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 De Palma... di Emanuele P.
 
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Il cinema è il modo più diretto per entrare in competizione con Dio.

Federico Fellini
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
a cura di Emanuele P. (del 29/09/2007 @ 09:03:30, in Al Cinema, linkato 3481 volte)

Grindhouse - Planet Terror
(Grindhouse - Planet Terror)
Robert Rodriguez, 2007 (Usa), 105'
uscita italiana: 28 settembre 2007
voto su C.C.

Sin da piccoli si impara che molto spesso a fare la differenza sono i termini di paragone: a scuola chi vorrebbe presentarsi dalla esigente maestra dopo che il più preparato dei compagni ha eseguito il suo show pieno di nozioni spicciole meritandosi un voto inarrivabile… si sa che pur conoscendo in modo sufficiente la materia si finirebbe col fare una pessima figura.
Quando Robert Rodriguez ha deciso di condividere con Quentin Tarantino l’originale idea del vintage cinematografico - dando vita a Grindhouse - è finito col diventare proprio come quell’ignaro bambino che si presenta subito dopo il primo-della-classe.
Sebbene si avvalga dei medesimi artifici e tenti di utilizzare lo stesso stile (pellicola rovinata ad arte, citazioni svariate e godibili da B movies cult, bobine mancanti e compagnia cantante) Rodriguez finisce con lo sfigurare di fronte allo straordinario esercizio d’arte che è la metà dell’opera a firma Tarantino (Death Proof): il suo Planet Terror è un horror-splatter divertente, ispirato e pieno di omaggi ai maestri del genere, ma non regge il confronto con il film che nella versione originale è proiettato qualche istante dopo, preceduto dal fake-trailer più godibile della serie (Werewolf Women of the S.S. di Rob Zombie).

Buona parte degli abitanti di una paciosa cittadina texana sono contagiati dal misterioso virus DC2, una potente arma biochimica che li trasforma in una sorta di zombie.
I pochi sopravvissuti decidono quindi di armarsi e tentare di salvare il mondo, arginando l’infezione.
Gli eroi sono una ballerina di lap dance che ha un mitra al posto della gamba, persa a causa di un attacco degli “infetti” (Rose McGowan), un misterioso pistolero dalla mira infallibile (Freddy Rodriguez) ed una dottoressa (Marley Shelton, la stessa presente anche in Death Proof) alle prese con un marito inquietante (Josh Brolin).
Non possono mancare l’arcigno ma eroico generale insospettabilmente legato a Bin Laden, Bruce Willis, e lo scienziato causa-salvezza Naveen Andrews (divenuto famoso interpretando uno dei naufraghi dell’isola di Lost) oltre ad un cameo per la prorompente Stacy Ferguson, un tempo (?) voce dei Black Eyed Peas.

Rodriguez (come pure Tarantino per la sua “metà”) cura anche la fotografia oltre che script e regia, e svolge un ottimo lavoro.
Il suo film, una volta scisso dall’opera dell’amico Quentin, regge bene e si avvale di una straripante vena da incallito amante del cinema horror.
Mentre lo scopo del regista di Death Proof sembra essere il dar vita ad un delizioso esercizio di stile, Rodriguez vuole ottenere dal suo film solo tanto divertimento, e senza dubbio ci riesce.
In questo contesto si possono perdonare al regista americano tutta una serie di sequenze esagerate e grandguignolesche che sono di fatto necessarie per la miglior riuscita della sua pellicola.
Alcune trovate sono esilaranti – il dottore ipocondriaco e luciferino che gira con un termometro perennemente in bocca, la suddetta “protesi armata" indossata dalla McGowan, la mania per gli attributi maschili del buon Naveen Andrews, che ne porta sempre una sacca con sé – così come lo sono tutti i personaggi, al limite della caricatura e ben interpretati da un cast in parte (su tutti spicca lo stesso Tarantino nella parte di un militare pervertito davvero irresistibile).
Ed è proprio l’aspetto “ludico” della pellicola di Rodriguez che rappresenta allo stesso tempo il punto di maggior forza e la principale pecca di Planet Terror: questa esplosione di azione, risate e citazioni DOC diviene un limite ed il film del buon Robert non riesce ad effettuare un ulteriore salto di qualità che avrebbe potuto renderlo un vero cult, mancando della cifra stilistica magistralmente espressa in Death Proof da quel meraviglioso artista pop che è Tarantino.
Ma, come si diceva all’inizio, è tutta una questione di paragoni.
Senza aver assistito a Death Proof probabilmente saremmo in molti ad esibirci in sperticate lodi definendo Planet Terror un nuovo capolavoro del cinema di genere, ma l’ottimo Quentin stavolta ha fatto il peggior “sgambetto” al grande amico Rodriguez, mettendo in ombra la sua apprezzabile opera.
Un film che certamente gli amanti del genere non faticheranno ad etichettare come cult imprescindibile.

