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 Clouzot... di Emanuele P.
 
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Un critico che mi parla di verosimiglianza è una persona senza immaginazione.

Alfred Hitchcock
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
a cura di Emanuele P. (del 28/03/2008 @ 23:23:46, in Al Cinema, linkato 2937 volte)

Un bacio romantico – My Blueberry Nights
(My Blueberry Nights)
Wong Kar-wai, 2007 (Francia, Cina, Hong Kong), 111’
uscita italiana: 28 marzo 2008
voto su C.C.
 
Quando si dice: tutto stile e niente contenuto. Il nuovo film di Wong Kar-wai, primo scritto e recitato in inglese, è un superbo esercizio di stile reso noioso e a tratti quasi irritante dall’ampollosità di una sceneggiatura (alla cui stesura ha partecipato anche Lawrence Block) che punta tutto su infiniti ed allusivi dialoghi oltre che sullo svolgimento lineare e “circolare”, con un viaggio di presunta maturazione che inizia a finisce nello stesso posto, davanti alla stessa torta di mirtilli (blueberry).
Si tratta infatti del pellegrinaggio di una mite ed ingenua ragazza (Norah Jones, convincente l’esordio come attrice) che dopo aver rotto con il fidanzato fedifrago, decide di cambiare vita girando per il paese. Ma né il tragico incontro con la coppia in crisi David Strathairn-Rachel Weisz, né quello con l’abbagliante e controversa pokerista Natalie Portman, riusciranno a chiarirle le idee più della platonica relazione con il gestore di una caffetteria, Jude Law. Il viaggio della Jones inizia e finisce proprio nel suo locale, dove tornerà (forse) più matura, pronta a giustificare il titolo scelto per la distribuzione italiana.
 
La cifra stilistica di Wong Kar-wai (In the Mood for Love) è notevolissima: magistrale uso della camera, scorci degni di un quadro impressionista – colti grazie alla ispirata fotografia di Darius Khondji –, grande attenzione nel costruire in modo ambiguo ed accattivante alcune situazioni.
Tutto questa abbondanza viene però in parte rovinata da una storia che non regge, a causa del discutibile filo conduttore che la percorre e soprattutto di una, a momenti, stucchevole retorica del paesaggio americano, tutto cadillac, diners e torte di frutta.
I dialoghi sono ridondanti e spesso al limite del tedioso – vedi quello tra la Weisz e Norah Jones circa a metà del film –, incastonati in situazioni da (citando l’ottimo Valerio Caprara, critico de Il Mattino) «compitino melò» poco convincente.
Le magistrali interpretazioni dei protagonisti contribuiscono, con lo stile, a mantenere comunque alto il livello della pellicola; in particolare spicca quella di Natalie Portman: il film si illumina al momento della sua comparsa, e l’ “episodio” che la vede protagonista è senza dubbio il più convincente dell’ora e mezza di proiezione.
Tra uno sbadiglio e l’altro (potrebbero scappare), non si deve fare a meno di concedere uno sguardo ammiratissimo a My Blueberry Nights, controversa ma affascinante opera di un cineasta dall’indiscutibile talento.
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a cura di Emanuele P. (del 24/03/2008 @ 09:00:54, in Sentieri Selvaggi, linkato 6069 volte)

Apri gli occhi
(Abre los ojos)
Alejandro Amenábar, 1997 (Francia, Spagna), 117'

Vanilla Sky
(Vanilla Sky)
Cameron Crowe, 2001 (Usa), 120'

Premessa: il testo contiene spoiler più o meno gratuiti riguardo passaggi chiave della vicenda. È consigliato a chi non avesse ancora visto i film di interrompere la lettura, provvedendo prima a colmare la lacuna – e preferendo rigorosamente l’originale spagnolo.
 
