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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.

Sex List – Omicidio a tre(Deception)
Marcel Langenegger, 2008 (Usa), 108’ uscita italiana: 29 agosto 2008 voto su C.C. 
Durante l’ora e mezza di proiezione, ho cercato, invano, di ricordare almeno un altro film che potesse competere con Deception in quanto a somma di casting sbagliato+trama assurda. Persino Le verità nascoste e Red Eye devono arrendersi di fronte all’opera prima – e si spera ultima – di Marcel Langenegger.
L’idea del regista svizzero (uno specialista in grafica pubblicitaria e amenità simili) e dello sceneggiatore Mark Bomback, consiste nell’usare ogni genere di pruderie e situazione a luci rosa per giustificare una storia totalmente insensata, che fonde sciaguratamente un filmino da sala di periferia con il solito polpettonazzo d’azione hollywoodiano, in cui figurano le tre immancabili maschere (il mascalzone scaltro e spietato, il tonno che abbocca sempre, la bonazza contesa ed un po’ vittima).
Ewan McGregor interpreta uno zelante contabile che (non)vive murato nel suo ufficio, spiando invidioso le allegre esistenze del resto dell’umanità. Un giorno, per caso, incontra la sua nemesi, un avvenente avvocato (Hugh Jackman) trafficone quanto basta e disposto a far scoprire al nostro impiegato un po’ nerd i segreti della New York da bere.
Tra una partita di tennis e una serata in club da ricconi, i due iniziano a conoscersi, fin quando un fortuito scambio di telefonini consente a McGregor di ricevere chiamate un po’ “particolari”. Si sente infatti chiedere “Are you free tonight” e indicare una stanza d’albergo dove spassarsela allegramente con donne in carriera. Il tapino, lungi dal farsi qualche sana domanda a riguardo, diventa un habitué del circolo e incontra la donna della sua vita, Michelle Williams, che qualcuno potrebbe ricordare come la buzzicona di Dawson Creek.
Ovviamente sotto c’è qualcosa di losco, ma tutto si risolverà a tarallucci e vino.
Come intuibile, non si può definire Deception un thriller, a meno di non voler offendere un genere nobile ed amato (considerazioni di chi scrive). In realtà di ammazzatina ce n’è una sola, ed è totalmente ai margini dello sviluppo narrativo; il fulcro della vicenda è appunto l’inganno – traduzione letterale del titolo americano – perpetrato ai danni del contabile dal mascalzone di turno. Peccato che non si faccia davvero nulla per dare alla situazione un po’ di verosimiglianza, né una parvenza di pathos: ogni scena è scontata, ogni svolta ampiamente prevedibile.
Pur volendo concedere il beneficio della “finzione scenica” a Langenegger e compagni, non si può ignorare quanto siano ridicole alcune circostanze, davvero al limite della farsa. A dare questa impressione contribuiscono certamente le interpretazioni di un cast totalmente fuori posto, poco credibile e mal calato in questi personaggi caratterizzati con l’accetta. Emblematica è la scena in cui McGregor e Jackman fumano dell’erba, delirando e ridendo a crepapelle: si tratta di una delle sequenze meno credibili (e peggio interpretate) dell’intera storia della cinematografia mondiale. Sembra quasi di stare assistendo all'ennesimo film del filone parodistico-demenziale che tanto è di moda ultimamente, invece che ad un thriller con aspirazioni da remake 70-80 troppo impegnato a prendersi tremendamente sul serio. Lungi da me ogni intento sciovinistico, ma l’unica nota positiva dell’intera pellicola è senza dubbio la fotografia del nostro Dante Spinotti ( Manhunter, L.A. Confidential), raffinata, perfetta, sprecata.
Contribuisce al malinteso la solita, criminale, distribuzione italiana, per la scelta di un titolo non solo cacofonico, ma totalmente fuori contesto. D’altronde l’unica speranza era accalappiare qualche boccalone facendo l’occhiolino a situazioni scabrose.
Ingannatore.
Ha inizio oggi la sessantacinquesima edizione della Mostra del Cinema di Venezia (27 agosto-6 settembre). Ecco l'elenco dei film presentati, che completano il programma insieme ai cortometraggi della sezione Corto Cortissimo e alle pellicole de Questi fantasmi: Cinema italiano ritrovato (1946-1975), una speciale sezione monografica dedicata al cinema italiano ritrovato.
