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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
Diego Abatantuono dal film:
Regalo di Natale (Regalo di Natale) Pupi Avati, Italia (1986), 101'
Il nostro modo per augurarvi un buon Natale ed un felicissimo 2008. Naturalmente da trascorrere visitando Pianosequenza.net ...

Leoni per agnelli (Lions for Lambs)Robert Redford, 2007 (Usa), 91’ uscita italiana: 21 dicembre 2007 voto su C.C. Lions for Lambs è approssimativo sin dalla scelta del titolo: Carnahan (autore dello script) storpia infatti l’affermazione di un generale tedesco durante la Prima Guerra Mondiale, che si riferiva ai corpi scelti dell’esercito inglese come a «Lions led by donkeys», coraggiosi “leoni” comandati da “somari” incapaci, trasferendola idealmente alle truppe americane impegnate nella ormai famigerata gwot – global war on terrorism –, dei leoni comandati da agnelli. Seguendo la strada ormai di moda nei più recenti drama/thriller politici ( Syriana, A Mighty Heart, Rendition) la storia procede su tre piani narrativi distinti e distanti – per luoghi, per contesto – ma in realtà uniti da un comune fil rouge. Mentre una reporter irritante ed autolesionista ( Maryl Streep) intervista il rampante senatore repubblicano Irving (un sorprendente Tom Cruise), pronto a proporre un nuovo piano-panacea per la guerra al terrorismo, a chilometri di distanza un discutibile professore ( Robert Redford, settant’enne dal viso modellato con la plastilina) tratta dei massimi sistemi con un giovane studente ( Andrew Garfield) reo di aver perso la voglia di cambiare il mondo. A legare le due storie c’è la tragica esperienza di due ex alunni del logorroico professore ( Michael Peña e Derek Luke), soldati di stanza in Medio Oriente, che tentano di sopravvivere ad una missione andata male – missione voluta dal senatore Cruise, e il cerchio si chiude. La struttura narrativa del film è interessante ma pericolosa: puntando tutto su fiumi di parole e immobili location piuttosto che su scene più o meno “movimentate”, Redford rischia di diventare come il suo alter ego nella pellicola, un professore che dall’alto bacchetta in modo un po’ bigotto, proponendo tutta una serie di interrogativi e problemi senza tentare nemmeno di suggerire soluzioni. Tralasciata completamente “l’altra faccia della medaglia” – con l’assenza di voci islamiche che non siano le grida dei talebani mentre attaccano i due poveri survivor americani – lo script di Carnahan scivola troppo spesso nella demagogia e nell’ “altrismo”. I personaggi sono poco interessanti e interpretati mediocremente – basti pensare che nel cast spicca come figura più convincente quella interpretata da Tom Cruise… –, in particolar modo lascia allibiti la giornalista cui dà volto e voce Maryl Streep: una navigata reporter che non trova miglior soluzione che commiserarsi e distruggere la sua carriera pur di non scrivere il pezzo riguardante la "propagandistica" conversazione avuta col guerrafondaio senatore – inutile far notare che ci sarebbero stati mille modi per affrontare la situazione con approccio più critico e razionale. Presentato in anteprima alla Festa del Cinema di Roma, Lions for Lambs è un film-lezione che si fatica a mandare giù: dovrebbe (nella intenzioni di Redford?) suonare come una sveglia per la coscienza critica delle giovani generazioni, ma finisce con l’essere una nenia pretenziosa e decisamente fine a se stessa, che sveglia solo le altrettanto pretenziose critiche di qualche amante del cinema. Perdibile.

Le possibilità offerte dal web per le produzioni indipendenti sono molteplici. Si tratta ancora di un pubblico di nicchia, specialmente in Italia, ma l’originalità e la creatività che difficilmente trovano spazio nel mercato “tradizionale” del cinema possono percorrere strade nuove. Se le questioni relative alla produzione non hanno mai costituito un ostacolo insormontabile per il cinema indipendente (anzi, talvolta hanno stimolato l’ingegno e la fantasia degli autori), il vero nodo da sciogliere è sempre stato quello della distribuzione: anche arrangiandosi con il super 8 o con le nuove tecnologie digitali, è difficile raggiungere il pubblico senza i mezzi adeguati. Internet consente di azzerare (o quasi) i costi di distribuzione e di ridurre i filtri fra autori e spettatori, aumentando considerevolmente le possibilità di “fare cinema” e portando alla luce film che, diversamente, non sarebbero mai nati. Molti di questi creerebbero non poco scompiglio nella mente di un critico cinematografico (o sedicente tale), così alternativi ai canoni estetici consolidati nel cinema “ufficiale” (e ci riferiamo anche al cinema indipendente “ufficiale”). Ma potremmo mai sottrarci alla sfida, proprio noi che scegliendo un blog come strumento di comunicazione rappresentiamo quanto di meno ufficiale e di più minoritario ci sia (almeno in Italia)?