Quando Tom Cruise vide per la prima volta il film spagnolo Abre Los Ojos, di Alejandro Amenábar, rimase folgorato. In parte da una giovane attrice (Penelope Cruz), che avrebbe avuto modo di conoscere biblicamente in seguito, proprio durante le riprese del “suo” remake; ma soprattutto fu travolto dalla bellezza e dalla originalità del soggetto, magistralmente scritto – con la collaborazione di Mateo Gil – e diretto da un promettentissimo regista spagnolo, divenuto poi celebre anche in America grazie al suo successivo capolavoro, Mar adentro (Mare Dentro).
Reclutando una truppa di conniventi “professionisti” del cinema americano, Cruise decise di girare un remake di quel film, a pochi anni (1997-2001) dall’uscita della pellicola in Spagna. Fu scelto come regista il manipolabile Cameron Crowe e si optò per un cast di “nomi” da proporre in pasto al botteghino – Cameron Diaz, Kurt Russell, oltre allo stesso Cruise e alla rediviva Penelope Cruz, a cui fu affidato lo stesso ruolo interpretato nell’originale.
Il risultato, come accade per la maggior parte dei remake copia-incolla, è un film sbiadito, poco incisivo, che fatica enormemente a reggere il paragone con il “genitore” spagnolo, causa soprattutto interpretazioni al limite della decenza e una inguaribile tendenza all’americanismo, nell’accezione più negativa del termine.
 
La storia.
Un rampollo di ottima famiglia (Eduardo Noriega/Tom Cruise), ricco, piacente e sicuro di sé rimane sfigurato in seguito all’incidente d’auto causato da una fidanzata respinta e gelosa (Najwa Nimri/Cameron Diaz). Il giovane aveva infatti conosciuto il giorno prima una ingenua e bellissima ragazza (Penelope Cruz in entrambe le versioni), di cui si era probabilmente innamorato, tanto da essere disposto a strapparla all’amico del cuore (Fele Martínez/Jason Lee).
Depresso dal suo terribile aspetto – è costretto dai medici ad indossare una “maschera neutra”, stile Fantasma dell’Opera, per celare il viso deforme – oltre che dal radicale cambiamento di tutti i suoi rapporti sociali, il ragazzo decide di suicidarsi, premurandosi però di firmare prima il contratto con una fantomatica società di criogenizzazione. Il suo obbiettivo è farsi congelare, restando in questo stato sospeso fintanto che la medicina non abbia sviluppato tecniche adeguate per curarlo, permettendogli la vita normale che gli era stata tolta. Ma questo fantascientifico processo prevede la possibilità che il suo “sogno” – in cui il subconscio resterà immerso durante i lustri di congelamento – divenga un tremendo incubo, una vita senza felicità e con mille dolori. Una vita in cui è capace di uccidere la donna che (forse?) ha amato. E per fortuna c’è sempre un supporto tecnologico cui rivolgersi per ritornare alla realtà, qualunque essa sia diventata.
 
Questione di stile.
Proposta così, in ordine più o meno cronologico e da spettatore “onnisciente”, la trama potrebbe sembrare – citando il ragionier Fantozzi – una boiata pazzesca.
La vera forza di Amenábar è riuscire a costruire con grandissima attenzione la struttura portante del film, fatta di continui passaggi dal sogno alla realtà, in modo da mantenere sempre plausibile ogni scena senza quindi anticipare lo spiazzante coupe de théâtre finale.
In alcune sequenze il regista spagnolo mette in evidenza il suo grandissimo talento visivo, con colori accecanti e sapienti movimenti di camera. Vero emblema è quella ambientata in un locale, in cui Noriega, indossando al contrario la maschera, sembra essere un mitologico mostro bifronte che avanza incerto nell’ipnotico turbinio di luci e musica – sequenza che deve essere stata un incubo per l’ottimo direttore della fotografia, Hans Burman.
Crowe sceglie invece la strada dell’americanata, proponendo piccoli ma significativi cambiamenti anche alla stessa trama. Cambia il settore d’impiego del rampollo in uno che sia più modaiolo – da ristoratore a direttore di rivista patinata –, inserisce qualche interessante particolare per rinforzare alcuni momenti della narrazione – il neo della Cruz – e in generale tenta in tutti i modi di calare una pesante patina hollywoodiana sulla storia di Amenábar e Gil.
La missione sembra essere quella di riproporre il più pedissequamente possibile le sequenze dell’originale, cambiandone “semplicemente” interpreti e location, oltre alla mano del regista. Ed il problema è proprio questo: sono quegli interpreti, quelle location, quella fotografia e più in generale la cifra stilistica di Amenábar e soci a fare la differenza tra mediocre blockbuster e capolavoro di genere. Crowe si affida ad un cast ai limiti della decenza (date un film a Cruise e alla Diaz e lo vedrete presto rovinato) e riscrive in parte lo script eliminando sequenze davvero significative, come quella del primo incontro dopo l’incidente tra il ragazzo e la sua amata – nell’originale non è una spocchiosa ballerina ma un’artista di strada, un mimo per la precisione –, che il regista spagnolo aveva genialmente proposto sotto una torrenziale pioggia, che lentamente scioglie il trucco della Cruz mentre questa fatica a riconoscere il viso deforme del giovane, incontrato ormai tanto tempo prima.
L’unico, vero, piano su cui il film americano è migliore rispetto a quello spagnolo è la scelta della soundtrack. Forse anche grazie ad un budget decisamente superiore, che permetteva di pagare royalties salatissime di canzoni come Vanilla Sky firmata da Paul McCartney, la pellicola di Crowe è continuamente punteggiata da bellissime melodie, selezionate con ottimo gusto e sempre puntuali nella narrazione. La colonna sonora di Abre Los Ojos (composta dal tuttofare Amenábar insieme a Mariano Marín) è comunque tutt’altro che sgradevole, ma molto meno parte fondante del film. A dominare sono le immagini e le ispiratissime interpretazioni.
 
