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 Rossellini... di Emanuele P.
 
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Fare un film significa migliorare la vita, sistemarla a modo proprio, significa prolungare i giochi dell'infanzia.

François Truffaut
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
a cura di Emanuele P. (del 29/06/2007 @ 14:32:08, in Amarcord, linkato 5507 volte)

Inside Man
(Inside Man)
Spike Lee, 2006 (Usa), 129'

Non so per quale assurdo motivo, ma avevo davvero una scarsa considerazione per il cineasta americano Spike Lee. Il mio era uno stupido (in quanto tale) pregiudizio, opinione che avevo maturato chissà perché anche senza aver prestato mai particolarmente attenzione ad una delle sue opere.
Poi mi capitò quasi per caso di vedere La 25ma ora.
La pellicola, che vede protagonista uno straordinario Edward Norton, è probabilmente il miglior film degli ultimi dieci anni (e forse qualcosa di più), e da allora quasi per espiare il mio “original sin” ho visto diversi, ottimi, film del buon Spike – che al momento posso biasimare solo per il suo essere un simpatizzante juventino.
Anche per questo, quando uscì nelle sale Inside Man lo andai a vedere pieno di speranze e con un po’ di paura: dopo un film come La 25ma ora, per il cineasta americano era davvero molto difficile ripetersi, in più Lee si cimentava in un genere per lui “nuovo” come il poliziesco-thriller.
Il risultato è un film perfetto, illuminato omaggio a Dogday Afternoon (Quel pomeriggio di un giorno da cani, Lumet, 1975, citato espressamente nel film) e nuovo paradigma per le storie di-rapina-in-banca-con-ostaggi.

Dalton Russell (Clive Owen) ha ideato il piano perfetto per una rapina in banca; ed il suo obbiettivo, oltre all’ovvio tornaconto economico, è più nobile di quanto si potrebbe credere.
Dall’altra parte della barricata ci sono il detective Keith Frazier (Denzel Washington) e il suo collega Mitchell (Chiwetel Ejiofor), a negoziare, tentando di salvare gli ostaggi e sventare la rapina.
Mai come in questa occasione è sensato dire: “nulla è come sembra”.

Spike Lee riesce in un’impresa quasi impossibile quanto la rapina alla Manhattan Trust: dà vita al film perfetto.
Ogni cosa è al giusto posto, ogni scelta, dalla cifra stilistica ai protagonisti, passando per la storia, è illuminata.
Il cineasta americano, mirabilmente aiutato da Russell Gewirtz (autore di soggetto e sceneggiatura), è così convinto – a ragione – della imperscrutabilità della sua storia da permettersi spudorati flash-forward stilisticamente pregevoli in cui di fatto anticipa quali saranno gli esiti della rapina; inoltre dissemina l’intera narrazione di tutta una serie di indizi (a partire dal titolo rivelatore del film) che, se colti da uno spettatore particolarmente attento, rivelerebbero in anticipo il colpo di scena finale.
Esilarante poi la sequenza in cui Lee critica con stile un certo trend americano tutto gangsta e pallottole che sembra essere incarnato da 50 cent, mostrandoci il rapinatore (un po’ bacchettone) che resta allibito assistendo alla violenza di un videogame a cui sta giocando un giovanissimo ostaggio. Meravigliosa la scena che ha per sfondo l’enorme caveau aperto, in cui Owen tiene per mano il bambino e con aria di rimprovero lo riporta dal genitore a cui “dovrà dire qualche parola riguardo il suo videogioco”.
Alla sceneggiatura “ad orologeria” si aggiungono le magistrali interpretazioni di un cast pieno di stelle. Il confronto Owen - Washington (che si inventa un personaggio geniale, detective rubato da un noir di qualità) è godibile, così come le varie interpretazioni dei brillanti ed acclamati co-protagonisti.
C’è Jodie Foster, nel ruolo di una influentissima tuttofare, c’è Willem Dafoe, per una volta dalla parte dei buoni, c’è Christopher Plummer, ricco finanziere dal passato tutto da dimenticare, e c’è l’ottimo Chiwetel Ejiofor, attore inglese che adoro sin dai suoi esordi in Piccoli affari sporchi.
Spike Lee ci mette del suo con alcune scelte stilistiche particolarmente apprezzabili, come le scene iniziali in cui ci propone una meravigliosa sequenza di cartoline da New York, o come l’ormai consueto effetto “tapis roulant” (già visto ne La 25ma ora) che il cineasta utilizza in una scena per sottolinearne invidiabilmente l’intensità.

Inside Man è insomma un film perfetto, perfetto quanto il piano messo in atto dalla banda dello scaltro Dalton Russell.
Ed alla fine a vincere sono sì i più furbi, ma – tutto sommato – anche i più onesti…

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a cura di Emanuele P. (del 20/06/2007 @ 13:45:13, in Frames, linkato 2021 volte)

Charles Chaplin dal film:

Luci della città
(City Lights)
Charles Chaplin, Usa (1931), 86'

Le parole non servono, bastano le immagini.

