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 Leone / 2... di Emanuele P.
 
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La televisione crea l'oblio, il cinema ha sempre creato dei ricordi.

Jean-Luc Godard
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
a cura di Emanuele P. (del 29/02/2008 @ 09:10:57, in Al Cinema, linkato 1811 volte)
Esce oggi nelle sale italiane Rendition - Detenzione illegale, film presentato in anteprima al RomaFilmFest.
Vi riproponiamo la recensione:

Rendition - Detenzione illegale
(Rendition)
Gavin Hood, 2007 (Usa, Sudafrica), 120’
anteprima italiana: 21 ottobre 2007 (RomaFilmFest)

La “extraordinary rendition” è una procedura che comporta la cattura e successiva deportazione...

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a cura di Emanuele P. (del 25/02/2008 @ 12:30:45, in Re per una notte, linkato 2201 volte)

Senza (tante) sorprese il capolavoro dei fratelli Coen, No Country for Old Men si accaparra il maggior numero di Oscar (4), tra cui i più significativi come miglior regia e miglior film.
Solo le briciole all'altro ottimo film del 2007, There Will Be Blood di P.T. Anderson, con due statuette tra cui la prevedibilissima premiazione di Daniel Day Lewis come miglior attore protagonista della stagione cinematografica appena trascorsa.
Sorprendono gli Oscar a Tilda Swinton (unico riconoscimento per Michael Clayton) e Marion Cotillard, molto meno i meritatissimi i premi per Javier Bardem e Diablo Cody, per la meravigliosa sceneggiatura di Juno.
A bocca asciutta gli altri capolavori "in concorso", Eastern Promises, Into the wild e Le scaphandre et le papillon.

Solita parentesi di campanile per segnalare i due Oscar ai nostri conterranei Dario Marianelli (per la colonna sonora di Atonement, già vincitore del Golden Globes) e Dante Ferretti, che insieme a Francesca Lo Schiavo ha trasformato in scenografia le idee di Tim Burton in Sweeney Todd. Si conclude senza la proverbiale "ciliegina sulla torta" l'avventura di Andrea Jublin che con il suo corto Il Supplente, vincitore di un concorso di Sky era riuscito ad arrivare fino alla nomination in quel di Los Angeles.
Ben tre le statuette attribuite a The Bourne Ultimatum (?!?!?!) in categorie tecniche.

Ecco l'elenco completo dei vincitori, qui le nomination.

Performance by an actor in a leading role
Daniel Day-Lewis in “There Will Be Blood”

Performance by an actor in a supporting role
Javier Bardem in “No Country for Old Men”

Performance by an actress in a leading role
Marion Cotillard in “La Vie en Rose”

Performance by an actress in a supporting role
Tilda Swinton in “Michael Clayton”

Achievement in directing
Joel Coen and Ethan Coen “No Country for Old Men”

Best motion picture of the year
“No Country for Old Men”

Adapted screenplay
“No Country for Old Men” Written for the screen by Joel Coen & Ethan Coen

Original screenplay
“Juno” Written by Diablo Cody

Best animated feature film of the year
“Ratatouille” Brad Bird

Achievement in art direction
“Sweeney Todd The Demon Barber of Fleet Street”
Art Direction: Dante Ferretti
Set Decoration: Francesca Lo Schiavo

Achievement in cinematography
“There Will Be Blood” Robert Elswit

Achievement in costume design
“Elizabeth: The Golden Age”  Alexandra Byrne

Best documentary feature
“Taxi to the Dark Side” Alex Gibney and Eva Orner

Best documentary short subject
“Freeheld” Cynthia Wade and Vanessa Roth

Achievement in film editing
“The Bourne Ultimatum” Christopher Rouse

Best foreign language film of the year
“The Counterfeiters” Stefan Ruzowitzky

Achievement in makeup
“La Vie en Rose” Didier Lavergne and Jan Archibald

Achievement in music written for motion pictures (Original score)
“Atonement” Dario Marianelli

Achievement in music written for motion pictures (Original song)
“Falling Slowly” from “Once”
Music and Lyric by Glen Hansard and Marketa Irglova

Best animated short film
“Peter & the Wolf” Suzie Templeton and Hugh Welchman

Best live action short film
“Le Mozart des Pickpockets” Philippe Pollet-Villard

Achievement in sound editing
“The Bourne Ultimatum” Karen Baker Landers and Per Hallberg

Achievement in sound mixing
“The Bourne Ultimatum” Scott Millan, David Parker and Kirk Francis

Achievement in visual effects
“The Golden Compass” Michael Fink, Bill Westenhofer, Ben Morris and Trevor Wood

 

 

 

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a cura di Emanuele P. (del 24/02/2008 @ 10:18:09, in Contenuti Speciali, linkato 9183 volte)

Ecco tutti i film presentati in Italia nel 2007 da noi recensiti, ordinati per voto/uscita.
Una utile perdita di tempo.

