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 Lynch... di Mario T.
 
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Molti film sono solo fotografie di gente che parla.

Alfred Hitchcock
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
a cura di Emanuele P. (del 31/07/2007 @ 12:32:19, in Contenuti Speciali, linkato 1900 volte)

Davvero un giorno tremendo il 30 luglio 2007: dopo Ingmar Bergman, ci ha lasciati anche un altro Maestro del cinema, Michelangelo Antonioni.

Più che con le parole ci piace ricordarlo attraverso il suo Cinema; riproponiamo per questo il nostro post relativo ad uno dei suoi grandissimi capolavori, Professione Reporter.

«Un giovane ma già affermato reporter (Jack Nicholson) sta cercando in Africa informazioni per l’ennesimo servizio di successo. Dopo una pessima giornata in cui ha incontrato un po’ di problemi per la reticenza degli abitanti del luogo, ha distrutto la sua jeep e si è ritrovato a dover percorrere ore nel deserto, ritorna nella sua “camera” d’albergo.
Passa per un salutino dal suo vicino di stanza europeo e lo ritrova morto, probabilmente per cause naturali – aveva problemi di cuore come sapremo poi ...»

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a cura di Emanuele P. (del 30/07/2007 @ 19:40:06, in Frames, linkato 2184 volte)

Max von Sydow dal film:

Il settimo sigillo
(Det Sjunde Inseglet)
Ingmar Bergman, Svezia (1956), 96'

Il nostro omaggio ad un grande maestro del cinema, scomparso oggi.

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a cura di Mario T. (del 30/07/2007 @ 10:04:32, in Amarcord, linkato 1912 volte)


Genesis
(Genesis)
Claude Nuridsany, 2004 (Francia, Italia), ‘91

A qualcuno la natura potrebbe sembrare un soggetto monocorde per un film, necessariamente vincolato ai criteri di osservazione scientifica e di divulgazione tipici dei documentari – distanti dalle dimensioni espressive proprie del cinema. Invece, già nel 1996, Nuridsany dimostrò l’incredibile potenziale artistico nascosto in pochi centimetri di terra con il suo Microcosmos, poetico ritratto muto di un frammento di vita del pianeta e dei suoi microscopici protagonisti. Senza scomodare il dibattito epistemologico, basti ricordare che la neutrale osservazione non esiste: qualsiasi punto di vista è sempre parziale, ed esserne consapevoli significa avere una mentalità abbastanza aperta da pretendere di scoprire la bellezza e la poesia in una comunità di formiche (non solo la bellezza e la poesia che, naturaliter, coglierebbero un etologo o un naturalista, ma la bellezza e la poesia che riescono a coinvolgere anche uno spettatore medio, di quelli solitamente usi a sterminarle con l’Autan, le formiche).

La cifra artistica di Genesis è la stessa di Microcosmos, ma il soggetto del lungometraggio passa dal piccolo appezzamento di terra alla Terra stessa, dipingendo fra mito e storia l’evoluzione della vita dall’origine dell’universo ai giorni nostri. Potrebbe apparire un’impresa pretenziosa, ma il tratto leggero usato dal regista, che si avvale della narrazione efficace ed essenziale – mai invadente – di Sotigui Kouyaté (un gigante del cinema africano), fa di Genesis una fiaba. O meglio, un’esperienza fiabesca, perché gli elementi di meraviglia non sono immaginari ma reali, e non ci sono facili morali o grandi verità: c’è la contemplazione, l’estasi, e la rarissima capacità di meravigliarsi (e far meravigliare lo spettatore) per quell’inestricabile mistero della vita che, a volte, fa capolino in una rana toro o in una testuggine gigante, in un ippocampo o in un ragno, portando alla luce qualcosa di indefinito che accomuna tutte queste creature all’uomo.

La sceneggiatura – rigorosamente non originale – necessitava di una fotografia e di un montaggio in grado di esprimerla per immagini, e così è stato; anche grazie al contributo della colonna sonora, Genesis dice molto più di quanto avrebbe potuto dire con le parole. Il narratore Kouyaté accompagna lo spettatore in un viaggio straordinario; nulla di nuovo, nulla che non sia già stato detto o visto, ma è il modo di guardare al mondo che sorprende lo spettatore e lo trascina con sé. Un piccolo gioiello.
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a cura di Emanuele P. (del 28/07/2007 @ 10:22:21, in Al Cinema, linkato 3693 volte)

Crank
(Crank)
Mark Neveldine & Brian Taylor, 2006 (Gran Bretagna, Usa), 84'
uscita italiana: 27 luglio 2007
voto su C.C.

In genere, quando la regia è condivisa, i due autori sono spesso parenti (ancora più spesso fratelli) e i risultati decisamente alterni. Nel caso di Mark Neveldine e Brian Taylor si tratta invece di una coppia di “sconosciuti” ben assortita: il primo è un attore-stunt poco più che trentenne con la passione per gli effetti speciali, passione condivisa anche dal secondo, anche lui alla sua opera prima da regista ed in precedenza direttore della fotografia in alcune pellicole dimenticabili.
Il risultato della loro collaborazione è Crank, un frenetico action movie deliziosamente autoironico.