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a cura di Mario T. (del 20/09/2007 @ 16:55:40, in Al Cinema, linkato 11057 volte)


I Simpson – Il film
(The Simpsons Movie)
David Silverman, 2007 (Usa), 87’
uscita italiana: 14 settembre 2007
voto su C.C.

Parlare dei Simpson non è cosa facile; le “facce gialle” (come continua imperterrito a chiamarli mio nonno) imperversano dal 1987 sulle TV di mezzo mondo. Hanno seppellito il Muro di Berlino e l’URSS, sono sopravvissuti alle Torri Gemelle e ai reality: il Times li ha ufficialmente riconosciuti come lo show del secolo (quello appena passato). Hanno ispirato trattati di sociologia e di filosofia, o più semplicemente hanno determinato i nuovi canoni della comicità occidentale di massa, sdoganando i “cartoni animati” e facendo divertire (e riflettere, considerata la forte componente satirica) milioni di fan sfegatati, compreso il sottoscritto. Per tutti questi motivi la seguente recensione non terrà conto nel suo giudizio finale delle debolezze e delle lacune del film, ma lo valuterà in quanto summa di vent’anni di puro genio.

Ne I Simpson sono condensati tutti quegli elementi che nel corso di 400 episodi in 18 stagioni hanno animato Springfield e i suoi abitanti, con i vizi e le virtù propri di ciascun personaggio. Per questa ragione il film può essere “compreso” solo da chi conosce a fondo la storia dei gialli d’America, dal pioniere Gebedia all’odierno sindaco Quimby; non che lo spettatore occasionale non possa godere ugualmente dell’estro comico di Homer, ma sarà privato del piacere più grande, quello di riuscire a cogliere tutte le chicche e le sfumature dell’universo simpsoniano. Ciò che fidelizza e compiace lo spettatore evoluto, infatti, è lo sfrenato citazionismo intertestuale che spazia dal cinema alla politica all’attualità fino a diventare autoreferenziale; un meccanismo perversamente divertente mutuato in parte dal Saturday Night Live e ricorrente nell’opera di Tarantino.

Nel suo primo lungometraggio la famiglia Simpson si trova alle prese con l’emergenza ambientale: il lago di Springfield è troppo inquinato, tanto da mobilitare perfino il Governo degli Stati Uniti, presieduto da un improbabile Schwarzenegger (improbabile giusto perché, essendo di origine austriaca, non può essere eletto alla Casa Bianca…). A differenza dei classici episodi da venti minuti, dove gli espedienti comici dimostrano un piglio decisamente critico nell’affrontare il tema della puntata, nel film l’emergenza ambientale è solo un pretesto per dare sfogo alla creatività degli autori (su tutti Matt Groening, James L. Brooks e Sam Simon) , che si sbizzarriscono infilando una gag dietro l’altra; il ritmo resta decisamente alto, compresi i titoli di coda (mai visto in vita mia un intero cinema restare incollato alle poltrone fino all’ultimo millimetro di pellicola) ma viene a mancare la graffiante satira sociale a cui siamo abituati, il fattore determinante del successo dei Simpson, l’elemento che ha dato profondità alla serie per tutti questi anni.

Per quanto riguarda il contesto italiano, non possiamo risparmiarci una menzione d’onore per il doppiaggio; sarà per la pigrizia tutta tricolore di rifiutare lingua originale e sottotitoli, ma sta di fatto che la scuola italiana non ha eguali, e i Simpson su tutti giovano di una squadra di doppiatori, dal mi-ti-co! Tonino Accolla a Ilaria Stagni a Monica Ward a Liù Bosisio (solo per citare i componenti della famiglia, ma sono fantastiche tutte le voci prestate ai personaggi cosiddetti “minori”, che poi costituiscono la vera marcia in più della serie), a dir poco fenomenale, capace di restituire lo spessore linguistico dei personaggi nell'idioma italico.