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a cura di Emanuele P. (del 18/06/2007 @ 13:48:39, in Cattiva Maestra Televisione, linkato 5953 volte)

Colombo: Un Giallo da Manuale
(Columbo: Murder by the Book)
Steven Spielberg, 1971 (Usa), 73'

Colombo (o per meglio dire Columbo, il nome originale) è stato uno dei serial tv che più si è avvicinato, nel singolo episodio, per qualità, stile, carisma dei personaggi, ad una vera e propria opera filmica.
Già dalla lunghezza (oltre l'ora) e dalla totale indipendenza dal resto della “serie”, era possibile apprezzare come ciascun episodio fosse opera assolutamente a sé stante, accomunato agli altri solo dalla presenza costante del medesimo protagonista, quel tenente italo-americano apparentemente sciatto, maldestro ed ingenuo.
Con i primi due (eccezionali) episodi pilota – Prescription: Murder, Ransom for a Dead Man, infatti il serial riproponeva una qualità di script ed interpretazioni che faceva rivivere i fasti di Hitchcock Presents. Il valore aggiunto era rappresentato dallo stralunato Colombo, insolito ma sagacissimo investigatore, che per la buona parte dell’episodio “tesseva” pazientemente una insidiosa ragnatela attorno al colpevole (ovviamente scoperto al primo sguardo, dal primo particolare).
L’interesse narrativo non era nello “scoprire il cattivo”, che vediamo sin dai primi minuti commettere il delitto e che quindi conosciamo bene, ma piuttosto nell’apprezzare la genialità del suo piano criminale ed ancor di più la capacità del tenente di incastrarlo.
Un Giallo da Manuale (Murder by the Book), è il primo “vero” episodio della prima serie – successivo ai due pilota, e, avvalendosi della direzione di un giovane Steven Spielberg, rappresenta una esemplare dimostrazione di tutte le qualità che hanno contraddistinto uno dei serial tv più longevi della storia (che però, va detto, ha finito col “rovinarsi” procedendo nel tempo e nelle serie).

Il tenente Colombo (Peter Falk) è chiamato ad investigare sulla misteriosa morte di uno scrittore di libri gialli (Martin Milner), “metà” di una acclamata coppia di autori.
L’altra metà, Ken Franklin (Jack Cassidy), che vive agiatamente sfruttando le brillanti idee del socio, è costretto infatti ad ucciderlo quando lo scrittore decide di abbandonare la narrativa per dedicarsi ad opere più “impegnate”.
Il suo è un delitto da manuale (rappresentazione di una idea inedita per un libro), ma la scarsa creatività che lo rendeva uno scrittore mediocre sarà la sua rovina anche da omicida.

Spielberg (che avrebbe poco dopo girato il suo primo lungometraggio, Duel) dirige con stile assolutamente cinematografico: dissolvenze, movimenti di camera, montaggio, la cura per ogni particolare e la notevole cifra stilistica fanno dimenticare che si stia assistendo ad un’opera per la tv.
Cassidy è ottimo interprete, ed inaugura una felice lista di talentuosi attori che hanno partecipato come “guest star” ad ogni episodio del serial.
Peter Falk, alias Columbo, è inarrivabile. Trasandato, maldestro, all’apparenza assolutamente incapace (anche solo di trovare una penna nel suo sdrucito impermeabile che sarebbe poi divenuto, col sigaro, vero marchio di fabbrica), il tenente si rivela essere invece dotato di incredibile astuzia ed intelligenza, oltre che di un fiuto imbattibile.
Il minimo particolare “fuori posto” diventa una vera croce anche per il più freddo dei criminali e l’insistenza al limite della persecuzione con cui Colombo incalza il suo sospettato è quasi irritante: alla fine ci si trova a provare profonda empatia per quel povero omicida che, nonostante abbia ideato un piano geniale, sfinito ed ormai incastrato nella ragnatela, arriva a confessare ogni sua colpa.
Lo script (scritto per l'occasione da Steven Bochco) è vero punto di forza di questo episodio, come di tutti gli altri delle prime serie: il delitto è ideato e portato a compimento in modo quasi artistico, degno dei libri gialli di miglior qualità. Allo stesso modo la cura nella regia, nel montaggio, nella fotografia è esemplare, e rende ciascun episodio stilisticamente più degno di molti (e molti) presunti gialli hollywoodiani.

