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Gomorra(Gomorra)Matteo Garrone, 2008 (Italia), 135’ uscita italiana: 16 maggio 2008 voto su C.C. 
Purtroppo, subito prima dei titoli di coda, non appare la solita dicitura “ogni riferimento a fatti o persone esistenti è puramente casuale”. Gomorra è un pugno nello stomaco che colpisce con forza: Garrone sceglie di non nascondere nulla allo spettatore, con una camera sempre pronta e in movimento, che segue da vicino lo svolgimento dell’azione.
Prendendo le mosse dall’omonimo libro di Roberto Saviano (ma certo non tentando di esserne una copia su celluloide), il film ci propone diverse storie di ordinario degrado, ambientate nell’hinterland napoletano, che hanno come comun denominatore solo la stretta soffocante della criminalità.
Ci sono le prime “esperienze” di alcuni ragazzini con il sistema – da cani sciolti o da inconsapevoli pedine di una sanguinosa guerriglia –, c’è lo spietato camorrista in giacca e cravatta (Toni Servillo), che violenta la sua terra riempiendola di ogni genere di rifiuto tossico (rigorosamente importato dalla legalitaria Padania), c’è il povero sarto (Salvatore Cantalupo) che vede frustrata ogni ambizione e buttato al vento tutto il suo incredibile talento, a causa di un sistema che lo schiavizza. E c’è infine il tapino porta-buste (Gianfelice Imparato), una vita trascorsa al servizio del clan, che si ritrova in mezzo ad una guerra che non vuole – e non ha il coraggio – di combattere, finendo col vendersi a chi può salvargli la vita.
Forse adesso che le Vele di Scampia – gli enormi edifici che sono veri e propri protagonisti di buona parte della narrazione – sono arrivate fino a Cannes, oltre a qualche comparsa in rari programmi di approfondimento tv, la coscienza di qualcuno potrebbe avere un po’ di sano turbamento.
Garrone è abilissimo nel lasciar parlare le immagini e il suono in presa diretta – a farla da padrone canzoni neomelodiche e dialetto partenopeo – senza abusare di facili cliché o di moralismo spiccio.
C’è ben poco di romanzato in ciò che ci viene mostrato, e prendendo spunto da alcune storie riportate da Saviano nel suo romanzo – emblematica quella del sarto – il regista romano riesce a conferire al film una fortissima componente di verosimiglianza, creando una sorta di docu-film.
Tutti gli interpreti sono capacissimi ed in alcuni momenti tolgono il fiato. Su tutti l’ormai prezzemolino Servillo (che interpreta forse il personaggio più disgustoso dell’intero film) e gli ottimi Cantalupo e Imparato.
È proprio dall’episodio che vede come protagonista Servillo che sembra arrivare l’unica apertura verso la speranza di tutta la pellicola, quando il suo “portaborse”, il giovane Roberto (nome probabilmente non casuale) sceglie di abbandonarlo, seppur consapevole di lasciarsi alle spalle un’agiatezza economica che non potrà altrimenti avere. Guardando la sua terra, ben conscio di cosa sta contribuendo a causare, decide di ribellarsi e lasciare da solo Servillo, che gli sputa contro tutto il suo ignobile disprezzo (Non credere di essere meglio di me).
La nostra speranza, invece, è che questo film possa contribuire a mettere sotto la luce dei riflettori tutta una serie di personaggi e contesti che adorano l’ombra dell’indifferenza. E che magari la visione abbia anche fatto vergognare qualche delinquente "insospettabile".
Ma forse stiamo dando al cinema un potere che, purtroppo, non ha. Necessario.

Si è spento ieri, nella sua casa di Los Angeles, Sydney Pollack. Regista (tra gli altri Tre giorni del Condor, Tootsie, Out of Africa, il più recente The Interpreter) di cinema e tv, produttore (oltre quartanta pellicole) e attore, in tanti ruoli, quasi mai in primo piano, ma sempre impeccabile – tra gli ultimi, una parte in Michael Clayton. Facendoci caso, vi capiterà di incontrare il suo volto in tantissimi film che avete amato, magari in ruoli secondari, magari senza farsi notare più di tanto (Eyes Wide Shut). Ci mancherà.