 INLAND EMPIRE di David Lynch

 Grindhouse - A prova di morte di Quentin Tarantino

 Le vite degli altri di Florian Henckel von Donnersmarck

 Zodiac di David Fincher

 La promessa dell'assassino di David Cronenberg

 Guida per riconoscere i tuoi santi di Dito Montiel

 XXY di Lucìa Puenzo

 Hot Fuzz di Edgar Wright

 4 mesi, 3 settimane e 2 giorni di Cristian Mungiu

 I Simpson - Il film di David Silverman

 Nella valle di Elah di Paul Haggis

 Paranoid Park di Gus Van Sant

 L'Illusionista di Neil Burger

 Harsh Times - I giorni dell'odio di David Ayer

 Sguardo nel vuoto di Scott Frank

 Crank di Mark Neveldine & Brian Taylor

 Grindhouse - Planet Terror di Robert Rodriguez

 A Mighty Heart di Michael Winterbottom

 300 di Zack Snyder

 Sunshine di Danny Boyle

 Ocean's 13 di Steven Soderbergh

 Idiocracy di Mike Judge

 Disturbia di D.J. Caruso

 Sicko di Michael Moore

 Io vi dichiaro marito e... marito di Dennis Dugan

 Mr. Brooks di Bruce A. Evans

 La giusta distanza di Carlo Mazzacurati

 Knocked Up di Judd Apatow

 1408 di Mikael Håfström

 The Good Shepherd - L'ombra del potere di Robert De Niro

 Quello che gli uomini non dicono di Nicole Garcia

 Pirati dei Caraibi - Ai confini del mondo di Gore Verbinsky

 Il buio nell'anima di Neil Jordan

 Leoni per agnelli di Robert Redford

 Smokin' Aces di Joe Carnahan

 Il caso Thomas Crawford di Gregory Hoblit

 L'uomo dell'anno di Barry Levinson

 Le ragioni dell'aragosta di Sabina Guzzanti

 Spider-Man 3 di Sam Raimi

 Captivity di Roland Joffé

 Il diario di una tata di Shari Springer Berman e Robert Pulcini


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a cura di Emanuele P. (del 23/02/2008 @ 09:33:39, in Al Cinema, linkato 4199 volte)

Non è un paese per vecchi
(No Country for Old Men)
Ethan e Joel Coen, 2007 (Usa), 122’
uscita italiana: 22 febbraio 2008
voto su C.C.
 
È davvero difficile comprendere il motivo per cui lassù dove si puote abbiano deciso di proporre il meglio della produzione cinematografica americana dell’anno passato nel brevissimo intervallo di qualche settimana, negando ai pochi cinefili privi del dono dell’ubiquità la possibilità di godere appieno di queste meravigliose pellicole.
Unica spiegazione lontanamente ragionevole sembra la volontà di sfruttare l’onda lunga degli Oscar, proponendo tutti di fila i film che molto probabilmente riceveranno il maggior numero di statuette. Quest’assurda strategia però rischia di far passare inosservato qualche capolavoro – perché in alcuni casi di capolavori si tratta – come la nuova opera dei fratelli Coen, un magistrale western dark, film cruento, forte ma allo stesso tempo dotato di un impagabile carisma ed una notevole cifra stilistica.
 