Si tratta insomma di un KO netto, un trionfo su tutta (o quasi) la linea per la pellicola spagnola, vera perla troppo spesso dimenticata. C’è tanto, ottimo, cinema europeo che viene spesso oscurato da mediocri produzioni americane. Cruise in parte contribuisce allo scempio, ma allo stesso tempo fa utilissima propaganda ad un film che altrimenti sarebbe facilmente scivolato nell'oblio.
 
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a cura di Emanuele P. (del 18/03/2008 @ 08:14:30, in Al Cinema, linkato 2626 volte)

I padroni della notte
(We Own the Night)
James Gray, 2007 (Usa), 117’
uscita italiana: 14 marzo 2008
voto su C.C.
 
Alcune scene valgono un intero film.
Circa a metà di We Own the Night assistiamo a uno straordinario inseguimento-sparatoria, sotto l’incessante e torrenziale pioggia che, insieme a un sapiente uso della camera, conferisce alla sequenza un inaspettato vigore e grandissimo impatto visivo. Si tratta dell’emblema del film, una storia non particolarmente originale ma raccontata in modo così convincente da nobilitare l’intera opera.
 
I fratelli Robert (Joaquin Phoenix) e Joseph (Mark Wahlberg), uniti dal sangue ma separati dalla vita, hanno reagito in modo molto diverso alla presenza di un integerrimo e pluridecorato padre (Robert Duvall) nella loro infanzia. Mentre il secondo ha scelto di seguirne le orme, divenendo capitano della NYPD, il primo, ruspante e ribelle, ha deciso di intraprendere una discutibile carriera da gestore di night club. Sotto la pesante influenza della mafia russa, Robert vive ed agisce come uno qualsiasi dei delinquenti che il fratello e il padre combattono da sempre, accompagnato dalla avvenente fidanzata Amada (Eva Mendes, wow). Quando i due mondi collidono – un narcotrafficante russo guerreggia contro l’intera polizia di New York, attentando alla vita di Joseph e uccidendo il loro padre – il figliol prodigo Robert sceglierà di schierarsi col fratello, dalla parte dei “buoni”.
 
James Gray torna ancora una volta sul luogo del delitto. Come già nelle sue due precedenti opere, Little Odessa e The Yards, si rivela a suo agio nel raccontare la onnipresente mafia dell’est, oltre a traumatiche storie di redenzione e riscatto sociale. Con l'opera prima Little Odessa (1994), l’allora giovanissimo regista americano aveva impressionato la critica, ricevendo una pioggia di elogi e numerosi riconoscimenti, tra cui il Leone d’argento a Venezia.
La sensazione è che Gray sia rimasto un po’ intrappolato nelle stesse ambientazioni e nello stesso contesto che aveva contribuito a garantirgli un buon periodo di celebrità, senza il coraggio (o la voglia) di affrontare storie diverse o più originali. Sembra un gran peccato, perché il talento c’è, e We Own the Night ne è chiaro esempio: nonostante uno script non entusiasmante, Gray riesce infatti a trascinare lo spettatore in due godibili ore di buon cinema, nobilitate da sequenze davvero molto interessanti – oltre alla già citata scena dell’inseguimento, merita una citazione anche quella finale, ambientata in uno sterminato campo di grano.
Gli interpreti sono validissimi (Duvall su tutti) e conferiscono ottimo impatto emotivo a una storia dal non particolarmente originale sviluppo – contrasto, tragedia, redenzione. Interessante la metamorfosi del personaggio interpretato da Phoenix, che occupa l’intero film, e il suo rapporto-scontro con padre e fratello, così distanti all’apparenza ma a cui in realtà è profondamente legato.