Come da attesa, premiati entrambi i principali film italiani presentati al Festival, Il Divo, di Paolo Sorrentino e Gomorra, di Matteo Garrone (premio e gran premio della giuria). Palma d'Oro a Entres les murs, di Laurent Cantet, film-documentario sulla scuola francese, interpretato da attori non professionisti selezionati tra studenti e professori. Premio per la miglior regia a Nuri Bilge Ceylan per il suo Üç Maymun; mentre quello per la miglior sceneggiatura è andato ai fratelli Dardenne per il loro Le Silence de Lorna. Tra gli attori, premiati Benicio Del Toro (per il film Che) e Sandra Corveloni (Linha de passe).
Ecco l'elenco completo dei premi assegnati:
In Competition (lungometraggi):
Palme d'Or ENTRE LES MURS, di Laurent Cantet
Grand Prix GOMORRA di Matteo Garrone
Prize of the 61st Festival de Cannes ex-aequo Catherine Deneuve per UN CONTE DE NOËL di Arnaud DESPLECHIN Clint Eastwood per THE EXCHANGE
Award for the Best Director ÜÇ MAYMUN (Three Monkeys ) di Nuri Bilge Ceylan
Jury Prize IL DIVO di Paolo Sorrentino
Prix d'interprétation masculine Benicio Del Toro per CHE di Steven SODERBERGH
Best Performance for an Actress Sandra Corveloni per LINHA DE PASSE di Walter SALLES, Daniela THOMAS
Award for the Best Screenplay LE SILENCE DE LORNA di Jean-Pierre et Luc DARDENNE
In Competition (corti):
Palme d'Or MEGATRON di Marian Crisan
Jury Prize JERRYCAN di Julius Avery
Camera d'Or:
HUNGER di Steve McQueen
Mention Spéciale Caméra d'Or VSE UMRUT A JA OSTANUS di Valeria Gaï GUERMANIKA
Un certain regard:
Un Certain Regard Prize TULPAN di Sergey Dvortsevoy
Jury Prize TOKYO SONATA di Kurosawa Kiyoshi
Heart Throb Jury Prize WOLKE 9 di Andreas Drese
The Knockout of Un Certain Regard TYSON di James Toback
Prize of Hope JOHNNY MAD DOG di Jean-Stéphane SAUVAIRE
Cinefondation:
First Cinéfondation Prize HIMNON di Elad Keidan (The Sam Spiegel Film and TV School, Israël)
Second Cinéfondation Prize FORBACH di Claire Burger (La fémis, France)
Third Cinéfondation Prize STOP di Park Jae-ok (The Korean Academy of Film Arts, Corée du Sud) KESTOMERKITSIJÄT di Juho Kuosmanen (University of Art and Design Helsinki, Finlande)

Oxford Murders – Teorema di un delitto (The Oxford Murders) Álex De la Iglesia, 2008 (Francia, Spagna), 110’ uscita italiana: 11 aprile 2008
Nella prima scena di The Oxford Murders assistiamo ad una specie di improbabile flashback in cui un giovanissimo Ludwig Wittgenstein – probabilmente il filosofo più odiato dagli studenti – è intento a scrivere su un suo taccuino alcune elucubrazioni nonostante si trovi in piena trincea, durante una guerra mondiale. Questa sequenza, seguita da un’altra, verbosissima, in cui John Hurt pontifica sulle teorie del prima citato pensatore tedesco, è un po’ l’emblema di un film piuttosto originale, cervellotico quanto basta e discretamente diretto dal panzuto regista spagnolo Álex de la Iglesia – con tanto di laurea in filosofia appesa in ufficio.
Si tratta di un vero e proprio giallo – scene d’azione ridotte ai minimi termini, molteplici sospettati più o meno credibili, qualche coup de théâtre ben congegnato – ambientato, come suggerito dal titolo, in quel di Oxford, dove misteriose morti si sommano intorno al giovane studente Elijah Wood ed al suo mentore Hurt, rinomato e machiavellico professore.
A complicare il tutto ci sono le numerose spasimanti del giovane – Leonor Watling (Parla con lei), Julie Cox – oltre che un enigma da risolvere, banale nella sua complessità.
I colpi di scena sono dietro l’angolo.
