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 Risi... di Emanuele P.
 
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La televisione crea l'oblio, il cinema ha sempre creato dei ricordi.

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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
a cura di Emanuele P. (del 23/02/2009 @ 17:41:48, in Re per una notte, linkato 1904 volte)

All'alba di oggi sono stati assegnati i premi Oscar: poche sorprese (non sempre positive, come al solito), molte conferme. A farla da padrone il discutibile Slumdog Millionaire di Danny Boyle, che vince otto statuine su dieci nomination (tra le quali miglior film e miglior regia) e si conferma successo mediatico ed economico prima che cinematografico (basso investimento, enormi profitti). Niente Oscar per il redivivo Mickey Rourke, che si vede scavalcato da uno Sean Penn in versione politicamente impegnato, con tanto di civilissimi appelli a favore della causa gay; prevedibili i riconoscimenti a Ledger (postumo), alla Winslet ed alla radiosa Cruz.
Fiasco per The Curious Case of Benjamin Button (solo tre premi su ben tredici nomination), delusione per Waltz with Bashir, annunciatissimo vincitore del premio come miglior film straniero e invece superato sul traguardo dal nipponico Departures.

Ecco l'elenco completo dei vincitori:

Best motion picture of the year
“Slumdog Millionaire”, A Celador Films Production, Christian Colson, Producer

Achievement in directing
“Slumdog Millionaire”, Danny Boyle

Performance by an actor in a leading role
Sean Penn in “Milk”

Performance by an actor in a supporting role
Heath Ledger in “The Dark Knight”
  
Performance by an actress in a leading role
Kate Winslet in “The Reader”

Performance by an actress in a supporting role
Penélope Cruz in “Vicky Cristina Barcelona” 
   
Adapted screenplay
“Slumdog Millionaire”, Screenplay by Simon Beaufoy

Original screenplay
“Milk”, Written by Dustin Lance Black
  
Best animated feature film of the year
“WALL-E” (Walt Disney), Andrew Stanton

Achievement in art direction
“The Curious Case of Benjamin Button”
Art Direction: Donald Graham Burt, Set Decoration: Victor J. Zolfo
   
Achievement in cinematography
“Slumdog Millionaire”, Anthony Dod Mantle

Achievement in costume design
“The Duchess”, Michael O’Connor

Best documentary feature
“Man on Wire”, A Wall to Wall in association with Red Box Films Production, James Marsh and Simon Chinn
   
Best documentary short subject
“Smile Pinki” A Principe Production, Megan Mylan
   
Achievement in film editing
“Slumdog Millionaire” , Chris Dickens

Best foreign language film of the year
“Departures”, A Departures Film Partners Production, Japan
 
Achievement in makeup
“The Curious Case of Benjamin Button”, Greg Cannom
  
Achievement in music written for motion pictures (Original score)
“Slumdog Millionaire”, A.R. Rahman

Achievement in music written for motion pictures (Original song)
“Jai Ho” from “Slumdog Millionaire”, Music by A.R. Rahman, Lyric by Gulzar
   
Best animated short film
“La Maison en Petits Cubes” A Robot Communications Production, Kunio Kato
  
Best live action short film
“Spielzeugland (Toyland)” A Mephisto Film Production, Jochen Alexander Freydank

Achievement in sound editing
“The Dark Knight” , Richard King

Achievement in sound mixing
“Slumdog Millionaire” , Ian Tapp, Richard Pryke and Resul Pookutty

Achievement in visual effects
“The Curious Case of Benjamin Button”, Eric Barba, Steve Preeg, Burt Dalton and Craig Barron

 

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a cura di Emanuele P. (del 19/02/2009 @ 14:39:33, in Contenuti Speciali, linkato 1935 volte)

Sequenza tratta dal film:

Manhattan
(Manhattan)
Woody Allen, Usa (1976), 96

Il nostro modo per ricordare Oreste Lionello, attore, cabarettista, ma soprattutto doppiatore che ha regalato la sua voce a mostri sacri del cinema, da Charlie Chaplin a Gene Wilder, senza ovviamente dimenticare l'interpretazione che lo renderà immortale: Woody Allen.
Lo stesso cineasta, dopo aver ascoltato per la prima volta un suo film doppiato da Lionello, ammise che noi italiani eravamo davvero molto fortunati. Come contraddirlo.

