Pianosequenza.net
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 Fellini ....... di Emanuele P.
 
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Ognuno è libero di speculare a suo gusto sul significato filosofico del film, io ho tentato di rappresentare un'esperienza visiva, che aggiri la comprensione per penetrare con il suo contenuto emotivo direttamente nell'inconscio.

Stanley Kubrick
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\\ Ingresso : Storico per mese (inverti l'ordine)
Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
a cura di Emanuele P. (del 29/10/2007 @ 14:14:37, in Al Cinema, linkato 4395 volte)

Molto incinta
(Knocked Up)
Judd Apatow, 2007 (Usa), 129’
uscita italiana: 19 ottobre 2007
voto su C.C.

Se questa è la nuova generazione delle commedie americane, c’è da essere ottimisti: Judd Apatow, fresco guru del genere (da sceneggiatore, da regista, da produttore) cresciuto a pane e John Landis, confeziona un film delizioso, intelligente e mai melenso, oltre che davvero ben scritto.

Ben (Seth Rogen) è un cialtrone, le cui uniche aspirazioni sono poter fumare canne con i suoi bizzarri amici ed arricchirsi creando un innovativo (ma mica tanto) sito web su cui trovare un aggiornatissimo archivio delle scene di nudo di ogni star femminile.
Su un altro pianeta vive la bella Alison (Katherine Heigl, una delle amoreggianti dottoresse di Grey’s Anatomy), assistente di studio per l’emittente E! (irresistibile la coppia di dirigenti della rete) con aspirazioni nel mondo della televisione.
I due universi si incontrano la sera in cui Alison, per festeggiare una inattesa promozione che la porterebbe “in video” come protagonista di alcune interviste, si reca con la sorella (Leslie Mann) in un locale. Lì incontra per caso Ben e complici diversi litri di birra i due si ritrovano a condividere una inaspettata gravidanza.
I nove mesi canonici dovranno bastare per una impresa titanica: congiungere i due diversi pianeti e creare una felice famiglia per la ignara nascitura.

Apatow, anche autore della sceneggiatura, dirige una commedia equilibrata, senza lasciarsi tentare dalle solite insopportabili situazioni. Non a caso decide di far durare il film tantissimo per la media del genere (poco più di due ore), riuscendo ad evitare cali di ritmo ed utilizzando abilmente il tempo a disposizione per approfondire ogni aspetto dei personaggi.
Anche la scelta del cast è decisamente ispirata: Rogen e la Heigl sono davvero perfetti per i loro ruoli, così come sono deliziosi tutti i personaggi di “contorno”, dal neo-cognato di Ben (Paul Rudd) e il suo rapporto con la moglie, sino al gruppo di balordi amici che danno vita ad esilaranti siparietti (Jonah Hill, Jay Baruchel, Jason Segel e Martin Starr, che per tutto il film continua a far crescere barba e capelli a causa di una assurda scommessa).
Nonostante l’apparente “leggerezza” dello script, Apatow non rinuncia ad inserire nella storia tematiche importanti – aborto, responsabilità, sindrome da Peter Pan, crescita personale – pur mantenendo intatta una vis comica notevole.
Knocked Up – lasciamo stare la solita querelle sui titoli tradotti, ma anche in questo caso i nostri distributori hanno dato del loro peggio – è una commedia da consigliare anche a chi, come il sottoscritto, era arrivato ad odiare il genere grazie alla Julia Roberts/Hugh Grant generation: al cinema si ride, mantenendo però il cervello in funzione.
Avercene.

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a cura di Emanuele P. (del 27/10/2007 @ 17:26:20, in Re per una notte, linkato 1932 volte)

Sono stati assegnati stamattina i premi ufficiali e quelli ospitati della seconda edizione della Festa del Cinema di Roma:

Sezione Cinema 2007:

Premio Speciale della Giuria
HAFEZ di Abolfazl Jalili

Premio Marco Aurelio alla migliore interprete femminile
JANG WENLI per Li Chun (And the Spring Comes) di Chang Wei Gu

Premio Marco Aurelio al miglior interprete maschile
RADE ŠERBEDŽIJA per Fugitive Pieces di Jeremy Podeswa

Premio Marco Aurelio al miglior film
JUNO di Jason Reitman

Premi ospitati:

Premio Fastweb per la sezione Première
INTO THE WILD di Sean Penn

Premio L.A.R.A. (Libera Associazione Rappresentanza di Artisti) al miglior interprete italiano
GIUSEPPE BATTISTON per La Giusta Distanza di Carlo Mazzacurati

Premio CULT al miglior documentario presentato nella sezione Extra
FORBIDDEN LIES di Anna Broinowski

Premio Enel Cuore al miglior documentario sociale presentato nella sezione Extra
WAR/DANCE di Sean Fine e Andrea Nix-Fine

Premio MINI al miglior progetto Europeo presentato New Cinema Network
SLAWOMIR FABICKI per il progetto Bonobo Jingo

Premio L’OréalParis al miglior maquillage
VALENTINA LODOVINI interprete in La Giusta Distanza di Carlo Mazzacurati


Vi rimandiamo alle nostre recensioni in anteprima di altri film presentati al RomaFilmFest:

- Rendition di Gavin Hood
- Before the Devil Knows You're Dead di Sidney Lumet
- Le Deuxième souffle (Second Wind) di Alain Corneau
- Peur(s) du noir di AA.VV. - prossimamente

A presto con ulteriori approfondimenti dalla Festa del Cinema.

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a cura di Emanuele P. (del 26/10/2007 @ 10:15:52, in Anteprime, linkato 2978 volte)

Rendition - Detenzione illegale
(Rendition)
Gavin Hood, 2007 (Usa, Sudafrica), 120’
anteprima italiana: 21 ottobre 2007 (RomaFilmFest)
uscita italiana: 29 febbraio 2008
voto su C.C.

La “extraordinary rendition” è una procedura che comporta la cattura e successiva deportazione e detenzione eseguita in ambito di paralegalità di un sospetto terrorista. Anche se già utilizzata in precedenza, dopo gli attentati alle Twin Towers la extraordinary rendition è stata messa in atto più frequentemente – anche in Italia, con il sequestro dell’imam egiziano Abu Omar – destando sempre maggiori perplessità e in alcuni casi avendo come conseguenza anche procedimenti giudiziari a carico degli agenti che la avevano messa in atto.
Il regista sudafricano Gavid Hood (Tsotsi) partendo da questi presupposti confeziona un thriller piuttosto classico e ben diretto, nonché una non celata critica alla Rendition, mostrata in tutta la sua brutalità – e certamente con maggior effetto perché subita da un “innocente” in cui non è difficile impersonarsi.

Un cittadino egiziano (Omar Metwally), da anni residente in America ed ivi felicemente “sposato con prole”, viene intercettato di ritorno da un volo transoceanico e trasferito in una prigione mediorientale perché sospettato di aver rapporti con un gruppo di terroristi.
Avrà a che fare con il giovane agente CIA Freeman (Jake Gyllenhaal) e con uno spietato carceriere (Yigal Naor), la cui vita privata è sconvolta dalle azioni di una figlia “ribelle” (Zineb Oukach).
Dall’altro lato dell’Oceano la giovane moglie (Reese Witherspoon) farà di tutto per poterlo salvare, scontrandosi con la glaciale Meryl Streep, consueta lady di ferro.

Hood dirige abilmente uno script valido, facendo la spola tra il polveroso Medio Oriente e i brillanti interni americani. Il regista riesce nel non semplicissimo compito di evitare facili moralismi, restando abbastanza imparziale nel raccontare tra documentario e finzione questa storia a tratti aberrante.
La spy story si intreccia bene con le numerose “sottotrame” presenti nella narrazione, che non manca di qualche interessante virtuosismo – vedi la gestione dei piani temporali.
Ben interpretato da un cast decisamente all’altezza, Rendition non compie però l’ulteriore salto di qualità che lo avrebbe reso un film da ricordare, poiché il soggetto manca di una idea davvero originale o sorprendente. Il film scorre infatti sui binari prefissati e arriva fino alla conclusione senza sbavature; apprezzabile la scelta di evitare per questa storia così credibile ed attuale un finale completamente a “tarallucci e vino”, che avrebbe stonato troppo riportando la pellicola ad una atmosfera terribilmente hollywoodiana.
Meno apprezzabili le condizioni in cui abbiamo potuto vedere questo film: eravamo infatti all'interno della mongolfiera Salacinema Lotto – forse adatta per le estrazioni del bingo, certo non per sostituire una sala cinematografica–, affiancati da un gruppo di zitelle venete che disquisiva amabilmente durante tutta l'ora e mezza di proiezione riguardo ogni più insignificante particolare («uhh l'ho riconosciuto, quello è il porto di Algeri», «ma come è possibile, il tizio non era morto?») salvo poi alzarsi rumorosamente lasciando la sala appena iniziati i titoli di coda.
Nonostante ciò, possiamo affermare che Rendition è il meglio che si può chiedere al cinema americano per questo genere.
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a cura di Emanuele P. (del 24/10/2007 @ 10:35:34, in Anteprime, linkato 2876 volte)