Álex de la Iglesia (La Comunidad, Crimen Perfecto), da sempre scambiato, per sembianze e stile al messicano Guillermo Del Toro, dirige con buon gusto e grande intelligenza il suo film – riadattato, partendo dal racconto di Guillermo Martinez, con l’aiuto di Jorge Guerricaechevarría – che appartiene ad un genere sempre più desueto (ahimè): il giallo vecchia maniera.
Nonostante lo script sia un po’ macchinoso ed in alcuni momenti poco convincente, la struttura portante (enigma-sofismi-ambiguità) regge bene e de la Iglesia si dimostra capace di mantenere costante intensità ed interesse. Non manca qualche preziosismo, come l’ottimo piano sequenza che precede il ritrovamento del primo corpo, e più in generale il regista spagnolo sembra a suo agio nel raccontarci questa singolare storia.
Gli si può quindi perdonare il giovane che pensa alla matematica anche mentre gioca a squash, le numerose sequenze con esasperanti speculazioni sul nulla, alcune improbabili e fortunatissime coincidenze oltre a tutte le altre pecche di una sceneggiatura non entusiasmante.
Anche il cast contribuisce alla buona riuscita della pellicola (molto bene Hurt, l’ex hobbit Wood e l'imprescindibile Leonor Watling), insieme ad una interessante atmosfera che caratterizza ogni scena, parzialmente frutto della fotografia giallastra di Kiko de la Rica.
Considerato il genere, fin troppo bistrattato, e l’evidente budget non milionario, possiamo dire che The Oxford Murders è un film più che discreto, che sfrutta appieno – e un po’ nobilita – uno script certamente non entusiasmante.

Quando, nel 1982, ricevette finalmente la sua prima nomination all’Oscar per il suo lavoro nel film Zelig, Gordon Willis si disse «onorato». E dopo una breve pausa aggiunse, non senza una certa dose di sarcasmo: «ma sono anche sorpreso».
Willis avrebbe infatti potuto interpretare tranquillamente per la Academy il ruolo di “uomo invisibile” durante tutti gli anni Settanta: sebbene poco acclamato, il suo lavoro era però ben visibile agli occhi di tutti gli amanti del Cinema. Egli, in quella decade, fu direttore della fotografia di alcuni capolavori assoluti come Il Padrino (parte prima e seconda, 1972-74), Tutti gli uomini del presidente (1976), Io & Annie (1977), Manhattan (1979), solo per citare i più acclamati.
Dieci anni che, per molti, sarebbero valsi un’intera carriera; e sembra davvero incomprensibile il motivo per cui sino al 1982 non abbia potuto vantare neanche una nomination – può consolarlo il fatto di essere stato in ottima compagnia, con Hitchcock e Kubrick, nel club degli snobbati dagli Oscar.
La sua scarsa popolarità durante i seventies può essere, semplicemente, spiegata dal fatto che Willis è stato un eminente rappresentante della contro-cultura hollywoodiana: fu infatti pioniere di un nuovo modo di intendere la fotografia, con rivoluzionarie tecniche visive di narrazione, come la tendenza ad utilizzare, per creare atmosfera, una inedita illuminazione sempre meno marcata – da qui il suo soprannome, The Prince of Darkness. La luce era però libera di esplodere, attraverso una finestra, in tutta la sua lucentezza e luminosità, con immagini sovraesposte e, in generale, conferendo un alterato e particolarissimo stile ad ogni scena.
Willis era a capo di quella nuova ondata di direttori della fotografia che stava cambiando radicalmente la loro arte. Ne Il Padrino, ad esempio, decise di nascondere gli occhi di Marlon Brando, in modo da impedire agli spettatori di comprenderne i suoi reali sentimenti e sensazioni.
«Ancora non mi capacito delle reazioni» disse Brando «le persone si meravigliano: ‘Non riesco a vedere i suoi occhi!’». In effetti gli occhi non sono visibili solo nel dieci percento del film, ma in quei momenti Willis decide, come con uno schioccar di dita, di impedire l’accesso ai pensieri e all’anima del padrino. Una scelta a dir poco rivoluzionaria.
Ma questa non è l’unica caratteristica che rende Willis “diverso” dagli altri operatori hollywoodiani: vive sulla East Coast, dove ha realizzato alcuni dei suoi migliori lavori, ed è convinto che la figura del direttore della fotografia non debba essere solo “di contorno”, ma possa invece ritagliarsi un ruolo da protagonista in un film – Manhattan ne è un clamoroso esempio.