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a cura di Emanuele P. (del 14/02/2009 @ 10:04:58, in Al Cinema, linkato 2804 volte)

Il curioso caso di Benjamin Button
(The Curious Case of Benjamin Button)
David Fincher, 2008 (Usa), 159’
uscita italiana: 13 febbraio 2009
voto su C.C.
 
Questa settimana la scelta è drammatica: meglio optare per un film tratto da una canzone (o da un album, vallo a capire) di Claudio Baglioni, oppure godersi l’ultimo lavoro del regista di Fight Club, Seven e Zodiac. Dopo un ponderare particolarmente assennato, abbiamo ripiegato su quest’ultimo, e che a Centocelle possano perdonarci.
 
La vita di Benjamin Button (vari attori, ma principalmente Brad Pitt) scorre al contrario, come il tempo scandito dall’opera di un orologiaio romanticamente utopista. Nasce vecchio, pieno di acciacchi, quasi moribondo e viene abbandonato dal padre un po’ vigliacco (Jason Flemyng) sul portico di una casa per anziani, gestita da una coppia di giovani afroamericani (Taraji P. Henson e Mahershalalhashbaz Ali). Da questi viene adottato, trascorrendo tutta la sua infanzia – che piuttosto è una vecchiaia – tra canuti e un po’ saggi “colleghi”, giungendo a conoscere la nipotina di uno di loro (la futura Cate Blanchett), della quale senza manco capirlo s’innamora.
Queste due vite, che procedono al contrario, finiranno con l’incrociarsi all’infinito.
 
La storia, tratta da un racconto giovanile di Francis Scott Fitzgerald, nasconde enormi insidie per lo sceneggiatore Eric Roth e per David Fincher, genio incompreso del cinema americano under 50; la durata immensa, unita alla palese inverosimiglianza della vicenda raccontata, rischia di rendere il film ridondante e piuttosto noioso. Inoltre il concetto di esistenza vissuta “alla rovescia” lascia aperti spiragli a situazioni e sequenze quasi inquietanti.
È per questi motivi che il lavoro di Fincher e compagni va elogiato forse oltre gli oggettivi meriti (stilistici e non): attingendo a piene mani da un immaginario collettivo di timburtonistica memoria (perdonate l’odioso neologismo), il regista americano costruisce una fiaba che ricorda da vicino capolavori come Big Fish o Forrest Gump (di cui fu sceneggiatore lo stesso Roth). Certo, mancano foreste abitate da strani esseri o poetici aforismi, ma in generale la cifra stilistica dell’intero film deve molto a quelle atmosfere.
Tutta la narrazione – che tra tanta “fantascienza” cerca un solido appiglio nell’uragano Katrina, purtroppo ben più reale – gira intorno alle vicissitudini del personaggio interpretato da Pitt, discutibile nella fase da anziano marinaio, molto più a suo agio in quella nella quale ritorna bradpitt, col ciuffo biondo al vento mentre naviga in barca a vela (al tramonto, perché proprio non vogliamo farci mancare nulla). Fincher punta moltissimo sull’atmosfera e sulle situazioni strappalacrime per colpire lo spettatore, facendogli dimenticare – o meglio non notare – tutti i difetti della sua pellicola; si riserva infine il colpo di grazia con una sequenza finale furbissima, che rischia di turbare persino l’animo dei più cinici.
Lo scorrere del tempo è gestito con molta leggerezza, con salti di anni che sembrano ammiccare allo spettatore: «è un’enorme metafora, lo sappiamo entrambi»; in questo contesto è giusto evidenziare l’abilità con la quale i tecnici del make up sono riusciti a rendere palesi i cambiamenti nel volto dei protagonisti, "mutazioni" spesso molto credibili. I continui incontri tra Pitt e la Blanchett, provetta ballerina, hanno coordinate spaziali e temporali sempre diverse, ma mantengono un comun denominatore di notevole intensità emotiva – è proprio la struttura portante del film, insieme all’atmosfera, il principale merito di Fincher e Roth.
Ritornando all’amletico dubbio iniziale, e volendo far nostra la sfortunata dottrina del “ma anche”, possiamo concludere in modo salomonico: anche qui si tratta di un “piccolo grande amore”, declinato però alla radical chic.
Emotional.
 