Le vicende di Llewelyn (Josh Brolin), Chigurh (un cattivissimo Javier Bardem) e dell’attempato sceriffo Bell (Tommy Lee Jones) si intrecciano nell’America rurale degli anni ottanta.
Il primo, burbero e riflessivo reduce del ‘Nam, si imbatte nel deserto in una apparentemente incredibile fortuna: una borsa con due milioni di dollari in contanti, circondata da cadaveri di ogni razza. È ciò che resta di uno scambio tra narcotrafficanti finito male, e uno dei mandanti (il secondo protagonista, Chigurh) non ha alcuna intenzione di lasciare impunita la faccenda. Molto presto però il recupero del bottino diviene solo un pretesto per poter sfogare tutta la sua spaventosa (ma lucida) follia: si tratta infatti di una specie di serial killer, che sembra insensibile al concetto di morte e lontano da ogni criterio morale – o meglio caratterizzato da una personale e deviata etica.
In questo poco edificante scenario entra in scena l’ultimo, ma non meno importante, personaggio, quello interpretato magnificamente dal roccioso Lee Jones: un nostalgico sceriffo disgustato dalla deriva del suo paese, che in qualche modo si trova ad indagare sulle stragi che i contendenti del bottino lasciano alle loro spalle.
Ovviamente non c’è spazio per il lieto fine.
 
Ripartendo dalle loro ottime opere, Blood simple e Fargo, Joel ed Ethan Coen costruiscono un film quasi perfetto sia dal punto di vista narrativo che dal punto di vista stilistico.
La storia, tratta dal romanzo di Cormac McCarthy, è meravigliosamente cinica e violenta, i personaggi sono ben caratterizzati ed estremamente affascinanti, le location risultano visivamente appaganti e significative. La fotografia, del fidato Roger Deakins, contribuisce a conferire una cifra stilistica distintiva, che caratterizza il cinema dei fratelli Coen; così come il mai invadente contrappunto sonoro di Carter Burwell, altro collaboratore di lunga data della coppia di registi.
C’è infatti da dire che le atmosfere del romanzo di McCarthy sono ideali per lo stile dei Coen, e vengono fedelmente proposte allo spettatore; in questo contesto spicca la straordinaria interpretazione di Javier Bardem, cattivo, spietato, implacabile: ogni volta che lo vediamo apparire, con la sua singolare arma, siamo sicuri che qualcosa di poco piacevole stia per accadere. È significativo che, paradossalmente, i Coen decidano di mostrarci un anticlimax di violenza: mentre le prime sequenze sono quasi sconvolgenti, col passare dei minuti il gusto puramente estetico per le situazioni cruente è sostituito da indizi e accenni dai quali lo spettatore può comprendere ciò che di terribile è accaduto. E possiamo affermare che questa scelta si rivela assolutamente vincente.
Oltre al già citato Bardem, anche Lee Jones e Brolin regalano interpretazioni magistrali. Quest’ultimo in particolare dà volto e voce ad un personaggio estremamente affascinante, che cattura velocemente l’empatia dello spettatore e convince appieno, in tutta la sua brillante e pragmatica intelligenza.
Non manca la consueta vis comica che caratterizza tutte le opere dei Coen (vedi sotto), così come non manca neanche una sottile riflessione sui nostri tempi, su una società ed un mondo che non può più permettersi uno sceriffo che gira fieramente disarmato. Insomma, non è (più) un paese per vecchi.
 
Le frasi.
«If I don't come back, tell my momma I love her»
«But your momma's dead»
«Well, then I'll tell her myself»
 
« Look, you gotta give me this money. I got no other reason to protect you.»
« It's too late. I spent it.
About a million and a half on whores and whiskey and the rest of it I just sort of blew it here.»
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a cura di Emanuele P. (del 21/02/2008 @ 23:59:42, in Al Cinema, linkato 2525 volte)

Caos Calmo
(Caos Calmo)
Antonello Grimaldi, 2007 (Italia), 112’
uscita italiana: 8 febbraio 2008
voto su C.C.
 
Chissà perché, leggendo Caos Calmo, avevo immaginato il protagonista Pietro Paladini con le sembianze di Paolo Sorrentino. Misteri della mente e dell’inconscio, forse spiegati dalla lontana somiglianza tra l’ottimo regista napoletano e Sandro Veronesi, l’autore del romanzo, che mi era capitato di vedere delle settimane prima. L’interesse suscitato dalla notizia che era in produzione un film tratto da quel notevolissimo libro era stato quindi acuito dalla consapevolezza che sarebbe stato addirittura il maestro Nanni a spodestare nella mia immaginazione Sorrentino, quale singolare protagonista di questa straordinaria storia.
Il risultato è un film che ha come principale punto di forza le perfette interpretazioni del cast ma che può anche contare su un valido script – tra gli autori del riadattamento, oltre a Laura Paolucci e Francesco Piccolo figura lo stesso Moretti.
 