Molti direttori della fotografia della vecchia scuola lo hanno sempre considerato “fortunato”, perché libero di fare scelte estreme che in molti casi sarebbero valse solo un licenziamento… ma il tempo è stato galantuomo, e dopo aver ricevuto il prestigioso premio alla carriera della ASC (American Society of Cinematographers), è stato acclamato come «il miglior direttore della fotografia che lavora in America oggi. Nessuna discussione» [Masters of Light, 1984, Dennis Schaefer, Larry Salvato].
Una opinione soggettiva, certo, ma è indubbio che Willis abbia influenzato significativamente l’arte della fotografia cinematografica, e la sua realizzazione tecnica. Mentre girava Il Padrino, ad esempio, Willis creò una patina dorata divenuta di fatto parte integrante della struttura del film. Insieme ai costumi e all’ostentata ricchezza, l’atmosfera che riuscì ad inventare divenne una efficace metafora visiva per l’epoca in cui il film era ambientato.
Willis non ha mai avuto l’arroganza di sostenere che il “concetto artistico” fosse tutto nella fotografia: il lavoro manuale è la vera base della sua professione. Come egli stesso ha detto: «L’arte viene dal lavoro manuale…per esempio, puoi anche avere un’idea geniale per un dipinto, ma poi, sei in grado di trasformarla, praticamente, in un quadro? Se dici di no, la tua idea è senza valore perché non c’è modo di realizzarla. È la capacità di mettere in pratica le tue idee che ti rende libero».
Willis è letteralmente cresciuto nell’industria cinematografica. Abbandonato presto il fisiologico sogno di divenire un attore, iniziò ad interessarsi alla luce ed al set design. Dopo aver partecipato alla Guerra di Corea, da documentarista embedded, come diremmo oggi, nel 1956 tornò a New York dove iniziò la sua carriera nel fiorente mondo della TV. Tra una pubblicità ed un documentario (esperienze che lo formarono profondamente), il suo talento iniziò ad essere notato, esordendo come direttore della fotografia nel lungometraggio End of the Road (1969).
Questo film fu un vero spartiacque nella sua carriera, tanto che nei successivi tre anni lavorò in ben nove progetti, l’ultimo dei quali fu proprio Il Padrino, di Francis Ford Coppola.
Come affermato dallo stesso Willis: «Gli studenti a volte mi chiedono come ho iniziato, e io gli rispondo che, certo, la fortuna è una fattore importante, ma devi essere in grado di approfittare della tua fortuna…».
Nonostante avesse già realizzato diverse opere interessanti prima de Il Padrino, con quest’ultimo raggiunse le luci della ribalta. La pellicola, che inizialmente avrebbe dovuto solo essere un film d'exploitation ispirato all’opera di Mario Puzo, si trasformò presto, grazie al talento di Coppola, in un capolavoro del cinema tout-court. Un classico.
Willis ottenne la sua seconda nomination all’Oscar proprio grazie alla terza, e sicuramente meno riuscita, parte de Il Padrino (1990), quasi come risarcimento per i mancati riconoscimenti ai primi due film della trilogia. La fotografia infatti fu fedele a quella delle precedenti pellicole, ma l’attesa era enorme, «come chiedere a Michelangelo di riaffrescare la Cappella Sistina».
Per primo Willis aveva cambiato l’uso dei punti di luce e dei contrasti, come nella sequenza che passa dalla briosa, luminosissima scena del matrimonio a quella cupa e minacciosa ambientata all’interno dello studio del padrino, che siede nell’oscurità.
Nella terza parte, utilizzò gli stessi contrasti di luce ed ombra, rendendo la camera spesso uno spettatore immobile dell’azione. Scelse poi di contenere le immagini in uno spazio stretto, utilizzando lenti focali da 40 a 75mm.
Oltre a quella con Coppola, anche la collaborazione con Woody Allen fu decisamente fruttuosa (otto pellicole, tra il 1977 e il 1985). Come dice Willis: «Allen aveva spesso una idea ben precisa, io mi sono solo limitato a realizzarle per lui». Fu infatti di Allen l’idea di girare Manhattan in bianco e nero, mentre Willis lo convinse ad alzare ulteriormente “l’asticella”, girando il film in formato widescreen.
