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 Clouzot... di Emanuele P.
 
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Un critico che mi parla di verosimiglianza è una persona senza immaginazione.

Alfred Hitchcock
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
a cura di Emanuele P. (del 28/08/2007 @ 10:16:45, in Amarcord, linkato 2294 volte)

Analisi di un delitto
(A Murder of Crows)
Rowdy Herrington, 1998 (Usa), 99'

In pochi casi la traduzione (o presunta tale) del titolo di un film per la versione italiana è stata più insensata e deleteria. I geni della distribuzione da A Murder of Crows – frase ambigua, affascinante, molto significativa – hanno tratto lo scialbo Analisi di un delitto, titolo tra l’altro poi “copiato” anche per un altro film di qualche anno dopo (Narc), con il risultato di rendere ancor meno affascinante una pellicola già poco sponsorizzata.
Ed è un peccato, perché A Murder of Crows (la uccisione dei corvi o un delitto tra corvi, a seconda di come lo si voglia intendere) è un film godibile, decisamente più giallo che thriller, che unisce una atmosfera molto particolare ad uno script tutt’altro che banale.

Lawson Russell (Cuba Gooding Jr.) è avvocato rampante nonchè “figlio d’arte”, ma proprio non riesce a conciliare la sua morale con le scelte che si trova a dover compiere. Di fronte all’ennesimo cliente colpevole - e stavolta particolarmente presuntuoso e viscido – che è sul punto di far assolvere, sbotta, rovinando processo e carriera.
Sopravvive quindi sperperando i beni del defunto genitore nell’invano tentativo di trovare una idea per un romanzo, sin quando quasi per caso incontra un anziano professore che poco prima di morire gli affida un validissimo manoscritto “A Murder of Crows”, inedito e sconosciuto.
Il buon Lawson lo prende come una manna dal cielo, appropriandosene e riuscendo a divenire ricco e affermato con la sua pubblicazione. Peccato che il romanzo, che narra delle uccisioni di alcuni dei più avidi avvocati americani (i corvi del titolo), sia tutt’altro che di pura invenzione, e l’ex azzeccagarbugli si ritroverà lui stesso ad essere accusato per quei delitti così minuziosamente descritti, nell'impossibilità di rivelare la sua, all'apparenza così inverosimile, verità.

Quella di Rowdy Herrington è l’unica perla di una carriera tutto sommato alquanto modesta; A Murder of Crows è brillantemente scritto e discretamente diretto, e fa dell’atmosfera che lo contraddistingue sin dai primissimi istanti di narrazione il vero fiore all’occhiello di una pellicola apprezzabile - ne è la dimostrazione la presenza, in uno dei videogame dalle location più evocative degli ultimi anni (Hitman - Blood Money), di una "missione" dichiaratamente ispirata, dal titolo all'ambientazione, a questo film.
Il regista americano infatti, sebbene diriga un “presunto” thriller, non ci mostra in tutto il film neanche un cadavere o qualche sparo-coltellata (tranne che nella ultima sequenza), ma riesce ugualmente a mantenere sufficientemente alta la tensione e soprattutto l’interesse per una trama decisamente originale.
Il cast è in parte, con un Cuba Gooding Jr. molto ispirato e ben supportato dal poliziotto un po’ cialtrone che gli da la caccia (Tom Berenger), e da Mark Pellegrino sufficiente interprete di un ruolo molto complesso.
Nonostante non manchino qualche imprecisione ed alcuni momenti poco convincenti (l’happy end finale rovina un po' la situazione), Herrington riesce a non scadere mai nel ridicolo o nel grottesco (e non era facile), dando vita ad un vero e proprio giallo, ben equilibrato ed appassionante.

A Murder of Crows è uno di quei film destinati a diventare presto “da cassetta” ma che gli amanti del genere non faticheranno ad apprezzare – ed anche parecchio.
Vale una visita da Blockbuster.