Siamo in presenza di un vero e proprio cult-movie, non per i contenuti ma per ciò che rappresenta, ovvero un’intera generazione di appassionati che sfidando i canoni televisivi e culturali dell'epoca hanno vinto la loro piccola grande rivoluzione fino ad approdare al cinema, segnando un successo che nessun emulo politically uncorrect, per quanto valido (da I Griffin a South Park), potrà mai eguagliare.

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a cura di Emanuele P. (del 17/09/2007 @ 18:56:09, in Frames, linkato 1859 volte)

Farley Granger dal film:

Delitto per delitto - L'altro uomo
(Strangers on a Train)
Alfred Hitchcock, Usa (1951), 101'

Una delle più famose sequenze "tennistiche" della storia del cinema, tratta dal capolavoro di Hitchcock.
Nel film le scene del match di tennis sono sapientemente montate con la sequenza che vede protagonista Robert Walker, antagonista di Granger e deciso ad incastrarlo per un delitto non commesso.
Per motivi di lunghezza abbiamo voluto sottolineare "solo" il modo magistrale con cui Hitchcock riesce a conferire irresistibile pathos agli scambi sincopati dell'incontro di tennis, avvalendosi di un montaggio in serratissimo crescendo e di alcune geniali intuizioni visive.
Un Maestro.

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a cura di Emanuele P. (del 12/09/2007 @ 10:06:31, in Cattiva Maestra Televisione, linkato 3631 volte)

Requiem City
(Epitafios)
Alberto Necchi, Jorge Nisco, 2004 (Argentina), 13 episodi da 48'
in Italia su FOX Crime (bouquet Sky)

In genere la lunghezza dei serial tv che hanno riscosso un buon successo viene esasperata fino all’esagerazione, con stagioni su stagioni sempre meno originali e sempre più distanti dalle premesse iniziali che tanto avevano colpito gli spettatori.
Per questo la scelta di girare un serial nato per durare una sola stagione (di tredici episodi) potrebbe essere considerata addirittura coraggiosa; per di più Epitafios (letteralmente “lapidi”) è una produzione fieramente autoctona: sebbene i fondi provengano dal network americano HBO (e dalla sua divisione per l’America Latina), regia, sceneggiatura, attori, location, dialoghi e persino i vari testi scritti presenti nella narrazione sono rigorosamente argentini – anche se la lingua parlata è un più esportabile spagnolo e non la sua “versione” generalmente parlata in parte del Sud America (il rioplatense).
Considerato il successo ottenuto in patria (oltre che in Australia, dove il serial fu lanciato in anteprima) e poi in America, Epitafios è stato distribuito anche in Europa (ed in Italia) sulla rete satellitare FOX con il titolo di Requiem City.
Ed è proprio dalla visione casuale del pilota che è arrivata una discreta folgorazione: Epitafios è un thriller originale e ben scritto, che mantiene la cifra stilistica di un film di buon livello (ottimi montaggio e fotografia) e la coniuga con tutti i benefici derivanti dalla serialità.

Il protagonista delle vicende è un ex poliziotto, Renzo (Julio Chávez), ritiratosi dal servizio in seguito ad uno spiacevole incidente che aveva causato la morte di quattro giovani studenti tenuti in ostaggio da un professore esaurito. Le danze si aprono proprio con il ritrovamento del corpo (o meglio della testa) dell’insegnante insieme alle prime due lapidi, con incisi i nomi di Renzo e di una psicologa che era stata coinvolta nell’incidente della scuola – Laura (Paola Krum). Il coinvolgimento dei due è anche sentimentale, e la serie di delitti che coinvolgono tutti coloro che in qualche modo avevano causato la morte dei quattro ragazzi costringe Renzo a tornare, malvolentieri, ad una vita che aveva voluto dimenticare.
L’antagonista è Bruno (Antonio Birabent, lo dico senza timore di svelare qualcosa di troppo poiché la cosa è palese sin dai titoli di testa) e si rivelerà uno spietato e metodico avversario.
Dopo le tredici, perfette, serate potremo scoprire come il sottotitolo “la fine è già scritta” sia in realtà sfacciatamente veritiero.