«Il bianco e nero era appropriato. Si tratta di una storia romantica, ambientata nella realtà. La nostra percezione di Manhattan era basata su idee ispirate dalla musica di George Gershwin. Usammo la stessa logica nell’ideare l’atmosfera de Una commedia sexy in una notte di mezza estate. Era una calda luce estiva, per questo la tenemmo piuttosto giallastra».
Oltre a Manhattan, il connubio Allen-Willis produsse altri film (come Zelig e Stardust Memory) in bianco e nero, adeguati per ambientazione e tematiche ad un look âgé.
Willis, che si è ormai “ritirato” dal cinema (L’ombra del diavolo, 1997, è l’ultimo film a cui ha collaborato), oggi insegna tenendo lezioni per giovani aspiranti, ma la sua filosofia è la stessa che aveva definito anni prima, dopo quella famosa nomination all’Oscar: «Abilità manuale ed arte sono inseparabili. Se non stai pensando al perché fai qualcosa, qualcosa di importante sicuramente viene perso nel processo… devi essere consapevole di quale sia la tua idea in ogni ripresa».
Adattamento italiano dell’articolo Willis Receives ASC Lifetime Achievement Award, www.theasc.com.
E' online il numerocinque (maggio 2008) della rivista digitale Rapporto Confidenziale (http://confidenziale.wordpress.com/). Tra i più "voluminosi" di sempre, costato ai masochisti ideatori un lavoraccio immane. Presente anche un nostro contributo, l'approfondimento su Death Proof di Quentin Tarantino.
Vi rimando al blog della rivista per il sommario completo. Il comandamento è sempre lo stesso:
Diffondete, diffondete, diffondete...
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Caccia spietata (Seraphim Falls) David Von Ancken, 2006 (Usa), 116’ uscita italiana: 9 maggio 2008
Un western d’altri tempi.
Seraphim Falls è questo e molto altro: paesaggi mozzafiato, una storia perfetta nella sua estrema semplicità, magistrali interpretazioni e più in generale una notevole cifra stilistica che contraddistingue ogni scena.
La storia è quella di un infinito inseguimento – che dura di fatto per tutto il film – tra due uomini, spietati, distanti, diversi, ma uniti da un comune passato e da terribili ricordi.
L’inseguito (Pierce Brosnan, alla sua migliore interpretazione di sempre) è ferito, perennemente disarmato, privato sistematicamente di mezzi di sostentamento e locomozione, ma riesce feralmente a sopravvivere. L’inseguitore (Liam Neeson, anche lui all’altezza) si accompagna con un gruppo di cacciatori di taglie, che minuto dopo minuto viene decimato dalla estenuante ricerca e, soprattutto, dal pericoloso uomo del quale seguono ogni traccia. Nonostante entrambi sembrino disposti a tutto, diventa presto palese che nessuno dei due, nella “vita precedente”, è stato un delinquente: una ferrea ed ammirevole etica regola ognuna delle loro azioni, anche le più deprecabili. Un aspetto certamente interessante della trama è che lo spettatore ignora per la maggior parte del film il motivo che spinge Neeson a provare tanto odio per quel cacciatore, senza comprendere quale sia precisamente la "parte" dei buoni e quella dei cattivi – sempre che ci siano. Dopo ore, letterali, di inseguimento, diviene inevitabile il confronto finale, una epica resa dei conti dall’esito significativo.
David Von Ancken, al primo vero film dopo tanta esperienza in serial tv e pellicole di poche pretese, compie un piccolo miracolo, dando vita ad un western perfetto (scritto con Abby Everett Jaques): asciutto, cruento, mai banale o noioso.
Il rischio quando si dispone di scenari mozzafiato come quelli sapientemente selezionati da Von Ancken e compagni, è quello di lasciare che prendano il sopravvento, divenendo meravigliosi e immobili protagonisti assoluti della scena. Il regista americano invece, avvalendosi della preziosa collaborazione di un maestro della fotografia come il due volte premio Oscar John Toll (tra gli altri, Braveheart, Vanilla Sky), sfrutta magistralmente gli eterogenei e selvatici paesaggi – che vanno dalle montagne innevate al caldo arido del deserto – come palcoscenico naturale per sequenze memorabili.
