Il western è un pretesto per raccontare i miei fantasmi ed il sentimento dell'amicizia che per me è molto importante. Posso così descrivere le mie sensazioni personali, simboliche e soprattutto fare riflettere.
a cura di Emanuele P. (del 25/11/2008 @ 13:38:43, in Amarcord, linkato 999 volte)
Il nascondiglio (Il nascondiglio) Pupi Avati, 2007 (Italia, Usa), 100’
Una donna (Laura Morante), appena uscita dall’istituto psichiatrico nel quale aveva trascorso gli ultimi quindici anni, viene dichiarata ormai “guarita” dalle sue turbe mentali – causate probabilmente da una traumatica vedovanza – e decide di tornare nella cittadina natale dell’Iowa, dove aprire un ristorante italiano ed iniziare la sua nuova vita. La Snakes Hall – edificio in cui la donna risiede – ha però un passato difficile da dimenticare, una storia che condizionerà pesantemente il difficile recupero della rediviva.
Il ritorno di Pupi Avati al genere con cui è iniziata la sua brillante carriera (La casa dalle finestre che ridono) lascia tra il perplesso e l’ammirato. Perplessi perché Laura Morante convince poco, con quel suo continuo bisbigliare e la sua perenne ansietà che finisce col far perdere molto del pathos all’intera narrazione e perché alcune forzature della sceneggiatura superano il limite consentito dell’irrazionale; ma anche ammirati, dall’innegabile abilità (e agio) con cui Avati muove la camera, sceglie le location, fa sussultare lo spettatore senza l’uso di mezzucci o esasperazioni proprie del genere.
Il regista emiliano rifugge dalle spiegazioni sovrannaturali, che spesso fanno combaciare horror e fantascienza, per privilegiare un punto di vista psicologico, con la Morante che sembra quasi più atterrita dallo scoprirsi ancora una “malata” piuttosto che dall’idea che nella sua nuova dimora possa abitare una qualche misteriosa entità. Il cast di supporto (Yvonne Sciò, Rita Tushingham, Burt Young, Treat Williams) è più che decoroso, e contribuisce alla costruzione di una convincente atmosfera da film di genere, girato con la giusta dose di mestiere. Avati riesce ad usare situazioni e location da cliché con grande intelligenza, lasciandosi però prendere troppo la mano in alcuni casi – quasi come si trattasse di una accorata dichiarazione d’amore per il genere che lo ha lanciato. Le forzature, anche banali, della sceneggiatura – scritta dallo stesso Avati – aggravano la discutibile scelta di una durata quasi suicida, rischiando di non mantenere accettabilmente alta l’attenzione dello spettatore – tra le incongruenze più evidenti della trama c’è il secondo incontro della Morante con l’avvocatessa Sciò, che dovrebbe accadere, accettando la finzione scenica, addirittura mesi dopo il primo, nonostante questo sia poco coerente con lo sviluppo cronologico di tutta la faccenda. La scelta del finale allergico all’happyend valorizza comunque l’intero script, di certo non originalissimo, ma interessante e sicuramente adatto alla cifra stilistica di Avati.
Nonostante tutto, alla fine si può dire di essere decisamente più ammirati che perplessi. E tanto basta.
E' online il numeronove (novembre 2008) della rivista digitale Rapporto Confidenziale (http://confidenziale.wordpress.com/). Solito grande lavoro, con interviste, recensioni, approfondimenti (diamo il nostro contributo come "corrispondenti" dal Festival di Roma).