Si tratta insomma di una mezza occasione sprecata, del talento di un regista che rischia di sfiorire senza trovare brillante compimento. Ma c’è ancora speranza – magari con la sua prossima opera, in produzione, che sembra dall’ambientazione finalmente diversa: quando si ha talento, il resto diviene più facile.

La frase.
«I don't need any more guns in my life, that's for sure.
But you should have one to be safe.
It's better to be judged by twelve than carried by six.»
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a cura di Emanuele P. (del 14/03/2008 @ 08:59:09, in Al Cinema, linkato 1818 volte)
Esce oggi nelle sale italiane Onora il padre e la madre - Before the Devil Knows You're Dead, il nuovo film di Sidney Lumet presentato in anteprima al RomaFilmFest.
Vi riproponiamo la nostra recensione:

Onora il padre e la madre
(Before the Devil Knows You’re Dead)
Sidney Lumet, 2007 (Usa), 123’
anteprima italiana: 22 ottobre 2007 (RomaFilmFest)
 
L’ormai ottantatreenne Sidney Lumet, autore di capolavori come 12 angry man, Serpico, Quel pomeriggio di un giorno da cani, ha raggiunto un momento della carriera in cui può permettersi di osare con i suoi film, libero da ogni remora o pressione dei distributori.

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a cura di Emanuele P. (del 10/03/2008 @ 09:15:03, in Anteprime, linkato 3610 volte)

Il treno per Darjeeling
(The Darjeeling Limited)
Wes Anderson, 2007 (Usa), 91’
anteprima italiana: 3 settembre 2007 (Festival di Venezia)
uscita italiana: 30 aprile 2008
voto su C.C.

Di Anderson in Anderson. Dopo aver parlato, pochi giorni fa, del capolavoro di Paul Thomas (There Will Be Blood) siamo di fronte all’omonimo geniale cineasta americano, Wes, che con l’ormai fidata truppa di amici e compagni di ventura (Roman Coppola, Owen Wilson, Jason Schwartzman, Anjelica Houston) mette in scena un’altra perla delle sue, piena di stile, sottile ironia e meravigliose ambientazioni. Dopo I Tenenbaum e Le Avventure Acquatiche di Steve Zissou, l’ottimo Wes sceglie di mantenere parte del suo cast preferito (c’è anche un cameo per Bill Murray, che “apre” il film) e trasferirsi nella mistica India. Il risultato è una delle sue opere più riuscite.
 
I fratelli Whiteman, Francis (Owen Wilson), Peter (Adrien Brody) e Jack (Jason Schwartzman, cantante fallito, tra gli autori dello script), intraprendono un viaggio spirituale attraverso l’India per provare a ricucire il loro rapporto, che negli anni si è deteriorato. La traumatica morte del padre e la fuga della madre – divenuta una asceta e vera causa del viaggio – hanno spinto infatti i tre fratelli a separarsi, finendo col non avere più fiducia l’uno nell’altro. A bordo del fatiscente e pittoresco Darjeeling Limited ed in giro per l’India i Whiteman vivono una serie di avventure ed esperienze assurde che li condurranno a raggiungere la sfuggente madre (Anjelica Houston) e infine a ritrovare il perduto feeling.
 