La sceneggiatura di Marcelo e Walter Slavich è “ad orologeria”: ogni piccolo ingranaggio è magistralmente inserito all’interno di un più grande mosaico che si svela gradualmente in tutta la sua complessità. Tra gli esempi principali dell’ottimo lavoro svolto dai writer argentini c’è senza dubbio la scelta del momento in cui mostrare il volto del serial killer: ciò avviene nelle primissime puntate ma abbastanza tardi da celare alcune situazioni molto ambigue – non dico altro per evitare spoiler “gratuiti”.
Anche il duo di registi, Alberto Necchi e Jorge Nisco, contribuisce a mantenere una apprezzabile cifra stilistica durante tutti gli episodi, ispirandosi decisamente al noir ed ai thriller di migliore qualità. Nonostante siano presenti scene piuttosto cruente, Epitafios non diviene mai uno splatter o peggio uno di quei thriller ibridati all’horror che tanto vanno di moda da un po’ di tempo a questa parte, pur riuscendo a mantenere costante (ed alto) il livello di tensione in ciascun episodio.
Tra i principali meriti di questo serial c’è senza dubbio l’assenza di un eroe che sia completamente positivo - forse solo il padre di Renzo (Villanueva Cosse), pacioso veterano di polizia costretto in sedia a rotelle e cuoco incallito: il personaggio di Chàvez è infatti un uomo fondamentalmente insicuro, sempre depresso, malinconico ed autolesionista, così come la sua “quasi” compagna Laura che dimostra nel turbolento rapporto con l’ex marito e con il figlio tutta la sua fragilità. La relazione che nasce tra i due è quindi evidentemente destinata ad essere precaria e movimentata, e ciò la rende perfetta per il contesto di continua incertezza che domina la narrazione.
Nessun personaggio è davvero indispensabile e gli sceneggiatori sfruttano saggiamente questa caratteristica per mantenere sempre alta la suspence durante i tredici episodi – non mancano ad esempio nuovi personaggi che lentamente si aggiungono al cast, come la detective Marina (Cecilia Roth) che incarna perfettamente lo stereotipo tanto in voga nel serial di anti-eroe, a causa della sua vita tutt’altro che irreprensibile.
L’intero cast è di buon livello, e su tutti spiccano le figure di Chàvez e Birabent, ottimi e carismatici interpreti dei due principali protagonisti. Per quanto riguarda la versione italiana non ci si può esimere dal menzionare il grandissimo lavoro di doppiaggio (eccellente come al solito), che nobilita ancora di più un “prodotto” di per sé già apprezzabile.
Come detto, la cifra stilistica dell’opera è molto vicina a quella di un buon film ed è il risultato del magistrale lavoro di Jorge Fernández e Guillermo Zappino (alla fotografia, sempre credibile ed ispirata, lontana anni luce da quella delle “rinomate” soap latine) e del compositore argentino Iván Wyszogrod (autore delle musiche) oltre che ovviamente dell’illuminato sodalizio regia-sceneggiatura.

Requiem City segue dunque la strada già tracciata da diversi altri serial americani (Lost, 24 e compagnia cantante) prodotti da network sempre più convinti che l’intrattenimento “di qualità” sia ciò su cui puntare con forza per il prime-time del futuro. In più propone una nuova idea di serie che abbia inizio e fine ben definiti sin dal principio (una sola stagione, tredici episodi), e che mutui dal cinema anche parte del meccanismo narrativo, adattandolo ad una più dilatata lunghezza.
Questo trend di alcuni network americani è assolutamente apprezzabile, anche perché diviene una discreta alternativa alle produzioni hollywoodiane che – soprattutto per quanto riguarda alcuni generi come il thriller – negli ultimi anni sembrano incapaci di proporre opere apprezzabili.

Da vedere.

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a cura di Angelo R. (del 09/09/2007 @ 00:06:00, in Re per una notte, linkato 5313 volte)

Ed eccoci giunti finalmente al termine della 64esima edizione del Festival del Cinema nella bella e pittoresca citta' di Venezia, ultimo giorno: giorno di premi, di vittorie e di sconfitte, di gioia e d'amaro..molte sono state le sorprese e parecchi i "deja-vu" ma andando al sodo, quale modo migliore di presentarmi se non dare subito i tanto attesi ragguagli?