Da queste pagine ci è capitato di inneggiare a Lost come esempio di serial tv che utilizza magnificamente la cifra stilistica propria del miglior cinema per raccontare una complessa storia lunga centinaia di ore; allo stesso modo Colombo riesce a sfruttare lo stesso stile e la medesima qualità per episodi one-stand-night, ognuno dei quali è da considerare un vero e proprio film.
E poi nel tenente è evidente una certa visione degli americani nei confronti di noi italiani, all’apparenza innocui e poco capaci, in realtà terribilmente scaltri e dal cervello “fine”.
D'altronde si sa, non è l’abito che fa il monaco

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a cura di Emanuele P. (del 17/06/2007 @ 10:49:30, in Al Cinema, linkato 1884 volte)

Ocean's 13
(Ocean's Thirteen)
Steven Soderbergh, 2007 (Usa), 122'
uscita italiana: 8 giugno 2007
voto su C.C.

Non c’è due senza tre: la banda bassotti degli anni duemila ritorna all’opera, capeggiata al solito dall’ottimo Danny Ocean, e con il consueto uomo in più (prima undici, poi dodici, ora tredici).
Il terzo capitolo della “saga” ritorna saggiamente al passato, mettendo in cantina la insipida Europa e gli inutili personaggi e stuccose storie pseudo amorose annesse (vedi Zeta-Jones) del “twelve”, e rispolverando la amata Las Vegas, gli imponenti casinò e i proprietari sboroni ma prontamente puniti.

A sostituire il guastafeste Terry Benedict (Andy Garcia) - che in un certo senso è divenuto uno degli Ocean’s, troviamo lo squalo Banks (Al Pacino) che truffa il beniamino di casa, quello zio Reuben (Elliott Gould) che aveva tirato su dalla strada sia Danny (Clooney) che Rusty (Pitt), riducendolo per il dolore in fin di vita.
La vendetta sarà inesorabile ed, al solito, godibilmente coreografica.

Soderbergh sguazza nelle storie degli Ocean’s con abilità indiscutibile.
Ha stile (split screen, montaggio serrato, movimenti di camera) e gusto assolutamente perfetti per raccontare queste storie ben condite di colpi di scena (e relativi mini-flashback), di azione, di sketch.
Ognuno dà il meglio, persino il nostro odiato Damon (a cui viene affidato un ridicolo naso finto che l’attore stesso ancora non sa spiegare): la combriccola di Clooney si diverte e fa divertire, e non fatica a trovare un posto da cattivone di turno al navigato Al Pacino, ed alla intrigante Barkin (chi se li dimentica quei due, ai tempi di Sea of Love).
L’ormai comasco George, insieme a Pitt, si esibisce in alcuni siparietti deliziosi (su tutti la commozione contagiosa e mal celata davanti all’ Oprah Winfrey Show, e la sequenza all’interno del negozio di vestiti in cui i due sono “camuffati” con enormi impermeabili colorati), e si rivela sempre di più un attore naturalmente comico e particolarmente brillante.

Ocean’s Thirteen è un deciso “ritorno alle origini”, che fa dimenticare lo scialbo “dodici”, ed evita l’ozioso finale pendente (e Julia Roberts) dell’ “undici”; è un film completo, divertente, con la giusta dose di azione e colpi di scena.
Dura poco più di due ore, ma il tempo passa e lo spettatore manco se ne accorge.
Cosa volete di più da un blockbuster ?

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a cura di Emanuele P. (del 15/06/2007 @ 10:23:19, in Amarcord, linkato 3963 volte)

Vivere e morire a Los Angeles
(To Live and Die in L.A.)
William Friedkin, 1985 (Usa), 116'

Sin dalle prime scene, dal primo impatto con la fotografia, con la musica, si comprende di essere al cospetto di uno dei migliori film d’azione della storia recente del Cinema.
Il titolo è sbrigativo, quasi banale: Vivere e morire a Los Angeles, così come la storia che non appare particolarmente originale.
Ma il montaggio serrato, le interpretazioni ispirate, una magistrale caratterizzazione dei personaggi (anche se marginali), un “cattivo” perfetto, contribuiscono a rendere il film diretto da Friedkin (Cruising) un paradigma per chiunque voglia girare Cinema d’Azione (con iniziali rigorosamente maiuscole).

Dopo la morte del “gemello” (collega anziano con cui condivideva da anni i compiti), l’agente FBI Richard Chance (William L. Petersen, divenuto celebre interpretando Grissom nel serial tv CSI) è risoluto nella decisione di vendicarlo.
Per farlo l’unica regola accettata è: “non esiste nessuna regola”, e l’agente Chance finisce rapidamente col dimenticare anche il suo ruolo “istituzionale” trascinando con sé l’ingessato nuovo "gemello" Vucovic (John Pankow).
Dall’altro lato della barricata c’è lo spietato falsario Rick Masters (Willem Dafoe, grandissimo), che aveva causato la morte del compagno ed amico di Chance.
Anche se divisi da propositi ben diversi, l’agente FBI e il pittore falsario si riveleranno due facce della medesima medaglia, entrambi disposti a qualsiasi azione (anche le più spregevoli) pur di ottenere ciò che bramano.