Vi rimando al blog della rivista per il sommario completo. Il comandamento è sempre lo stesso:
Il senso di straniamento che si prova durante la celebrazione dei propri carnefici ben rappresenta l’assurdità del lungo e sentito applauso tributato dal pubblico del Festival di Roma a Un gioco da ragazze, opera d’esordio di Matteo Rovere (classe 1981). L’entusiasmo degli astanti rivendicava la loro convinta partecipazione alla denuncia dello scandalo, narrato nel film, di cui essi sono gli stessi inconsapevoli protagonisti. Intendiamoci, non tutti, ma larga parte del parterre che ha assistito alla prima. Il quale, non a caso, ospitava in gran numero parenti e amici delle attrici-non-attrici (si tratta in larga parte di ragazze prese non dalla strada neorealista ma dai salotti borghesi, scelte attraverso provini organizzati a mezza strada fra Veline e il Grande Fratello) in un cortocircuito di metapersonaggi sospesi fra la metafiction e la metarealtà. Ricominciamo però dall’oggetto del film, lo scandalo.
Elena (Chiara Chiti) è un’annoiata e avvenente liceale di un’impersonale e amorfa provincia, il non-luogo dove insieme alle sue amiche Michela e Alice (Desiree Noferini e Nadir Caselli) si diverte a manipolare, sedurre, prevaricare, dileggiare, provocare. Il confine fra gli sfruttati e gli sfruttatori sembrerebbe evidente; c’è chi detta le regole del gioco e chi subisce punizioni corporali per la sola ragione di non essere abbastanza carina. Eppure sono tutti succubi della stessa alienazione, vittime e carnefici, Elena compresa. Lei, però, è l’unica che ne abbia davvero coscienza. E non le interessa affatto. Semplicemente questa consapevolezza le consente di sfruttare sé stessa prima che lo facciano gli altri, per meglio poterli dominare. Tale è la sua sete di dominio (manifestata attraverso il denaro, lo status sociale, la sessualità), unico surrogato in grado di farla sentire viva, che non esiterà a travolgere la vita di un povero professore idealista (Filippo Nigro) la cui unica colpa è quella di voler cambiare lo status quo. Il tragico esito del film, in cui tutti perdono tutto, rappresenta la schiacciante vittoria di Elena, splendida e autocompiaciuta principessa del regno delle anime perdute.
Dov’è lo scandalo? Qui i nodi vengono al pettine. Perché a voler assecondare l’acerbo sguardo del regista, così come il pubblico ha fatto, lo scandalo si esaurirebbe in sé stesso, nel sesso meccanico, nel ricatto, nella violenza mentale e fisica; così la rappresentazione del male diventa autoreferenziale, inutile, perfino morbosa, con l’ipocrita e paradossale applauso degli stessi rappresentati. Lo scandalo, invece, risiede nelle sue ragioni, nelle sue cause, ma queste nessuno le indaga: tanto il regista quanto gli attori e gli spettatori si guardano allo specchio convinti di assistere a qualcos’altro da sé, come se tutto ciò non li riguardasse direttamente. Quel che resta è un film mediocre, pruriginoso, chiuso in sé stesso e nei suoi ambienti impersonali (come la scuola, dove tutti indossano un’archetipica divisa e nessuno sa da dove viene, qual è il suo accento, il suo territorio) che riproducono un’ambigua astrazione dell’alta borghesia italiana, completamente decontestualizzata e sganciata dalla realtà. Un gioco da ragazze rimane appunto solo un gioco fine a sé stesso, ammiccante e implicitamente/involontariamente assolutorio nei confronti di quella società che forse avrebbe voluto (ma sicuramente avrebbe dovuto) mettere sotto processo, e che invece applaude in platea la propria miseria.
The Black Donnellys (The Black Donnellys) Paul Haggis, Robert Moresco, 2007 (Usa/NBC), 13 episodi da 46'
Nei network americani c’è una tale abbondanza di prodotti contraddistinti da una qualità medio-alta, che spesso diversi serial tv piuttosto promettenti si trovano a cadere nell’oblio della cancellazione ancora prima di poter costruire uno “zoccolo duro” di fedeli spettatori.
The Black Donnellys è una delle ultime vittime di questo spietato sistema basato sullo share: abbandonato dopo tredici episodi – con tanto di finale palesemente affrettato – sembra davvero una buona occasione mancata.