Il cinema di Wes Anderson è assolutamente caratteristico: il singolare gusto per le ambientazioni e per ogni altro minimo particolare (meravigliosi i costumi della nostra Milena Canonero); le storie surreali, quasi fiabesche, ironiche ma mai prive di una certa di malinconia; le interpretazioni sopra le righe dei protagonisti, sono il comune fil rouge che collega tutte le sue originalissime opere.
The Darjeeling Limited (no comment per il titolo italiano…) è l’esasperazione di questo stile, una specie di opera d’arte post moderna che quasi si allontana dal cinema come siamo abituati a concepirlo.
Come ne Le Avventure Acquatiche di Steve Zissou, Anderson si diverte a costruire uno straordinario mezzo di trasporto-palcoscenico su cui far recitare i suoi protagonisti: il Darjeeling Limited non è meno bizzarro ed articolato del sottomarino che ha come capitano Bill “Cousteau” Murray. E il giovane regista utilizza ogni occasione per mostrarcene tutti gli angoli, ogni curatissimo dettaglio – buon esempio la carrellata-sogno a cui assistiamo durante la comunicazione “muta” tra i fratelli e la rediviva madre, in cui possiamo scorgere tra i diversi mini-set oltre al già citato Murray anche Natalie Portman, protagonista con Schwartzman del corto/prologo Hotel Chevalier, proiettato prima del film.
Accompagnati da una immancabile vagonata di valigie griffatissime – appartenute al defunto padre – i fratelli viaggiano in lungo e in largo per l’India, mostrandoci scorci meravigliosi e cordialissimi indigeni. Anderson muove la camera magistralmente, fa uso continuo dello zoom e adopera con saggezza il sempre “pericoloso” effetto slow motion. Accompagnato da un altro fidato collaboratore (il direttore della fotografia Robert Yeoman) e da squadre di capacissimi scenografi-carpentieri e set designer, l’ottimo Wes riesce a costruire le consuete originalissime ambientazioni, esotiche e stilizzate.
Anche la soundtrack è molto ricercata, e vive grazie all'ipod munito di casse perennemente portato a spasso da Schwartzman (già autore della canzone-sigla del telefilm OC, per cui andrà all'inferno).
I tre protagonisti stanno bene al gioco e ci regalano alcuni siparietti davvero esilaranti – come la loro mania per i medicinali indiani, che si scambiano e utilizzano in continuazione o la perenne lite sul possesso degli averi, materialissimi, del padre – coinvolti in discorsi spesso assurdi o incredibilmente infantili.
Anderson, semplicemente unico nel suo genere, è uno di quei registi da tutto o niente: o lo ami, o lo odi. Noi lo adoriamo.
Imperdibile.
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a cura di Emanuele P. (del 08/03/2008 @ 15:39:02, in Contenuti Speciali, linkato 1552 volte)

E' online il numerotre (marzo 2008) della rivista digitale Rapporto Confidenziale (http://confidenziale.wordpress.com/).
Tanti, tanti, tanti contenuti, e come al solito un gran lavoro dietro. Nel nostro piccolo abbiamo contribuito con qualche recensione e l'approfondimento sul serial tv Dexter.
Vi rimando al blog della rivista per il sommario completo.

Diffondete, diffondete, diffondete...

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a cura di Emanuele P. (del 07/03/2008 @ 08:01:07, in Al Cinema, linkato 2522 volte)

Il Petroliere
(There Will Be Blood)
Paul Thomas Anderson, 2007 (Usa), 158’
uscita italiana: 15 febbraio 2008
voto su C.C.

Nei primi venti minuti di There Will Be Blood non c’è spazio per le parole.
Un’epica colonna sonora sostiene meravigliose immagini dalla forza travolgente, che hanno echi, neanche tanto lontani, di kubrickiana memoria. Prima nel buio pesto di una cava, quindi nell’abbagliante luminosità del deserto. C’è la genesi del capitalismo moderno, l’intuizione del valore di un “nuovo” oro: quello nero e viscido che viene dalle profondità della terra; per estrarlo ogni rischio è accettabile, i corpi degli uomini sono fusi con la terra e con il fango.
Solo quel genio naif che risponde al nome di Paul Thomas Anderson (Boogie Nights, Magnolia) poteva dare vita a questo spiazzante film: crudo, cruento, spettacolare, visivamente appagante ma al tempo stesso così distante dal resto del cinema a cui siamo tutti abituati. Una specie di albero della cuccagna per noi cinefili con la puzza sotto il naso.
 
Il cercatore d’argento Daniel Plainview (uno strepitoso Daniel Day Lewis) ha una geniale intuizione: capisce infatti che la terra può offrire qualcosa di più remunerativo di qualche pagliuzza incastonata in una pietra, qualcosa che con un po’ di intelligenza ed ambizione può far diventare presto ricchissimi. Siamo agli inizi del novecento, e quel qualcosa è il petrolio. Diviene quindi un oil man (o petroliere, quasi giustificando il titolo italiano) e, accompagnato dal figliastro di cui conosceremo solo le iniziali, HW (Dillon Freasier), gira i deserti americani in cerca di terreni da trivellare. Grazie alla soffiata di un giovane (Paul Dano, che interpreta anche il pastore d’anime Ely, alter ego di Plainview), il petroliere mette le mani su diversi appezzamenti strategici, con i quali diventa presto milionario. Ma la tragedia che coinvolge il figlio, diventato sordo in un incidente, oltre alla sua natura tremendamente misantropa – che prende sempre più il sopravvento – , condurranno il nostro uomo del petrolio ad una fine miserabile.
 
