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 Rossellini... di Emanuele P.
 
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Il cinema sostituisce il nostro sguardo con un mondo più in sintonia con i nostri desideri.

André Bazin
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
a cura di Emanuele P. (del 31/10/2008 @ 13:01:41, in Anteprime, linkato 1895 volte)

Cliente
(Cliente)
di Josiane Balasko, 2008 (Francia), 105’
 
Commediola d’oltralpe senza tante pretese. Eric Cavaca, un gigolò dal discutibile physique du rôle, è in bilico tra la sua vita da malpagato manovale e quella da affermato compagno di abbienti donne in carriera. La moglie, Isabelle Carré, è allo scuro di tutto, finché non si trova a dover affrontare una “cliente”, ricca, famosa e perdutamente innamorata del suo uomo (Nathalie Baye).
Pur restando ben sotto la quota massima di equivoci sopportabile in una commedia, Cliente non convince più di tanto in brillantezza e stile; vero fiore all’occhiello è l’interpretazione di George Aguilar, Jim ManyHorses, un fiero indiano che impalma la sorella della Baye.
Da segnalare poi il rap del francese HAS che accompagna, con molta efficacia, parte delle scene.
Decisamente perdibile.
 

Let it rain
(Parlez-moi de la pluie)
di Agnès Jaoui, 2008 (Francia), 110’
 
Altra commedia francese, più impegnata della precedente ma non più riuscita. Questa volta assistiamo alle convulse giornate di una donna (Agnès Jaoui, nel duplice ruolo di attrice e regista), femminista convinta ed appena entrata in politica, che si trova a dover affrontare problemi familiari – con la sorella e il genero dalla sindrome di Peter Pan – e una estenuante intervista, eterna incompiuta, da rilasciare a un reporter sulla via del tramonto (Jean-Pierre Bacri) e al suo neofita assistente Jamel Debbouze.
Anche in questo caso spicca un personaggio, scritto benissimo e interpretato magistralmente da Bacri, che da solo regala tutti i momenti di vero divertimento: brillante, smemorato, distratto, pigro; empatia e risate sono garantite. Il resto del cast si limita a seguire uno script discreto ma mai del tutto coinvolgente. Tra le righe si può leggere una critica alla politica, monopolio degli uomini di mezza età, in cui l’ascesa di una donna è tutt’altro che semplice – la Jaoui dovrebbe fare un viaggetto in Italia…
Sorrisi, e qualche sbadiglio.
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a cura di Emanuele P. (del 27/10/2008 @ 15:00:21, in Anteprime, linkato 2122 volte)

Il passato è una terra straniera
(Il passato è una terra straniera)
di Daniele Vicari, 2008 (Italia), 120’
 
Tratto dall’omonimo romanzo di Gianrico Carofiglio, il film di Daniele Vicari è un’opera piuttosto riuscita. Anzi, considerati gli altri film italiani in concorso, si potrebbero addirittura azzardare giudizi più entusiastici.
Avvalendosi della ottima performance del duo Elio Germano-Michele Riondino, oltre che di una sceneggiatura decisamente valida, Vicari costruisce il suo film cercando riferimenti più o meno originali nel cinema d’oltreoceano (chi ha detto Rounders?), adattandoli con intelligenza al contesto decisamente differente.
La struttura narrativa funziona bene e riesce a risparmiare la deriva a tarallucci e vino che si nasconde sempre dietro l’angolo; il regista rietino la impreziosisce poi con un accurato uso della messa a fuoco e dei movimenti di camera, che spesso trasmettono vigore all’azione o si propongono come chiave di lettura per i sentimenti dei protagonisti.
Il successo al botteghino è, quasi, assicurato.
 

Rembrandt’s J’accuse
(Rembrandt’s J’accuse)
di Peter Greenaway, 2008 (Paesi Bassi), 86’
 
Partendo dal suo film Nightwatching, già presentato a Venezia, Peter Greenaway costruisce un interessante saggio-lezione su uno dei dipinti più significativi dell’intera storia dell’arte – parole del regista gallese: La ronda di notte, di Rembrandt Harmenszoon Van Rijn.
La minuziosa analisi di ogni particolare dell’opera, compiuta evidenziando trentuno “motivi d’interesse” del dipinto, è efficace ed avvincente; tra fiction e ricostruzione storica, lo stesso Greenaway diviene invadente anfitrione (il suo volto appare spesso sullo schermo), trasformando le immobili figure ritratte da Rembrandt in personaggi reali, capaci di provare e causare emozioni. Con una certa presunzione, Greenaway pretende di insegnare agli “analfabeti” del linguaggio visivo come interpretare dei testi che, per una volta, non sono scritti.
Obbiezioni semiologiche a parte, appare evidente il principale intento del regista gallese: quello di provocare lo spettatore, con un film “diverso”, spiazzante, realizzato avvalendosi di studiatissimi effetti speciali.
Da consumare con moderazione.
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a cura di Emanuele P. (del 26/10/2008 @ 14:56:04, in Anteprime, linkato 2285 volte)