Chev Celios (Jason Statham, sempre più il Bruce Willis britannico) è un hitman apprezzato ma deciso ad abbandonare la professione per una nuova vita con la sua amata (Amy Smart), che lo crede un programmatore.
Ma la mattina di quello che sarà un giorno davvero lungo (lungo quanto tutto il film), si sveglia intontito e con nelle vene un bizzarro veleno che inibisce la sua produzione di adrenalina.
Unico modo per sopravvivere è compiere azioni decisamente assurde, pur di tener alto il livello dell’ormone nel suo corpo, ed avere così tempo di vendicarsi di colui-coloro che lo hanno avvelenato e trovare il raro antidoto che può salvarlo.
D’altronde, come dice il motto originale: «Poison in his veins. Vengeance in his heart» (Veleno nelle sue vene. Vendetta nel suo cuore …).

Neveldine e Taylor si rifanno, sin dai primissimi istanti –e dai titoli di testa– al mondo dei videogiochi: a tratti nel loro film Statham sembra essere il protagonista di uno qualsiasi dei GTA d’ordinanza.
Il ritmo è insostenibilmente frenetico già nella prima scena, ed i due registi hanno il merito di riuscire a trascinarlo fino alla geniale sequenza che conclude la pellicola.
Ogni situazione, anche le più assurde, è resa accettabile; Statham passeggia con la sua macchina in centri commerciali, sparacchia in ospedali, fabbriche e ristoranti, copula selvaggiamente in mezzo ad attoniti (e compiaciuti) “americani” dagli occhi a mandorla, scola Red Bull e si fa di epinefrina appena possibile. Tutto pur di tener alta l’adrenalina, e restare in vita abbastanza per uccidere l’odiato mr. Verona (Jose Pablo Cantillo) che lo ha avvelenato, facendola pagare a chiunque lo avesse aiutato.
Statham, davvero adatto al ruolo, è credibile ed allo stesso tempo volutamente ridicolo (già nei film di Guy Ritchie abbiamo potuto apprezzare questa sua qualità), e duetta amabilmente con la bella Smart, che interpreta un personaggio apparentemente ispirato alla Paris generation. Esilarante anche il dottore di Chev, Doc Miles (Dwight Yoakam) medico un po' drogato e dalle svariate perversioni.
Il montaggio è serratissimo, la fotografia decisamente originale, diverse scelte registiche molto interessanti ed adatte a trasmettere il massimo possibile di adrenalina anche allo spettatore oltre che al povero Chev.
Non manca una notevole vena ironica, in un film che esagera con l’azione senza prendersi troppo sul serio, scimmiottando tante altre pellicole tipicamente hollywoodiane delle quali usurpa anche parte della trama.

Divertente, adrenalinica (mai questa definizione fu più appropriata…), l’ora e mezza di Crank vola senza mai annoiare.
Il duo Neveldine-Taylor ha in programma altri due film in un prossimo futuro – Pathology (2007/08), Game (2009) -, staremo a vedere come procederà la loro, interessante, carriera.


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a cura di Emanuele P. (del 23/07/2007 @ 16:00:03, in Sentieri Selvaggi, linkato 4602 volte)

«Il film è sempre meno bello del libro da cui è tratto».
Questo discutibile adagio ricorre spesso quando ci si trova a commentare pellicole con sceneggiatura “non originale”, riadattamenti più o meno brillanti di opere letterarie.
Anche in questo campo Stanley Kubrick ha dimostrato tutta la sua genialità: la maggior parte delle opere del cineasta americano (meno che i film degli esordi e 2001: Odissea nello spazio, da cui fu in seguito tratto un libro), sono state infatti sceneggiate riadattando romanzi non sempre particolarmente noti – fanno probabilmente eccezione Lolita e, per l’appunto, (The) Shining.
Il romanzo fu pubblicato da Stephen King nel 1977 originariamente con il titolo Una splendida festa di morte e divenne ben presto parte della straripante biblioteca di Kubrick, alla ricerca di un soggetto interessante dopo aver girato Barry Lindon (1975).
Sin dalla prima lettura, furono palesi le enormi potenzialità del romanzo scritto da questo giovane autore americano che si era già fatto conoscere dal cinema con la sua opera prima, Carrie (1974), scelta da Brian De Palma per uno dei suoi horror-splatter degli esordi (Carrie - Lo sguardo di Satana, 1976).
Come era già avvenuto in passato, il lavoro di Kubrick non si limitò ad una pedissequa riproduzione delle parole di King in immagini su celluloide, ma finì col diventare una vera e propria “riscrittura” del romanzo.
Il risultato finale fu un capolavoro, ancora oggi paradigma del cinema horror.

L’Hotel degli orrori.
La storia era diabolicamente semplice: un “quasi-scrittore” di nessuna speranza accetta di lavorare durante l’inverno come custode dell’imponente Overlook Hotel, portando con sé la moglie e il figlio dalle doti non proprio comuni. Benché il proprietario lo abbia avvertito riguardo le atroci vicissitudini capitate ai precedenti guardiani, Jack Torrance decide di accettare l’incarico, convinto che la solitudine e la quiete di quel posto possano anche aiutarlo a concludere il romanzo su cui lavora da una vita.
Ma «all work and no play makes Jack a dull boy» (“il mattino ha l’oro in bocca”, nella versione italiana voluta da Kubrick) e ben presto l’amorevole padre di famiglia si trasforma nell’incubo peggiore per Wendy e Danny: una incarnazione del male che si annida da secoli nell’Overlook Hotel.