Onora il padre e la madre
(Before the Devil Knows You’re Dead)
Sidney Lumet, 2007 (Usa), 123’
anteprima italiana: 22 ottobre 2007 (RomaFilmFest)
uscita italiana: 14 marzo 2008
voto su C.C.
 
L’ormai ottantatreenne Sidney Lumet, autore di capolavori come 12 angry man, Serpico, Quel pomeriggio di un giorno da cani, ha raggiunto un momento della carriera in cui può permettersi di osare con i suoi film, libero da ogni remora o pressione dei distributori.
Ne è un chiaro esempio il suo ultimo lavoro, Before the Devil Knows You’re Dead, film presentato alla Festa del Cinema di Roma nonostante il cineasta americano fosse assente causa un’otite che gli aveva impedito di abbandonare gli States – proiezione preceduta da una estenuante passerella di giovani e promettenti attori (o presunti tali).
La storia, che ruba il titolo ad un modo di dire irlandese (May you be in heaven half an hour before the Devil knows you're dead), racconta il disfacimento moral-economico di una famiglia “tipo” americana.

I fratelli Andy (Philip Seymour Hoffman) ed Hank (Ethan Hawke) decidono di rapinare la piccola gioielleria dei loro genitori (Albert Finney e Rosemary Harris) per poter far fronte ad impellenti problemi finanziari.
A complicare la situazione c’è il triangolo amoroso che vede al vertice l’attraente Gina (Marisa Tomei) ed ovviamente il piano – approssimativo e progettato dal più grande dei due – fallisce, innescando una spirale di violentissime conseguenze.
 
Come detto, Lumet si concede il lusso di esagerare, giocando con l’ordine cronologico degli eventi, con il montaggio, persino con il sonoro.
Il risultato è un film – come affermato dallo stesso regista – “strano”, complesso e di difficile lettura, ma che certo non lascia indifferenti.
La trama infatti sembrerebbe costruita in modo da lasciare sempre alcuni punti in sospeso, istanti ripresi e successivamente svelati dal punto di vista di vari protagonisti e con numerosissimi salti temporali che si intrecciano. Uso il condizionale perché di fatto al termine della proiezione si manifesta la (in parte) spiacevole sensazione che questo tipo di montaggio non sia tanto il frutto di un progetto avente una precisa identità, quanto più di un ostentato (ma godibile) esercizio di stile.
Il cast è dominato da Finney, straordinario interprete di un ruolo notevolmente impegnativo, e dal sempre affidabile Hoffman, ancora una volta alle prese con un alter ego negativo – c’è da dire che manca alla storia un personaggio che sia totalmente “positivo”.
Before the Devil Knows You’re Dead si trasforma lentamente da presunto thriller in vera e propria tragedia, cui manca però un momento di catarsi.
Non ci sono pietà né rimorsi in questa storia insoluta e discutibile ma terribilmente bella da vedere.
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a cura di Emanuele P. (del 22/10/2007 @ 15:14:05, in Al Cinema, linkato 2648 volte)


La giusta distanza

(La giusta distanza)

Carlo Mazzacurati, 2007 (Italia), 110’
uscita italiana: 19 ottobre 2007 (RomaFilmFest)
voto su C.C.

C’era una volta nella provincia padovana, tra nebbie, campagne e bigottismo, una giovane ed estroversa maestra (Valentina Lodovini) desiderosa di occupare i suoi ultimi giorni italiani - sarebbe partita qualche tempo dopo per il Brasile – insegnando ai giovanissimi della bassa. Tra una lezione e l’altra la ragazza impara a conoscere tutte le stereotipate specie della “fauna” locale. C’è il commenda arricchito (Giuseppe Battiston) che allunga volentieri le mani sulle donzelle di passaggio, c’è il felliniano operatore della Telecom che passa il tempo ad ascoltare le altrui telefonate (Natalino Balasso), c’è il giovane aspirante reporter con una “erre” terribilmente arrotata alle prese con i primi passi nella sua sognata carriera (Giovanni Capovilla). E soprattutto c’è il lupo cattivo destinato, Ahmed Hefiane, un elettrauto marocchino perdutamente infatuato della bella insegnante.