8
(Huit)
di AV, 2008 (Francia), 103’
 
Il giudizio su 8, dal punto di vista strettamente cinematografico, deve considerarsi una media tra l’abisso di mediocrità e pigrizia creativa di Gus Van Sant – che ci propone, nel suo segmento, materiale di riciclo sul solito tema teenager-innamorati-dello-skate, farcito quasi sciattamente con frasi "buttate" sullo schermo – e l’apice raggiunto dai contributi di Jane Campion e Jan Kounen. L’autrice neozelandese regala un disincantato ritratto delle sue aride terre, visto attraverso gli occhi di speranzose bimbe che credono ancora in una miracolosa “danza della pioggia” quale rimedio alla siccità; Kounen invece, avvalendosi della notevole fotografia di David Ungaro, riesce a costruire un’opera non solo significativa dal punto di vista del contenuto, ma anche interessante in quanto a cifra stilistica e scelte tecniche.
Completano il film l’ammiccante segmento di Wenders, che conclude la proiezione con un finalino alla volemose bbene degno di uno stornello di Lando Fiorini, gli enigmatici How can it be? – di Mira Nair, che sceglie un discutibile modo per inneggiare all’emancipazione delle donne – e The letter, di Gael Garcia Bernal, oltre ai corti di Abderrahmane Sissako e Gaspar Noé che non si fanno certamente notare per originalità o stile – Noé, nomen omen, parlando dell’AIDS finisce con lo scivolare in pericolose farneticazioni pseudo-religiose.
Il contenuto del film, e più in generale gli 8 obbiettivi che il mondo civile si è posto come traguardi irrinunciabili per un futuro migliore meriterebbero un discorso a parte. Ma questa è un’altra storia.
 
 

L’uomo che ama
(L’uomo che ama)
di Maria Sole Tognazzi, 2008 (Italia), 102’
 
Si tratta del classico film che, girato da Woody Allen un paio di lustri fa, sarebbe diventato un classico del cinema. Maria Sole Tognazzi (che non è esattamente il cineasta americano) mette in scena onestamente una serie di elucubrazioni sull’amore declinato al maschile, raccontandoci le vicende sentimentali di Pierfrancesco Favino (come sempre, validissimo), che si trova ad essere prima colui che abbandona (la solita Bellucci, intollerabile) e quindi, quasi per la legge del contrappasso, colui che è dolorosamente lasciato dalla donna della sua vita (Ksenia Rappoport).
Come detto, il film è onesto, ben girato, compatto. Anche la sceneggiatura regge bene, con un intreccio narrativo convincente e discretamente complesso; non mancano figure secondarie molto riuscite – vedi il padre di Favino, interpretato da Arnaldo Ninchi.
Per chiudere il cerchio del politically correct, c’è anche la relazione omo in cui tutti sono felici, contenti (ed eroici).
Considerati i film sin'ora proposti: "capolavoro"...
 
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a cura di Emanuele P. (del 11/10/2008 @ 10:30:02, in Al Cinema, linkato 2366 volte)

The Mist
(The Mist)
Frank Darabont, 2007 (Usa), 127’
uscita italiana: 10 ottobre 2008
voto su C.C.
 
Ecco l’incubo di ogni contadino leghista della pianura padana che si rispetti – no, non c’entrano nulla orde di extracomunitari che colonizzano le loro terre: una nebbia assassina, venuta dal nulla, che porta con sé inaspettate e terribili bestie simil-preistoriche.
Un buon padre di famiglia (Thomas Jane) si trova col figlioletto ad affrontarla, insieme al nugolo di persone con cui resta rinchiuso in un supermarket. Come se fosse un’arca di Noè del duemila, l'edificio contiene, uno per “specie”, tutti i comportamenti cinematografici più comuni: c’è l’eroe ad ogni costo (il già citato Jane), l’eroe per caso (Toby Jones), l’imbecille spocchioso (Andre Braugher), l’avvenente e battagliera co-protagonista femminile (Laurie Holden), la pazza farneticante (Marcia Gay Harden), oltre a tutta una serie di personaggi secondari che, in un horror, hanno come principale (e unico) fine quello di morire, basta che lo facciano al momento giusto.
 