Questione di punti di vista.
Stephen King pone al centro del romanzo Danny e il suo dono, quella “luccicanza” (terribile traduzione dell’inglese shining) che dà il titolo al libro.
Già prima dell’arrivo all’Overlook, iniziamo a conoscere il difficile rapporto che c’è tra Jack e Danny, e in particolare iniziamo ad intuire ciò che cova nel più profondo dell’animo del signor Torrance: frustrazione, senso di inadeguatezza, rabbia incontrollabile.
Una volta giunti all’Hotel, e dopo aver conosciuto il bonario cuoco Hallorann che come Danny possiede lo “shining”, la vita del bambino sembra essere serena. Il padre scrive e lavora, la madre è tranquilla, e lui ha tantissimo spazio a disposizione per giocare ed esplorare.
L’idillio è interrotto solo dopo un lungo prologo, quando l'inverno incombe e l’Overlook inizia a manifestarsi, attraverso un misterioso album dei ritagli, in tutta la sua malefica influenza.
Ancora una volta è Danny ad essere al centro dell’attenzione: è lui l’unico a poter salvare la madre e sé stesso (contattando telepaticamente il fido Hallorann), è lui ad accorgersi della lenta ma inevitabile metamorfosi di Jack, ed è lui ad essere il vero “obbiettivo” della furia di ciò che si è impossessato del padre.
E così, nell’epilogo, King “salva” Danny e sua madre, ma soprattutto salva Hallorann che, ritornato all’Overlook tra mille difficoltà, assiste all’esplosione del malefico hotel e riesce a resistere al suo alone tentatore. Hallorann sembra essere diventato un “padre” per Danny, tanto da accompagnarlo a pescare nelle ultime e idilliache pagine del libro; Jack è morto nell’esplosione dell’Overlook, e si defila dal racconto come un antagonista qualsiasi.

La “rivoluzione copernicana” di Kubrick consiste nel porre al centro della narrazione il personaggio oggettivamente più carismatico, quel Jack Torrance che sembra disegnato su misura per l’omonimo Nicholson. L’attore americano non interpreta il suo personaggio, è il suo personaggio.
Sin dalle prime scene assistiamo a un netto taglio rispetto al romanzo di King: il film tratta solo della parte essenziale della storia, eliminando introduzione ed eventi passati; e sin dalle prime scene è Jack ad essere il protagonista.
Kubrick ci mostra l’evoluzione della sua crescente psicosi, e soprattutto il suo sempre maggior interesse per le misteriose forze che sembrano abitare da secoli l’Overlook.
Danny (Danny Lloyd) è quasi una figura di secondo piano, così come la madre Wendy (Shelley Duvall) ed Hallorann (Scatman Crothers), personaggi utili soprattutto a mettere in risalto la metamorfosi di Jack, o addirittura sacrificati per mantenere massima la tensione (il cuoco viene ucciso proprio quando tutti pensiamo possa divenire il “salvatore della patria”).
Anche l’epilogo è profondamente significativo: Kubrick “concede” a Danny e Wendy la fuga dall’Overlook, ma, ben diversamente dal romanzo di King, l’Hotel resta intatto in tutta la sua influenza; anzi se possibile la sua diabolica forza sembra essere aumentata, in quanto un nuovo spirito è entrato a far parte delle tante anime che lo custodiscono – magnifica la sequenza finale in cui vediamo Nicholson, ormai morto, che è inquietantemente apparso in una foto di sessant’anni prima affissa nell’ingresso dell’Hotel.
Altro che idilliaci laghi dove pescare sereni e dimenticare le terribili esperienze passate: di Danny e Wendy non sapremo nulla, neanche se si sono effettivamente salvati; in compenso sappiamo che, ancora una volta, l’Overlook ha trionfato (il finale originale, poi tagliato, prevedeva di mostrarci i due sopravvissuti in un ospedale, salvi ma ancora consci della implacabile influenza dell’Hotel, che si manifestava attraverso quella palla già “protagonista” durante gli avvenimenti precedenti).