In primis, mi pare piu' che doveroso, fare una breve lista riassuntiva di tutti i film in concorso nella serie maggiore di questa edizione del Festival, il concorso "Venezia 64" molto ricco e decisamente vario:

Concorso "Venezia 64"

  • Atonement - Joe Wright
  • The Darjeeling limited - Wes Anderson
  • Sleuth - Kenneth Branagh
  • Michael Clayton - Tony Gilroy
  • En la ciudad de sylvia - Jose Luis Guerin
  • Sukiyaki western django - Miike Takashi
  • Il dolce e l'amaro - Andrea Porporati
  • In the valley of Elah - Paul Haggis
  • The sun also rise - Jiang Wen
  • Nessuna qualita' agli eroi - Paolo Franchi
  • The assasination of Jessie James - Andrew Dominik
  • La graine et le mulet - A. Kechiche
  • I'm not there - Todd Haynes
  • 12 - Nikita Mikhalkov
  • Redacted - Brian De Palma
  • L'ora di punta - Vincenzo Marra
  • It's a free world - Ken Loeach
  • Lust, Caution - Ang Lee

Ed ecco i vincitori, una veloce e breve carrellata su coloro che si portano a casa un premio e la statuetta:

Per il concorso "Venezia 64":

LEONE D’ORO per il miglior film a:
SE, JIE (LUST, CAUTION) di Ang LEE (Usa/Cina/Cina, Taiwan)

LEONE D’ARGENTO per la migliore regia a:
Brian DE PALMA per il film: REDACTED (Usa)

PREMIO SPECIALE DELLA GIURIA a (ex aequo):
LA GRAINE ET LE MULET di Abdellatif KECHICHE (Francia)
I’M NOT THERE di Todd HAYNES (Usa)

COPPA VOLPI per la migliore interpretazione maschile a:
Brad PITT nel film THE ASSASSINATION OF JESSE JAMES BY THE COWARD ROBERT FORD di Andrew DOMINIK (Usa)

COPPA VOLPI per la migliore interpretazione femminile a:
Cate BLANCHETT nel film I’M NOT THERE di Todd HAYNES (Usa)

PREMIO MARCELLO MASTROIANNI
a un giovane attore o attrice emergente a:
Hafsia HERZI nel film LA GRAINE ET LE MULET di Abdellatif KECHICHE (Francia)

OSELLA per la migliore fotografia a:
Rodrigo PRIETO direttore della fotografia del film SE, JIE (LUST, CAUTION) di Ang LEE (Usa/Cina/Cina, Taiwan)

OSELLA per la migliore sceneggiatura a:
Paul LAVERTY del film IT’S A FREE WORLD… di Ken LOACH (Gran Bretagna/Italia/Germania/Spagna)

LEONE SPECIALE per l’insieme dell’opera a:
Nikita MIKHALKOV



Per il concorso "Orizzonti":

PREMIO ORIZZONTI a:
SÜGISBALL (AUTUMN BALL) di Veiko ÕUNPUU (Estonia)

PREMIO ORIZZONTI DOC:
WUYONG (USELESS) di Jia ZHANGKE (Cina)

MENZIONE SPECIALE:
KAGADANAN SA BANWAAN NING MGA ENGKANTO (DEATH IN THE LAND OF ENCANTOS) di Lav DIAZ (Filippine)

PREMIO VENEZIA OPERA PRIMA “LUIGI DE LAURENTIIS”:
LA ZONA di Rodrigo PLÁ (Giornate degli autori-Venice Days, Spagna/Messico)

LEONE D'ARGENTO per il miglior cortometraggio a:
DOG ALTOGETHER di Paddy CONSIDINE (Gran Bretagna)

MENZIONE SPECIALE:
LIUDI IZ KAMNYA (STONE PEOPLE) di Leonid RYBAKOV (Federazione Russa) per la metafora scherzosa e radicale di una realtà conosciuta

PRIX UIP a:
ALUMBRAMIENTO di Eduardo CHAPERO-JACKSON (Spagna)


A giorni, i dettagli di queste fantastiche settimane di jet set, curiosita', cinema, film, interventi ed approfondimenti dal vostro "Man in Venice".

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a cura di Emanuele P. (del 08/09/2007 @ 10:01:12, in Al Cinema, linkato 2859 volte)

Io vi dichiaro marito e...marito
(I Now Pronounce You Chuck and Larry)
Dennis Dugan, 2007 (Usa), 115'
uscita italiana: 7 settembre 2007
voto su C.C.