C’era una volta una film ben confezionato e diretto mai sopra le righe dal padovano Mazzacurati, che sguazza meravigliosamente nelle campagne della bassa ed esagera – con buon senso – solo nei piani sequenza che aprono e chiudono il film. Assecondato da sceneggiatura e cast – presente anche un cameo per Fabrizio Bentivoglio, in versione mentore del giornalismo – Mazzacurati riesce ad allestire abilmente una storia che, seppur deliziosamente legata alla provincia padana, risulta universale per quanto riguarda la descrizione dei rapporti di paese e soprattutto dei rapporti con l’altro di cui conosciamo davvero poco o niente.

C’era una volta però una storia che si lasciava trascinare in una spirale legal-giallo dalla quale faticava a venire fuori: la svolta incentrata sul whodunit finale infatti finisce col diventare frettolosa, facilona ed un po’ fuori luogo, e fa perdere parte del significato a ciò che si era visto nella precedente ora abbondante di narrazione.

La giusta distanza resta comunque un film apprezzabile, soprattutto a confronto con i più blasonati film stranieri già presentati, sufficientemente lontano dai clichè del genere e davvero ben interpretato da un cast pieno di interessanti esordienti.
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a cura di Mario T. (del 19/10/2007 @ 15:39:52, in Anteprime, linkato 2087 volte)


Second Wind
(Le Deuxième souffle)
Alain Corneau, 2007 (Belgio), 155’
anteprima italiana: 19 ottobre 2007 (RomaFilmFest)

L’inaugurazione di un festival cinematografico è un momento particolarmente delicato. Organizzare eventi di questa portata non è cosa da poco, e se gli occhi degli astanti rimangono tutti puntati sulla passerella di attori, attrici (soprattutto) e personalità assortite, lo sguardo di noi (sedicenti) critici tende a cadere sempre su ciò che non va; ci impegniamo nella ricerca e nella sottolineatura di ogni difetto, dall’incommensurabile incompetenza della biglietteria (fidatevi sulla parola, la spiegazione sarebbe troppo lunga perché troppo lungo è stato il percorso a ostacoli, costellato di rebus e indovinelli, per riuscire a ottenere le prenotazioni effettuate su internet) all’irrazionale disposizione delle luci che ha mandato fuori dai gangheri tutti i cineoperatori costretti a smontare i cavalletti e prodigarsi in improvvide manovre a spalla pur di avere un’inquadratura decente, salvata dal controluce. Per tutti questi motivi risulta fondamentale la scelta del lungometraggio inaugurale: di fronte ad un buon film, saremmo certamente ben disposti a soprassedere sulla scomodità dei posti-da-torcicollo in galleria della Sala Sinopoli, smettendo di domandarci come Goffreddo Bettini (il “massiccio” senatore veltroniano inventore del RomaFilmFest) riesca a sedersi su delle poltroncine tanto minute (se non sapessimo che l’Auditorium è opera di Renzo Piano, ne daremmo per scontata la paternità ad un architetto pigmeo). Di fronte ad un buon film, va da sé che saremmo dell’umore giusto per dimenticarci di tutti questi futili dettagli; ma avrete capito da voi che, se siamo stati finora ad elencarli uno per uno, la pellicola scelta per aprire la seconda edizione della Festa del Cinema di Roma è tutto meno che un buon film.