Questione di particolari.
Per motivi ancora oggi indecifrabili si possono riscontrare, nella trasformazione da romanzo a film, anche una serie di piccoli (e poco significativi ai fini della trama) cambiamenti, forse più frutto delle idiosincrasie di Kubrick piuttosto che di un lavoro sistematico sulla narrazione.
Citando qualche esempio - quanto meno i più evidenti che può capitare di notare a chi ha letto in precedenza il romanzo – possiamo osservare come Wendy, espressamente descritta da King come una donna bionda, divenga la bruna Shelley Duvall (che visse parte della lavorazione del film come un incubo, fin troppo coinvolta dalla tragica situazione del suo alter ego), o come la misteriosa stanza 217 divenga la stanza 237 - in questo caso la spiegazione c’è, e il cambiamento fu dovuto alle richieste dei proprietari dell’albergo (il Timberlane Lodge) in cui furono ambientati gli esterni; il direttore era impaurito dal fatto che nessun altro avrebbe più accettato di soggiornare nella loro suite 217…
In effetti King si ritrovò in particolare disaccordo con Kubrick per quanto riguardava il casting: oltre a non preferire particolarmente la Duvall (che era di fatto l’esatto opposto del personaggio che immaginava, una bionda ex cheerleader che non aveva mai dovuto avere a che fare con problemi “reali”), lo scrittore americano fu inizialmente contrario anche alla scelta di Nicholson per il ruolo di Jack Torrance. La questione era che il protagonista di Qualcuno volò sul nido del cuculo (Milos Forman, 1975), risultava sin dai primissimi istanti della pellicola non particolarmente rassicurante, e dunque il suo climax di follia poteva apparire quasi “prevedibile”; King avrebbe preferito un attore dall’aspetto del tipico “bravo padre di famiglia” (in particolare Jack Palance), in modo da rendere ancora più sconvolgente l’evoluzione della sua psicosi.

L’insostenibile leggerezza dell’essere (un regista).
Scrive Stephen King nel suo On Writing – Autobiografia di un mestiere, che «una vecchia regola del teatro recita: “se c'è una pistola sulla mensola del caminetto nell'atto I, deve sparare nell'atto III”(…) altrimenti la cosa sa troppo di deus ex machina». Ogni indizio insomma, a tempo debito, deve essere posto all’attenzione dello spettatore, che si ritroverà a capirne il senso solo alla fine.
Nel suo libro King si attiene rigorosamente a questa regola: ogni particolare, anche quelli apparentemente più insignificanti, trovano una spiegazione al termine del romanzo.
E così la caldaia, sin dai primi momenti di narrazione ben tenuta in considerazione, “accompagnerà” Jack nella sua escalation di follia sino alla liberatoria esplosione finale; il cimitero indiano, su cui è stato edificato l’Overlook, sembra rappresentare una credibile spiegazione agli avvenimenti accaduti nell’Hotel; ogni "pezzo del puzzle" sembra trovare perfettamente il suo posto.
È anche possibile comprendere appieno, pagina dopo pagina, la metamorfosi di Jack, il suo lento ma inesorabile abbandonarsi alla volontà dell’Overlook che lo condurrà ad attentare alla vita dei suoi familiari.
King deve fornire questi dettagli, affinché il lettore possa comprendere ciò che effettivamente accade nella vita dei, credibilissimi, personaggi che ha delineato nelle pagine del suo romanzo.
Al contrario, Kubrick non ha come scopo quello di raccontare una storia “valida” dal punto di vista della composizione narrativa; il suo principale obbiettivo è di dar vita ad un’opera d’arte, effimera, magari a tratti inconcludente o imperfetta, ma visivamente meravigliosa.
In questo contesto possiamo comprendere il motivo per cui ignori bellamente il cimitero indiano - citato quasi distrattamente e senza ulteriori approfondimenti – o la ragione che lo spinge a eliminare nettamente dalla storia ogni riferimento alla caldaia, all’album dei ritagli (che avrebbe aiutato a comprendere l’origine della follia di Jack), o ad omettere praticamente tutti i momenti in cui mr. Torrance inizia a dimostrarsi sempre meno capace di agire razionalmente – fino alla esplosione della sua pazzia, nella scena del «all work and no play makes Jack a dull boy».
Kubrick si sofferma invece su tutta una serie di particolari, di scene, di immagini, non indispensabili ai fini della “storia” ma ben efficaci nello sconvolgere lo spettatore. La regia è “folle” perlomeno quanto Jack: fiumi di sangue, sequenze sessualmente esplicite o raccapriccianti (la “evoluzione” della donna nella stanza 237), un magistrale senso dell’arte che spinge il regista americano a mostrare tutta una serie di “pistole” (per dirla alla King) che non saranno destinate a sparare, ma bensì a rendere barocca ed inquietante l'atmosfera.
Al contrario del mondo possibile disegnato da King, dove anche gli eventi paranormali rispondono ad un criterio di verosimiglianza confacendosi alle regole di quel mondo (facilmente intuibili dal lettore), il mondo possibile di Kubrick è volutamente privo di una struttura razionale-verosimile che ne identifichi le leggi universali, provocando un senso di smarrimento nello spettatore, angiosciato dalla consapevolezza che i pezzi del puzzle non torneranno mai loro posto.