Ogni anno sbarcano nei nostri cinema decine di papabili blockbuster hollywoodiani, commedie o presunte tali, che mirano alla massa di pubblico per un lauto botteghino.
Tra queste raramente si scopre qualcosa di davvero divertente (Idiocracy ad esempio) e spesso ci si trova di fronte a film molto simili ai nostri snobbatissimi cinepanettoni, pellicole “nobilitate” dalle interpretazioni più o meno illuminanti di celebrità americane – Robin Williams, per carità grandissimo talento, ha dato il peggio di sé nell’ultimo periodo con i vari L’uomo dell’anno e Licenza di matrimonio.
Restando in tema di bizzarri sposalizi, con I Now Pronounce You Chuck and Larry possiamo assistere ad un buon esempio di commediola svagata che però, avvalendosi di uno script abbastanza originale - tra gli autori figurano Alexander Payne (Sideways) e Jim Taylor (A proposito di Schmidt) – e di interpretazioni ispirate, riesce a portare a casa il principale obbiettivo: far ridere gli spettatori senza usare solo parolaccie e scorreggie.

Chuck (Adam Sandler) e Larry (Kevin James) sono due apprezzati pompieri nonché grandissimi amici. Per ovviare ai cavilli burocratici che renderebbero inutilizzabile l’assicurazione sulla vita stipulata dal più oculato dei due (Larry, vedovo con prole), la coppia è costretta a fingersi gay ed ottenere un matrimonio semi clandestino nel vicino Canada.
Metteranno a rischio il loro piano l’ingenua ed irresistibile avvocatessa che li supporta (Jessica Biel, woooow) ed il fin troppo meticoloso ispettore che li vorrebbe accusare di frode (un grandissimo Steve Buscemi).
Ma si sa, una commedia non può finire male…

Dennis Dugan – conosciuto (?) da noi per alcune commedie molto svagate – dirige limitandosi a lasciare quanto più possibile la scena al duo Sandler-James ed alla loro corte dei miracoli.
I due attori sono il vero valore aggiunto della pellicola e danno vita a scenette talvolta esilaranti, ben supportati dal resto del cast che è tutt’altro che alle prime armi (oddio, alle prime armi, Moretti mi ucciderebbe).
Oltre al già citato Buscemi (detective fastidiosissimo ed omofobo) ed alla magnifica Jessica Biel (vi raccomando il vestito da cat woman…) fanno infatti capolino Dan Aykroyd (un illustre e bonario capitano dei pompieri), Ving Rhames (il mitico Marsellus Wallace di Pulp Fiction, per l’occasione gay represso) e Richard Chamberlain (ambiguo e salomonico giudice).
A completare il quadro c’è una sceneggiatura decisamente politically correct ma ugualmente interessante e non troppo banale, scritta da vissuti esperti del genere.
Qualche battuta e qualche scena sono da ricordare (il bizzarro asiatico che celebra i matrimoni in Canada, la insospettabile donnona che “aiuta” Larry a pulir casa, il bimbo con la fissa del ballo che sembra balzato fuori da Billy Elliot) ed in generale il tempo passa senza che si sbadigli mai – e questo è già un buon passo avanti.
Unico appunto da fare agli sceneggiatori è che nella parte finale il film rischia di diventare un po’ troppo prolisso e ripetitivo, perdendo parte della sua vis comica.
Per il resto si tratta di un buon blockbuster, animale da botteghino addomesticabile anche dai cinefili un po’ più esigenti.

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a cura di Mario T. (del 06/09/2007 @ 17:25:25, in Al Cinema, linkato 5801 volte)


4 mesi, 3 settimane e 2 giorni
(4 luni, 3 saptamini si 2 zile)
Cristian Mungiu, 2007 (Romania), 113’
uscita italiana: 24 agosto 2007
voto su C.C.

Ci sono testi – siano essi libri, film, musiche – che legano indissolubilmente politica ed estetica; è senz’altro il caso della Palma d’Oro di Cannes 2007, il secondo lungometraggio del rumeno Cristian Mungiu. Si tratta di un film talmente valido stilisticamente da permetterci di assumere un punto di vista critico esclusivamente cinematografico; a nostro avviso, però, faremmo un torto non tanto alle convinzioni e alle idee del regista (delle quali non vogliamo farci arbitrari portavoce) quanto all’importanza del tema che egli ha sapientemente, prorompetemente e artisticamente proposto. Per questo motivo preferiamo essere obiettivi rivelando la nostra parzialità e giocando a carte scoperte.