Teosofia è un film coraggioso, non soltanto per il modo in cui è stato realizzato, ma anche per il tema scelto: i suoi autori, Michele Vaccari e Lucio Basadonne, oltre ad avventurarsi nella perigliosa impresa di un “mediometraggio” del tutto autarchico (prodotto, diretto e distribuito su www.teo-sofia.com in completa autonomia), hanno tentato di scomporre la semiotica delle relazioni del nuovo millennio (multimediali, interattive, tecnologiche e virtuali ma pur sempre, al fondo, umane) sfruttando da una parte il linguaggio delle webcam, dei videofonini, delle telecamere di sorveglianza (le immagini non sono “girate”, il direttore della fotografia è il Grande Fratello dal quale gli autori “rubano” indebitamente il materiale per il montaggio) e dall’altra parte raccontando la storia di un incontro tra due ragazzi che si conoscono su Internet. Il risultato lascia perplessi: Teosofia riesce davvero a rappresentare con vivacità il linguaggio identificativo di un certo mondo transreale, informe, fertile e vitale all’interno della rete, del quale ogni tanto arrivano alla società stralci rubati da YouTube che essa non ha idea di come spiegarsi o interpretare. Ma Teosofia si ferma appunto qui, alla rappresentazione, limitato dalla stessa superficialità delle relazioni a volte impalpabili a volte morbose a volte voyeuristiche dei suoi protagonisti, come se anche gli autori non conoscessero ancora la chiave estetica per destrutturare quel mondo. L’introspezione si arena sui modi e i costumi diretti e spudorati del sottobosco generazionale delle chatline (complice anche uno stile un po’ troppo sceneggiato per un film-flusso-di-immagini). L’indecifrabilità resiste ma la rappresentazione da sola riesce comunque a sconvolgere lo spettatore – spesso assuefatto dal circuito (o circo) mediatico ufficiale – sbattendogli in faccia l’incommensurabile distanza che separa la società reale, con i suoi mille rivoli di devianze e perversioni (qui menzionate nella loro accezione sociologica e non certo morale), dall’immagine artefatta che la società “ufficiale” ha di sé stessa. Se non il cinema indipendente, quasi clandestino, chi sennò?

La promessa dell’assassino(Eastern Promises)
David Cronenberg, 2007 (Gran Bretagna, Canada), 100’ uscita italiana: 14 dicembre 2007 voto su C.C.  Dopo l’ottimo A History of Violence, David Cronenberg torna a raccontarci una storia di ordinaria violenza e di interrogativi morali irrisolti avvalendosi del fidato (e capacissimo) Viggo Mortensen, ormai riuscito a “sdoganarsi” definitivamente dal suo alter ego tolkeniano che rischiava di segnare tutta la sua carriera – esempi illustri di attori imprigionati in ruoli di grande successo non mancano, vedi Perkins e il suo Norman Bates di Psycho. Eastern Promises è infatti un noir davvero ben confezionato, ottimo esempio di cinema di genere cui non manca la firma di un grande autore. Anna ( Naomi Watts), ostetrica londinese dalle origini russe con problematica gravidanza alle spalle, vede morire davanti ai suoi occhi una giovanissima ragazza ( Sarah-Jeanne Labrosse) mentre dà alla luce la sua bambina. Unico indizio per poter risalire ai parenti cui affidare la neonata è il diario della ragazza, scritto in russo e tradotto con riluttanza dallo zio di Anna ( Jerzy Skolimowski), anziano alcolizzato che millanta un passato nel KGB. Le tracce portano la donna ad incontrare un potente capomafia russo ( Armin Mueller-Stahl), il figlio ubriacone e debosciato ( Vincent Cassell) e l’autista-tuttofare Nikolai (Viggo Mortensen), con il quale Anna inizierà una singolare relazione. La tragedia della giovane ragazza morta è infatti strettamente legata a questa “famiglia”, una terribile storia di sfruttamento e schiavitù che convince la caparbia infermiera ad affrontare apertamente i pericolosi rivali. Ma nel mondo della