Indispensabili in un film del genere sono evidentemente le interpretazioni degli attori, in particolare dei due che di fatto si dividono la scena durante tutta la narrazione. Brosnan e Neeson regalano una grandiosa prova attoriale, entrambi forse al massimo della loro carriera, trasfigurati dalla fatica, dalle ferite, da un passato che li ha segnati profondamente.
Qui entra in gioco l’inevitabile flashback: breve, efficace, poco “invadente”, ma soprattutto chiarificatore; Von Ancken ottiene il massimo anche in questa occasione.
Cameo finale, tra allucinazione e coscienza assopita, per Anjelica Houston, improbabile venditrice di elisir in pieno deserto.
Memorabile la sequenza in cui Brosnan coglie di sorpresa uno degli scagnozzi di Neeson restando in agguato all’interno della carcassa del suo povero, defunto, cavallo.
Il confronto finale, già rimandato in più occasioni durante tutto il film, è significativo, degna conclusione di un western pressoché perfetto.
Mancano i primi piani strettissimi, la sua inimitabile genialità stilistica, ma siamo sicuri che il buon Leone, da lassù, approva.
Epico.

88 Minutes (88 Minutes)
Jon Avnet, 2007 (Germania, Usa), 108’ DVD Release uscita italiana: maggio-giugno 2008
Perlomeno Al Pacino ha solo 88 minuti che gli restano da vivere; lo spettatore, tapino, ne deve invece sopportare 108 di un film scontato come una puntata di Un posto al sole – ma privo dei bellissimi skyline partenopei.
Quella che si cerca di raccontare è la storia di un rinomato e rispettato psichiatra forense (l’immortale Al Pacino, che a dispetto dei quasi quarant’anni di differenza, sembra più aitante di Benjamin McKenzie, redivivo eroino della serie OC), minacciato di morte a poche ore dall’esecuzione capitale di un omicida (Neal McDonough) che aveva contribuito a far condannare.
Una pletora di graziose ragazze (Amy Brenneman, Leelee Sobieski, Alicia Witt) dagli ambigui gusti sessuali e l’agente FBI tuttodiunpezzo William Forsythe completano il quadro.
Meglio non dilungarsi ulteriormente sulla trama del film, che potrebbe essere l’unico motivo utile a giustificarne la visione.
Si tratterebbe di un ibrido tra thriller e action movie, con esplosioni e sparatorie che si alternano a cervellotiche e oziose deduzioni parapsicologiche, ma 88 Minutes risulta essere solo una parodia del genere.
Il regista Jon Avnet (Pomodori verdi fritti alla fermata del treno, L’angolo rosso) riesce in un colpo solo a confermare due assiomi del cinema: che i produttori di professione debbano stare lontani quanto più possibile dalla cinepresa e, soprattutto, che in mancanza di un fantastico regista, la qualità della sceneggiatura è assolutamente decisiva.
Il povero Avnet si trova infatti a dover fare i conti con un plot (scritto da un presunto esperto del genere, Gary Scott Thompson) inconcludente e prevedibile (cosa c’è di peggio per un thriller?) che oltre a non riuscire mai a creare il giusto pathos finisce col divenire addirittura ridicolo, con personaggi palesemente creati come “diversivo-specchio per le allodole” o situazioni con sviluppi a dir poco approssimativi.
Avnet – costretto al ruolo di regista causa il forfeit (comprensibile) di James Foley –, rivestendo i panni del produttore, sceglie di "alzare" il livello dell’opera ingaggiando una star sempre all’altezza come Pacino, oltre ad notevole gruppo di protagoniste femminili, tanto per rendere la cosa più gradevole – e, se possibile, ancora meno verosimile.
Per la distribuzione europea si è scelta la strada del DVD, senza fare manco capolino nei cinema. In America e molto probabilmente anche in Italia (maggio-giugno), si avrà l’onore di “goderselo” su enormi schermi.
Perlomeno così le ragazze si vedranno meglio.
Inutile (e quasi dannoso).
Resi noti i film che saranno presentati alla 61esima edizione del Festival di Cannes. Oroglio italiano per gli attesi Gomorra, di Matteo Garrone e, soprattutto, Il Divo, nuova opera dell'ottimo Paolo Sorrentino. Nella sezione Special Screenings, Marco Tullio Giordana presenterà il suo Sanguepazzo.