Con buona pace dei più accaniti fan di Stephen King, possiamo affermare che praticamente ogni scelta che Kubrick fece, rivoluzionando in parte la prospettiva ed alcuni aspetti del romanzo, si è rivelata col senno di poi assolutamente apprezzabile.
Probabilmente osservando il ghigno inquietante di Jack Nicholson non ci aspettiamo nulla di buono neanche nei momenti di presunta “tranquillità”, ma questo non fa altro che innalzare la tensione sin dai primissimi istanti. Mentre nel romanzo la parte iniziale è tutto sommato “serena”, priva di particolari avvisaglie del pericolo imminente, nel film di Kubrick iniziamo a temere per la sorte di Danny e Wendy sin dal momento in cui un sorridente Jack li sta portando in macchina all’Overlook hotel, e racconta con ghigno sardonico una storia di “cannibalismo d’emergenza”.
Kubrick garantisce poi alla pellicola una cifra stilistica inarrivabile: l’utilizzo continuo della steadycam (praticamente “inventata” dal regista americano su quel set), il diabolico scandire dei giorni prima con dissolvenze poi con stacchi netti (in modo da ottenere sempre il miglior risultato nel destabilizzare l’ignaro pubblico), il fantastico carrello aereo per la lunghissima sequenza d’apertura, sono solo alcuni dei mezzi (alcuni inediti) di cui il geniale cineasta si serve per proporre al meglio questo interessante soggetto.
Il risultato è un capolavoro considerato ancora oggi il principale punto di riferimento per il cinema horror, destinato all’immortalità anche grazie ad alcune scene facenti ormai parte dell’immaginario collettivo (Nicholson che fa capolino dalla porta squarciata del bagno chiamando la sua “amata” moglie; Danny che percorre infiniti corridoi sul suo triciclo avvolto da un inquietante silenzio; un ascensore che aprendosi lascia passare un “fiume” di sangue che allaga l’atrio dell’Hotel; le due gemelle che invitano il bambino a giocare con loro… per sempre).
Come si diceva all’inizio? «Un film proprio non può essere all’altezza del libro da cui è tratto»
Mai dare troppa importanza agli adagi …


si ringrazia per la consulenza il kubrickologo di fiducia, Mario T.

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a cura di Emanuele P. (del 22/07/2007 @ 09:45:28, in Al Cinema, linkato 3169 volte)

Sguardo nel vuoto
(The Lookout)
Scott Frank, 2007 (Usa), 98'
uscita italiana: 13 luglio 2007
voto su C.C.

Sempre più di frequente capita che capaci sceneggiatori decidano di “evolversi”, dirigendo le storie che loro stessi hanno scritto.
I risultati sono alterni, ma alcuni di questi neo-registi hanno già garantito film tutt’altro che mediocri (tra gli ultimi, Harsh Times).
Scott Frank, apprezzato sceneggiatore (tra gli altri: Out of sight, Minority Report, The Interpreter), aveva da tempo terminato la stesura di quello che era considerato uno dei migliori script hollywoodiani non ancora realizzati.
Quale modo migliore per girarlo se non farlo da sé?
Il risultato è questo The Lookout – Sguardo nel vuoto, notevole drama-thriller che riesce in massima parte a difendere la fama di cui nutriva nell’ambiente degli addetti ai lavori.

La vita di Chris Pratt (Joseph Gordon-Levitt, una piacevole scoperta), stellina dell’hockey di ottima famiglia, viene cambiata radicalmente da un incidente d’auto del quale è responsabile e nel quale muoiono due suoi amici.
Oltre alle ovvie conseguenze psicologiche, Chris deve fare i conti con un problema neurologico che gli impedisce di ordinare in modo cronologicamente corretto gli eventi.
Divide il suo appartamento con un ragazzo cieco che ha conosciuto in terapia (Jeff Daniels), e la sua vita si trascina senza scopo con una avvilente e sempre uguale routine.
L’incontro col classico “pessimo individuo” (Matthew Goode) che lo conduce sulla cattiva strada è quasi scontato, ma l’epilogo non lo sarà affatto.

Scott Frank dirige in modo accademico, limitandosi a valorizzare una sceneggiatura eccellente.
Mette al centro della narrazione l’ottimo Gordon-Levitt, che è una spanna sopra il resto del cast (nonostante il personaggio di Daniels sia il classico “grillo parlante” di cui il pubblico si innamora presto), e lascia scorrere una trama priva di particolari incongruenze e mai scontata.
Cadere nei cliché di tanti film già visti era facile, ma Frank lascia fuori la porta i fremiti post-adolescenziali, il patetismo stucchevole e le overdose di flashback che rendono tanto mediocri le pellicole degli ultimi tempi.
Si sarebbe potuto approfondire meglio alcuni aspetti della storia, che sono lasciati un po’ in sospeso e non convincono fino in fondo (la psicoterapia, la ex fidanzata uscita quasi incolume dall’incidente, il rapporto con la famiglia), ma, tutto sommato, The Lookout riesce egregiamente nello scopo prefissato: coinvolgere lo spettatore, trascinarlo dentro questa storia di ordinaria estraniazione e poi lasciarlo andare, svuotato per qualche istante da tutto ciò che ha intorno.

Possiamo solo concludere dicendo all’ottimo Scott Frank che, per il momento, è ancora più capace a scrivere che a dirigere, ma c’è sempre tempo per migliorare…

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a cura di Emanuele P. (del 21/07/2007 @ 10:00:00, in Al Cinema, linkato 2747 volte)

Smokin' Aces
(Smokin' Aces)
Joe Carnahan, 2007 (Gran Bretagna, Francia, Usa), 108'
uscita italiana: 20 luglio 2007
voto su C.C.