La vita di Pietro Paladini (Nanni Moretti) e della sua giovane figlia (Blu Di Martino) viene sconvolta dalla morte della madre, venuta improvvisamente a mancare durante una giornata d’estate, proprio nello stesso giorno in cui suo marito salvava dall’annegamento una sconosciuta (Isabella Ferrari), aiutato dal fratello (Alessandro Gassman).
Accompagnando sua figlia il primo giorno di scuola al ritorno dalle vacanze, Pietro le promette senza pensarci più di tanto che resterà lì ad aspettarla tutta la mattinata, finché non sarà l’ora dell’uscita. Questo innocente rituale inizia a ripetersi ogni giorno, e l’uomo – manager di punta di una importante società – ne diventa “dipendente”. Estrema manifestazione di libertà dalla frenesia della vita, la sua scelta renderà il parchetto davanti la scuola un ufficio en plein air dove ricevere colleghi sconvolti e squali della finanza in doppiopetto (Silvio Orlando, cameo per Roman Polansky) oltre alla schizofrenica cognata (Valeria Golino) che un po’ lo ama e un po’ lo odia, ritenendolo in qualche modo responsabile della morte della sorella.
Tutti arrivano per consolarlo, per convincerlo a desistere da questo apparentemente insensato rituale, ma finiscono con l’andarsene, dopo averlo abbracciato ed avergli scaricato addosso problemi e preoccupazioni.
Solo la figlia lo aiuterà – con la sua ingenuità, con la sua inspiegabile forza – a voltare finalmente pagina.
 
La pellicola di Antonello Grimaldi (precedenti soprattutto in produzioni per la tv) è inevitabilmente legata, e in parte dipendente, dal romanzo di Veronesi, Premio Strega 2006. Da quella narrazione, che così spesso si risolveva in monologhi interiori difficilmente riproponibili cinematograficamente, gli sceneggiatori infatti prendono solo alcuni momenti significativi, limitandosi ad accennare gli altri – come la mania delle liste, che sembra sia ideata apposta per Moretti – e infine eliminando situazioni più o meno secondarie, vedi la facoltà divinatoria attribuita dal protagonista ai testi dei Radiohead. Il risultato è una storia che riesce ad essere autosufficiente, nobilitata dalla eccezionale interpretazione di Moretti, come mai coinvolto emotivamente dal suo particolarissimo personaggio – intensità simile solo a quella de La stanza del figlio. Così lo spettatore, abituato a vederlo dissertare riguardo le scarpe, la pasticceria, la politica e le sue mille idiosincrasie, viene quasi travolto da un personaggio che vive emozioni umanissime e profonde – originale rispetto al romanzo la scena in cui Moretti si sfoga, piangendo la moglie – in modo credibile ed ispirato. Non manca qualcosa del Nanni che siamo abituati a conoscere, ma si tratta di piccoli particolari, che vengono annullati dalla convinta professione di fede nei confronti del romanzo.
Decisamente all’altezza anche il resto del cast (in cui spicca l’apparizione quasi muta di Roman Polansky) che contribuisce a creare un’atmosfera molto simile a quella che si respira nelle pagine di Veronesi.
Senza farsi notare più di tanto – se non proprio nella significativa sequenza senza sonoro che vede protagonista il cineasta franco-polacco –, Grimaldi si limita ad accompagnare Moretti nel suo “viaggio da fermo” in quella singolare condizione che solo un ossimoro, caos calmo, riesce a descrivere.
Da vedere (e leggere).
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a cura di Emanuele P. (del 20/02/2008 @ 11:13:10, in Contenuti Speciali, linkato 1830 volte)

Come l'anno scorso è stata pubblicata la classifica dei migliori film dell'anno, tenendo conto della media voto ottenuta dai membri della Cineblogger Connection. E come ogni classifica, si potrebbe stare ore a discutere e recriminare (fuori dalla top ten, anche se per pochi decimi, il capolavoro INLAND EMPIRE).
Ci limitiamo a citarla:

Ratatouille, di Brad Bird (media 4,61 su 5)

Io non sono qui, di Todd Haynes (4,56)

Lettere da Iwo Jima, di Clint Eastwood (4,35)

vai al post originale...


PS. dal nostro podio non potrebbe mai mancare Death Proof (il mio film dell'anno); per il resto si può essere abbastanza d'accordo con i titoli citati, molto meno con le posizioni in cui sono messi... ma la matematica non è una opinione...