Venezia 65 - In concorso
Darren Aronofsky - The Wrestler – Usa, 105‘ Guillermo Arriaga - The Burning Plain – Usa, 147’ Pupi Avati - Il papà di Giovanna – Italia, 104’ Marco Bechis - BirdWatchers - La terra degli uomini rossi – Italia / Brasile, 108’ Patrick Mario Bernard, Pierre Trividic - L’Autre – Francia, 97’ Kathryn Bigelow - The Hurt Locker – Usa, 131’ Pappi Corsicato - Il seme della discordia – Italia, 85’ Jonathan Demme - Rachel Getting Married – Usa, 116‘ Haile Gerima - Teza – Etiopia / Germania / Francia, 140’ Aleksey German Jr. - Bumažnyj soldat (Paper Soldier) – Russia, 116’ Semih Kaplanoglu - Süt – Turchia / Francia / Germania, 102‘ Takeshi Kitano - Akires to kame (Achilles and the Tortoise) – Giappone, 119’ Hayao Miyazaki - Gake no ue no Ponyo (Ponyo on Cliff by the Sea) – Giappone, 101’ Amir Naderi - Vegas: Based on a True Story – Usa, 102‘ Mamoru Oshii - The Sky Crawlers – Giappone, 122’ Ferzan Özpetek - Un giorno perfetto – Italia, 95’ Christian Petzold - Jerichow – Germania, 93’ Barbet Schroeder - Inju, la Bête dans l’ombre – Francia, 105’ Werner Schroeter - Nuit de chien – Francia / Germania / Portogallo, 110’ Tariq Teguia - Gabbla (Inland) – Algeria / Francia, 140’ YU Lik-wai - Dangkou (Plastic City) – Brasile / Cina / Hong Kong/Cina / Giappone, 118’
Venezia 65 - Fuori concorso
Paolo Benvenuti - Puccini e la fanciulla – Italia, 84’ Joel Coen, Ethan Coen - Burn After Reading – Usa, 95’ Claire Denis - 35 Rhums – Francia / Spagna, 100‘ JIA Zhangke - Heshang aiqing (Cry me a river) (cortometraggio) – Cina / Spagna / Francia, 19’ Minoru Kawasaki - Guilala no gyakushu / Samitto kiki ippatsu! (Monster X Strikes Back: Attack the G8 Summit!) – Giappone, 98’ Abbas Kiarostami - Shirin – Iran, 92’ José Mojica Marins - Encarnação do demonio – Brasile, 90’ Mario Monicelli - Vicino al Colosseo c’è Monti (cortometraggio) – Italia, 22’ Nonzee Nimibutr - Puen yai jom sa lad (Queens of Langkasuka) – Tailandia, 147’ Manoel de Oliveira - Do Visível ao Invisível (cortometraggio) – Brasile / Portogallo, 7‘ Agnés Varda - Les Plages d’Agnès – Francia, 100’ Fabrice du Welz - Vinyan – Francia / Gran Bretagna / Belgio, 95’
Fuori Concorso - Evento Speciale
Adriano Celentano - Yuppi Du (1975) – Italia, 125’
Fuori Concorso - Eventi
Domenico Modugno - Tutto è musica (1963) – Italia, 97’ Tito Schipa Jr. - Orfeo 9 (1973) – Italia, 82’ Piero Tellini - Nel blu dipinto di blu (Volare) (1959) – Italia, 104‘ Ferrán Alberich - Bajo el Signo de las Sombras (1984) – Spagna, 31‘ Youssef Chahine - Bab el-hadid (1958) – Egitto / Francia, 90’ Vittorio De Sica - Ladri di biciclette (1948) – Italia, 93’ Lorenzo Llbobet Gracia - Vida en Sombras (1947) – Spagna, 90‘ Masahiro Makino, Hiroshi Inagaki - Kettô Takadanobaba (1937) – Giappone, 64’ Pier Paolo Pasolini, Giuseppe Bertolucci - La rabbia di Pasolini – Italia, 84‘
Orizzonti
Ramin Bahrani - Goodbye Solo – Usa, 91‘ Julio Bressane, Rosa Dias - A Erva do Rato – Brasile, 80’ Lav Diaz - Melancholia – Filippine, 450‘ Jean-Pierre Duret, Andréa Santana - Puisque nous sommes nés - Francia / Brasile, 90’ Philippe Grandrieux - Un lac – Francia, 90’ HUANG Wenhai - Women - Cina / Svizzera, 102’ Mikhail Kalatozishvili - Dikoe Pole (Wild Field) – Russia, 104‘ Mirko Locatelli - Il primo giorno d’inverno – Italia, 88’ Ross McElwee - In Paraguay – Usa, 78’ Avi Mograbi - Z32 – Israele / Francia, 81’ Bahman Motamedian - Khastegi (Tedium) – Iran, 76’ Gerardo Naranjo - Voy a explotar – Messico, 106’ Arnaud des Pallières - Parc – Francia, 149‘ Francis Xavier - Pasion Jay – Filippine, 96‘ Eugenio Polgovsky - Los Herederos – Messico, 90‘ Marco Pontecorvo - PA-RA-DA – Italia / Francia / Romania, 100‘ Gianfranco Rosi - Below Sea Level – Italia / Usa, 110‘ Andreï Schtakleff, Jonathan Le Fourn - L’Exil et le royaume – Francia, 165‘ Emily Tang - Wanmei Shenhuo (Perfect Life) – Cina / Hong Kong, 97’ Tariq Tapa - Zero Bridge – India / Usa, 96’
Orizzonti - Eventi
Laura Angiulli - Verso Est – Italia / Bosnia Erzegovina, 70‘ Pietro Balla, Monica Repetto - ThyssenKrupp Blues – Italia, 73’ Mimmo Calopresti - La fabbrica dei tedeschi – Italia, 90‘ Daniele Di Biasio - Soltanto un nome nei titoli di testa – Italia, 52’ Carlo Di Carlo - Antonioni su Antonioni – Italia, 55’ Antonello Sarno, Steve Della Casa - Venezia ‘68 – Italia, 39’ Matt Tyrnauer - Valentino: The Last Emperor – Usa, 96’
E' online il numerosette (luglio/agosto 2008) della rivista digitale Rapporto Confidenziale (http://confidenziale.wordpress.com/). Un numero "doppio", per congedarci prima delle meritate vacanze. Da segnalare lo speciale su Abel Ferrara, il reportage dal Volcano Film Festival, oltre alla consueta mole di recensioni ed approfondimenti. Contribuiamo con qualche review e due "mini-saggi".