Second Wind è il remake di uno storico noir di Melville, ambientato nella Parigi degli anni sessanta: la versione di Corneau non si discosta quasi per nulla dall’originale, raccontando la storia di Gu (Daniel Auteil), uno spietato gangster francese con un fortissimo senso dell’etica criminale, che fuggito dal carcere progetta di saldare i conti in sospeso e di fuggire con la sua amata Manouche (Monica Bellucci). Di più sulla trama non vale la pena spendere, se non altro perché lo svolgimento del plot potrebbe essere l’unico salvagente per tenervi svegli durante le due interminabili e passa ore di proiezione. La regia è davvero scialba, priva di ritmo, assolutamente piatta; la fotografia si fossilizza su alcune riprese di taglio (alla Batman e Robin in tutina nel covo di Mr. Freeze, per intenderci) e su una dominante gialla piuttosto snervante a lungo andare; le musiche non lasciano il segno. Nota davvero dolente, poi, è l’interpretazione di Daniel Auteil: più di un feroce criminale degli anni sessanta, sembra riprodurre le fattezze dell’ispettore Clouseau. Quella del bravissimo attore francese è un’insolita debacle; è invece solita e abituale la debacle della Bellucci, sforzata e inespressiva sullo schermo, come sempre.

Applausi scroscianti a fine proiezione, eccezion fatta per i vostri inviati e pochi altri; anche la giuria popolare de “gli amanti del cinema da tutta Europa” (veltronismo doc…) non si è risparmiata. Dubitiamo che a Venezia sarebbero stati così indulgenti, tuttavia la festa di Roma nasce con presupposti differenti, quelli di una festa popolare, appunto, e non di un festival. Sta di fatto, però, che a giudicare dal film di apertura (un film in concorso, per giunta), il RomaFilmFest ci sembra ancora un ibrido fra il sacro e il profano, per ora incapace di contaminare cinema alto e grande pubblico, di esprimere un’identità propria. Staremo a vedere nei prossimo giorni.
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a cura di Emanuele P. (del 15/10/2007 @ 13:53:01, in Re per una notte, linkato 1897 volte)

Ecco l'elenco dei principali film che verranno presentati alla Festa del Cinema di Roma (18-27 ottobre).
Nei prossimi giorni proporremo recensioni direttamente dalla Festa per film in concorso e premiere.

Selezione Cinema 2007

Film a sorpresa:

- Peur(s) du noir di Christian Hincker, Charles Burns, Marie Caillou, Pierre di Sciullo, Richard Mc Guire, Lorenzo Mattotti - Francia

In Concorso:

- Barcelona, un mapa di Ventura Pons - Spagna
- Caótica Ana di Julio Medem - Spagna
- Ce que mes yeux ont vu di Laurent de Bartillat - Francia
- El pasado di Hector Babenco - Argentina, Brasile
- Fugitive Pieces di Jeremy Podeswa - Canada, Grecia
- Hafez di Abolfazl Jalili - Iran, Giappone
- Juno di Jason Reitman - Stati Uniti
- L' Amour Caché di Alessandro Capone - Lussemburgo, Italia, Belgio
- L' uomo privato di Emidio Greco - Italia
- La giusta distanza di Carlo Mazzacurati - Italia
- Le Deuxieme souffle (Second Wind) di Alain Corneau - Francia
- Li Chun di Chang Wei Gu - Cina
- Mongol di Sergei Bodrov - Kazakistan, Russia, Germania
- Reservation Road di Terry George - Stati Uniti

Fuori concorso:

- Anna Magnani, lupa romana di Gilles Jacob - Francia
- Before the Devil Knows You're Dead di Sidney Lumet - Stati Uniti
- Chacun son cinéma di AA. VV. - Francia
- L' abbuffata di Mimmo Calopresti - Italia
- La recta provincia di Raoul Ruiz - Cile, Francia
- Liebesleben di Maria Schrader - Israele, Germania
- Lions for Lambs di Robert Redford - Stati Uniti
- No Smoking di Anurag Kashyap - India

Premiere:

- Across the Universe di Julie Taymor - Stati Uniti
- Elizabeth: The Golden Age di Shekhar Kapur - Gran Bretagna
- Giorni e nuvole di Silvio Soldini - Italia, Svizzera
- Into The Wild di Sean Penn - Stati Uniti
- La terza madre di Dario Argento - Italia
- Noise di Henry Bean - Stati Uniti
- Rendition di Gavin Hood - Stati Uniti
- Silk di François Girard - Canada, Italia, Giappone
- The Dukes di Robert Davi - Stati Uniti
- Things We Lost in the Fire di Susanne Bier - Stati Uniti
- Youth Without Youth di Francis Ford Coppola - Romania, Francia, Italia

A presto per approfondimenti e recensioni da Roma.