Il soggetto infatti, scritto da Paul Haggis (prima scudiero di Eastwood, Million Dollar Baby, quindi sceneggiatore-regista degli ottimi Crash e In the Valley of Elah), è una interessante ed un po’ anacronistica rilettura di molti successi dei seventies: si tratta delle disavventure di quattro fratelli, di origini irlandesi, che vivono ad Hell’s Kitchen (NY) e sono costretti a mille compromessi più o meno fuorilegge per sopravvivere. Ci sono i rapporti con gli “amici” italiani – che bello essere ancora un cliché, sessant’anni dopo la morte di Al Capone –, col sindacato degli irlandesi e con tutta una pletora di delinquentelli disposti a tutto per sopravvivere decentemente.
Ispirandosi ai film di scorsesiana memoria, Haggis costruisce un microcosmo senza tempo (le storie sono ambientate ai nostri giorni, ma potrebbero tranquillamente svolgersi vent’anni fa) puntando tutto sui quattro cattolicissimi irlandesi: il ponderato capofamiglia (Jonathan Tucker), lo scavezzacolli col vizio della cocaina (Tom Guiry), lo scommettitore dalla faccia candida (Billy Lush) oltre al giovane e ingenuo ultimo nato, donnaiolo incallito (Michael Stahl-David) – non manca ovviamente la figura femminile (Olivia Wilde, ormai presenzialista incallita), amore condiviso dai due fratelli maggiori. In mezzo, c’è ogni genere di (a volte inverosimile) situazione, dalle uccisioni di mafiosi al taglieggio, passando per faide di quartiere e pericolosi giochi di potere.
L’aspetto tra i più interessanti di tutto il serial è il meccanismo narrativo con cui si svolge ogni episodio: il narratore (Keith Nobbs, personaggio secondario della storia) è in prigione, e racconta di volta in volta ai suoi interlocutori alcuni avvenimenti della vita “passata” ad Hell’s Kitchen; peccato che il ragazzo sia tutt’altro che affidabile e ciò conferisce a quello che dice (e quindi a quello che vediamo noi) una patina di discutibile epicità, oltre a giustificare una serie di incongruenze e gli immancabili flashback. Purtroppo uno dei problemi che caratterizzano i serial tv è la inevitabile influenza che il loro andamento – in termini di share e gradimento – ha sullo sviluppo della sceneggiatura, e il lavoro di Haggis e Moresco non è immune da questo fardello. Con l’avanzare delle puntate la storia subisce una repentina accelerazione, che conduce ad un finale di stagione (e di serie) davvero discutibile, in cui nulla viene risolto e che poco ha a che fare col resto della narrazione. Ed è un peccato perché il serial, contraddistinto dalla ormai consueta qualità tecnica di realizzazione – vedi la fotografia di Russell Lee Fine e compagni o le evocative ambientazioni selezionate ed allestite –, convince anche in quanto a storia e personaggi, tanto da far sorgere dubbi sul reale vantaggio di aver sfruttato tale soggetto per una produzione tv e non per il cinema (riassumendo la storia in un unicum di due orette, Haggis avrebbe potuto confezionare un blockbuster coi fiocchi).
In Italia la serie è andata in onda, integralmente, nella fascia notturna della domenica di Italia Uno, con gli orfani di Controcampo ancora restii al cambio di rete che forse avranno potuto apprezzarlo.
Vi segnialiamo che nella serata del 21 novembre si terrà la proiezione, presentata da Rapporto Confidenziale, del cortometraggio Sisifo dei romani Matteo Botrugno e Daniele Coluccini.
Con buona pace di Nanni, bisogna proprio ammettere che rossi o neri so tutti uguali. La “nuovissima” festa del cinema di Roma, diretta dall’ottuagenario Gian Luigi Rondi, è forse diversa dalle edizioni precedenti di veltroniana memoria solo grazie alla scelta di cambiarne il nome con uno lunghissimo ed un po’ ridicolo: Festival Internazionale del Film di Roma – chiedete pure agli amici di Rome (Georgia, USA), che hanno visto d’un tratto diventare celebre il loro sfigatissimo international film festival, alimentando numerosi equivoci per i distributori.