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a cura di Emanuele P. (del 16/02/2008 @ 08:44:44, in Al Cinema, linkato 3341 volte)

Lo scafandro e la farfalla
(Le scaphandre et le papillon)
Julian Schnabel, 2007 (Francia), 112’
uscita italiana : 15 febbraio 2008
voto su C.C.

In genere le candidature ed i premi di vari festival e manifestazioni simili sono poco attendibili per valutare il vero valore di un film. In alcuni casi però queste manifestazioni si sono rivelate con gli anni più attente nel discriminare tra le pellicole dell’anno, segnalando opere davvero degne.
Non è infatti un caso che Le scaphandre et le papillon sia valso al regista Julian Schnabel numerose citazioni agli Award della critica cinematografica americana (gli NSFC) e la più conosciuta palma d’oro come miglior regista all’ultimo Festival di Cannes.
Il pittore-regista americano – forse più rinomato per le sue opere su tela che per quelle su celluloide – riesce nel non facile compito di raccontare una storia molto complessa e drammatica senza far retorica, adoperando uno stile incisivo, quasi d’avanguardia.

La storia raccontata è infatti quella di Jean-Dominique Bauby (interpretato nel film da Mathieu Amalric), caporedattore della rivista Elle e piacente tombeur de femmes, che a poco più di quarant’anni, dopo un malore improvviso, si ritrova intrappolato nel suo corpo e costretto in una condizione che la medicina definisce locked-in.
Nonostante la sua mente sia ancora lucidissima, Jean-Do non riesce a controllare il suo corpo, non può muoversi né parlare; unici sensi ancora funzionanti sono la vista e l’udito, e grazie a questi riesce a comunicare con le donne che continuano ad accudirlo e curarlo (le dottoresse Marie-Josée Croze e Olatz López Garmendia, la paziente “redattrice” del suo libro Anne Consigny, la moglie Emmanuelle Seigner, l’amante Agathe de La Fontaine).
Riuscirà a vedere pubblicato il suo libro (un’opera colossale, dettata attraverso un complesso meccanismo di comunicazione non verbale), solo pochi giorni prima di lasciare per sempre il suo scafandro, a causa di una complicazione cardiaca.

Come Amenábar in Mare Dentro, Schnabel affronta un tema decisamente ostico, facile passpartout per le emozioni dello spettatore ma allo stesso tempo rischiosa spinta verso il baratro del melodramma o della retorica spiccia. Al contrario del collega spagnolo, l’estroso cineasta americano sceglie un registro stilistico quasi inedito e sperimentale, decidendo di raccontare la storia di Jean-Do sia attraverso i suoi occhi – in prima persona, con immagini sfuocate, artefatte, mai nitide – sia attraverso brevissimi flashback della sua vita passata e situazioni del suo ben diverso presente.
È davvero difficile trovare una sola inquadratura che sia banale, una sola scena che non colpisca; e nonostante questo non si è mai di fronte ad un esercizio di stile fine a se stesso. Schnabel riesce ad ottenere il massimo dai suoi interpreti – in particolare spiccano Amalric e “suo padre”, Max Von Sydow – mantenendo sempre altissima la densità emotiva e evitando il pietismo che troppo spesso caratterizza le opere su questo argomento.
La scrittura del libro di Jean-Do diviene quasi un pretesto per raccontare il singolare universo di rapporti e dinamiche sentimentali che ruota intorno a lui, universo in cui c’è poca ipocrisia e tanto amore per la vita.

Nel film di Amenábar c’è una splendida sequenza, in cui vediamo il protagonista – lo straordinario Javier Bardem – sognare di poter tornare ad alzarsi e volare via dalla sua casa, verso quel mare e quella donna che tanto ama; Schnabel mantiene l’intero film sospeso in quella stessa atmosfera, in cui la realtà è in parte confusa con il sogno, in cui lo spettatore è totalmente immerso.
I flashback, puntuali ma mai invadenti, aiutano a costruire il mosaico della vita “passata” del protagonista, vividi affreschi della sua movimentata esistenza – spiazzante e coinvolgente quello ambientato a Lourdes.
Il simbolico scafandro in cui Jean-Do è intrappolato ha il punto debole di ogni cosa del nostro mondo: può essere superato con la memoria e l’immaginazione. Che ci possono rendere liberi come il volo di una farfalla.
Meraviglioso.
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a cura di Emanuele P. (del 13/02/2008 @ 00:20:25, in Al Cinema, linkato 2263 volte)

La guerra di Charlie Wilson
(Charlie Wilson’s War)
Mike Nichols, 2007 (Usa), 97’
uscita italiana: 8 febbraio 2008
voto su C.C.

