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 Fellini ....... di Emanuele P.
 
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Il western è un pretesto per raccontare i miei fantasmi ed il sentimento dell'amicizia che per me è molto importante. Posso così descrivere le mie sensazioni personali, simboliche e soprattutto fare riflettere.

Sergio Leone
"
 
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
a cura di Emanuele P. (del 30/12/2008 @ 12:16:56, in Amarcord, linkato 1672 volte)

Pranzo di ferragosto
(Pranzo di ferragosto)
Gianni Di Gregorio, 2008 (Italia), 75’
 
Nella Roma desolata di ferragosto, un uomo di mezza età (Gianni Di Gregorio) gira tra i soliti venditori di fiducia: un bianchetto in osteria, verdure comprate dal cordiale ortolano, un ventilatore ancora funzionante raccattato dalla pattumiera che trabocca. Compra tutto “a credito” e poi si dirige nel suo appartamento, dalla madre, nobildonna decaduta (Valeria de Franciscis), che accudisce con affetto; ad aspettarlo una visita spiacevole: il padrone di casa, che pretende soldi arretrati, fino a barattarli con una soluzione quantomeno bizzarra. Lascia a casa del buon Gianni sua madre (con annessa zia non propriamente lucida) per poter trascorrere una giornata alle terme, con una bionda mica male. L’appartamento diventa ospizio di lusso, quando li raggiunge anche un’altra anziana signora, la madre del medico di famiglia, anch’egli troppo impegnato in quei giorni; in quest’atmosfera surreale, l’improvvisato badante dovrà fare i conti con i capricci e le idiosincrasie di una variegata (e canuta) umanità.
 
Prodotto da Matteo Garrone, il primo film da regista di Gianni Di Gregorio (già aiuto e sceneggiatore di varie opere del suo mecenate, vedi Gomorra) è brillante e vitale. La durata e le poche ambientazioni lo rendono quasi una piece teatrale – Accorsi la esporterà in Francia e forse anche da noi – e dopo l’ora scarsa di proiezione spiace che la pantomima sia già finita. Il gruppo di anziane e naturalissime attrici non professioniste (Marina Cacciotti, Maria Calì, Grazia Cesarini Sforza) contribuisce a conferire una inaspettata vis comica alla storia, così come Di Gregorio, irresistibile nel suo essere una caricatura non troppo generosa dell’italiano precario e un po' mammone (ma col cuore d’oro e l’attenzione al portafogli).
L’ambientazione agostana è perfetto paradigma del contrasto con la vita frenetica dei nostri giorni, cui si contrappone la flemma che Gianni ostenta in ogni situazione, anche la più assurda. Non si scompone, si limita solo a bere – di continuo – e cucinare delizie caserecce senza badare a spese (tanto pagano le vecchiette).
Non mancano spunti di riflessione in questa commedia coraggiosamente contro-botteghino, ma a tratti irresistibile e sicuramente riuscita. Il pubblico che si ritrova a vederla (dall’ammiratore dei vacanzieri itineranti De Sica e/o Boldi allo specialista in cinema d’essay), finisce con l’esserne conquistato, completamente.
E si trova a pensare: peccato finisca così presto.
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a cura di Emanuele P. (del 26/12/2008 @ 14:25:30, in Frames, linkato 1788 volte)

Billy Bob Thornton dal film:

Babbo Bastardo
(Bad Santa)
Terry Zwigoff, Usa, Germania (2003), 91'

Alla nostra maniera: tanti auguri!

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a cura di Emanuele P. (del 22/12/2008 @ 14:50:10, in Al Cinema, linkato 3294 volte)

Vicky Cristina Barcelona
(Vicky Cristina Barcelona)
Woody Allen, 2008 (Usa, Spagna), 90’
uscita italiana: 17 ottobre 2008
voto su C.C.
 
La trasferta europea di Woody Allen si sposta in Spagna, tra problemi logistici, polemiche sui finanziamenti pubblici e un certa tendenza (tutta yankee) a vedere il vecchio continente come un unico, enorme, luogo comune.
Si tratta in effetti del viaggio di due stereotipatissime ed attraenti americane, Rebecca Hall (seriosa, petulante, destinata ad un noioso futuro col predestinato marito dal colletto bianco) e Scarlett Johansson (disinibita, ingenua, pronta a perdersi in ogni sua improbabile impresa), che trascorrono una estate a Barcellona e vengono travolte dalle disavventure di altri due cliché come l’affascinante pittore-masochista Javier Bardem e la sua calientissima metà Penelope Cruz (straordinaria), con cui vive un continuo tira-e-molla privo di ogni inibizione – coltellate incluse.
 