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a cura di Emanuele P. (del 25/08/2007 @ 09:20:28, in Al Cinema, linkato 3708 volte)

Hot Fuzz
(Hot Fuzz)
Edgar Wright, 2007 (Gran Bretagna), 121'
uscita italiana: 24 agosto 2007
voto su C.C.

La coppia Edgar Wright (sceneggiatura e regia) – Simon Pegg (sceneggiatura e interpretazione) dalle nostre parti è praticamente sconosciuta, ma oltremanica gode di una discreta schiera di fan.
I due infatti si fecero conoscere dal pubblico britannico con l’esilarante “cult di nicchia” Shaun of the Dead, brillante parodia di tutti i film horror a tema “zombie”.
Avendoci preso gusto, Wright e Pegg sono passati ad un altro genere ultra popolare negli States, quello dei polizieschi caciaroni o più in generale dei chiassosi film d’azione che tanto vanno a genio agli americani.
Hot Fuzz non è altro che una geniale e surreale versione di una pellicola d’azione made in USA, vista con gli occhi scettici ed il proverbiale humor tutti britannici.

Il sergente in pectore Nicholas Angel (Simon Pegg) è un poliziotto modello. Accumula encomi, medaglie al valore ma anche la crescente invidia di tutti i colleghi della City, che sfigurano dinanzi alla sua impeccabile professionalità. Persino i suoi superiori non possono sopportarlo e, promovendolo, decidono di sbatterlo in un (solo all’apparenza) idilliaco paesino della campagna inglese. L’impatto è devastante per il perfezionista Angel, ma dopo i primi momenti il sergente imparerà ad apprezzare il collega cialtrone (Nick Frost) e soprattutto inizierà a scoprire quanto possa essere pericoloso vivere nel villaggio più volte premiato per essere il più tranquillo di tutta l’Inghilterra…

Edgar Wright - notato anche da Tarantino e Rodriguez che gli hanno affidato uno dei loro trailer fittizi (Don’t) all’interno di Grindhouse - dirige magistralmente il suo amico e co-sceneggiatore Pegg.
Le citazioni da film più o meno celebri del sottobosco hollywoodiano si sprecano (da Bad Boys ad Air Force One), ma lo stile è inconfondibile, frenetico e molto originale.
Wright dà il suo meglio nelle esageratissime sequenze d’azione che abbondano nell’ultima parte della pellicola, usando montaggio serrato, slow motion ed ogni altro espediente rubacchiato qua e là dal cinema che si prefigge di perculeggiare con grande efficacia.
Pegg, oltre che co-autore di una sceneggiatura davvero ottima, è il protagonista perfetto di questo film, un po’ Willis e un po’ Stiller, unisce sapientemente testardaggine un po’ ottusa ed eroismo spiccio, con un personaggio che inizia la storia come poliziotto modello e la finisce da degno erede di quel fracassone dell’ispettore Callahan.
Brillante anche l'interpretazione di Timothy Dalton, nei panni di un misterioso direttore di supermarket che sembra perennemente star nascondendo qualcosa di inquietante.
Unico appunto che si può fare alla coppia Wright-Pegg è l’aver finito col diventare compiaciutamente ridondanti nell’ultima parte del film, esasperando fin quasi al limite le volutamente eccessive sequenze tutte spari ed esplosioni. Ma anche questa scelta fa parte del magistrale progetto parodistico alla base del loro film ed è, in quanto tale, giustificabile.
Non manca una sana dose di humor, con tutta una serie di battute più o meno evidenti ed un godibile sarcasmo strisciante (l’efficacissimo sergente riesce a venire a capo dei misteri del paesino solo dopo che, per caso, dei negozianti di fatto gli rivelano tutti i particolari necessari); così come non può mancare un atteggiamento discretamente snob nei confronti di un certo cinema americano e dei suoi mal celati cliché.

A tratti esilarante e mai noioso, Hot Fuzz fa venir voglia di rivederlo anche solo per poter apprezzare meglio tutte le ammiccanti citazioni di cui è pieno o per poter riosservare le truci smorfie dell’ottimo Simon Pegg di fronte alle numerose situazioni assurde che si trova ad affrontare.
Piccolo cult, tutto da scoprire.