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a cura di Emanuele P. (del 10/10/2007 @ 09:48:25, in Amarcord, linkato 3800 volte)

L'uccello dalle piume di cristallo
(L'uccello dalle piume di cristallo)
Dario Argento, 1970 (Italia, Germania Ovest), 96'

Nei titoli di coda dell’ultimo film di Quentin Tarantino (Death Proof), al momento dei ringraziamenti per le concessioni delle tracce audio è presente l’elenco di tutte le pellicole da cui l’ottimo cineasta americano ha tratto parte delle melodie usate nella sua opera. Tra i titoli citati, diversi sono italiani (quasi tutti poliziotteschi, in particolare di Lenzi) e quello che ha attirato maggiormente la mia attenzione è stato un film dal nome esotico e dall’illustre coppia regista-compositore.
Si trattava de L’uccello dalle piume di cristallo, opera prima di Dario Argento (o meglio l’esordio da “solista” del regista romano che aveva in precedenza diretto in coppia due spaghetti western) che poteva avvalersi delle musiche del mitico Ennio Morricone oltre al supporto in materia di Bruno Nicolai. Il film, come le altre opere di Argento precedenti a Suspiria (1977), è di fatto un giallo, legato ancora alla struttura del whodunit ma non per questo esente dal proporre tutti i segni distintivi appartenenti al particolarissimo stile del regista italiano, e rappresenta un mirabile esempio di cinema di genere.

Uno scrittore americano in crisi creativa (Tony Musante) si reca in Italia con la compagna (Suzy Kendall) in cerca di nuove ispirazioni, ma tutto ciò che riesce ad ottenere è una insulsa pubblicazione di ornitologia sufficiente solo a pagargli il biglietto di ritorno. Proprio qualche giorno prima di partire assiste per caso al tentato omicidio di una donna (Eva Renzi), divenendo il principale sospettato per una serie di delitti perpetrati da un maniaco nella capitale. Un po’ per scagionarsi, ma soprattutto spinto dall’innato spirito da reporter, l’americano si troverà ad investigare sugli omicidi affiancando lo zelante ispettore Morosini (Enrico Maria Salerno) e scoprirà come la faccenda sia molto più complessa di quanto possa apparire.

Dario Argento conferisce straordinaria importanza alle immagini - valorizzate dalla ispirata fotografia dell’allora quasi esordiente Vittorio Storaro (Il conformista, Ultimo tango a Parigi, Novecento, Apocalypse Now) - ed ai suoni, con rumori, voci distorte oltre ad un quasi incessante tappeto sonoro che accompagna gran parte delle scene – meraviglioso il tema principale di Morricone.
La violenza è solo supposta, suggerita: prendendo come punto di riferimento la celebre scena dell’assassinio di Psycho, Argento evita di mostrare squarci, ferite o lame che colpiscono; si limita a montare la sequenza coltello-urlo-sangue e lascia completare il lavoro alla immaginazione dello spettatore. Il risultato è esemplare.
Non c’è un istante di narrazione superflua: ogni scena è necessaria e godibile. Il pathos è mantenuto con maestria sino al multiplo colpo di scena finale, ed ogni sequenza riesce a lasciare il segno grazie ad idee ispirate e situazioni davvero originali. Basti pensare che tutti gli elementi che potrebbero sembrare scontati adesso (come le soggettive dell’assassino o la sua caratteristica “iconografia”) erano davvero innovativi per l’epoca, sebbene in parte mutuati dal cinema di Mario Bava, ed avrebbero influenzato anche grandi cineasti americani come Brian De Palma – in particolare il suo “trittico” di thriller Blow out, Vestito per uccidere, Omicidio a luci rosse.
Il cast è in parte, e spiccano le buone interpretazioni di Salerno e Musante, ma sono l’intreccio e soprattutto la cifra stilistica espressa a rendere L’uccello dalle piume di cristallo un piccolo capolavoro del genere.

Questo film, come diversi altri di quel periodo forse troppo superficialmente bollati come mediocri-violenti-trash, potrebbe contenere validi spunti per i nostri aspiranti registi troppo spesso dimentichi di un passato cinematografico non fatto solo dai grandi Maestri giustamente incensati, ma anche da numerosi capolavori di genere che anche se visti oggi continuano a dimostrare una notevole dose di originalità e stile.
Non c’è bisogno che sia Tarantino a farcelo notare…

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a cura di Emanuele P. (del 06/10/2007 @ 00:02:28, in Al Cinema, linkato 2852 volte)

Mr. Brooks
(Mr. Brooks)
Bruce A. Evans, 2007 (Usa), 120'
uscita italiana: 5 ottobre 2007
voto su C.C.