Nonostante la trama tutto sommato sia, come forse s’è intuito, discretamente piena di luoghi comuni che fanno un po’ sorridere noi europei (per di più latini) e la scelta di una petulante voce fuori campo che punteggia continuamente la narrazione sia discutibile, Allen dimostra ancora una volta di essere il più grande autore di teoremi pseudo-amorosi della sua generazione – e non solo. Costruisce infatti un accuratissimo teatrino nel quale si intrecciano improbabili relazioni e sorprendenti conseguenze, scegliendo di lasciare alla citata voce fuori campo e alle note di Giulia y Los Tellarini (Barcelona) il compito di rendere evidente il distacco tra la “finzione” delle scaramucce amorose tra i protagonisti e la profondità delle consuete riflessioni alleniane sul rapporto uomo-donna.
Dal punto di vista prettamente stilistico, Allen si conferma regista validissimo, valorizzando al massimo le meravigliose ambientazioni catalane (non manca una cruciale parentesi ad Oviedo) anche grazie alla fotografia dorata e luminosissima di Javier Aguirresarobe – come afferma lo stesso regista, tra il serio e il faceto, in Hollywood Ending, non c’è niente di meglio che un direttore della fotografia europeo!
Alla fine, tutto il colore, tutta l’energia di Barcellona stonano con lo “scetticismo cosmico” che Allen predica anche in questa pellicola, rifugiandosi nel più classico degli un-happy ending: tristezza e malinconia prevalgono nell’ennesimo, brillante, gioiello.
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a cura di Emanuele P. (del 22/12/2008 @ 14:07:33, in Contenuti Speciali, linkato 1378 volte)

E' online il numerodieci (dicembre 2008) della rivista digitale Rapporto Confidenziale (http://confidenziale.wordpress.com/).
Solito grande lavoro, con interviste, recensioni, approfondimenti.

Vi rimando al blog della rivista per il sommario completo.
Il comandamento è sempre lo stesso:

Diffondete, diffondete, diffondete...

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# Versione bassa qualità (3 MB)
# Anteprima

Auguri a tutti!

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a cura di Emanuele P. (del 17/12/2008 @ 12:32:54, in Amarcord, linkato 1965 volte)

Il giorno + bello
(Il giorno + bello)
Massimo Cappelli, 2005 (Italia), 90’
 
Avessi un dollaro (o ancora meglio, un euro) per ogni volta che è stata concepita una commedia in qualche modo collegata al tema matrimonio, potrei sedere allo stesso tavolo di telesina in cui si divertono Bill Gates e Steve Jobs. Il giorno + bello riesce però, grazie a un soggetto decente e a qualche trovata originale, a superare alla grande i suoi inguardabili colleghi – dove in nove su dieci figura Julia Roberts.
 
Violante Placido e Fabio Troiano sono una coppia un po’ particolare. Lei è figlia di due hippy (Carla Signoris, Shel Shapiro) che vivono in un centro sociale e venerano Marx; lui, famiglia molisana iper-conservatrice, è impiegato di una società finanziaria ma fa di tutto per essere il meno convenzionale possibile, a dispetto del suo ruolo (Marco Giuliani, amico e collega, è di sicuro il personaggio più riuscito dell’intero film).
Come intuibile, il proposito dei due ragazzi è sposarsi nel modo più originale possibile: niente bomboniere, né cerimonie banali, né consuetudini. Altrettanto ovvio è che, alla fine, non ci riusciranno.
 
Al suo primo lungometraggio, Massimo Cappelli, sceglie genere e trama discutibili per un regista che vorrebbe farsi notare come “promettente”, nonostante questo riesce però a costruire un microcosmo di personaggi e situazioni così sopra le righe dall’essere surreali ma – a tratti – anche molto divertenti. Scimmiottando lo snobismo degli ambienti di sinistra sinistra, Cappelli (autore dello script con Chiara Laudani) ci regala alcuni personaggi godibili, dal già citato bancario dalle mille perversioni, sino agli altri due amici di Troiano, Giuseppe Antignati (cliché dell’intellettuale di sinistra, con tanto di collo alto, impermeabile e Unità che fa capolino dalla tasca della giacca) e Massimiliano Bruno, frustrato neo-padre di famiglia.
Anche grazie all’interpretazione convincente della coppia Troiano-Placido, Cappelli ottiene una commediola senza tante pretese ma con pochi equivoci (!) e tante trovate originali – vedi la narrazione, divisa in capitoli i cui titoli appaiono qua e là sullo schermo, quasi a voler palesare il concetto di finzione scenica esasperata, che contraddistingue un po’ tutte le situazioni.
Niente di imperdibile, ma per un’opera prima (per di più commedia sul matrimonio) poteva finire molto, ma molto, peggio.
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a cura di Emanuele P. (del 10/12/2008 @ 12:57:12, in Cattiva Maestra Televisione, linkato 2476 volte)

