i devastanti (e coreografati) scontri tra wrestler – da sottolineare anche la sequenza in cui "scorta" Rourke, con l’immancabile camera a spalla, mentre questi si avvia per la prima volta verso il suo nuovo lavoro al bancone del supermercato, supportato, solo nella sua mente, dagli stessi boati e le stesse invocazioni che gli venivano riservate sul ring.
Un po’ come l’attore che lo interpreta, Randy “The Ram” riesce ad essere se stesso solo facendo ciò per cui è nato, lontano da quella realtà che può ferire più di mille schiaffi; lottare o recitare non fa tanta differenza.
E non dimentichiamoci quello sguardo, quella presenza scenica inimitabile, caratteristiche innate che sono sopravvissute al peggio. Speriamo che Rourke voglia finalmente tornare ad usarle.
Risveglio (auspicato).
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