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a cura di Emanuele P. (del 24/08/2007 @ 11:25:55, in Al Cinema, linkato 1457 volte)

E' in uscita da oggi nelle sale italiane il nuovo film di Michael Moore, Sicko.
La pellicola, proposta in anteprima lo scorso maggio a Cannes, vi è stata già presentata da Pianosequenza.net qualche tempo fa.

Vai all'articolo...

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a cura di Emanuele P. (del 18/08/2007 @ 09:08:00, in Al Cinema, linkato 2272 volte)

Disturbia
(Disturbia)
D.J. Caruso, 2007 (Usa), 104'
uscita italiana: 17 agosto 2007
voto su C.C.

Tra tutti i capolavori diretti da Alfred Hitchcock, Rear Window (La finestra sul cortile, 1954) è quello che forse vanta il maggior numero di citazioni-imitazioni.
La più memorabile è probabilmente Omicidio a luci rosse (Brian De Palma, 1984) perfetto thriller tipicamente depalmiano in cui è il vouyerismo a farla da padrone.
Disturbia è l’ultimo – e francamente ben riuscito – tra questi tentativi di trasporre ai nostri giorni il vecchio e caro tema del menomato che per caso assiste alle nefande abitudini di un vicino di casa assassino.
D.J. Caruso ci propone un film che, seppure in parte schiavo di tutta una serie di cliché e situazioni prevedibili, riesce ad essere efficace, intenso ed a momenti anche decisamente divertente.

Kale (Shia LaBeouf, il ragazzo si farà) dopo la morte del padre, avvenuta in un assurdo incidente stradale, è costretto ad una sorta di “arresti domiciliari” per aver colpito uno dei suoi insegnanti, reo di aver citato a sproposito il defunto genitore.
Bloccato nella sua casa, privato di videogiochi e iTunes dalla madre (una Carrie-Ann Moss fisicamente fuori forma, i tempi delle tutine di Matrix sono lontani…), Kale inizia a trascorrere le giornate spiando i suoi vicini, in cerca di qualcosa di interessante. Cosa c’è di più interessante di una vicina giovane e affascinante (Sarah Roemer)? Un vicino viscido ed omicida, naturalmente… (David Morse, già visto ne Il Miglio Verde e nel dr. House).
Saranno inevitabili indagini amatoriali, un amico cialtrone (Aaron Yoo) e un finale bello movimentato.

Il principale merito di Caruso e compagni è quello di mischiare sapientemente un teen-ager movie ed un thriller modesto, riuscendo ad ottenere una pellicola che sia decisamente migliore rispetto alle due dalle quali sarebbe composta. Buona parte del film è infatti riguardo le disavventure domestiche del buon Kale, subito fonte di naturalissima empatia, che trascorre annoiato le sue giornate da “recluso” e dà vita a tutta una serie di siparietti amabili con la madre, con l’amico asiatico un po’ tonto, con la tipetta della porta accanto e infine anche con l’imperscrutabile vicino-maniaco.
Shia LaBeouf è godibile soprattutto nella parte “commedia” della pellicola, ma riesce a cavarsela anche nella parte “terminator” in cui è inevitabilmente chiamato a fare l’eroe.
Anche Morse è ottimo interprete di un personaggio che sembra essere stato scritto per lui.
Il resto del cast è un gradino sotto, e si limita a supportare diligentemente LaBeouf e Morse.
Caruso, facendo uso di una buona dose di paraculaggine, racconta questa storia non proprio originale adoperando tutta una serie di strumenti e situazioni molto ggiovani ed estremamente attualizzabili (computer, telecamere, telefonini), e facendo sfigurare il vetusto teleobiettivo che maneggiava Stewart nell’antesignano di Hitchcock.
La scelta di concentrare tutta l’azione nell’ultimo quarto del film – lasciando il resto ad una godibile simil commedia dall’ambientazione originale – si rivela essere vincente, così come quella di puntare sul vouyerismo “casto” quale punto di partenza di tutta la storia.