C’è una scena del film Psycho (quello di Hitchcock, naturalmente) in cui vediamo Antony Perkins che osserva con apprensione l’automobile della ragazza appena uccisa mentre scompare in una palude. Ad un certo punto però la macchina smette di affondare e, per qualche istante, resta in improbabile equilibrio. In quei momenti lo spettatore prova una empatia totalmente involontaria nei confronti di quello che si potrebbe credere il figlio dell’assassina (o l’assassino stesso, a seconda di quanto si sia scaltri), perché teme come lui che l’auto smetta di colare a picco e resti dunque lì, in bella mostra, creando al buon Perkins un enorme problema.
Per fortuna, qualche secondo dopo, la macchina riprende a sprofondare nella palude, e ivi scompare lasciando come suo ricordo solo qualche bolla d’aria. E noi, così come Perkins, tiriamo quasi un sospiro di sollievo.
Tutto questo sproloquio è per comprendere come in realtà non di rado gli spettatori siano propensi a provare una profonda empatia anche per i personaggi “cattivi” dei film, per gli assassini, addirittura per i serial killer – a breve inizierà sulle reti satellitari FOX un ottimo serial tv, Dexter, che narra proprio delle gesta di un omicida seriale che uccide però solo quelli che “lo meritano”.
Mr. Brooks fonda tutto il suo fascino proprio nello strizzare l’occhio allo spietato cattivone di turno, fascino incrementato dal fatto che il bad guy sia per una volta il brav’uomo-eroe cinematografico per antonomasia, Kevin Costner (anche Harrison Ford ci provò con Le verità nascoste, ma con pessimi risultati).

Il signor Brooks (Costner) è l’uomo dell’anno, un self made man ricco, affermato ed invidiato. Bella moglie amata (Marg Helgenberger, quella di CSI), figlia adolescente ribelle nella norma (Danielle Panabaker, nel cast di Shark, discreto telefilm ancora inedito in Italia), una fabbrica di scatole che gli frutta bei capitali; il suo unico difetto è l’avere una inconfessabile dipendenza: c’è chi beve troppo, chi fuma, chi si droga… lui uccide. Lo fa con accuratezza maniacale, tanto da non essere mai stato catturato nonostante abbia perpetrato numerosissimi ammazzamenti, e lo fa supportato dal suo alter ego rigorosamente inesistente (William Hurt), con cui discute argutamente, programma, si confessa.
A mettergli i bastoni tra le ruote, più o meno, ci sono una detective con intricate beghe ex-coniugali (Demi Moore) e un impacciato voyeurista (Dane Cook) che avendo fotografato per caso un omicidio di Mr. Brooks tenta di ricattarlo chiedendo in cambio di poter presenziare al prossimo assassinio.

Bruce Evans, semi esordiente alla regia e già apprezzato sceneggiatore (Stand by me), riesce senza strafare nel non facile compito di rendere credibile Costner come psicopatico serial killer dalla doppia vita, noioso imprenditore alla luce del sole, spietato assassino quando calano le tenebre.
Ci riesce aiutato dalle ottime interpretazioni di Hurt e dello stesso Costner, credibili ed ispirati nei loro duetti invisibili che si svolgono di continuo durante tutta la narrazione.
Nonostante le tematiche trattate, Evans decide di eliminare tutte le scene cruente “superflue”, senza far venir meno una buona dose di suspence.
Il vero punto forte di tutto il film però non è la insostenibile tensione che ci si aspetterebbe da un thriller, bensì l’interessante aspetto psicologico-ambiguo che caratterizza tutti i personaggi principali e più in generale lo svolgersi della trama – emblematica la sequenza finale dell’incubo.
Questa totale ambiguità di situazioni e protagonisti riesce in parte a sopperire agli inevitabili cali di tensione dovuti alla reale mancanza di un confronto protagonista-antagonista, confronto presente di fatto solo tra la Moore e un altro criminale in una parte marginale della storia. Sono proprio i momenti d’azione quasi irruente in cui la stagionata Demi inizia a sparacchiare qua e là a risultare infatti i peggiori di tutta la pellicola, perché totalmente fuori luogo e girati con stile approssimativo.