Nonostante il soggetto non sia di entusiasmante originalità, la pellicola di Friedkin riesce a innalzarsi a paradigma del genere in virtù di alcune notevoli peculiarità.
Il montaggio, curato da Scott Smith, è uno dei punti di forza del film, e contribuisce a conferire un ritmo inarrivabile all’azione, oltre a dar vita a sequenze memorabili (come quella che mostra le varie fasi nella lavorazione di una banconota falsa).
Al pari del montaggio, anche la fotografia (di Robby Müller) è particolarmente godibile e risente di tutte le magiche influenze degli eighties. Los Angeles è esaltata in quanto perfetto “palcoscenico naturale” per una recita frenetica, intensa, coinvolgente.
A nobilitare la pellicola c'è anche l'ottimo cast, con le magistrali interpretazioni di un Petersen in stato di grazia (sarebbe poi stato protagonista del grandioso Manhunter l’anno successivo) e di un perfetto Dafoe nei panni del cattivissimo che gli calzano a pennello.
Non mancano poi spettacolari sequenze con immancabili inseguimenti in auto, scontri frontali, sparatorie, e tutti gli orpelli che fanno parte del repertorio standard del cinema d'azione.
Ogni personaggio, nonostante che il genere non lo richieda esplicitamente, è sapientemente tratteggiato, dall’agente Chance (e il suo essere in perenne bilico tra legalità ed illegalità) sino a giungere alle poche (ma fondamentali) figure femminili che sembrerebbero essere solo “di contorno”.

To Live and Die in L.A. è un film violento, pessimista, che lascia lo spettatore inchiodato alla poltrona.
Non c’è spazio per finali “a tarallucci e vino”, o cortesie di ogni sorta: a Los Angeles si (soprav)vive o si muore.
Niente di più semplice.
Paradigma da riscoprire.

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a cura di Emanuele P. (del 10/06/2007 @ 16:26:43, in Al Cinema, linkato 2479 volte)

Harsh Times - I giorni dell'odio
(Harsh Times)
David Ayer, 2005 (Usa), 119'
uscita italiana: 8 giugno 2007
voto su C.C.

Se Martin Scorsese fosse un trentenne di Los Angeles, probabilmente farebbe un film così”.
Con queste parole Kyle Smith (New York Post) inizia il suo articolo su Harsh Times, opera prima alla regia di David Ayer, che già avevamo conosciuto come abile sceneggiatore di Training day (diretto da Fuqua, 2001).
È proprio dall’acclamato film che vedeva protagonista uno straordinario Denzel Washington (premio Oscar come miglior attore) che prende le mosse la pellicola di Ayer: simile la cifra stilistica, simile l’assoluto pessimismo che regna sovrano, simile la tendenza a veder confondersi i confini tra ciò che è legale e ciò che non lo è.

Jim Davis (Christian Bale) è un reduce della guerra (infinita) in “Trashcanistan” con psicosi sempre più evidenti; la sua unica speranza per potersi ricostruire una vita (sposando una giovane messicana di cui è innamorato) è essere arruolato dalla LAPD.
Insieme a lui trascorre le giornate a ubriacarsi e perdere tempo l’amico Mike (Freddy Rodríguez), giovane fieramente nullafacente e mantenuto dalla rampante compagna Sylvia (Eva Longoria, meno casalinga ma sempre disperata), alla quale aveva pagato gli studi in Legge.
Tra una rissa e una mascalzonata, i due riescono, anche senza volerlo con particolare forza, a trovare il “lavoro perfetto”: Mike viene scelto per un impiego in una importante società, Jim arruolato addirittura dall’FBI per affrontare la “questione colombiana”.
L’ultima serata di libertà costerà ad entrambi parte del loro sogno.

Ayer dirige una ennesima variante della storia “veterano un po’ pazzo che finisce col fare una strage”, ma riesce ad essere originale e ricalcare con grande efficacia i punti di forza che lui stesso aveva contribuito ad esprimere con Training day.
La fotografia è cupa (sino alla sequenza finale, in cui una repentina ed inaspettata luce illumina la scena assecondando le emozioni dei personaggi), i dialoghi sboccati e gergali, il protagonista perennemente in bilico tra “bene e male”.
Bale non arriva ad esibirsi ai livelli di Washington, ma riesce ugualmente a dare credibile vita ad un personaggio a tratti indecifrabile, spaventoso ma dolce, psicolabile eppure razionale.
A supporto ha una spalla perfetta in Rodriguez, con cui dà vita a lunghi e verbosissimi dialoghi, e con cui affronta tutta una serie di assurde avventure. Mike è l’unico (insieme alla fidanzata messicana) ad essere realmente a cuore a Jim, e gli scatti d’ira che portano ad aggredirli gli rivelano in qualche istante di lucidità il reale livello a cui sia arrivata la sua psicosi.
La legalità, come in Training day, è un limite ambiguo ed effimero, e i due compari riescono a superare ogni disavventura anche grazie a tutta una “rete” di conoscenze ed a un’atmosfera di connivenza inquietante (gli unici poliziotti visti in tutta la pellicola sono vecchi amici e si interessano di armi rubate … ).