Con La guerra di Charlie Wilson, Mike Nichols e Aaron Sorkin (autore della sceneggiatura) drammatizzano la storia dell’omonimo deputato, tra i principali sponsor dell’intervento più o meno occulto degli States nel conflitto tra URSS e Afghanistan, in piena guerra fredda.
La parte del deputato Wilson viene affidata ad un insolito Tom Hanks, quasi a disagio nell’interpretare questo abile politicante, un po’ puttaniere e un po’ guascone, che vive sempre attorniato da bellissime donne e da colleghi a dir poco non edificanti.
Alla causa pro-intervento partecipa una milionaria simil filantropa, personaggio legnoso e discutibile, che trova perfetta interpretazione nella solita Julia Roberts, addirittura peggio del consueto – e pensare che era stato proprio Nichols a riuscire nella incredibile impresa di renderla una attrice quasi apprezzabile nell’ottimo Closer.
Unico personaggio che salva la situazione è l’agente CIA di origini greche Philip Seymour Hoffman (ormai presenzialista convinto in pellicole di ogni genere), quanto mai trasandato ed abbruttito per l’occasione. Con la sua cricca («io e altri tre tizi») si occupa tra il vero e il surreale di cruciali campagne all’estero, sospetta di tutti, conosce tutti.
Come va a finire la storia, lo sappiamo bene.

Nichols propone un film per certi versi paragonabile a Lions for Lambs, sia per simile intento – presentare una pellicola “politica” un po’ lontana dai canoni hollywoodiani –, sia per la discutibile riuscita. Mentre il film di Redford sceglieva il registro del predicozzo insopportabile, della seriosità a tutti i costi, Nichols sceglie la strada della farsa, proponendoci le vicende fondamentali legate al Medio Oriente in modo grottesco, tra una danza del ventre e uno scandalo a luci rosse.
In entrambi i casi siamo di fronte a film monchi, privi di cruciali approfondimenti e senza particolari spunti di vero interesse cinematografico. Sorkin liquida con la frase finale tutta una parte della storia che sarebbe stato giusto trattare, anche solo con qualche accenno in più. Si dovrebbe lasciare allo spettatore il compito di guardare le immagini col senno del poi, comprendendo le pesantissime conseguenze delle azioni di Wilson; invece la pellicola scivola nella simil elegia comica, nella sfrenata empatia per un personaggio che «è molto, molto facile amare».
E pur tralasciando tutte le dietrologie del caso, c’è qualcosa che proprio non si può perdonare al film di Nichols: dovrebbe essere una commedia, ma sono davvero pochi i momenti di apprezzabile ironia.
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a cura di Emanuele P. (del 07/02/2008 @ 09:02:45, in Cattiva Maestra Televisione, linkato 2957 volte)
«Secondo un mio personalissimo teorema, l’inizio e la fine di un film raccontano spesso molto di più riguardo la qualità e lo stile con cui è stato girato rispetto alla grande parte restante.»

Non è mai particolarmente bello autocitarsi, ma in questo caso si può fare una eccezione; sembra infatti che la veridicità dell’assioma sia confermata anche dalla visione di uno dei migliori serial tv proposti negli ultimi anni: Dexter.
È giusto per questo iniziare proprio dagli opening credits (presentati in questo modo dalla puntata successiva al pilota sino alla season finale dell’ultima serie andata in onda, la seconda) per apprezzare la qualità della tecnica con cui Dexter è realizzato. Un curatissimo gioco di montaggio e fotografia riesce infatti a rendere la normale routine della mattina (doccia-colazione-vestirsi) qualcosa di ambiguo e quasi inquietante: sembra di vedere il sangue, vero protagonista della serie, in ogni scena, sebbene le uniche vere perdite ematiche siano innocenti gocce conseguenza di una rasatura non particolarmente attenta o dell’appetito di un fastidioso mosquito.
Le immagini danzano sul puntuale tema di Daniel Licht, che accompagnerà anche lo svolgimento di numerose scene degli episodi successivi.