Vi rimando al blog della rivista per il sommario completo. Il comandamento è sempre lo stesso:
Diffondete, diffondete, diffondete...
# Versione alta qualità (13,4 MB) # Versione bassa qualità (5,5 MB)
da questo mese "sfogliabile" anche online a questo indirizzo.
A settembre!

Nella rete del serial killer (Untraceable) Gregory Hoblit, 2008 (Usa), 100’
uscita italiana: 1 agosto 2008
In una intervista piuttosto recente, rilasciata a Sky Cinema in concomitanza con la prima del suo Redacted, il maestro Brian De Palma, accigliato e un po’ supponente, faceva notare alla sua interlocutrice che ormai nel cinema thriller c’è ben poco da inventare: girare un film di quel genere è diventato quasi noioso, scontato. Pronunciata da colui che, nei primi anni ottanta, rivitalizzò il modo di dirigerli quei film, con una serie di opere memorabili ( Blow Out, Vestito per uccidere, Omicidio a luci rosse, tanto per fare qualche nome) questa pessimistica previsione può essere considerata non priva di un qualche fondamento.
In realtà la situazione non è poi così nera, ma certamente il processo (che sembra inarrestabile) di deriva del thriller verso una ibridazione con horror-splatter e grand guignol sta nocendo enormemente al genere.
Gregory Hoblit ( Schegge di Paura) osa fare quasi di peggio: miscelare una sorta di Saw poco coraggioso con massicce dosi di qualunquismo, degne del miglior talk show condotto da Massimo Giletti. Il risultato è il suo Untraceable, un modesto thriller innalzato sopra il limite della decenza solo dalla convincente interpretazione di Diane Lane.
In quel di Portland uno psicopatico (Joseph Cross) si diverte a torturare in streaming su internet prima animali e poi uomini, lasciando al voyeurismo degli americani ogni colpa delle sue nefandezze. Le uccisioni risultano infatti tanto più veloci quanti più utenti sono online a guardarle.
Alla specialista dell’FBI Marsh (Diane Lane), vedova con prole, spetta il compito di fermare il capacissimo killer, barcamenandosi tra IP, gateway e paroloni simili.
Sin dalle primissime scene è palese l’attaccamento (un po’ morboso) di Hoblit e della sua allegra compagnia nei confronti di ogni cliché del genere, anche quelli più beceri e scontati.
Mentre gli si perdona il montaggio decisamente “furbo” delle prime sequenze – un click sul computer che diventa una porta sfondata, con tanto di salterello sulla poltrona per l’ignaro spettatore – proprio non si può fare a meno di notare come, da quell’istante in poi, ogni svolta della trama ed ogni artificio usato siano quanto di più scontato e banale ci si potesse aspettare.
Il papocchio inizia dalla fotografia (di Anastas Michos), che fa un criminale uso dell’oscurità in modo continuato e fastidioso, e termina in quasi tutte le scelte stilistiche di Hoblit, colpevole di non riuscire ad ottenere pathos neanche nel confronto finale – forse perché ben prevedibile sin dal primo minuto del film.
La scelta di rivelare le sembianze del killer neanche a metà pellicola è poi quantomeno discutibile: oltre a non essere utile allo sviluppo narrativo in alcun modo, la mancanza del classico meccanismo del whodunit fa svanire anche gli ultimi barlumi di interesse nei confronti della storia – eppure c’è voluto un notevole trust di cervelli per scriverla, ben tre autori.
Come detto, la sola a salvarsi è Diane Lane, brava a trarre dall’ennesimo cliché ambulante (la donna resa vedova dalla morte in servizio dell’eroico marito poliziotto, con figlia minacciata dal cattivone di turno) qualche aspetto interessante e credibile.
Vero tocco di classe è senza dubbio il qualunquismo strisciante che permea tutto il film, quella sottile (ma mica tanto) critica al macabro voyeurismo degli utenti della Rete oltre che agli scarsissimi mezzi a disposizione per controllarlo. Peccato che poi sia la stessa opera di Hoblit a risultare un esempio emblematico di quel gusto per l’orrido così strenuamente osteggiato, con corpi decomposti, mutilati, sciolti nell’acido.
Assecondando le tesi dello psicopatico protagonista, il fatto che Untraceable sia finito nelle sale cinematografiche è soprattutto colpa di chi lo andrà a vedere.
Nel mio piccolo, chiedo scusa al mondo.
Demagogico.
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