Harsh Times, letteralmente “Tempi duri”, è un film godibilmente stilizzato, ben interpretato e che riesce a coinvolgere appieno lo spettatore, che un po’ si divide tra empatia e inquietudine alla vista di Bale, ormai abituato a ruoli “estremi” (American Psycho, L’uomo senza sonno).
Gli orrori della guerra non si dimenticano: da Scorsese in poi il Cinema continua a raccontarcelo, e noi, finché si tratta di questi film, siamo lieti di ascoltare la solita storia.

 

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a cura di Emanuele P. (del 08/06/2007 @ 14:06:23, in Frames, linkato 1917 volte)

Ugo Tognazzi dal film:

Amici miei
(Amici miei)
Mario Monicelli, Italia (1975), 109'

Il paradigma della supercazzola ...

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a cura di Emanuele P. (del 05/06/2007 @ 11:37:12, in Cattiva Maestra Televisione, linkato 4616 volte)

[attenzione: il seguente testo potrebbe contenere anticipazioni riguardo episodi inediti della serie Lost]

Per anni siamo stati abituati a guardare serial tv in cui i vari episodi della stagione, pur avendo in comune la maggior parte dei protagonisti, un certo stile ed un determinato contesto, erano tra loro praticamente indipendenti. Ciascun episodio, da Colombo a CSI, da ER a House, aveva in sé un inizio, con una incognita da svelare (il colpevole di un delitto, la malattia sconosciuta), e una fine che rivelava l’arcano. Dunque, eccezion fatta per alcuni casi particolari (una storia spezzata in due puntate), la trama principale dell’episodio si risolveva in una one-stand-night.

Talvolta erano presenti sottotrame con sviluppo orizzontale, magari per un poliziesco il serial killer imprendibile, da tenere bello caldo durante una ventina di puntate per poi risfoderarlo nella season finale, con inevitabile cliffhanger – colpo di scena necessario affinché gli spettatori trascorrano i mesi di astinenza dal serial tv con una certa ansia. Ma queste sottotrame si rivelavano spesso storie di secondaria importanza (e qualità), raramente interessanti e soprattutto dimenticabili con una certa facilità. Niente di appassionante e, soprattutto, niente di indispensabile. Lo spettatore occasionale, che non seguiva assiduamente ogni puntata e, magari, senza nemmeno prestare tanta attenzione, non aveva bisogno di cervellotiche evoluzioni per interpretare puntate singolarmente (e facilmente) strutturate su di un asse inizio-svolgimento-fine.

Nell’ultimo periodo, però, abbiamo assistito ad una vera svolta: ha fatto irruzione una nuova generazione di serial tv che non vivono dell’effimero momento, del singolo episodio, ma che tentano di raccontare una storia complessa e unitaria attraverso decine e decine di puntate.
Stavolta sono i plot dei singoli episodi a costituire le sottotrame, tasselli di un ben più grande mosaico, quello della Trama con la T maiuscola, lunga, complessa, di spessore.

Questa nuova generazione di serial tv tende a essere, per un verso, elitaria e selettiva, perché esclude chiunque non abbia avuto la costanza o la possibilità di seguire fin dal primo episodio – e con una discreta attenzione – lo svolgersi degli eventi. Lo spettatore occasionale, che si ritrovasse per caso a guardare un episodio nel mezzo della stagione, ha due sole alternative: procurarsi tutti gli episodi mancanti, o cambiare canale, perché si ritroverebbe nei panni di un incauto spettatore che volesse scoprire l’assassino di un giallo entrando in sala solo a metà del film.

Sul cucuzzolo della montagna

Uno dei primi serial con autentiche ambizioni cinematografiche – uno dei più apprezzati e discussi di tutti i tempi – era Twin Peaks, creato da Mark Frost e dal visionario cineasta americano David Lynch, andato in onda all’inizio degli anni novanta. Il serial raccontava dei misteriosi avvenimenti intorno alla morte di una giovane liceale – la celebre Laura Palmer – studentessa modello e classica brava ragazza (almeno in apparenza) della provincia americana, e di come le successive indagini dell’FBI avrebbero portato alla luce i mille segreti di Twin Peaks.

Nei trentadue episodi che compongono il serial, Lynch ha “diluto” la medesima cifra stilistica che lo ha contraddistinto come regista: atmosfere oniriche, bizzarri personaggi, costante ambiguità tra ciò che reale è ciò che non lo è.
Già con Twin Peaks iniziava una lenta e fruttuosa contaminazione fra cinema e tv, con la scomparsa di tutti quegli orpelli patinati che rendevano i serial così palesemente artificiali nella sceneggiatura e nella fotografia – in particolare l’innaturale uso della luce, con scene illuminate a giorno in ogni circostanza, e le sottolineature sonore e musicali.