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a cura di Emanuele P. (del 10/02/2009 @ 12:33:51, in Sentieri Selvaggi, linkato 4860 volte)

Arthur Conan Doyle (che sarebbe divenuto in seguito Sir, baronetto, per i suoi meriti letterari), era un giovanotto scozzese dall’infanzia problematica che scelse, come tanti volenterosi attratti dal “nobile mestiere”, di diventare un medico. Frequentò con discreto profitto l’Università di Edinburgo, dove ebbe modo di conoscere un professore, Joseph Bell, che si distingueva particolarmente dai suoi colleghi. Egli predicava infatti l’importanza assoluta, in medicina, dell’osservazione minuziosa per ottenere diagnosi affidabili; in parte progenitore di quella che sarebbe divenuta poi la EBM (Evidence Based Medicine), Bell era convinto che un’adeguata catena di deduzioni logiche, insieme alla capacità di notare i particolari più significativi, fosse indispensabile per la diagnosi di ogni patologia.
 
Qualche anno più tardi, Conan Doyle riuscì a laurearsi e ad aprire un piccolo studio medico a Plymouth, insieme ad un vecchio compagno di studi, ma si rese presto conto che questo non gli avrebbe garantito da subito una sufficiente “clientela”. Nelle lunghissime attese tra un paziente e l’altro, il giovane medico iniziò a scrivere delle piccole storie poliziesche (erano gli ultimi decenni del 1800 ed il genere, ancora piuttosto “giovane”, viveva principalmente delle mirabili influenze di Edgar Allan Poe), scegliendo come protagonista delle sue avventure un personaggio profondamente ispirato a quel professore scozzese che tanto lo aveva colpito negli anni di studio. Conan Doyle pensò infatti che non c’era, tutto sommato, una grande differenza tra l’indagine circa un delitto ed il processo nel quale è coinvolto un diagnosta che tenta di comprendere l’origine di particolari sintomi; in entrambi i casi, come postulato da Bell, era necessario un attento lavoro di osservazione cui integrare semplici deduzioni logiche. Così facendo, inventò l’investigatore “da fiction” più famoso di tutti i tempi: Sherlock Holmes.
Non è perciò particolarmente sorprendente immaginare oggi, un secolo dopo, la costruzione di un personaggio (questa volta protagonista di un serial tv) partendo proprio dagli stessi presupposti intuiti così felicemente dal nostro, fortunatissimo, medico sfaccendato. Ci riferiamo all’idea trasformata abilmente in sceneggiatura da David Shore: la serie tv House M.D.
Così come Conan Doyle, che tenne sempre a dedicare la sua “creatura” al professor Bell, anche lo sceneggiatore americano ha da subito onorato l’evidente debito creativo nei confronti del celeberrimo detective londinese.
In realtà si tratta di un vero ritorno alle origini, in quanto il dottor Gregory House (protagonista dell’omonima serie) risulta essere discendente diretto del citato Bell piuttosto che di Sherlock Holmes. Un cane che si morde la coda, insomma.
Il medesimo metodo analitico, allo stesso tempo palese e misterioso, caratterizza le sbalordenti deduzioni di entrambi questi “eroi” del positivismo – perenne cruccio di Holmes è lo svanire dell’espressione di stupore dal viso dell’amico Watson, una volta esplicata la catena di semplici inferenze alla base di ogni suo incredibile vaticinio; dall’attenta osservazione di un calzone sdrucito, di una macchia sbiadita nella falda del cappello è possibile comprendere mestiere, estrazione sociale ed abitudini di ogni incredulo interlocutore.
House, come Holmes (e più precisamente come Bell, citato esplicitamente in un episodio perché autore di un libro regalato al misantropo dottore), applica sempre logica, deduzione ed osservazione per risolvere i suoi “casi” e per prendersi gioco di tutte le persone che lo circondano. Così come Holmes, alle prese con i bonari e ingenui ispettori di Scotland Yard, anche House – l’assonanza dei nomi è significativa e si ripete, come vedremo a breve – dimostra poco rispetto per tutti coloro che non posseggono capacità paragonabili alle sue, divertendosi in subdoli giochi psicologici dei quali sono vittima giovani sottoposti. In questo contesto appare forse la più grande discordanza tra i due personaggi: mentre Holmes dimostra spesso una grandissima umanità ed un particolare senso della giustizia, House non perde mai occasione per manifestare la sua convinta misantropia.