mafia Vory v zakone – letteralmente: ladri nella legge – i confini tra lealtà e tradimento, verità e menzogna, sono così vicini da divenire indistinguibili. E i colpi di scena sono dietro l’angolo. La regia di Cronenberg è perfetta: supportato dal validissimo script di Steven Knight ( Piccoli affari sporchi) e dalle interpretazioni di un cast di prim’ordine, il cineasta canadese riesce a valorizzare al massimo ogni scena, anche la più violenta, rendendola stilisticamente notevole – su tutte si fa notare la fantastica sequenza di quasi cinque minuti in cui Mortensen lotta disarmato e nudo contro due energumeni all’interno di una sauna. Sono proprio la ostentata fisicità dei protagonisti, gli evocativi tatuaggi che vengono mostrati appena possibile, a dominare una narrazione ben equilibrata che non propone un continuum di scene d’azione e ammazzamenti, ma centellina magistralmente le esplosioni di violenza, anche per questo ancora più efficaci. I segni che un tempo erano stati la deformazione fisica ( Rabid, Brood, Videodrome, La mosca) diventano quindi disegni che “marchiano” i protagonisti, tatuaggi nei quali è possibile “leggere” una storia drammatica, fatta di crimini e delinquenza, che viene però fieramente mostrata – significativo che un importante incontro si svolga, proprio per questo motivo, in una sauna. Cronenberg riesce a definire un nuovo manifesto per il genere noir, con un’opera praticamente esente da imperfezioni, stilisticamente compatta e visivamente appagante – merita una menzione anche l’ottima fotografia di Peter Suschitzky. Sicuramente tra i migliori film dell’anno.

Paranoid Park
(Paranoid Park) Gus Van Sant, 2007 (Francia, Usa), 85’
uscita italiana: 7 dicembre 2007
Ormai ci siamo quasi completamente disabituati a vedere qualcosa di originale quando andiamo al cinema. Generalizzare è sempre sbagliato, ma è indubbio che il trend, soprattutto per quanto riguarda Hollywood, sia questo: film in serie, girati in modo impersonale, magari anche ben interpretati ma banali, ripetitivi, già visti.
Anche per questo, Paranoid Park sembra ancora più abbagliante in tutta la sua quasi “coraggiosa” originalità stilistica. Gus Van Sant, decisamente più interessante quando dirige pellicole low budget (Elephant, Last Days) piuttosto che rare produzioni maggiormente ambiziose – devo ancora riprendermi dall’inutile remake di Psycho che girò qualche annetto fa –, convince con questo suo ritratto generazionale, storia drammatica ed attuale con tragico risvolto “giallo”.
La vita del giovane Alex (Gabe Nevins), skater convinto dalla complessa situazione familiare, viene in parte sconvolta dalla morte di un agente avvenuta nei pressi del malfamato Paranoid Park, luogo di ritrovo per sbandati di ogni tipo e per fanatici dello skate.
L’incidente che aveva causato la morte dell’agente era stato fortuitamente causato dal ragazzo e, tra ondivaghi sensi di colpa e ambigue relazioni sociali, Alex si troverà a confessare l’accaduto solo in una lettera che non sarà mai letta da nessuno.
Gus Van Sant, fresco vincitore del premio per la regia al Festival di Cannes, si avvale, come detto, di un registro stilistico piuttosto originale. Facendo largo uso dello slow motion, delle dissolvenze e di un curatissimo montaggio, Van Sant riesce a coniugare abilmente riprese “tradizionali” ed in digitale, indispensabili per poter ritrarre al meglio le coreografiche esibizioni degli skater - davvero prezioso il lavoro alla fotografia di Christopher Doyle e Kathy Li.
Anche il sonoro è curatissimo, combinazione di una interessante soundtrack e di significativi momenti di silenzio – da segnalare la scena in cui Alex subisce la sfuriata della fidanzatina (Taylor Momsen) che aveva deciso di lasciare, sequenza nella quale non udiamo le parole del diverbio ma solo la soave musica di sottofondo.