Oltre a queste importanti peculiarità stilistiche, Twin Peaks si distingueva soprattutto per l’intreccio che legava l’intera serie secondo un progetto unitario e predeterminato. Una sorta di film “espanso”, che dal cinema mutuava stile, qualità delle interpretazioni – il protagonista era Kyle MacLachlan, pupillo di Lynch e protagonista di Dune e Velluto Blu – e della sceneggiatura.

Un’ora sola ti vorrei

Ci sono voluti alcuni anni prima che la felice intuizione di David Lynch incoraggiasse i produttori televisivi a seguire le orme di Twin Peaks. Nel 2001 fa la sua comparsa sul palcoscenico americano 24, un serial tv interpretato da attori “di cinema” – Kiefer Sutherland su tutti – strutturato nelle classiche 24 puntate stagionali, ognuna delle quali, però, raccontava in tempo reale l’ora di un agente antiterrorismo fino a comporre, a stagione finita, un intero giorno solare.

L’idea del “tempo reale” – ogni episodio di 60 minuti comprese le pubblicità, ed ogni stagione di 24 episodi/ore – non era del tutto inedita, ma con 24 si realizzava alla perfezione, quasi fino all’esasperazione; tra le particolarità del serial vi era la suddivisione dello schermo in più riquadri per permettere allo spettatore di seguire contemporaneamente diversi piani narrativi fino a che confluissero in quello principale.

Qualche anno dopo questa tendenza sarebbe andata sempre più affermandosi tra i network americani, facendo dei serial tv la punta di diamante dell’intrattenimento televisivo “di qualità”.
Tra il 2004 e il 2005 hanno fatto il loro esordio altri serial di successo, come Prison Break e quello che più di tutti ha incarnato – ed incarna tutt’ora – il nuovo paradigma del serial tv: Lost.

Prodotto da Bad Robot Productions, Grass Skirt Productions e dal network americano ABC, ideato da J.J. Abrams e Damon Lindelof (con l’effimera partecipazione di Jeffrey Lieber, scaricato dopo la puntata pilota), Lost è un serial di grande impatto cinematografico, ma si avvale di tutti i vantaggi di una produzione televisiva, ovvero dall’avere una enorme quantità di tempo a disposizione per approfondire tematiche e situazioni.

L’isola che non c’è

La storia, apparentemente, è la più vecchia del mondo: dei novelli Robinson Crusoe, sopravvissuti ad un incidente aereo, si ritrovano su di una sperduta e meravigliosa isola in mezzo all’oceano.
I primi problemi sono quelli standard per ogni survivor che si rispetti: procacciarsi del cibo, ripararsi dalle intemperie, inventarsi un ordine sociale in una comunità di homines hominorum lupi, aspettando disperatamente che qualcuno li salvi. Ma l’Isola di Lost non è un’isola normale.
Deserta solo in apparenza, l’Isola ospita una fauna piuttosto insolita per il clima tropicale – qualche orso polare, insetti sconosciuti, strane entità. La presenza più inquietante è, di certo, quella de “gli Altri”, misteriosi indigeni (?) non meglio identificati che rendono la vita sull’Isola ancora più difficile di quanto già non lo sia.

L’atollo è inoltre teatro di fenomeni geofisici inspiegabili, tra i quali un potentissimo campo magnetico – causa dell’incidente aereo – che per anni è stato monitorato dagli studiosi di una misteriosa società indiana, la Dharma Iniziative. La spedizione della Dharma, che ha costruito sull’isola avamposti, botole, un piccolo centro abitato, e tutte le altre costruzioni che tanto turbano i sopravvissuti, è stata però decimata in seguito agli scontri con “gli Ostili”, i veri indigeni dell’Isola, ed infine annientata, anche in virtù del tradimento di uno dei suoi giovani membri, quel Benjamin Linus (Michael Emerson) che diverrà il capo della tribù che impareremo a chiamare “gli Altri”.

Gli “ostili”, impossessatisi degli avamposti della Dharma, cercano di risolvere il loro dramma isolano: le donne gravide muoiono prima del parto, condannando ad estinzione certa la loro tribù. Nel mentre, il volo 815, attirato dal campo magnetico, precipita sull’Isola, invadendo per la seconda volta la privacy degli indigeni, i quali inviano spie all’interno dei nuovi arrivati per tenere la situazione sotto controllo. E’ da questo punto che prende mosse la prima stagione di Lost.
Sono tanti, per dirla alla Colombo, i "fili da riannodare", e la crescita esponenziale degli interrogativi a fronte dei misteri risolti costituisce una delle prerogative di Lost.
In un turbinio di flashback e intricate connessioni, l’inevitabile fascino dello sconosciuto rappresenta il vero punto di forza di questo serial, la cui sceneggiatura resta funambolicamente in bilico fra l’assurdo e il ragionevole, fra il ridicolo e il genio.

