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 Scorsese ....... di Emanuele P.
 
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Rimango sempre sorpreso dalle reazioni suscitate dai miei film. Essi contengono, in generale, una quantità sufficiente di verità che di certo turberà qualcuno.

Stanley Kubrick
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
a cura di Emanuele P. (del 20/09/2008 @ 11:39:05, in Amarcord, linkato 618 volte)

Colpo d'occhio
(Colpo d'occhio)
Sergio Rubini, 2008 (Italia), 110'

Se c’è un regista italiano che raccoglie sempre molto meno di quanto meriterebbe (in termini di celebrità, critiche e botteghino), senza dubbio questo qualcuno è Sergio Rubini. Forse la spiegazione sta nel fatto che l’ottimo cineasta pugliese ha come pochi il coraggio di essere originale, di scegliere generi e tematiche non esattamente nazionalpopolari per i suoi piccoli capolavori – vedi La Terra, L’amore ritorna, Mio cognato, giusto per citarne qualcuno.
Colpo d’occhio non è differente dalle altre sue opere, purtroppo anche in quanto a consensi di pubblico e critica: calzate sapientemente le vesti del regista “di genere” (come già fece per La Terra), Rubini dirige un interessante film, a metà tra Match Point e Vestito per uccidere, certamente non aiutato dalle interpretazioni di un cast quantomeno discutibile.
 
Un critico d’arte pressoché onnipotente (Sergio Rubini, nel solito ruolo negativo che ama ritagliarsi) perde l’amore della sua vita (Vittoria Puccini), a causa di un avvenente scultore molto ambizioso ma ancora sconosciuto (Riccardo Scamarcio).
Sfruttando tutta la sua influenza (ed un machiavellico piano) il professore riuscirà ad ottenere una tremenda vendetta.
 
Fatto salvo qualche imperdonabile tentativo di pubblicità simil occulta (ho contato almeno quattro markette, con la kappa mi raccomando) e perdonando i finanziamenti statali dei quali si è avvalso per girare il suo film, Sergio Rubini dimostra ancora una volta di essere forse l’unico regista italiano in grado di girare un film “giallo” con la giusta atmosfera e i giusti riferimenti al passato. La sequenza dell’inseguimento tra le sale della Biennale è infatti solo la più evidente delle numerose citazioni presenti in tutta la narrazione – in quel caso si fa riferimento a Vestito per uccidere, di Brian De Palma; in generale il mix di precisi movimenti di camera e di un accompagnamento sonoro molto efficace (il solito, maestoso, Pino Donaggio, che con le sue melodie, col suo sapiente uso degli archi, ha accompagnato tutti i migliori thriller del già citato De Palma) riesce in pieno a valorizzare una trama un po’ contorta ma sicuramente valida e sufficientemente originale – a curare la sceneggiatura, con lo stesso Rubini, anche Carla Cavalluzzi e Angelo Pasquini.
L’unica nota stonata è l’interpretazione della coppia Puccini-Scamarcio: per carità, bellissimi da vedere, ma poco convinti, poco credibili, troppo spesso sopra le righe. Queste forzature conferiscono ad alcuni passaggi del film toni grotteschi, minando l’ottimo lavoro di Rubini (anche come attore) e compagnia.
Durante la proiezione si fatica a credere che si tratti di un film italiano (se si considerano rappresentanti dello stile nostrano gli appartenenti alla setta del cinema gggggiovane) grazie all’atmosfera che si respira in ogni scena, nella scelta di ogni inquadratura: Rubini fa largo uso del primo piano (talvolta strettissimo), di movimenti di camera morbidi ed avvolgenti – vedi la sequenza iniziale, simil televisiva – costruendo ogni sequenza nel migliore dei modi.
Una sola preghiera: non dimenticatelo.
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a cura di Emanuele P. (del 18/09/2008 @ 10:55:46, in Contenuti Speciali, linkato 521 volte)

E' disponibile online il numero speciale di Rapporto Confidenziale (http://confidenziale.wordpress.com) tutto dedicato alla sessantunesima edizione del Festival di Locarno. 116 pagine di approfondimenti, recensioni e considerazioni sulla rassegna conclusasi un mese fa.

Diffondete, diffondete, diffondete

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a cura di Emanuele P. (del 07/09/2008 @ 15:19:26, in Re per una notte, linkato 1128 volte)

La giuria della sessantacinquesima edizione della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia presieduta da Wim Wenders (tra gli altri presente anche John Landis) premia con il Leone d'oro la nuova opera di Darren Aronofsky (Pigreco - Il teorema del delirio, Requiem for a Dream), The Wrestler, anti-biografia di un eroe del wrestling professionistico, interpretata dal redivivo Mickey Rourke.
E' Silvio Orlando a tener alto l'onore italiano, con la Coppa Volpi per la sua interpretazione ne Il papà di Giovanna.