Anche il personaggio del dottor Watson, mai abbastanza apprezzato da tutti coloro che lo riassumono nel celebre (e falsissimo) motto “Elementare, Watson!” – inventato ad hoc per le trasposizioni cinematografiche caratterizzate da un registro comico – ha un suo omologo nell’acclamato serial tv prodotto dalla FOX: si tratta del dottor Wilson, amico di House, grillo parlante e ingenua, indispensabile, spalla alla stregua del quasi omonimo collega creato da Conan Doyle. In entrambi i casi si tratta di un personaggio cruciale per l’equilibrio del geniale partner, dalla continua critica all’utilizzo di stupefacenti per far fronte alla noia tra un caso e l’altro, sino al perenne supporto pratico e morale che i due, Watson/Wilson, riescono a garantire in ogni occasione.
Il principale interesse dei due “investigatori” risiede nella sfida rappresentata dalla soluzione degli enigmi più complessi: entrambi disdegnano casi banali anche se particolarmente remunerativi, in favore dei più disparati e bizzarri misteri (medici o delittuosi non importa); il loro fine ultimo non è tanto il convenzionale “aiutare il prossimo”, ma bensì mettere alla prova capacità deduttive e spirito analitico – House continua a cercare la giusta diagnosi per i suoi pazienti anche quando questi sono morti o guariti, se prima non è riuscito a dissipare ogni dubbio. La comune etica, il buon senso (impersonato spesso dai poco considerati Watson/Wilson), persino la personale salute, passano in secondo piano durante queste affannose ricerche, perché ogni cosa è sacrificabile pur di risolvere l’ennesimo enigma. Una vita dedicata al lavoro, o piuttosto un lavoro che diviene unica ragione d’essere; nelle pause tra un insolito caso e l’altro c’è solo apatia, che spesso sfocia in insano masochismo.
I due personaggi, nonostante i numerosi difetti e la scarsa socialità, esercitano un enorme fascino sul pubblico, che li ammira, li idealizza tanto da immaginarli come individui in carne ed ossa – al 221/B di Baker Street non manca il museo-abitazione dedicato ad un uomo mai vissuto; sorprende poco che Hugh Laurie (straordinario attore che regala fattezze ed espressioni ad House) sia diventato, per buona parte del mondo, un geniale medico e sembri stramente fuori luogo vederlo interpretare altri personaggi in film o opere teatrali.
 
Dopo la pubblicazione dei primi racconti che avevano come protagonista Sherlock Holmes, Conan Doyle tentò più volte di “disfarsi” di quella ingombrante personalità che aveva creato, scegliendo addirittura di ucciderla (o meglio provare a farlo) nel memorabile The Final Problem, in cui Holmes sembra sacrificare la sua vita pur di annientare l’eterno e pericolosissimo antagonista, Moriarty – uno dei tanti easter eggs regalati dagli sceneggiatori di House M.D. è rappresentato proprio da un tale Moriarty che attenta alla vita del dottore, sparandogli inspiegabilmente.
Dopo dieci anni di insistenti richieste da parte dei fan (e ingenti proposte degli editori), Conan Doyle fu costretto a resuscitare il suo Holmes, protagonista dei successivi vent’anni di racconti e raccolte, ed infine “pensionarlo” lasciandogli una innocua e serena vecchiaia da scrupoloso apicoltore.
Così profondamente legato alle vicissitudini dell’autore scozzese, anche Shore – insieme al già citato Laurie– ha finito col divenire prigioniero di un inaspettato successo tra pubblico e critica, reiterando all’infinito, stagione dopo stagione, i fortunati episodi. L’augurio è che riusciranno, con un po’ più di coraggio rispetto a quello dimostrato da Conan Doyle, ad “uccidere” House prima che questi possa fare la fine del Tenente Colombo. Perché, nonostante paragoni, citazioni ed omaggi, serial tv e letteratura non saranno mai la stessa cosa.
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a cura di Emanuele P. (del 04/02/2009 @ 12:08:57, in Al Cinema, linkato 3082 volte)