Tra gli altri, interesse per i nuovi film di Clint Eastwood, Woody Allen, Steven Soderbergh (quattro ore su Che Guevara, con Benicio Del Toro), Wim Wenders e Steven Spielberg (l'ennesimo Indiana Jones); un occhio anche a Synecdoche, New York, di Charlie Kaufman, con Philip Seymour Hoffman.
Ecco l'elenco completo dei film in rassegna (14-25 maggio):
The competition:
Blindness, di Fernando Meirelles (film d'apertura) Entre les murs, di Laurent Cantet Üç Maymun (Three Monkeys), di Nuri Bilge Ceylan Le silence de Lorna (Lorna's Silence), di Jean-Pierre et Luc Dardenne Un conte de Noel (A Christmas Tale), di Arnaud Desplechin Changeling, di Clint Eastwood Adoration, di Atom Egoyan Waltz with Bashir, di Ari Folman La frontiére de l'aube (Frontier of dawn), Philippe Garrel Gomorra (Gomorrah), di Matteo Garrone Two Lovers, di James Gray Er shi si cheng ji (24 city), di Jia Zhangke Synecdoche, New York, di Charlie Kaufman My magic, Eric Khoo La mujer sin cabeza (The headless woman), di Lucrecia Martel Serbis, di Brillante Mendoza Delta, di Kornel Mundruczo Linha de passe, di Daniela Thomas, Walter Salles Che, di Steven Soderbergh Il Divo, di Paolo Sorrentino Leonera, di Pablo Trapero Palermo Shooting, di Wim Wenders What just happened?, di Barry Levinson (film di chiusura)
Un certain regard:
Hunger, di Steve McQueen (film d'apertura) Tokyo!, di Bong Joon Ho, Michel Gondry, Leos Carax Afterschool, di Antonio Campos Ting che (Parking), di Chung Mong-Hong Soi cowboy, di Thomas Clay La vie moderne (The modern life), di Raymond Depardon Wolke 9 (Cloud 9), di Andreas Dresen Tulpan, di Sergey Dvortsevoy Los bastardos, di Amat Escalante Je veux voir, di Joana Hadjthomas, Khalil Joreige O' horten, di Bent Hamer Milh hadha al-bahr (Salt of this sea), di Annemarie Jacir Tokyo sonata, Kurosawa Kiyoshi Ocean flame, di Liu Fen Dou A festa da menina morta (The dead girl's feast), di Matheus Nachtergaele De ofrivilliga (Involuntary), di Ruben Ostlund Wendy e Lucy, di Kelly Reichardt Johnny mad dog, di Jean-Stephane Sauvaire Versailles, di Pierre Schoeller Tyson, di James Toback
Fuori concorso:
Vicky Cristina Barcelona, di Woody Allen The good, the bad, the weird, di Kim Jee-woon Kung fu panda, di Mark Osborne, John Stevenson Indiana Jones and the Kingdom of the Crystal Skull, di Steven Spielberg
Midnight Screenings
Maradona by Kusturica, di Emir Kusturica Surveillance, di Jennifer Lynch The chaser, di Na Hong-Jin
Special Screenings:
Of time and the city, di Terence Davies Chelsea on the rocks, di Abel Ferrara Sanguepazzo, di Marco Tullio Giordana C'est dur d'etre aimé par des cons, di Daniel Leconte Ashes of time redux, Wong Kar Wai Roman Polansky: wanted and desired, di Marina Zenovich
The Jury President's Screening:
The third wave, di Alison Thompson
Esce oggi nelle sale italiane Il treno per Darjeeling, film presentato all'ultimo Festival di Venezia. Vi riproponiamo la nostra recensione, pubblicata in anteprima qualche tempo fa:
Il treno per Darjeeling (The Darjeeling Limited) Wes Anderson, 2007 (Usa), 91’
Di Anderson in Anderson. Dopo aver parlato, pochi giorni fa, del capolavoro di Paul Thomas (There Will Be Blood) siamo di fronte all’omonimo geniale cineasta americano, Wes, che con l’ormai fidata truppa di amici e compagni di ventura (Roman Coppola, Owen Wilson, Jason Schwartzman, Anjelica Houston) mette in scena un’altra perla delle sue, piena di stile, sottile ironia e meravigliose ambientazioni
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