Nonostante Disturbia sia di fatto prevedibile per il suo svolgimento e per il suo epilogo, riesce – anche proprio grazie agli scaltri escamotage del regista – ad essere interessante e coinvolgente, didattico ma efficace.
Al momento questo approccio sembra essere l’unico in grado di fornire thriller che non siano sempre e solo un continuo scannamento o un mix selvaggio e insensato di giallo e fantascienza.

PS. Vivi complimenti a chi ha deciso di distribuire questo film - potenziale blockbuster - nel periodo "cinema deserti".

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a cura di Emanuele P. (del 15/08/2007 @ 14:21:50, in Amarcord, linkato 2682 volte)

Niente da nascondere
(Cachè)
Michael Haneke, 2005 (Francia, Germania, Austria, Italia), 117'

Quando una videocassetta appare inspiegabilmente davanti all’ingresso della nostra casa, siamo incuriositi. Ma quando scopriamo che su quella cassetta sono registrati momenti della nostra intimità, la cosa diventa subito preoccupante.
Con Niente da nascondere sembra quasi essere di fronte ad un Strade Perdute (David Lynch, 1997) scritto e diretto da qualcuno che è però parzialmente sano di mente e soprattutto inguaribilmente europeo.

Georges (Daniel Auteuil) è un uomo felice. Discretamente famoso per la conduzione di una trasmissione tv intellettualoide, sposato da anni con l’amata Anne (Juliette Binoche) madre di suo figlio Pierrot (Lester Makedonsky) con la quale condivide una grande passione per libri e letteratura, Georges trascorre una vita tranquilla e soddisfacente.
Unico neo un inconfessabile segreto di gioventù, che però finirà – in seguito alla comparsa di misteriosi vhs con i quali è perseguitato – col venire inevitabilmente a galla.

Se vi aspettate un film completo, esauriente, chiaro in ogni aspetto, levate mano (lasciate perdere ndr).
Michael Haneke scrive e dirige un noir notevole, dal ritmo tipicamente d’oltralpe.
Istanti interminabili quasi in “fermo immagine”, tempi dilatati, una aggrovigliata matassa di eventi non spiegati e che vanno interpretati con discreto spirito d’osservazione, sono tratti distintivi dello stile del cineasta tedesco.
Lo spettatore finisce col vestire i panni del misterioso ed onnisciente personaggio che perseguita Georges e la sua famigliola, in quanto è spesso testimone delle sue “spedizioni” ed assiste a tutto ciò che spia, a tutto ciò che riprende in modo maniacale.
Al termine si avranno paradossalmente molte meno risposte di quante se ne avevano all’inizio riguardo il “mistero” che sembra essere al centro della storia (anche qui il parallelo con Lynch regge), ma si otterrà invece una più chiara conoscenza dei personaggi, dei loro contrasti, delle loro verità inconfessabili.
Il sogno è usato come efficace espediente per evitare stuccosi flashback, e si insinua lentamente durante tutta la narrazione, prima con brevi scene, ed infine con la lunghissima sequenza che occupa parte degli ultimi minuti della pellicola.
Haneke usa spesso la camera fissa, lasciando che lo spettatore assista, immobile, a tutto ciò che gli accade intorno.
Musica pressoché assente, dialoghi brevi ma intensi, è il suono in presa diretta che domina la scena.
Auteuil e Binoche, due tra i migliori attori francesi, confermano la loro “fama” interpretando alla perfezione questa coppia di intellettuali medio-borghesi apparentemente serena e felice ma minata da inespressi contrasti e da una verità nascosta (cachè) per anni.

Niente da nascondere è un film notevole, diretto con stile asciutto ma decisamente efficace (Palma d’oro a Cannes per la regia di Haneke) ed interpretato magistralmente da un cast di prim’ordine.
Da non perdere per gli appassionati del genere, e non solo.