Ecco l'elenco completo dei premi assegnati:

LEONE D’ORO per il miglior film a:
The Wrestler di Darren ARONOFSKY (Usa)

LEONE D’ARGENTO per la migliore regia a:
Aleksey German Jr. per Bumažnyj Soldat (Paper Soldier) (Russia)

PREMIO SPECIALE DELLA GIURIA a:
Teza di Haile Gerima (Etiopia, Germania, Francia)

COPPA VOLPI per la migliore interpretazione maschile a:
Silvio Orlando per Il papà di Giovanna di Pupi AVATI (Italia)

COPPA VOLPI per la migliore interpretazione femminile a:
Dominique Blanc per L’autre di Patrick Mario Bernard, Pierre Trividic (Francia)

PREMIO MARCELLO MASTROIANNI a un giovane attore o attrice emergente a:
Jennifer Lawrence per The Burning Plain di Guillermo Arriaga (Usa)

OSELLA per la migliore fotografia a:
Alisher Khamidhodjaev e Maxim Drozdov  per Bumažnyj Soldat (Paper Soldier) di Aleksey German Jr. (Russia)

OSELLA per la migliore sceneggiatura a:
Haile Gerima per Teza di Haile Gerima (Etiopia, Germania, Francia)

LEONE SPECIALE per l’insieme dell’opera a:
Werner Schroeter

PREMIO “LUIGI DE LAURENTIIS” PER LA MIGLIOR OPERA PRIMA a:
Pranzo di Ferragosto di Gianni Di Gregorio (SIC - Settimana Internazionale della Critica, Italia)

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a cura di Emanuele P. (del 06/09/2008 @ 11:00:10, in Al Cinema, linkato 894 volte)

Redbelt
(Redbelt)
David Mamet, 2008 (Usa), 99’
uscita italiana: 5 settembre 2008
voto su C.C.
 
Probabilmente devono ancora inventare il genere in cui una interpretazione di Chiwetel Ejiofor possa sfigurare: l’attore inglese, reso famoso dal gioiello Piccoli Affari Sporchi (Stephen Frears, 2003), riesce infatti a illuminare i suoi personaggi come pochi altri colleghi; che si tratti di una commedia di Woody Allen (Melinda & Melinda), di un semi-colossal di Ridley Scott (American Gangster) o di un capolavoro d’azione di Spike Lee (Inside Man), il risultato è sempre la stessa efficacia, la medesima dimostrazione di talento. Forse è per questo che riesce difficile giudicare con particolare acrimonia Redbelt, pellicola in cui il regista e (soprattutto) sceneggiatore David Mamet concede al nostro eroe Ejiofor le luci della ribalta, con un ruolo da assoluto protagonista, dinamico, totale.
La storia è infatti tutta incentrata sul suo personaggio, un istruttore di Ju-Jitsu dai nobilissimi ideali e dalle incrollabili convinzioni, dettami che tenta di applicare anche nella vita di tutti i giorni. Nel terribile mondo “reale” però ci sono sempre pronti in agguato mascalzoni di ogni genere, pronti ad approfittare di queste apparenti debolezze: con la truffa, con l’inganno, fino a costringere l’impavido dalla cintura nera a guadagnarsi da vivere combattendo in uno dei tornei che tanto disprezza.
 
Tra una perla di filosofia zen e l’altra, Mamet (cintura viola di Ju-Jitsu) costruisce con buon ritmo ma discutibile sviluppo un discreto film, in bilico tra il drammatico e l’azione, valorizzato dal cast in parte e dalla fotografia sempre impeccabile di Robert Elswit.
La sceneggiatura subisce infatti una traumatica svolta nella mezz’ora finale, un “cambiamento di rotta” deleterio e incomprensibile; quasi rincorrendo un epilogo ad effetto, Mamet inizia a raccontare gli avvenimenti in modo confuso e frettoloso, lasciando troppo spazio a momenti di frustrato revanscismo – le ultimissime scene sono irragionevoli ed al limite del ridicolo.
Peccato perché nella prima parte della pellicola la narrazione è fluida, efficace e convincente, con personaggi secondari ma ben caratterizzati (Emily Mortimer, Alice Braga, Max Martini, Tim Allen, Joe Mantegna) e interessanti scelte stilistiche, oltre ad un soggetto che sembrerebbe piuttosto originale. Purtroppo col passare dei minuti iniziano a sgretolarsi prima la credibilità dei protagonisti, quindi la verosimiglianza della trama stessa, lasciando il promettente incipit orfano di una degna conclusione.
È qui che l’interpretazione di Chiwetel Ejiofor riesce a fare la differenza: il suo personaggio trasmette un tale vigore, una tale energia da colpire ugualmente lo spettatore, coinvolto e incuriosito dal suo mondo, distante anni luce da quello in cui vivono tutti gli altri personaggi.
Come direbbe il Califfo, tutto il resto – tra machismo ostentato e discutibili colpi di scena – è noia.
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