D’altronde, come detto dal tronfio Peter Greenaway durante il dibattito post proiezione di Rembrandt J’accuse, di inutili cinefestival ne spunta uno ogni minuto – ed a un certo punto i nomi iniziano a scarseggiare, aggiungiamo noi...
Tornando ai vostri corrispondenti, e alla sagra romana, la prima cosa che salta agli occhi è l’assoluta mancanza del minimo cambiamento nella zona auditorium (e limitrofe). Ogni stand è al suo posto, dal baracchino dei biglietti – con tanto di povere ragazze colte in fragorose crisi di pianto dopo l’ennesimo vaffa preso da uno spettatore imbestialito – sino agli immancabili spazi dedicati alla AAMS e a marchettoni imprecisabili. Unica novità la presenza di un anfratto, abbastanza vicino alla zona buffet da essere inondato con nauseabondi effluvi tipici del catering, in cui una popolazione di individui pseudonormali poteva far sfoggio di ombrellini per aperitivi e calzature alla moda – sembra ovvio che i vostr.corrisp. hanno evitato la zona superandola con passo atletico, senza dimenticare di scuotere la testa. Allo stello livello, in quanto a frequentazioni e reazione dei vostr. corrisp. si collocava la esclusivissima lounge della Mini (ebbene si, vedi foto) che occupa scandalosamente una parte dell'auditorium.
A dirla tutta, la vera, nuova, variabile è rappresentata dal tempo: il festival d’er tonnellata Bettini aveva sempre potuto vantare un cielo sereno ed accondiscendente, Rondi, al primo (e forse ultimo, considerata la sua indeterminabile età) tentativo deve fare i conti con una pioggia costante, a tratti distruttiva. Passeggiando per gli stand negli ultimi giorni, quando Roma era travolta da un temporale di proporzioni storiche, ci si trovava di fronte a uno spettacolo desolante: cartelloni abbattuti, legno che marcisce, il parcheggio divenuto un enorme lago cui accedere solo muniti di canotto. Il povero Michael Cimino, che già di suo ha un po’ di problemi irrisolti, si trovava a fare una comparsata proprio nel giorno del diluvio universale, e sebbene continuasse a sdrammatizzare la cosa parlando di Singing in the rain, pareva evidente che un ulteriore passo verso l’oblio, dopo la fotofobia, l’afonia e gli indefinibili problemi ormonali, è stato compiuto.
Prima di Cimino, quando il tempo era ancora clemente, aveva potuto svolgersi una delle più grandi pagliacciate della storia dei cinefestival – si, tanto vale darsi alle iperbole: la consegna del Marco Aurelio d’oro alla carriera all’Actor Studio – si, avete capito bene, un premio alla carriera consegnato ad una associazione – palese scusa per invitare Al Pacino ed aprire col botto la kermesse. Il buon Al, privo di film da presentare – fatta eccezione per una insensata anticipazione di Salomaybe, opera che speriamo vivamente decida di lasciar perdere – si limita a perculeggiare sia i soliti, INTOLLERABILI, interlocutori che si trova di fronte, sia la brillantissima traduttrice che lo accompagna, letteralmente impazzita tentando di proporre alla platea gli infiniti pamphlet dell’attore americano. Al termine della burattinata, in cui non manca l’ennesimo marchettone – con scuse puerili viene fatta salire sul palco la scosciatissima erede di Damiani – viene proiettato quello che, col senno di poi, potremmo definire il miglior film di tutta la rassegna: Chinese Coffee, piece teatrale riportata con garbo su celluloide, in cui spiccano uno straordinario Pacino, supportato dall’altrettanto straordinario Jerry Orbach (buon’anima) [da segnalare, durante l'interessantissima discussione con l'attempato Al, l'interruzione causata da un mitomane, seduto in galleria, che gridando qualcosa di indefinito ha tentato di intervenire nel dibattito; di lui non si hanno più notizie].