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a cura di Emanuele P. (del 10/08/2007 @ 00:01:03, in Amarcord, linkato 1926 volte)

Edison City
(Edison)
David J. Burke, 2005 (Usa), 97'

Uno degli sport nazionali del nostro Belpaese (che ammetto di praticare volentieri anche io) è lo sparare con violenza e pregiudizio contro il cinema nostrano, reo di avere tutta una pletora di difetti strutturali ed artistici che lo rendono a momenti terribilmente mediocre – proprio in questi giorni Moccia ha annunciato che sarà lui il regista del prossimo film tratto da un suo “libro”: che bello finalmente non avrà sconosciuti omuncoli dietro cui nascondersi di fronte a tanto scempio.
Questa stessa tendenza si trasforma spesso in una scellerata xenofilia cinematografica – soprattutto per le pellicole made in USA – che ciecamente considera degnissimo ogni film che arrivi in Italia sorvolando l’Atlantico.
Persino quando un presunto artista musicale (Justin Timberlake), quasi per capriccio, decide di diventare attore – e farlo tentando di prendere parte ad una pellicola che non sia una commediola inutile ma un film pseudo impegnato – ci si affanna per trovare meriti anche dove francamente non se ne possono scorgere affatto. E non basta una parata di stelle piuttosto brillanti (Spacey, Freeman, Heard) a migliorare uno script quasi ridicolo ed una realizzazione abbastanza ggiovane ma poco convincente.

La città di Edison, un non ben definito sobborgo americano, è devastata dal crimine.
L’unico modo per controllare la sempre crescente popolazione di delinquenti che la abitano è allestire una squadra speciale, la FRAT, comandata da un intrallazzatore mezzo politicante e mezzo poliziotto (John Heard) e composta da agenti violenti, corrotti quanto basta, disposti a tutto pur di eliminare i “cattivi” dalla piazza ed ottenere contestualmente anche un bel ritorno economico (in particolare Dylan McDermott ed un quanto mai palestrato LL Cool J).
Dopo l’ennesimo maneggio, costato la vita ad un ragazzo, il giovane reporter di belle speranze Pollack (Timberlake) si convince che è necessario allestire una inchiesta e smascherare tutti i poliziotti corrotti e le loro losche azioni. Ad aiutarlo ci penseranno il paterno premio Pulitzer Ashford (Morgan Freeman) e l’integerrimo detective Wallace (Kevin Spacey), oltre che uno smielato e fastidioso Happy Ending corale.

David J. Burke, all’esordio come regista-sceneggiatore, dirige quello che sembra essere – come già detto – semplicemente il frutto del capriccio di una ricca popstar.
La storia è a tratti banale e a tratti sconclusionata, fieramente ricca di cliché di ogni genere e trovate davvero poco originali (unico momento stilisticamente interessante è la sequenza in cui assistiamo in parallelo alle azioni di Freeman e di Timberlake, uno che balla in modo ridicolo, l’altro che inizia le ricerche per il suo articolo bomba).
Passino Spacey (ma che pettinatura assurda) e Freeman, che riescono grazie al loro carisma a portare a casa la proverbiale pagnotta, ma il resto del cast è indegno.
LL Cool J sembra essere uscito da un video di 50cent, ed interpreta indegnamente il suo banalissimo personaggio, il più classico dei buono-tra-i-cattivi-che-poi-fa-la-cosa-giusta.
McDermott ed il resto del cast sono “presi a nolo” (e si spera restituiti al più presto) dalla TV, e si limitano a recitare parti mal scritte e soprattutto mal caratterizzate.
Lo stesso Timberlake non riesce a dare il suo meglio neanche in una delle poche scene in cui non avrebbe dovuto avere problemi (quella del ballo), ed essendo di fatto il protagonista del film, la pellicola ne risente fortemente.
Come se non bastasse, ci si mette anche un finale da “pena corporale”: i cattivi crepano – tutti tranne il redento, of course -, i buoni vincono, Timberlake ottiene il premio Pulitzer tanto ambito, Freeman diventa ricco col suo giornale, la fidanzata del buon Justin, data per spacciata ed in coma profondo per mezzo film, risorge misteriosamente e può concedere di nuovo le sue grazie all’impavido fidanzato.