Revolutionary Road
(Revolutionary Road)
Sam Mendes, 2008 (Usa, Gran Bretagna), 119’
uscita italiana: 30 gennaio 2009
voto su C.C.
 
L’ottimo Sam Mendes deve avere qualcosa di personale contro il beneamato “sogno americano”. Già con il suo capolavoro, American Beauty, lo aveva destrutturato adoperando freddezza e sarcasmo, raccontandoci della vita di una average family statunitense, tanto perfetta vista dall’esterno quanto devastata volendo approfondire solo un po’ di più lo sguardo. Con Revolutionary Road il regista americano non fa altro che declinare nuovamente questo suo teorema, stavolta avendo cura di sostituire all’affilata ironia un nichilismo cosmico.
 
Connecticut, metà anni cinquanta. Due giovani col proverbiale argento vivo addosso si innamorano: lei (Kate Winslet) è una aspirante attrice senza particolare talento ma con tanta ambizione, lui (Leonardo DiCaprio) un avvenente affabulatore privo di un vero scopo nella vita. Dopo i primi tentativi (e relativi fallimenti), la coppia viene lentamente risucchiata nella monotonia e nella normalità che da sempre aveva disprezzato – il lavoro d’ufficio, la villetta a schiera, i figli, le amanti. Finale tragico.
 
E' impossibile negare che Mendes sia un regista di gran talento: ogni sequenza ha una precisa ragion d’essere ed è costruita con cura maniacale. Facendo leva su una coppia d’attori forse poco considerati, l'autore di Jarhead mantiene altissima l’intensità di tutte le scene, sia che si tratti di accesissimi diverbi, sia che domini un eloquente silenzio. DiCaprio, suo malgrado troppo spesso guardato con occhio sospettoso dai radical chic del cinema (e qui faccio un sentito mea culpa), dimostra di essersi sbarazzato delle sue espressioni da mozzo del Titanic per vestire quelle da attore di (discreta) razza; allo stesso modo la Winslet, sempre poco considerata, riesce ad esprimere con uno sguardo, con un gesto, emozioni vividissime.
Anche le interpretazioni del resto del cast sono all’altezza e su tutte spiccano quelle della solita Kathy Bates e di Michael Shannon, che interpreta un personaggio molto significativo per l’intera storia: un ex matematico con presunte turbe mentali e libero dai freni inibitori dell’ipocrisia, l’unico che si rivolge alla giovane coppia con vera sincerità e saggia lungimiranza.
Il ritmo del film è fortemente condizionato dallo sviluppo della vicenda (fedelmente tratta da un romanzo di Richard Yates del 1961), mezzo col quale Mendes riesce a trasmettere tutta l’inquietudine e l’insoddisfazione che contraddistingue la vita sempre meno felice dei due promettenti ragazzi – significativo l’utopico progetto di una fuga a Parigi, cliché se ce n’è uno.
Bisogna ammettere che Mendes, grazie al suo stile inconfondibile e ad un soggetto valido e “universale” (ambientato mezzo secolo fa, ma non sfigurerebbe nel duemila), è riuscito in un’operazione quasi impossibile: far dimenticare la melassa del Titanic e reinventare la coppia DiCaprio-Winslet a livelli d’eccellenza. Di più, era difficile.
Conferma.
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Pagine: 1


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27/02/2017 @ 19:12:53
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