Come evidente, la cifra stilistica di questo serial è notevole e di certo non inferiore a quella di numerosissime – ed acclamate – produzioni hollywoodiane. Romeo Tirone, direttore della fotografia, svolge un lavoro meraviglioso: la sua Miami è luminosa ed intrigante, la luce di ogni interno è attentamente curata e verosimile. Tirone evita di sprofondare nelle consuete esasperazioni, come la fotografia dai colori sin troppo caldi di CSI Miami – giustificata però dalla dicotomia con quella freddissima della versione New York – o le illuminazioni effetto “smarmellato” che spesso capita di vedere nelle produzioni per la televisione, e dona al suo serial un’atmosfera perfetta, con colori carichi, brillanti, ma mai irreali.


Lo script, molto valido e decisamente originale, riesce a passare indenne dalla prima serie (tratta dal libro Darlky Dreaming Dexter di Jeff Lindsay) alla seconda, con sceneggiatura originale, alla cui stesura ha contribuito lo stesso Lindsay insieme all’altro autore di tutti gli episodi, James Manos Jr. (The Shield, I Soprano).
Michael C. Hall (già protagonista di Six Feet Under) dà volto e corpo al perito ematologo della scientifica di Miami Dexter Morgan, personaggio estremamente complesso e contraddittorio. Di giorno, lavora analizzando gli schemi che il sangue lascia sulle scene del crimine, contribuendo ad incastrare i colpevoli; di notte diviene egli stesso un assassino, uccidendo i delinquenti che la giustizia non è riuscita a fermare. Attenzione però, non c’è nulla da giustiziere della notte o da eroe sotto copertura nelle azioni di Dexter: la sua è una dipendenza; fisica, incontrollabile. Conseguenza di una terribile situazione cui aveva assistito da bambino, la necessità di uccidere si manifestò sempre più impetuosamente sin dalla sua prima infanzia, e fu incanalata dal padre adottivo – un poliziotto, Harry Morgan (James Remar) – nella violenza calcolata, quasi “giustificabile”, nei confronti di coloro che avevano beffato la giustizia.
Dexter applica un imprescindibile codice, che gli fu insegnato proprio dal padre adottivo, e uccide solo delinquenti di cui è sicura la colpevolezza, curando minuziosamente ogni particolare dell’agguato, assicurandosi così assoluta impunità.
Il ben assortito corollario di personaggi che lo circondano (la sboccata sorellastra Jennifer Carpenter; i colleghi David Zayas, C.S. Lee, Lauren Vélez; la fidanzata Julie Benz, «non meno disturbata di lui») e i numerosi antagonisti che si alternano durante lo sviluppo delle serie (il sergente che ha sempre sospettato, Erik King; il fratello/killer Christian Camargo; l’agente speciale incaricato di indagare sui suoi delitti, Keith Carradine; la mitomane che si invaghisce di lui, Jaime Murray) contribuiscono a uno svolgimento mai lineare ma sempre equilibrato, con il continuo susseguirsi di problemi-soluzioni-nuoviproblemi per il nostro amato Dexter. Già, amato, perché lo spettatore non fatica ad affezionarsi a questo singolare serial killer e, chiudendo un occhio sulle varie questioni più o meno morali sollevate, parteggia affinché possa farla franca sempre, aggirando tutti gli eterogenei ostacoli che si trova ad affrontare.


L’assoluta incapacità di provare emozioni e sentimenti “umani”, fa di Dexter un personaggio ambiguo, un antieroe che non agisce per un bene maggiore ma semplicemente per soddisfare i suoi innati istinti. Solo un imperativo che si fatica a definire “coscienza” gli impedisce di essere il serial killer spietato che è diventato il fratello Rudy, meno fortunato di lui nel trovare una famiglia adottiva; Dexter venera il patrigno, da sempre considerato il suo unico modello morale, modello cui rifarsi per “fingere” emozioni ed atteggiamenti che lo rendessero normale. Ed è proprio la lenta scoperta della vera natura del suo padre adottivo a sconvolgere il già fragile universo etico di Dexter, che nel proseguire delle puntate si trova solo – o meglio “mal accompagnato” dall’attraente Lila, che conosce in un centro di riabilitazione – a confrontarsi con i suoi istinti e con le sue azioni.
Chiunque ha intorno, chiunque gli è legato, lo rinnegherebbe se solo avesse la minima idea di cosa nasconde, se conoscesse l’articolato mondo di bugie e mezze verità che ha costruito e che si regge come un castello di carte.
È significativo in tal senso il burrascoso rapporto con la fidanzata Rita, e con i suoi due giovanissimi figli, nei quali Dexter ritrova parte della sua fragilità e con i quali ha probabilmente l’unico, sincero, rapporto della sua vita. Per continuare questa relazione, della cui importanza il buon Dex è sempre più consapevole, sarà costretto a complicare ulteriormente la sua esistenza, moltiplicando esponenzialmente bugie e stratagemmi. Tutto per nascondere la sua vera natura, una natura che nessuno capirebbe.
Dexter è uno di noi… nei nostri sogni più inconfessabili.