Nella Romania di Ceausescu una giovane studentessa del politecnico, Otilia (Anamaria Marinca) sta cercando di aiutare la sua amica Gabita (Laura Vasiliu) ad abortire clandestinamente, rischiando le severesissime pene previste dalla legislazione locale dell’epoca sovietica. Le due riescono ad ottenere un incontro quasi segreto in un albergo con un medico disposto ad aiutarle ad abortire, ma i rischi per una gravidanza al quarto mese (più tre settimane e due giorni...) sono molto alti. Non solo: il medico (Vlad Ivanov), invece di accettare un pagamento in denaro, decide di ricattare le ragazze costringendole di fatto a prostituirsi per lui. Nonostante la traumaticità dell’accaduto, Otilia e Gabita sono costrette a mantenere la calma per non commettere errori che possano comprometterle con le autorità. Ma in uno scenario dominato dalla dittatura di Ceausescu non sarà facile.

In un’atmosfera da romanzo kunderiano, dove il comunismo permea collateralmente tutte le cose ma non è mai al centro del racconto, Mungiu ci catapulta immediatamente al centro della storia, evitando qualunque tipo di spiegazione o caratterizzazione dei personaggi. Durante la prima mezz’ora lo spettatore segue curioso gli spostamenti di Otilia tentando di raccogliere indizi per ricostruire il contesto narrativo e le vicende della ragazza, che prima tratta freddamente il suo fidanzato chiedendogli dei soldi e promettendogli con riluttanza di essere alla cena del compleanno di sua madre quella sera, e poi va alla disperata ricerca di una stanza d’albergo dove sistemare Gabita e il medico con cui hanno preso accordi. Quando finalmente il quadro appare chiaro, la situazione inizia a precipitare; le vaghe speranze che il medico affronti un tale rischio anche in virtù di una qualche forma di umanità o etica sociale svaniscono non appena egli palesa i suoi propositi sessuali. Le tecniche rudimentali adoperate per un aborto clandestino sono poco rassicuranti, e perfino sbarazzarsi del feto è un problema da affrontare con la priorità di non incorrere nella polizia o in una qualche denuncia. Il crudo realismo della fotografia, per lo più priva di musiche d’accompagnamento, colpisce allo stomaco; la tensione sale a tal punto che, paradossalmente, la scena più drammatica è il lungo pianosequenza fisso su Otilia (corsa momentaneamente via dall’albergo) al tavolo imbandito per il compleanno della madre del suo fidanzato. In un clima festoso gli ospiti brindano e chiacchierano beatamente del più e del meno (una conversazione molto kunderiana, uno stralcio di vita “borghese” di comunisti poco rivoluzionari che preferiscono disobbedire al marxismo e andare in Chiesa o darsi da fare per favoritismi e clientele) mentre il volto di Otilia e quello degli spettatori è sempre più cupo al pensiero di cosa stia succedendo a Gabita nella stanza d’albergo.

Se da un lato 4 mesi, 3 settimane e 2 giorni è un ottimo affresco di vita vissuta sotto il regime sovietico, dall’altro è un film di grande attualità, specialmente in Italia, oltre che in Romania dove a 17 anni dalla legalizzazione dell’aborto la distorsione di questo strumento ed anche il suo traffico clandestino continuano ad imperversare. Mungiu ha spiegato a L’Espresso di non voler dare giudizi sulle scelte personali, ma di condannare le condizioni sociali e culturali che fanno dell’aborto uno dei principali strumenti contraccettivi della Romania. Per quanto ci riguarda, non possiamo non ravvisare nelle parole del regista ma soprattutto nelle sue immagini una ferma e durissima condanna della proibizione, della demonizzazione e dell’oscuramento dell’aborto (come dell’utilizzo di misure di contraccezione o di una completa e informata consapevolezza sessuale), azioni utili solo ad aggravare il fenomeno, a nasconderlo nel pericolo della clandestinità e a indebolire i diritti di donne già in difficoltà. In Italia il discorso antiabortista ritorna puntualmente e surrettiziamente quasi ogni anno, ma proprio a ridosso dei 30 anni dal referendum del ’78 che legalizzò l’aborto, la pressione pare essere decisamente aumentata. Tenendo fede alla parola data, il nostro consiglio non solo cinematografico ma esplicitamente politico è di guardare il bellissimo film di Mungiu: magari chi oggi continua a contestare la legge 194 non cambierà idea, ma che almeno sappia a cosa va incontro.