Molti, troppi, film e prodotti per la tv sono stati tratti da storie di Stephen King, e in rare occasioni abbiamo potuto assistere a qualcosa che fosse davvero degna di esser vista. Frank Darabont è proprio uno dei registi che sono riusciti nell’impresa – con Il Miglio Verde e Le ali della libertà – ed anche in questa occasione dimostra di avere un certo feeling con le pagine del celeberrimo scrittore del Maine.
The Mist è infatti tratto (abbastanza liberamente) da un racconto omonimo di King, scritto nel 1980 e pubblicato nella raccolta Scheletri; Darabont, prendendosi alcune libertà rispetto all’originale – vedi il modo coraggioso con cui sceglie di concludere il film – riscrive la storia adattandola perfettamente al grande schermo. La scena iniziale sembra quasi una captatio benevolentiae rivolta ai cultori del genere (la locandina di The Thing) nonchè una sincera dichiarazione d'intenti: con grande mestiere, ed una certa furbizia, il regista francese fa largo uso di tutti i cliché dei b-movies adoperandoli però in un contesto ben studiato ed efficace. Il ritmo tambureggiante con cui si susseguono gli avvenimenti, che quasi stona con la singola location nella quale si svolge la maggior parte della storia, è sicuramente uno dei punti di forza del film di Darabont, così come l’intelligente sviluppo centrato più sul concetto di homo homini lupus che sulla lotta contro improbabili alieni (e per questo va ringraziato l’ottimo King, ovviamente). Il personaggio di Marcia Gay Harden infatti, che ci viene presentata all’inizio come una innocua “matta” cui nessuno dà ascolto, si trasforma lentamente in una sorta di profeta che diviene il punto di riferimento di molti tra i “rinchiusi” del supermarket: pronuncia accorati ed apocalittici sermoni, annuncia la fine del mondo e soprattutto punta il dito contro chi è sacrificabile ai mostri dell’esterno – non manca una sottile vena satirica, nell’esaltazione di un fondamentalismo religioso che vede come male supremo la scienza e il progresso.
Le oltre due ore di proiezione filano lisce senza particolari cali di tensione o d’interesse, grazie anche alle convincenti interpretazioni di un buon cast – sicuramente non “di primo piano” – e nonostante il budget ridotto avuto a disposizione.
Un po’ horror, un po’ dramma con aspirazioni sociologiche, The Mist vince senza dubbio il confronto con la maggior parte degli horror usciti negli ultimi anni.
Avercene.
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a cura di Emanuele P. (del 04/10/2008 @ 10:26:37, in Al Cinema, linkato 1982 volte)

Sfida senza regole
(Righteous Kill)
Jon Avnet, 2008 (Usa), 100’
uscita italiana: 26 settembre 2008
voto su C.C.
 
Capita spesso che David Letterman, nel suo Late Show, esclami una frase, quando si trova di fronte ad atteggiamenti e situazioni esagerate, esasperanti, eccessive cui non è difficile assistere nel Nuovo Mondo. L’ormai mitologico conduttore è solito dire in quelle occasioni: «That’s why the World hates us» (ecco perché il mondo ci odia).
Ecco, Righteous Kill si aggiunge all’elenco dei motivi per cui si potrebbe odiare l’America – più in particolare gli abitanti delle floride colline hollywoodiane: Jon Avnet, che ha già fatto ampiamente scempio dell’attempato Al Pacino in 88 Minutes, dirige un film pressoché inutile, in cui seppellire (semi)vivi i due padrini del cinema anni ’70.
Promettendo di non citare Robert Aldrich e il suo Che fine ha fatto Baby Jane? come inarrivabile esempio di convivenza tra star, vorremmo tentare di dire due parole sulla trama, ma la faccenda è più complicata di quanto potrebbe sembrare, perché la vera – e forse unica – ragione d’essere di tutta la narrazione risulta un colpo di scena che verrebbe svelato anche solo precisando con attenzione il nome proprio dei protagonisti (!). Ci limiteremo a dire che la pellicola vive del rapporto di amicizia-confidenza-dualismo che unisce due veterani della NYPD (Al Pacino e Robert De Niro), chiamati ad investigare su una serie di delitti compiuti da un redivivo giustiziere della notte.
 
Il problema (o quantomeno uno dei problemi principali) è che, nonostante si tratti di un thriller, il film manca totalmente di un qualsiasi momento di pathos o tensione: persino la “sacra” sequenza finale è ridicola, tremendamente breve, orfana del minimo senso scenico – vediamo il povero De Niro correre, quasi in pigiama, con i suoi anni che d’un tratto sembrano davvero troppi.
Avnet e compagni speravano forse che bastasse la sola presenza dei due “nomi” a nobilitare qualsiasi situazione, dimenticando però di considerare che non siamo più negli anni ’70 e che il tempo passa (ahinoi) per tutti. Pacino e De Niro duettano poco convinti, quasi senza volersi pestare i piedi, interpretando da cliché ambulanti una storia che sembra un bigino del cinema poliziesco di infima serie; per carità, nessuno dei due è alla peggiore interpretazione della carriera, ma il fondo del barile sembra davvero molto (troppo) vicino.
Vivacchiano nel film, con poco più che comparsate, anche 50 Cent (fiero spacciatore e gestore di night club) e Carla Gugino, ridotta ad interpretare una ninfomane con aspirazioni da agente CSI.
Come dicevamo all’inizio: ecco perché il mondo, almeno un po’, li odia.
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25/02/2017 @ 23:48:50
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