Lo stile di Anderson convince appieno: accompagnata dalla quasi costante colonna sonora di Jonny Greenwood, la narrazione procede vitale e ridondante, fondata sulla magistrale interpretazione di Day Lewis che condivide col regista americano, oltre al nome “triplo”, una grandissima dedizione ed innegabile talento.
Lo script, parzialmente tratto dal romanzo Oil! di Upton Sinclair, è reinventato dallo stesso Anderson, che si concede anche alcune provocazioni d’autore come l’utilizzo di un solo attore (l’ottimo Paul Dano) per interpretare il ruolo dei due fratelli Sunday – provocazione che complica un po’ l’approccio con la storia, contribuendo a rendere piuttosto confusi i primi minuti della pellicola.
Il personaggio di Day Lewis (che perde qualcosa con lo sbiadito doppiaggio italiano), addirittura più estremo del pastore combattente interpretato in Gangs of New York, è spaventoso ma estremamente carismatico, con la sua crescente follia che esplode nella grandguignolesca sequenza finale – ambientata nella pista da bowling che Plainview si è fatto costruire in casa – in cui assistiamo all'ultimo confronto con il machiavellico pastore Ely.
Da menzionare la fotografia di Robert Elswit, perfetta in condizioni estreme (luce assente o sin troppo presente) e l’accuratissimo contrappunto sonoro che caratterizza ogni scena – i rumori, le esplosioni, gli assordanti momenti di assoluto silenzio.
Un altro capolavoro (dopo quello dei fratelli Coen) che entra di diritto tra i migliori film degli ultimi anni – e non solo…
Visionario.
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a cura di Emanuele P. (del 03/03/2008 @ 12:10:58, in Amarcord, linkato 1775 volte)

La ragazza del lago
(La ragazza del lago)
Andrea Molaioli, Italia (2006), 95’
 
L’esordio alla regia da solista di Andrea Molaioli (scuola morettiana, già assistente in Palombella Rossa, Caro Diario, Aprile, La stanza del figlio) segue la strada del “nuovo” cinema italiano giallo-thriller che, orfano di una particolare genialità visiva, propone storie ben confezionate e dirette con precisione.
 
Nella ormai consueta provincia del nord-est, un apparentemente inspiegabile delitto sconvolge la tranquilla routine del paese. Viene infatti ritrovato sulle rive di un lago il corpo senza vita di una ragazza (Alessia Piovan), ex campionessa di hockey dal futuro promettente.
Il commissario Sanzio (Toni Servillo, una garanzia) indaga sulla vicenda.
 
Considerato il tema e il periodo d’uscita, viene quasi spontaneo paragonare il film di Molaioli con quello presentato all’ultimo RomaFilmFest da Carlo Mazzacurati, La giusta distanza. Le due pellicole infatti condividono in parte l’ambientazione (una sonnacchiosa provincia, un po’ bigotta, un po’ xenofoba) e la tendenza a costruire capri espiatori fittizi ad hoc per la fantasia degli spettatori poco avvezzi al genere. Mentre Mazzacurati pone la lente d’ingrandimento sulla questione dell’integrazione (il suo lupo cattivo è un extracomunitario) e risolve la storia con quasi affrettata frenesia, Molaioli sembra non aver paura di dilatare, fin troppo, le sequenze e i silenzi.
Toni Servillo, dalla flemma ben nota (vedi il ragionier Titta di Girolamo ne Le conseguenze dell’amore), è perfetto interprete di questo personaggio quasi “televisivo”, burbero ma pieno di umanità, esperto e mai avventato.
Il film finisce però col rallentare sin quasi a fermarsi troppe volte, e lo stesso Molaioli indugia colpevolmente più del dovuto in movimenti di camera ripetitivi e quasi fastidiosi – già detesto l’effetto giro-giro-tondo; ma il giovane regista romano esagera riproponendolo decine di volte solo nella prima mezz’ora della pellicola.
Detto questo, si deve affermare che la storia, tratta dal libro di Karin Fossum e riadattata da Sandro Petraglia e dallo stesso Molaioli, è convincente e tutto sommato ben interpretata da un cast con qualche alto (il già citato Servillo, il cameo di Valeria Golino) e diversi bassi (la madre della bimba che si crede scomparsa nun se po guardà); e che più in generale l’intero film risulta compatto e piuttosto convincente.
Promessa da mantenere
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Pagine: 1


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