I decaparecidos

Inoltrandosi nell’intricato mondo di Lost, lo spettatore più smaliziato si renderà immediatamente conto che il fulcro del serial, più che nella narrazione degli eventi, risiede nella ricostruzione dell’evoluzione dei personaggi, curatissimi in tutti i loro aspetti, dal background che contestualizza la loro condotta agli avvenimenti che, man mano, condizioneranno i loro cambiamenti fino al termine dell’avventura (prevista entro la sesta e ultima stagione, maggio 2010).
Ogni episodio, al racconto di ciò che succede sull’Isola, affianca un flashback che richiama un pezzo di vita passata dei personaggi legato a doppio filo con gli accadimenti contemporanei; i passeggeri del volo 815, che all’apparenza non si conoscono, finiranno così col risultare collegati da un sottile filo invisibile tale da insinuare il sospetto che tutto ciò che accada non sia un puro caso o una semplice coincidenza.

Il protagonista principale della serie è il dottore Shepherd (Matthew Fox), eletto suo malgrado capo carismatico dei sopravvissuti – non a caso il suo nome, Shepherd, significa bastone da pastore, e questa del nomen omen è una costante di molti dei personaggi di Lost: idealista fino al midollo (è un chirurgo spinale, d’altronde… ndMario), difficile rapporto col padre – anch’egli chirurgo, e pericolosamente dipendente dall’alcool -, sindrome da eroe, Jack Shepherd fa tutti i giorni i conti con la sua moralità, ogni sua azione è il frutto di una travagliata riflessione etica.
Inutile specificare quanto possa rivelarsi utile in un contesto di survivors e di quale profondo senso del dovere si faccia carico, quasi da sentirsi “realizzato” sull’Isola più che nel mondo reale.

Proprio l’evoluzione di Shepherd è l’emblema dei propositi degli sceneggiatori di Lost.
Jack è il primo personaggio ad offrirci un flashback, è quello che si finisce col conoscere meglio, è quello per cui si prova la maggiore empatia (e un po’ di compassione).
Ed è anche il primo tra i personaggi ad offrirci una nuova prospettiva (nell’ultimo episodio mandato in onda a maggio in America): quella del futuro, con uno spiazzante e ben celato flashforward.

Altro personaggio da tenere presente è l’apparentemente pacioso John Locke (Terry O'Quinn), cinquant’enne dal passato familiare pieno di delusioni dovute ad un padre egoista e truffaldino che danneggiò, collateralmente, anche altri personaggio del serial. Insieme a Jack Shepherd, e in alcune situazione anche più di lui, John è il referente dei sopravvissuti, un leader oscuro, che vive l’Isola come nessun altro. Locke è infatti talmente legato all’Isola, ideale “seconda vita” in cui riscattare una mediocre esistenza passata, che fa di tutto per mantenere lo status quo ed impedire che un’eventuale fuga abbia possibilità di riuscire.
L’enigmatico cinquantenne esercita anche una inaspettata influenza su “gli Altri”, ed in particolare sul loro mentore Ben, che vede messa in discussione la sua autorità.

Questione di stile

Oltre allo spessore della sceneggiatura e delle interpretazioni dei protagonisti, Lost si distingue dalla concorrenza per una particolare dovizia di particolari, degna di una produzione cinematografica.
A cominciare dalla sigla, decisamente di rottura rispetto a quelle degli altri serial, passando per le musiche originali scritte da Michael Giacchino che conferiscono a Lost un cifra stilistica decisamente superiore alla media (analogamente a come fece Angelo Badalamenti con Twin Peks). Anche la fotografia, curata dai navigati Michael Bonvillain e John S. Bartley – per la maggior parte degli episodi – e da Larry Fong (Hero, 300), contribuisce a rendere ogni episodio di Lost un’opera artisticamente degna, alla stessa maniera del cinema – e anzi, in alcuni casi, anche qualitativamente migliore di certi pseudo film.

Negli Stati Uniti è da poco andato in onda l’episodio finale della terza stagione, ma, a sentire quei cervelli fumanti degli sceneggiatori, ci sarebbero in programma ancora 48 episodi per tre stagioni da 16 puntate ciascuna prima di arrivare a scrivere la parola “fine” su questa affascinante storia. E, in un certo senso, rassicura sapere che c’è ancora una speranza affinché ogni cosa vada al suo posto e ci venga svelato il filo di Arianna, il bandolo della matassa, il tassello mancante del puzzle, e chi più ne ha più ne metta.