Nel film non si tenta mai di offrire un quadro completo della situazione o di proporre un giudizio su ciò che viene raccontato: Van Sant si limita a proporci una serie di “impressioni”, di frammenti della vita quotidiana di Alex da cui si evince una critica nei confronti delle famiglie – assenti, disinteressate, distanti – piuttosto che riguardo le azioni dei giovani e sfrenati virgulti. Tutto sommato l’unica loro ossessione è lo skate: niente droghe, niente strane trasgressioni; anche quando lentamente il senso di colpa per ciò di terribile che il ragazzo aveva vissuto – ed in parte causato – inizia a scomparire, nella sua mente restano solo le plastiche esibizioni di giovani assi dello skate.
Scene piene di armonia e leggerezza, in assoluta distonia con un contesto tutt’altro che rassicurante.
Cliff Robertson dal film:
Complesso di colpa (Obsession) Brian De Palma, Usa (1975), 98'
La magia del Cinema: una camera gira su se stessa e sedici anni trascorrono trasfigurando il paesaggio ed i lineamenti di un uomo distrutto dal dolore. Tratto da una delle migliori opere di Brian De Palma, capolavoro mai sufficientemente noto.
# dallo stesso film, la magnifica sequenza finale

Il diario di una tata (The Nanny Diaries) Shari Springer Berman, Robert Pulcini, 2007 (Usa), 105’
uscita italiana: 30 novembre 2007
Dopo aver assistito agli interminabili centocinque minuti de Il diario di una tata, il mio più grande rimpianto è stato non aver studiato antropologia come il noiosissimo personaggio interpretato da Scarlett Johansson. Possedendo le adeguate conoscenze avrei forse potuto comprendere il motivo per cui una popolazione di mediocri “professionisti” del cinema e di discreti attori (difficilmente potrò perdonare a Paul Giamatti la decisione di partecipare a questo scempio, benché la sua comparsata sia comunque l’unica nota positiva della pellicola) abbia deciso di mettere in piedi un film così inutile, noioso e pieno di cliché da mettere in pericolo tutti i primati detenuti dalle opere di Julia Roberts.
Basta infatti l’assonanza Annie-Nanny (tata) a segnare il destino di una giovane specializzanda in antropologia (Scarlett Johansson) che per qualche strano motivo brama di lavorare alla Goldman Sachs. Sconvolta dalla visione di un ombrellino rosso che le fa evidentemente tornare alla memoria le brillanti gesta di Mary Poppins, Annie – a proposito, considerato il nome Woody Allen sarebbe autorizzato a citare in giudizio gli sceneggiatori per diffamazione – decide di fare la tata per una famiglia snob dell’Upper East Side (la coppia che scoppia Linney-Giamatti) curando la piccola peste Nicholas Art, unico “attore” – insieme al cane – da perdonare in quanto non ancora capace di intendere e volere.
A supporto non possono mancare la mamma-saggia (Donna Murphy) e una amica la cui mancanza di personalità lascia allibiti (Alicia Keys, ruolo indecente ma wow lo stesso). Inutile dire che c’è anche il principe azzurro e un happy end tutto tarallucci e vino.
Sarebbe prezioso se qualcuno fermasse Shari Springer Barman e Robert Pulcini prima che possano fare ulteriori ed irreparabili danni: il loro film, nel caso in cui non si fosse già intuito, riesce a collezionare ogni difetto scibile, mettendo in fila trama banale – un grazie a Emma McLaughlin e Nicola Kraus per il “libro” da cui è tratta questa roba –, personaggi extra-piatti e una insanissima dose di ostentato buonismo.
Anche quando i due tentano di inserire qualche idea un minimo originale o timidi motivi di interesse, il risultato è sconfortante; niente sembra più lontano da un film anche solo accettabile.
Insomma, da antropologo in pectore, vi do un consiglio: meglio sbagliare sala e ritrovarsi a vedere Matrimonio alle Bahamas, magari potreste anche ridere.
Si è concluso sabato il 25° Torino Film Festival. Ecco i film premiati.