Mr. Brooks è un film interessante, piuttosto originale e ben interpretato. Se però ciò che cercate è un thriller “classico” lasciate proprio perdere, rischiereste di restare delusi dall’apparenza e maledireste una pellicola tutto sommato apprezzabile – o peggio rimarreste intrappolati nei prediconi pseudo moralisti che condannano una trama rea di rendere simpatico uno spietato omicida.

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a cura di Emanuele P. (del 04/10/2007 @ 14:26:31, in Al Cinema, linkato 2098 volte)

Il buio nell'anima
(The Brave One)
Neil Jordan, 2007 (Australia, Usa), 121'
uscita italiana: 28 settembre 2007
voto su C.C.

Un grande regista - a cui nonostante tutti gli sforzi della mia poderosa mente non riesco ad attribuire nome e volto - affermava che mentre un film con straordinaria regia e pessima sceneggiatura risultava mediocre, uno che potesse avvalersi di script valido e di una realizzazione stilistica tutto sommato sufficiente sarebbe risultato un’opera degna di rispetto.
Il buio nell’anima – The Brave One (davvero non saprei quale dei due titoli sia più indecente) appartiene alla prima categoria: Neil Jordan (regia) e soprattutto Tony Lawson (montaggio) svolgono un magistrale lavoro tecnico-artistico conferendo ad una sceneggiatura debole, facilona e a momenti davvero troppo inverosimile una parvenza di qualità, senza però riuscire a superare gli invalicabili ostacoli conseguenza di uno script decisamente mediocre.

Erica Bain (Jodie Foster) è la conduttrice di una trasmissione radio intellettualoide, in cui inneggia ai favolosi tempi andati, alla New York di Andy Warhol e Egdar Allan Poe (!).
La sua esistenza felice viene sconvolta dall’uccisione, avvenuta davanti ai suoi occhi, dell’amato compagno (Naveen Andrews, in periodo di “prezzemolismo” cinematografico) ad opera di un gruppo di balordi nel bel mezzo di un parco newyorkese.
Dopo essere guarita dalle ferite fisiche causate dall’aggressione, Erica decide di curare quelle psicologiche acquistando un bel “ferro” dall’abusivo di fiducia, incontrato all’interno dell’armeria che le aveva negato una compravendita istantanea (che antidemocratici, dove lo mettiamo il famoso emendamento?).
Inevitabile sviluppo da giustiziera della notte, meno scontata ma più ridicola la svolta sentimental-complice con un detective della NYPD (l’ottimo Terrence Howard, nell’occasione decisamente sprecato).

Neil Jordan dirige con uno stile impeccabile, nitido ed accurato, ed il suo lavoro, come già detto, è ancora più valorizzato dal magnifico montaggio di Lawson, che rende alcune sequenze davvero notevoli (l’aggressione alla coppia, il successivo ricovero-operazione alternato a scene dalla “vita passata” della coppia Foster-Andrews).
Abbandonato l’aspetto puramente stilistico però ci si trova a fronteggiare una sceneggiatura poco credibile, affrettata ed un po’ vigliacca nello strizzare l’occhio al linciaggio (si raggiunge il culmine nella sequenza finale).
A salvare il film contribuisce in modo decisivo anche il cast, ed in particolare la Foster, con ottime interpretazioni nonostante i vari personaggi siano sfaccettati “con l’accetta”.

Il buio nell’anima era stato etichettato, forse soprattutto per la presenza della Foster, come una sorta di revival delle atmosfere di Taxi Driver. Nulla di più sbagliato: il film di Scorsese (oltre ad essere un capolavoro, ma questo è scontato) aveva in sé connotazioni social-psicologiche che The Brave One non tenta neanche di costruire; l’unico punto in comune sembrerebbe essere rappresentato dalla presenza di una violenza “accettabile”, praticata nei confronti di chi sarebbe quasi “degno” di essere ucciso. Peccato che anche in questo le due opere siano completamente diverse: mentre Taxi Driver resta coerente fino in fondo, mantenendo la vis violenta e d’accusa che lo aveva contraddistinto sin dai primi istanti, il film di Neil Jordan finisce col mostrarsi quasi connivente nei confronti del giustizialismo spiccio, senza però avere il coraggio di arrivare sino alle estreme conseguenze.
Un’occasione sprecata.

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