Tarantino con il suo cinema ha aperto la strada a tutta una serie di registi, più o meno giovani, più o meno capaci, che si lasciano affascinare da atmosfera modaiola, hip hop, spari, discorsi verbosi e sboccati, flashback e colpi di scena intuibili.
Sebbene alcuni di loro siano assolutamente apprezzabili – Guy Ritchie (Lock and stock, Snatch), Paul McGuigan (Slevin), Robert Rodriguez (Sin City) – altri sembrano avere ancora un po’ di strada da percorrere.
Questo Smokin’ Aces è un incompiuto, che sfoggia discreto stile e qualche ottima scelta alla regia ma che deve soccombere di fronte ad una sceneggiatura confusa e approssimativa.

Buddy “Aces” Israel (Jeremy Piven), acclamato entartainer di Las Vegas, l’ha fatta grossa. Per qualche motivo il boss del luogo (di Cosa Nostra, è bello sapere che si importi qualcosa dall’Italia…) ha posto sulla sua testa una taglia da un milione di dollari; conditio sine qua non è il cuore del tapino, che deve essere consegnato al mafioso.
Intorno all’illusionista si scatenano tutta una serie di assurdi personaggi.
Il pezzo grosso dell’FBI (Andy Garcia), i suoi scagnozzi (Ray Liotta e Ryan Reynolds), e tutta una pletora di killer attratti dalla pioggia di dollari che li attende a lavoro compiuto.
Ci sono le due hitwomen Taraji P. Henson e Alicia Keys (wow), c’è il camaleontico Tommy Flanagan dai mille travestimenti, c’è l’ex agente torturatore Nestor Carbonell, c’è Affleck in una breve apparizione, ci sono tre nazi ultra violenti, insomma, c’è tutto il campionario del pulp (a momenti un po' troppo becero).
Centinaia di proiettili dopo, discretamente “telefonato”, arriva il colpo di scena d’ordinanza.

Joe Carnahan scrive (male) e dirige (bene) un insolito film d’azione.
I personaggi sono divertenti, alcune scene esilaranti (il killer che dopo aver ucciso Affleck si china sul suo viso e gli muove le labbra usandolo come una marionetta per “assolverlo” dalle sue colpe), e lo stile accattivante.
Il direttore della fotografia calabrese, Mauro Fiore, supporta Carnahan magnificamente, contribuendo in modo decisivo al mood della pellicola (molto interessanti anche i titoli di coda).
I protagonisti sono in parte, Piven su tutti, e assecondano uno script discutibile (c’è anche un cameo di Matthew Fox, il dottorino di Lost).
La parata di nomi più o meno celebri non basta però a tenere in piedi una sceneggiatura risibile: la storia è confusa, scimmiotta malamente i film di Ritchie e sembra nel finale tirare le fila del discorso in modo affrettato e inconcludente.

Fracassone, stentato, ma anche divertente, Smokin’ Aces non annoia mai, ed a momenti ricorda le atmosfere dei migliori pulp britannici degli ultimi anni.
Lo stile di Carnahan è davvero interessante, scene sempre frenetiche, montaggio serrato, qualche split screen; tutto s’infrange sullo scoglio di una sceneggiatura inconcludente.
Magari la prossima andrà meglio, e allora potremo assistere ad un’opera degna delle sue potenzialità.
Piccoli pulp crescono…

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a cura di Emanuele P. (del 17/07/2007 @ 10:10:46, in Anteprime, linkato 3800 volte)

Sicko
(Sicko)
Michael Moore, 2007 (Usa), 113'
uscita americana: 22 giugno 2007
uscita italiana: 24 agosto 2007
voto su C.C.

A meno che non si tratti delle avventure in mezzo al mare di geniacci dai cappellini rossi, i documentari al cinema proprio non li sopporto.
Per questo - ed anche per le tesi fanta-complottistiche che si prefiggeva di esporre – mi rifiutai di vedere Fahrenheit 9/11, nonostante possegga da anni il dvd (infelice regalo).
Gli stessi motivi mi hanno spinto anche a non veder mai, restando in tema, il famigerato Bowling a Columbine.
Mettiamola così: se proprio voglio assistere ad una inchiesta ben fatta, preferisco l'ottimo Iacona che, con orecchino ben in vista e una deliziosa “erre” moscia, snocciola tutte le magagne del nostro bel paese.
Dopo questa doverosa premessa, quello che sto per affermare sembrerà ancora più strano.
Sicko è un ottimo film.
O meglio è un ottimo documentario, girato con gusto e cifra stilistica degne di un film (fantastica la sequenza con musical propagandistico dell’URSS che fa seguito all’esposizione dell’utopistico, visto con occhi americani, sistema sanitario “socialista” inglese).