Concorso Torino25:
Miglior film: Garage di Lenny Abrahamson (Irlanda, 2007)
Premio speciale della giuria: The elephant and the sea di Woo Ming Jin (Malesia-Olanda, 2007)
Miglior attrice: Joan Chen per il film The home song stories di Tony Ayres (Australia, 2007)
Miglior attore: Kim Kang-Woo per il film Gyeongui seon/The Railroad di Park Heung-sik (Corea del sud, 2006)
Premio Cipputi 2007, miglior film sul mondo del lavoro: In fabbrica di Cristina Comencini (Italia, 2007)
Italiana.doc:
Miglior documentario italiano: La nacion mapuce di Fausta Quattrini (Svizzera/Italia/Argentina, 2007)
Premio speciale della giuria: L'esame di Xhodi di Gianluca e Massimiliano De Serio (Italia, 2007)
Menzione speciale per Biutiful cauntri di Esmeralda Calabria, Giuseppe Ruggiero e Andrea D'Ambrosio (Italia, 2007)
Italiana.corti:
Miglior cortometraggio italiano: Giganti di Fabio Mollo (Italia, 2007)
Premio speciale della giuria: Primogenito complesso di Lavinia Chianello e Tomas Creus (Italia/Brasile, 2007)
Menzione speciale per Il resto di una storia di Antonio Prata (Italia/Svizzera, 2007)

Nella valle di Elah (In the Valley of Elah)
Paul Haggis, 2007 (Usa), 124’
uscita italiana: 30 novembre 2007
Da qualche anno a questa parte, in quel dell’ Academy Awards, c’è sempre una statuetta pronta per Paul Haggis. Evitando di ribadire quanto poco la vittoria di un Oscar possa essere considerata un “vanto” per un cineasta, è indubbio che il fido sceneggiatore dei film di Eastwood ( Million Dollar Baby, Flags of our fathers, Letters from Iwo Jima) giunto al successo come regista grazie all’ottimo Crash – miglior film dell’anno 2006 alla faccia di Brokeback Mountain – sia uno dei più interessanti autori americani del momento.
Nella valle di Elah non fa altro che confermare questa convinzione, dimostrando una volta ancora la notevole abilità di Haggis nello scrivere e raccontare storie importanti, con stile sempre impeccabile.
Hank Deerfield (un rigiderrimo Tommy Lee Jones), veterano dell’Army ossessionato dal patriottismo e maniaco dell’ordine, indaga sulla sparizione di suo figlio Mike, reduce dal conflitto in Iraq e di fatto mai tornato a casa.
Nella sua caparba ricerca del figlio – aiutato dall’ispettore Emily Sanders (Charlize Theron, bravissima), donna-madre continuamente vessata sul lavoro da colleghi incapaci – il sergente di ferro dovrà confrontarsi con un Esercito molto diverso da quello che aveva servito con orgoglio. La stessa fervente convinzione che lo aveva condotto a “sacrificare” alla causa i suoi due figli (anche il maggiore era morto, in guerra) e che la moglie Joan (Susan Sarandon) non riesce a perdonargli, inizia a vacillare, venendo infine meno nella simbolica sequenza finale.
Haggis enfatizza come al solito con grandissima abilità l’aspetto emotivo della storia e, avvalendosi di una costruzione narrativa perfetta e di uno stile delicato ma incisivo, riesce a colpire sapientemente l’animo dello spettatore. Niente effetti strani, niente cervellotici sviluppi; anche la musica è praticamente assente, tranne che per alcune sequenze in cui la melodia irrompe con vigore, accompagnando le immagini – vedi l’unica sequenza “d’azione” del film, in cui un breve inseguimento è sottolineato da un entusiasmante crescendo d’archi.
Il cast “stellare” mantiene ogni aspettativa: Tommy Lee Jones è probabilmente alla migliore interpretazione della sua carriera, in un ruolo che sembra scolpito sui suoi durissimi lineamenti, ed è brillantemente supportato dalla Theron, sempre credibile e mai sopra le righe.
La scelta di affrontare un’altra tematica centrale nell’America dei nostri giorni – dopo il razzismo o meglio l’antirazzismo, di cui Crash è manifesto– è vincente: Haggis ci propone una terribile visione del militarismo, in parte figlia del clima socio-politico che si respira negli States. Una visione lucida ed inquietante che difficilmente si riesce a sopportare. Quello che manca è il passo successivo, una riflessione sulla deriva delle forze armate, la descrizione di un quadro d’insieme su cui non si può accettare una eccessiva generalizzazione.
E si può anche criticare il regista americano perchè reo di avere una certa tendenza all’essere (perdonate il francesismo) un po’ paraculo, puntando molto – come già visto in Million Dollar Baby e co. – sulle scene ad effetto e su storie decisamente tristi dall’empatia immediata.
Ma riguardo una cosa non c’è alcun dubbio: a Los Angeles una bella schiera di omini dorati è pronta ad accogliere, ancora una volta, Paul Haggis. Uno dei migliori cantastorie del cinema americano.
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online dal 16 ottobre 2006
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