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a cura di Emanuele P. (del 02/09/2007 @ 14:18:51, in Frames, linkato 2553 volte)

Al Pacino dal film:

Carlito's Way
(Carlito's Way)
Brian De Palma, Usa (1993), 144'

Straordinaria sequenza: movimenti di camera, montaggio e musica tipici delle scene d'Azione depalmiane.
Un piacere per gli occhi degli innamorati di Cinema. 

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a cura di Emanuele P. (del 01/09/2007 @ 10:02:03, in Al Cinema, linkato 5943 volte)

Captivity
(Captivity)
Roland Joffé, 2007 (Usa, Russia), 96'
uscita italiana: 31 agosto 2007
voto su C.C.

Ci sono probabilmente pochi registi che più di Roland Joffé possano spiegare cosa sia una carriera che imbocca in modo precoce ed inesorabile la parabola discendente.
Il regista dei due film degli esordi (Urla del silenzio e soprattutto Mission) sembra essere scomparso proprio al termine delle riprese del capolavoro che aveva come protagonista Bob De Niro e le soavi musiche del nostro Morricone, rimpiazzato da un individuo bigotto come pochi e dal discutibilissimo talento. La città della gioia, La lettera scarlatta (in particolare) sono esempi chiarificatori di una rapida caduta nel baratro del pessimo cinema.
Joffé compie quello che probabilmente sarà l’ultimo di questi passi verso l’abisso con Captivity, un thriller disgustoso e disgustante, che allude ad atmosfere scabrose senza avere il coraggio di concludere, che esaspera l’orrore senza spaventare, che tenta di sconvolgere facendo sbadigliare.

Tra un Martini e l’altro scolati nel locale più cool di Manhattan, una modella sulla cresta dell’onda (Elisha Cuthbert, wow) viene rapita dall’ormai più classico dei maniaci hollywoodiani - l’obeso che odia la madre per un’infanzia terribile – ritrovandosi rinchiusa in una cella e sottoposta ad ogni genere di orribile tortura. Ma, attenzione, non è la sola ad essere ingabbiata. Un belloccio (Daniel Gillies) occupa infatti la “suite” affianco la sua e da cosa nasce cosa: tra sabbia, sangue e perversioni del maniaco i due finiscono col trovare impossibile non copulare.
I colpi di scena non finiscono qui, ma non me la sento di svelarvi il resto – finisce che poi non lo andate a vedere, e sarebbe un peccato

Considerando la trama e la situazione assurda che si viene a creare – due modelli che flirtano e si accoppiano in una gabbia sotto la sapiente regia di un maniaco che li controlla in ogni istante – ci sarebbero le basi per una spassosissima black comedy, un efficace Scary Movie.
Joffé invece pretende di trarci un thriller sulla falsa riga dei vari Saw, Hostel e compagnia cantante, con il risultato di girare un film che tortura più gli spettatori della povera bonazza prescelta dal maniaco - che a quanto pare si tratta bene.
È inutile esagerare con i particolari disgustosi – la faccia della Cuthbert nell’immagine che ho scelto è inequivocabile – e con i colpi di scena scritti con i piedi pur di spaventare lo spettatore: invece che ricca di tensione la sceneggiatura di Larry Cohen e Joseph Tura è inconcludente, oziosa ed addirittura irritante.
C’è da dire a parziale discolpa dei writer che il film come lo abbiamo visto è anche frutto di tutta una serie di re-shoot fermamente voluti dai distributori americani (la pellicola fu girata nel 2005 a Mosca e presentata ad alcuni festival in versione differente) convinti che una svolta sul genere “torture-porn” tanto apprezzato dai boccaloni vari avrebbe giovato al botteghino. Peccato che invece questa “svolta” sia valsa solo pessime critiche e le ire dei movimenti femministi, ire culminate con il ritiro di numerosi cartelloni pubblicitari troppo “espliciti”.
Probabilmente senza le suddette modifiche il film non sarebbe stato un capolavoro, ma almeno sarebbe rimasto più coerente e guardabile.
L’unico motivo che potrebbe spingere a vederlo (la Cuthbert) è più che valido, ma a questo punto meglio che vi orientiate su qualcosa del tipo La ragazza della porta accanto: tanto, nonostante le immancabili allusioni, in questo Captivity davvero nulla di realmente scabroso viene mostrato, confermando la svolta sempre più bigotta del buon Joffé.
Un discreto ex regista.

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