Donne Assassine
(Donne Assassine)
Alex Infascelli, Francesco Patierno, Herbert Simone Paragnani, 2008 (Italia/ FOX Crime), 8 episodi
 
Ormai Sky ha deciso di uniformarsi ai più importanti network d’oltreoceano, scegliendo di proporre, oltre ai best-seller acquistati da terzi, anche prodotti più o meno autoctoni, sia attraverso i suoi canali Cinema (Quo Vadis, Baby?, Romanzo Criminale), sia con la “costola” Fox Crime.
Donne Assassine è il primo tentativo del canale tematico Fox in quest’ambito – otto episodi caratterizzati da un comune leitmotiv, ma con differenti protagonisti – ed il risultato lascia quantomeno perplessi.
 
La regia degli episodi è affidata al più sopravvalutato e presuntuoso regista di ogni tempo (Alex Infascelli) e a Francesco Patierno (Il Mattino ha l'oro in bocca, Pater familias) per sette episodi, mentre l’ultimo porta la firma di Herbert Simone Paragnani (tra i principali autori de I Cesaroni, mica cotica). Usando come specchio per le allodole un cast femminile italiano di tutto riguardo (perdonate la prolissità, ma poi qualcuna potrebbe prendersela a male: Marina Suma, Martina Stella, Sandra Ceccarelli, Claudia Pandolfi, Caterina Murino, Valentina Cervi, Ana Caterina Morariu, Violante Placido, Sabrina Impacciatore, Donatella Finocchiaro e Livia Bonifazi), le diaboliche menti di Fox Crime hanno dato vita ad otto script insensati, a metà tra il film di infima serie e la più assurda misoginia. Queste donne sono tutte pazze, frustrate, isteriche e stupide, e si rendono protagoniste di comportamenti totalmente irrazionali, paradossali, divenendo presto ridicole agli occhi dello spettatore. L’altra faccia della medaglia sono ovviamente i personaggi maschili, usciti peggio che da un film di Almodovar: stupratori, pederasta, ipocriti, egoisti o semplicemente criminali; l’incontro di queste due inconcepibili umanità (le pazze e i delinquenti/imbecilli) dà luogo a tutta una serie di grottesche situazioni, che vanno dalle manie persecutorie della prima protagonista (la Ceccarelli, che dovrebbe denunciare gli autori del soggetto per lesa carriera, se una carriera possedeva) all’improponibile ed ambigua relazione delle ultime due (Impacciatore e Finocchiaro, che una carriera perlomeno ce l’avevano).
Da notare poi che la maggior parte dei personaggi secondari – eccetto le suddette esche – sono sconosciuti che recitano in spagnolo, sospettiamo pescati da qualche soap opera sudamericana.
 
Solo a salvarsi è probabilmente Patierno, che nei “suoi” episodi evita il grandguignol inutile in cui sguazza Infascelli – la scena dell’assassinio della Pandolfi nel primo episodio non va vista dopo un pasto – affidandosi a una regia moderna ma efficace, e strappa grazie anche all’abbagliante Murino l’unico sei-meno-meno di tutto l’ambaradan (si deve ammettere però che la sua storia, di una moglie che prova in cento modi ad uccidere il marito tapino, Battiston, è quasi ridicola).
A concludere ogni episodio appare poi ciò che nella mia concezione di cinema – o simil cinema – deve essere quasi bandito: la schermata nera con cui il regista e lo sceneggiatore ammettono la loro incapacità creativa e si affidano ad un semplice, freddissimo, testo per riassumere avvenimenti che forse meriterebbero un’altra ora di pellicola. Si tratta di una dichiarazione d’inettitudine, reiterata e sempre uguale, nella quale ci viene fatto sapere che sì, la pazza è stata incarcerata ed hanno buttato via la chiave, oppure, brividi, è riuscita a farla franca in barba alla legge.
Se è questo il modo con cui vorremmo emulare i vari Dexter, Criminal Minds, o anche solo Durham County, abbiamo ancora molta, ma molta strada da percorrere.
Più che inutile: dannoso.
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a cura di Emanuele P. (del 06/12/2008 @ 11:00:00, in Al Cinema, linkato 2349 volte)

L’Ospite Inatteso
(The Visitor)
Thomas McCarthy, 2007 (Usa), 104’
uscita italiana: 5 dicembre 2008
voto su C.C.
 