Dexter è prodotto da Showtime-CBS. Contributi tratti dagli episodi 1x01, 1x02, 1x12. Tutti i diritti appartengono ai legittimi proprietari. Si ringrazia Itasa per i sottotitoli.

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a cura di Emanuele P. (del 05/02/2008 @ 23:57:47, in Al Cinema, linkato 1784 volte)

Sogni e delitti
(Cassandra’s Dream)
Woody Allen, 2007 (Usa, Gran Bretagna), 108’
uscita italiana: 1 febbraio 2008
voto su C.C.

Già dai tempi di Crimini e misfatti (1989), il cui titolo ha probabilmente suggerito l'utilizzo di Sogni e delitti per la distribuzione italiana, il cinema di Woody Allen ha iniziato una lenta ma inesorabile metamorfosi: commedie sempre più scialbe (eccezion fatta per i capolavori Mariti e Mogli e Misterioso omicidio a Manhattan), situazioni drammatiche o addirittura tragiche affrontate con inaspettata maestria. Persino nel tutto sommato dimenticabile Melinda & Melinda, che proponeva come esercizio di stile il raccontare una stessa storia utilizzando due registri diversi (commedia e tragedia), la “metà” drammatico-tragica risultava essere la più convincente.
Il trasloco in Europa del geniale Woody è diventato spunto per approfondire questa svolta stilistica, concretizzatasi con l’ottimo Match Point e con il nuovo, riuscitissimo, Cassandra’s Dream.
 
I due fratelli Ian (Ewan McGregor) e Terry (Colin Farrell) “proletari” dalle grandi ambizioni, annegano in debiti e improbabili propositi di successo. L’uno si invaghisce di una avvenente attrice (Hayley Atwell) e la corteggia spacciandosi per un facoltoso imprenditore; l’altro è impantanato in un circolo vizioso senza fine che lo rende schiavo del gioco d’azzardo. La soluzione a tutti i loro problemi sembra essere il ricco zio Howard (Tom Wilkinson), i cui considerevoli averi hanno una provenienza non completamente chiara. In nome della famiglia lo zio sarà disponibile ad aiutarli finanziariamente, ma do ut des, anche il magnanimo Howard vorrà qualcosa in cambio.
Un omicidio.
 
Allen calza perfettamente i panni del regista di genere, confortato dalla superba fotografia di Vilmos Zsigmond (Un tranquillo weekend di paura, Il lungo addio, Obsession, Blow Out, Il Grande Inganno, The Black Dahlia) e dal contrappunto musicale di Philip Glass. Mantenendo un registro stilistico molto simile a quello utilizzato nei già citati Crimini e misfatti e Match Point, il cineasta di Manhattan lascia che la storia sia messa lentamente a fuoco sui differenti piani narrativi, mentre le situazioni diventano sempre più tragiche e irreversibili.
Così l’iniziale problema economico dei due fratelli (un problema di ordine pratico, tutto sommato risolvibile) diviene un dramma morale, la terribile consapevolezza della gravità di un omicidio, confine che una volta superato rende impossibile il tornare indietro – come viene spesso ripetuto nel film.
Persino il più pragmatico ed apparentemente distaccato dei due, interpretato da Ewan McGregor, deve infine capitolare di fronte alla possibilità di un ulteriore, terribile, gesto da compiere nel nome della “sopravvivenza”. Il degenerare degli avvenimenti è inesorabile, angosciante, e non lascia vie di uscita. Mentre i protagonisti dei precedenti tragi-thriller di Allen riuscivano, alla fine, a convivere con la loro terribile colpa, continuando impuniti la loro normale esistenza, i fratelli Ian e Terry (ben interpretati dalla coppia McGregor-Farrell) vengono travolti dalle conseguenze, da quei sogni (o meglio incubi) che forse ispirano la discutibile traduzione del titolo.
Finanche la Cassandra’s Dream, una barca che li vediamo acquistare con tante buone speranze all’inizio della pellicola, diventerà il simbolo della loro decadenza morale ed umana.
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