Il problema dell’assistenza sanitaria negli States è piuttosto complesso, e senza averne una adeguata conoscenza non si possono fare considerazioni oggettive; qui si parla di cinema, e dunque mi fiderò del panzuto regista americano.
Moore ci descrive il sistema sanitario USA come un vero e proprio inferno. Chi è privo di una assicurazione (volendo semplificare molto, in America la sanità è “privatizzata”) non può usufruire degli ospedali, avere rimborsi per medicine, non può dunque curarsi; i fortunati a possedere una copertura totale non sono poi in condizioni particolarmente migliori: al minimo errore nelle pratiche, al minimo sintomo non comunicato con il giusto preavviso, al minimo “passo falso”, la loro copertura salta e si ritrovano anch’essi privi di una sufficiente assistenza.
La prima parte di Sicko è dedicata alla raccolta delle eterogenee testimonianze di tanti americani drammaticamente colpiti dall’inefficienza del sistema sanitario a stelle e striscie (emblematica la storia dell’uomo che ha dovuto, dopo un incidente, scegliere quale falange farsi “ricucire” in base al minor costo dell’operazione).
Quindi Moore si sposta prima oltre confine, in Canada, e poi oltreoceano in Inghilterra e Francia, per esaminare sistemi sanitari definiti “socialisti”, cioè, anche qui banalizzando, a “carico” dello Stato (che ovviamente garantisce i servizi ottenendo dal gettito fiscale i fondi necessari). In queste idilliache terre, il paziente non deve far altro che arrivare in ospedale e “farsi curare”, senza dover pagare nulla.
Il regista americano, un po’ caricatura di sé stesso, è sempre più estasiato da questi paesi dei balocchi che si svelano davanti ai suoi occhi in tutta la loro magnificenza, e reagisce con scetticismo tentando di intervistare chiunque pur di trovare il proverbiale “pelo nell’uovo”. Alla fine, dopo aver appreso che in Francia un dottore “a domicilio” ti arriva a casa, gratuitamente, ad ogni ora del giorno e della notte, anche per diagnosticarti una indigestione, o che in Inghilterra, un medico in pieno “sistema socialista” possiede una casa da un milione di dollari, una fuoriserie e mega tv al plasma, Moore, ormai sconfitto, gli chiede se perlomeno lo Stato costringe i suoi dottori ad usare i mezzi pubblici per spostarsi …
Persino nella famigerata prigione di Guantanamo e dai terribili comunisti cubani la sanità sembra essere più efficiente che in America. Tanto da convincere il regista ad espatriare - portando con sé alcuni “eroi” dell’ 11 settembre che si erano ammalati cronicamente a causa del loro lavoro di salvataggio ed a cui il governo aveva negato le sovvenzioni – approdando a Cuba dopo una epica traversata, e successiva, ovvia, simil-lieta conclusione (c’è da dire che la qualità dei medici cubani è indiscutibile).
Inquietante la sequenza che pare svelare, attraverso intercettazioni ante litteram, che ci sia Nixon anche dietro il modo selvaggio in cui la sanità è gestita negli States, con il disegno di legge incriminato che fu approvato grazie ai discutibili rapporti tra l’allora presidente e il magnate delle assicurazioni Permanente, Edgar Kaiser.

Nonostante ci sia in parte da eccepire sulle sue affermazioni (in Italia il SSN dovrebbe essere perfetto per come la vede lui, essendo il secondo al mondo…), Moore è molto convincente, efficace, sarcasticamente patriottico e xenofobo, interpretando adeguatamente la parte dello strenuo detrattore del “socialismo sanitario”sino alla resa, di fronte all’evidenza che non è il resto del mondo ad essere anti americano, ma sono loro, per una volta, quelli che sbagliano.
Ci fa notare infatti Moore - in conclusione del film e citando un “odiato” francese - che tutto il mondo ha ammirato l’America proprio in quanto capace di correggere i propri errori; a giudicare dai “poteri forti” coinvolti e dalla situazione, nutriamo dei seri dubbi che stavolta riescano a confermare questa loro "attitudine" (il dietrofront di Mrs Clinton sull'argomento docet... ).

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a cura di Emanuele P. (del 10/07/2007 @ 19:43:00, in Frames, linkato 1847 volte)

Nancy Allen dal film:

Vestito per uccidere
(Dressed to Kill)
Brian De Palma, Usa (1980), 105'

Le metro, consueto territorio di caccia dell'ottimo De Palma.
Pathos assicurata.

#dallo stesso film, una splendida sequenza ambientata in una galleria d'arte.

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a cura di Emanuele P. (del 05/07/2007 @ 09:52:44, in Anteprime, linkato 5770 volte)

1408
(1408)
Mikael Håfström, 2007 (Usa), 94'
uscita americana: 22 giugno 2007
uscita italiana: 23 novembre 2007
voto su C.C.

Appartengo a quella sparuta cerchia di lettori un po’ fanatici che si sono ritrovati per le mani On Writing, “l’autobiografia-pseudo manuale di scrittura” che Stephen King propose qualche annetto fa.
Nelle pagine finali, per meglio esporre l’evoluzione di un racconto – da semplice idea a testo finito -, King proponeva alcune pagine inedite di una storiella senza tante pretese, mostrando come venisse modificata in fieri la “bozza” iniziale.
Qualche anno dopo lo scrittore americano si lasciò affascinare da quella idea che quasi oziosamente era venuta fuori dalle ultime battute della sua “autobiografia di un mestiere”, e si decise a completarla.
Il racconto breve che ne venne fuori, 1408, fu pubblicato in una delle sue godibili raccolte (Tutto è fatidico, edito Sperling & Kupfer), e da me letto qualche tempo fa. La prima impressione leggendolo fu proprio che aveva tutti i crismi per divenire un eccellente soggetto per un film, a patto che il cineasta di turno fosse in grado di rendere al massimo l’aspetto psico-emotivo della faccenda (cosa che al solito King riesce a fare in modo eccellente, aiutato anche dalla possibilità, propria della scrittura, di rendere noti al lettore anche i pensieri di un personaggio).