Un professore universitario di mezza età (lo straordinario Richard Jenkins) lascia scorrere con apatia le sue giornate tutte uguali. Vedovo e ormai privato di ogni stimolo vitale, si limita ad insegnare alla sua, unica, classe le nozioni che ripete da una vita – arriva a “riciclare” il programma dell’anno precedente semplicemente sbianchettandone la cifra finale – fingendo per il resto del mondo di essere un uomo impegnatissimo, tra libri da completare, appunti, conferenze. Persino il desiderio di imparare a suonare il piano, caro alla defunta metà, sembra essere più una necessità che una vera convinzione, come dimostrano gli innumerevoli insegnanti licenziati dopo poche infruttuose lezioni. Il suo viaggio a New York, per la presentazione di un articolo che, anche in questo caso, aveva “finto” di aver scritto, gli riserverà l’incontro con una coppia di immigrati clandestini, Haaz Sleiman e Danai Jekesai Gurira, che hanno affittato il suo vecchio appartamento da un mascalzone di nome Ivan. Empatia e solidarietà scioglieranno presto l’imbalsamatissimo professore, che sarà profondamente coinvolto dalle disavventure di Tarik (Sleiman), arrestato per un futile motivo e in procinto di essere espulso dagli Stati Uniti.
 
Al suo secondo lungometraggio, Thomas McCarthy (già protagonista di numerose comparsate in film impegnati e serie tv) dimostra grande intelligenza e rimarchevole tatto, nel raccontare una storia di ordinaria ingiustizia. Lasciando da parte orpelli e piagnistei, il regista del New Jersey sceglie la strada del simil-documentario senza essere mai invadente; segue infatti la graduale, irreversibile metamorfosi di Jenkins (certamente aiutato dalla notevole performance dell’attore) che sarebbe davvero troppo banale e ingenuo ridurre al passaggio dal pianoforte all’etnico tamburo del suo nuovo amico siriano. È proprio Jenkins ad ammettere, in una delle scene più significative dell’intera pellicola, che la sua vita, sino all’incontro coi due giovani immigrati, era diventata una vera e propria “recita”: fingeva a lavoro, coi colleghi, coi conoscenti un perenne impegno e una irreprensibile dedizione che in realtà lo avevano abbandonato da anni. E non è un caso che il professore si trovi a fare questa accorata confessione ad una sconosciuta – la madre del ragazzo arrestato, una bravissima Hiam Abbass – forse la prima donna, dalla morte della moglie, a suscitare in lui qualche sentimento “umano”.
L’unica pecca dell’intero film è in realtà la sua tendenza all’essere leggermente noioso, o meglio non sufficientemente ricco della drammaticità che il soggetto avrebbe ampiamente giustificato. McCarthy preferisce essere anche ridondante, diluendo il ritmo e conferendo ad ogni parola ed a ogni sguardo la giusta enfasi; l’ottimo cast lo aiuta enormemente da questo punto di vista, con interpretazioni convincenti, reali e coinvolgenti – la stessa empatia che prova Jenkins, osservando la coppia che nella notte si allontana, baracca e burattini, dal suo appartamento, è fatta propria dallo spettatore durante buona parte delle restanti scene.
McCarthy ci mostra, attraverso gli occhi del professore (che finalmente tornano a “vedere” la realtà), una America diversa dall’ideale di patria delle nuove opportunità, con New York che si è trasformata – dopo quella data di settembre – in una metropoli spaventata e profondamente colpita, quasi xenofoba, in cui è troppo facile calpestare il limite tra “autodifesa” e lesione degli altrui diritti civili. Emblematico è il viaggio sul traghetto per Staten Island, durante il quale i protagonisti osservano la Statua della Libertà ricordando come sia stata, per milioni di immigranti, simbolo di un futuro migliore, mentre adesso si staglia davanti al luogo in cui essere trattenuti e poi rispediti al mittente.
Alla fine però, dopo tanto disquisire, bisogna ammettere che il Cinema è soprattutto immagini e musica (in questo caso opera del premio Oscar Jan A.P. Kaczmarek): e quelle che concludono il film sono destinate a restare nella memoria di chi le guarda almeno per un po’ di tempo.
Civile.
 
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Pagine: 1


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27/02/2017 @ 19:11:23
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