È giusto però fare un passo indietro, e parlare un attimo dei due presunti esperti che ammorbano, sin dalla fondazione della Festa, ogni dibattito con registi e attori: per carità, si tratta di illustri professoroni del Dams, ma sembra davvero strana la loro permanenza nella manifestazione, nonostante il presunto cambio di direzione e obbiettivi – eccheccazzo, adesso è un festival internazionale, mica una festa. Le loro domande sono scontate, banali, irritanti, tanto da far alzare in sala, ogni volta, imbarazzanti brusii – e l’indignazione di un distinto videoperatore, che sfoggia una maglietta datata di Francesco Totti.
Dei film, in concorso e non, si parlerà altrove, ma certamente l’impressione che questo sia stato un anno di vacche magrissime è piuttosto giustificata – i vostr.corrisp. ancora non possono capacitarsi di aver perso l’unico, vero, evento del festival: RocknRolla del neo-scapolo d’oro Guy Ritchie.
Tra un acquazzone e l’altro, si fa sentire la mancanza nel parco dell’auditorium delle consuete Coca-cola girls, sostituite da poco convincenti individui schiavizzati dall’Ikea per proporre la improbabile carta famiglia del colosso svedese; voci di corridoio non confermate affermano che qualcuno, perse ormai le speranze di riuscire a ritirare i suoi biglietti omaggio, si sia consolato con un armadio Sprutkin.
Merita infine una menzione la già celebre Salacinema Lotto, una sorta di mega-tendone in cui vengono proiettate le seconde visioni dei film presentati: memorabili i momenti in cui, nel bel mezzo della proiezione, è possibile ascoltare un imbecille che sgomma o un’ambulanza che sfreccia nel traffico per non far perdere al conducente la partita della maggica – in quanto a discutibile rispetto per il sacro momento della visione, non mancano le solite combriccole di oche che starnazzano commenti del tipo «wow, quella sedia la ho anche io a casa», «non ci credo, là abita Peppuzzo», o sottotitoli che scompaiono, vanno fuori sync, sono imprecisi.
E allora ai vostr.corrisp. , costretti a discorsi di demagogia spiccia con un intraprendente giornalista annoiato dalla situazione, sembra tutto chiaro: rossi o neri, so tutti uguali.
I vostri corrispondenti dal Festival, Emanuele P. e Mario T.
Assegnati i premi ufficiali del Festival Internazionale del Film di Roma:
Premio Alice nella città (8 - 12 anni) MAGIQUE! di Philippe Muyl
Premio Alice nella città (13 – 17 anni) SUMMER di Kenneth Glenaan
Premio Marc’Aurelio d’Oro del pubblico al miglior film RESOLUTION 819 di Giacomo Battiato
Una giuria composta da Edoardo Bruno, Michel Ciment, Tahar Ben Jelloun, Emanuel Levy e Roman Gutek assegna il Premio Marc’Aurelio della critica a tre differenti categorie.
Premio Marc’Aurelio d’Oro al miglior film OPIUM WAR di Siddiq Barmak
Premio Marc’Aurelio d’Argento alla migliore interprete femminile DONATELLA FINOCCHIARO per Galantuomini di Edoardo Winspeare
Premio Marc’Aurelio d’Argento al miglior interprete maschile BOHDAN STUPKA per Serce na dloni (With a Warm Heart / Il cuore in mano) di Krzysztof Zanussi
Menzioni speciali: A CORTE DO NORTE (Northern Land / La tenuta al nord) di João Botelho AIDE TOI, LE CIEL T’AIDERA (With a Little Help from Myself) di François Dupeyron
Premio Marc’Aurelio d’Oro alla carriera Actors Studio. Ha ritirato il premio Al Pacino Gina Lollobrigida