Aridatece Brizzi.

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a cura di Emanuele P. (del 08/08/2007 @ 13:57:43, in Frames, linkato 1732 volte)

sequenza tratta dal film:

Vestito per uccidere
(Dressed to Kill)
Brian De Palma, Usa (1980), 105'

Terzo estratto da una delle pellicole stilisticamente più interessanti dirette da De Palma.
Sebbene il soggetto/sceneggiatura fossero da film per la tv o da cassetta, il risultato fu uno straordinario esercizio di stile.
Un ascensore, un rasoio. Sufficienti per allestire una scena memorabile.

Segnalo anche le sequenze:
# della galleria d'arte
# dell'inseguimento in metropolitana

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a cura di Emanuele P. (del 04/08/2007 @ 10:01:52, in Al Cinema, linkato 3265 volte)

Idiocracy
(Idiocracy)
Mike Judge, 2006 (Usa), 84'
uscita italiana: 3 agosto 2007
voto su C.C.

Un po’ di tempo fa era circolata la notizia che, secondo i calcoli di uno sconosciuto ed esotico istituto di ricerca, i Bush – padre e figlio – erano agli ultimi posti in una particolare graduatoria che teneva conto dei Q.I. dei presidenti USA in carica negli ultimi cinquanta anni.
Questo “studio” (rivelatosi una bufala) è diventato rapidamente una leggenda metropolitana, e la cosa non sorprende. La verità è che, in un certo senso, i dati che propone sono discretamente plausibili… chiunque ascolti i discorsi di Bush (figlio) con una certa frequenza, non può che iniziare a farsi qualche domanda – in merito rimando a "Great Moments in Presidential Speeches", del Late Show di David Letterman (Raisat Extra).
Forse partendo da questi presupposti, Mike Judge – autore di acclamati show televisivi (Beavis and Butt-Head, King of the Hill) ma decisamente meno fortunato col cinema – ha scritto questo film, godibile satira preziosamente autoironica.

Leonardo da Vinci, Albert Einstein: nel corso dei secoli l’evoluzione ha portato le menti più illuminate ad affermarsi in una corsa verso il miglioramento, verso una “selezione naturale” che privilegi i migliori, i più capaci, una evoluzione che sia in qualche modo “meritocratica” (mmh avrei qualche dubbio in proposito, ma consideriamo buona questa utopistica premessa).
Una selezione naturale “positiva” non sembra tener conto però di un criterio quantitativo: se gli “intelligenti” facessero molti meno figli (o addirittura non ne facessero affatto) rispetto agli “stupidi”, dopo un tot di anni (diciamo 500) l’intera umanità si rivelerebbe essere composta solo da quest’ultima categoria. Un mondo di idioti, che vanno da Starbucks oltre che per un cappuccino anche per “servizi” di altro genere, che vanno al cinema ad assistere per novanta minuti ad un sedere che scorreggia, che eleggono presidente un wrestler-pornostar, che annaffiano le loro piantagioni con del Gatorade (sconvolgendosi poi della infertilità) e che vivono in enormi centri commerciali divenuti un surrogato delle metropoli.
In questo mondo l’uomo medio del nostro secolo, Luke Wilson, capitato lì a causa di un esperimento mal riuscito, è un genio assoluto, l’uomo più intelligente del pianeta.
Dopo l’iniziale diffidenza e le ovvie disavventure, basterà sostituire l’acqua al Gatorade per irrigare le piantagioni, ed il mondo sembrerà un pochino migliore…

Mike Judge (aiutato da Etan Cohen) scrive una storia a tratti esilarante, satira corrosiva del suo tempo. Alcune trovate sono molto divertenti (come Wilson che scappa dal carcere dicendo ad una guardia che la sua pena è terminata e deve uscire), il mondo apocalittico del 2500 è surreale e quasi fumettistico, lo stile è interessante e originale.
Ispirandosi ai documentari di Moore, la impostatissima voce fuori campo (che sembra star raccontando una favola) narra le gesta dell’eroe medio Wilson che attraversa il pianeta travolto da un futuro desolante.
Il buon Luke, nonostante sia spesso messo in secondo piano dal più illustre fratello, se la cava egregiamente interpretando questo “uomo medio” pieno di buon senso che si accompagna ad un’altra sfortunata ragazza, Maya Rudolph, di cui immancabilmente si innamora.