Tutta la narrazione – o meglio buona parte di questa – si svolge infatti all’interno di una stanza d’albergo “maledetta”, cuginetta delle mitiche suite dell’Overlook Hotel, dalla quale difficilmente si può uscire vivi o quantomeno illesi.
L’originalità è nel fatto che il protagonista, Mike Enslin (interpretato nel film da John Cusack), non è il consueto adolescente sfigato che in genere troneggia nei peggiori horror; al contrario è uno scrittore di “quasi-successo” che – come affermato testualmente da King nel libro –«paga le bollette» raccontando con cinismo ed una vena di sarcasmo le sue avventure in luoghi presunti come infestati-maledetti-diabolici e compagnia cantando.
Il pernottamento nella camera 1408 gli servirà come ciliegina sulla torta per il capitolo di chiusura del suo ultimo libro, e per questo, dopo aver respinto al mittente le pedantissime argomentazioni del direttore dell’hotel  Gerald Olin (un Samuel L. Jackson davvero fuori posto) che vorrebbe convincerlo a desistere dai suoi propositi, Mike riesce ad ottenere la mistica chiave di quella stanza.
Chi è causa del suo mal …

Gli sceneggiatori Matt Greenberg, Scott Alexander e Larry Karaszewski utilizzano il racconto breve di Stephen King solo come “punto di partenza” per la loro storia.
S’inventano infatti una serie di situazioni originali che sono necessarie per garantire alla pellicola una lunghezza accettabile (il racconto breve era di una cinquantina di pagine), ed un background per il personaggio di Mike – la figlia morta, la ex moglie ancora amata - che si rivela una ottima intuizione che garantisce empatia e una certa intensità emotiva.
In alcune sequenze le immagini evocate da King si rivelano più efficaci degli espedienti, seppur molto coreografici, del regista Mikael Håfström (già conosciuto per Derailed, un film più che buono per una metà e pessimo per l’altra), ma il cineasta svedese si segnala per alcune scelte stilistiche particolarmente ispirate – su tutte la sequenza in cui, in pieno delirio, Mike assiste alla demolizione di quello che crede essere un ufficio postale ma che invece si rivela, picconata dopo picconata, null’altro che la stanza 1408, che era convinto di aver finalmente abbandonato.
Il modo in cui è rappresentato Gerald Olin, il direttore dell’hotel Dolphin, è il vero punto di rottura tra il racconto e la sua trasposizione cinematografica: nelle idee di King è un pacioso e grassoccio individuo che guadagna autorità solo quando è tra le quattro mura del suo lussuoso ufficio, apparendo di fatto rassegnato agli eventi che stanno per accadere; nel film invece, già dalla scelta dell’attore che lo avrebbe interpretato (un bullo come Jackson, io avrei scelto piuttosto un Philip Seymour Hoffman), il direttore viene mostrato sicuro di sé, autorevole, con un ché di sinistro, quasi minaccioso. Questa scelta non influisce in particolar modo sulla storia, ma stona abbastanza con i propositi di King, fino a sfociare in una un po’ ridicola scena in cui vediamo Jackson che sorseggia brandy e assiste a ciò che ha fatto Cusack con aria quasi soddisfatta.

La questione principale quando si tratta di film "thriller ibridi/horror" è che il confine tra ciò che fa paura e ciò che è ridicolo si rivela spesso molto sottile; un personaggio mostruoso può facilmente divenire grottesco, una sequenza carica di tensione se protratta troppo nel tempo o accompagnata da musica inadeguata può rivelarsi risibile o, peggio, noiosa.
1408 riesce a tenersi bene in bilico su questo confine, sfruttando al massimo la potenza narrativa del racconto da cui è tratto e facendo ricorso a tutti gli espedienti possibili per far sobbalzare lo spettatore (d’altronde si tratta sempre di una storia ambientata praticamente in un’unica camera, qualche “licenza filmica” la concediamo volentieri).
La colonna sonora – di Gabriel Yared - non è mai invadente, ma si limita a sottolineare diligentemente i momenti di maggior tensione.
Come detto, il casting è discutibile: Jackson è fuori luogo (ma forse volutamente), mentre Cusack se la cava piuttosto bene in questo ruolo insolito, nonostante sfiori un po’ troppo il suddetto limite paura-risate.
Il finale, come succede quasi sempre nei film tratti da racconti di Stephen King, è “originale”, cioè diverso da quello scelto dallo scrittore americano, e più efficace – anche perché può avvalersi di quel background di cui parlavo prima che manca nel libro.

Considerati i film horror di questi tempi, è tutto grasso che cola (tenete d’occhio questo Håfström, potrà dare qualche soddisfazione agli amanti del genere).
E King si rivela ancora una volta autore perfetto per  l’entourage hollywoodiano – anche se il suo racconto probabilmente più interessante, I langolieri, non ha ancora ricevuto dal cinema le attenzioni che meriterebbe.

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