Nonostante la ottima idea alla base del film potesse essere sfruttata meglio, Idiocracy si rivela una pellicola divertente e che (anche se nel suo piccolissimo) potrebbe fare un po’ riflettere.
Sarà per questo che negli USA l’opera di Judge è stata di fatto ostracizzata, apparendo in poche sale e scomparendo rapidamente…
Come ci capita spesso di affermare: questo depone solo a suo favore.

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a cura di Emanuele P. (del 03/08/2007 @ 11:07:55, in Professione Reporter, linkato 1865 volte)

Mi affretto a specificare che si tratta di un articolo, firmato a nome "redazione" (che bello nascondersi nella massa quando si dicono stronzate), apparso online qualche giorno fa su Il Giornale, e probabilmente pubblicato anche nella versione cartacea - francamente lo ignoro, mi guardo bene dall'acquistarlo.

La "redazione" de Il Giornale scrive:

«C’è da sbellicarsi in anteprima pensando a quanto uscirà oggi sui giornali dalle penne sublimi dei critici più illustri. Ingmar Bergman? Autore immenso, genio inarrivabile, maestro dei maestri e giù con le esaltazioni prefabbricate. Roba da far passare i politici per dilettanti dell’ipocrisia. Chissà se qualcuno dei venerabili recensori avrà trovato il coraggio di ammetterlo: con i film di Bergman nel buio della sala mi sono fatto le più lunghe dormite della mia carriera cinematografica. Ah, i micidiali, interminabili silenzi di Persona; la saga infinita di Fanny e Alexander tra merletti, trine e sbadigli; gli strazianti, in ogni senso, sguardi di Sinfonia d’autunno.
E che dire di quei capolavori rimasti indelebili nella memoria dello spettatore? Impossibile scordare Il settimo sigillo, il volto trasfigurato di Max von Sydow, interprete perfetto per mastro Bergman: l’ultima volta che ha sorriso dev’essere stato all’asilo. Il posto delle fragole, un’altra celebre pizza d’autore, le lacrime che fece scorrere a fiumi nei cinema, specie a chi dopo la prima mezz’ora non era riuscito a farsi rimborsare il biglietto.
Ecco, forse è proprio questa la straordinaria grandezza di Bergman: saper trasferire le atroci sofferenze dei suoi personaggi dallo schermo alla platea. Adesso mentre tutta la nomenklatura piange a dirotto, il popolino bue s’interroga perplesso: perché le meravigliose opere dell’ultimo re di Svezia non vengono mai teletrasmesse prima delle tre di notte? Grazie al cielo, i cinefili possono ancora consolarsi. Gli restano i Rivette, i Wenders, i Godard, i von Trier, i Van Sant, i Moretti e tanti altri tromboni più o meno in erba. E soprattutto l’indistruttibile vegliardo portoghese Manuel de Oliveira, che è pronto a sfornare un altro film. L’importante è non smettere mai di annoiarsi».


Non ne avete abbastanza della divertentissima satira culturale dei signori degnamente diretti dall'illustre Belpietro?
Per fortuna qualche giorno dopo è venuto a mancare anche Antonioni, avevano altro di cui parlare con tanta sagacia (chiedo scusa ma ho già imbrattato abbastanza queste pagine per quotare anche questo). Stavolta quantomeno tale Massimo Bertarelli - che in genere a giudicare dall'elenco dei suoi precedenti articoli parla di SPORT - ha avuto il "coraggio" di firmare questa sua perla.

Non sono necessari commenti.
La stupidità (e l'ignoranza (e la faziosità ideologica, ndM)) si sottolineano egregiamente da sole.

(querelle editoriale esplicitamente polemista sottoscritta unanimemente dal comitato di redazione di Pianosequenza)

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