Il vero mistero? La natura umana

Al centro di Lost resteranno la natura umana e la sua mutevolezza. Quest’opera magna, che ha avuto inizio con il primo flashback del dottor Shephard, sembra aver raggiunto il “giro di boa” nel già citato ultimo episodio della terza stagione, appena trasmesso negli USA, quando in sostituzione del flashback è comparso il primo flashforward (accuratamente camuffato fino agli ultimi istanti) durante il quale viene esplorato l’unico piano temporale della vita dei personaggi che mancava, il futuro.

Lost ci è sembrato uno fra i serial più rappresentativi della “rivoluzione telefilmica” che sta caratterizzando la produzione dei network – principalmente americani – degli ultimi anni, sancendo una definitiva separazione di genere fra il telefilm e il serial tv, a vantaggio di quest’ultimo che guadagna un’autonomia artistica di cui David Lynch e Mark Frost furono precursori.
Con Lost e compagni, i contenuti prendono il sopravvento sulla serialità: il fulcro sono i personaggi, il loro passato, il loro presente (l’Isola) e il loro futuro, ed il modo in cui le loro esistenze saranno cambiate.
Il resto, l’affascinante mistero, la costante pathos, è solo delizioso fumo negli occhi.

(con l’eclettica collaborazione di Mario T.)
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a cura di Emanuele P. (del 02/06/2007 @ 11:30:50, in Al Cinema, linkato 1674 volte)

E' in proiezione da ieri nelle sale italiane l'ultimo capolavoro di Quentin Tarantino, Death Proof, altra "metà" dell'esperimento vintage Grindhouse realizzato dal cineasta americano insieme all'amico Rodriguez.

Vi rimandiamo alla recensione, proposta per i lettori in anteprima qualche tempo fa.

"Sin dall’inizio, si è spiazzati.
In entrata infatti un finto trailer di un truculento horror ci da il benvenuto in questo straordinario film, una versione tarantiniana di Duel (Spielberg) con continue citazioni da cult di genere americani anni sessanta-settanta (volendo essere un po’ generici, l’equivalente dei nostri poliziotteschi e “b-movie”).(...)

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a cura di Emanuele P. (del 01/06/2007 @ 12:00:21, in Al Cinema, linkato 2955 volte)

Pirati dei Caraibi - Ai confini del mondo
(Pirates of the Caribbean: At World's End)
Gore Verbinsky, 2007 (Usa), 168'
uscita italiana: 23 maggio 2007
voto su C.C.

Uno dei primi film di cui ci capitò di parlare su Pianosequenza fu il secondo capitolo della saga dei pirati caraibici, che terminava con la, reversibile, dipartita del mitico capitan Jack Sparrow (il solito, magnifico Johnny Depp).
Chiudendo il post affermavo quanto fosse importante “recuperarlo”, più che per i suoi eroici meriti per poter condurre in porto (e via con gli ammiccamenti marinareschi) un ennesimo più che discreto capitolo della saga.
Verbinsky ovviamente lo fa, e l’ottimo Johnny lo ripaga con il suo consueto straordinario apporto, anche se non sempre supportato dal resto degli “attori” (per alcuni utilizzare questa definizione mi pare davvero esagerato…).

Che dei pirati non ci sia da fidarsi è una cosa palese, ma nonostante ciò sono inevitabili mille compromessi e patti segreti da accettare ancora una volta per William Turner (Orlando Bloom, aridatece l'elfo) e la sempre più coraggiosa Elizabeth Swann (Keira Knightley).
Come già detto in apertura, c’è da salvare il capitano Sparrow (Depp), intrappolato in una specie di limbo e ossessionato da esilaranti personalità multiple, in più si deve fare i conti con gli screzi amorosi tra un pirata mezzo mollusco ed una divinità un po’ zoccola, con l'inaffidabile vecchia conoscenza Barbossa (Geoffrey Rush) e con le brame di potere dell’antipaticissimo Lord Beckett (Tom Hollander), nemico di tutti i pirati con cui non può fare accordi.
Dopo oltre due ore di combattimenti, spade, cannoni, insulti e risate sembra quasi di essere punto e a capo, osservando il buon Sparrow che prima viene schiaffeggiato dalle solite donzelle del posto, e poi salpa, su una barchetta monovela perchè di nuovo orfano della sua Perla Nera, verso nuove ed incredibili avventure,

Francamente ignoro se siano in programma ulteriori capitoli di questa fortunata saga, ma una cosa posso garantirla: Verbinsky e la sua ciurma potrebbero continuare in eterno con le loro storie di pirati un po’ tutte uguali ma nonostante questo inevitabilmente affascinanti.
Certo senza Depp sarebbe tutto diverso: Johnny è il pilastro su cui si tengono tutti e tre i film, con questa sua straordinaria capacità di inventare un personaggio ambiguo, codardo ma eroico, effeminato ma sciupafemmine, apparentemente imbranato ma in realtà molto capace, uno che, anche se non sembra, ha sempre ben chiaro come agire.
In questo Ai confini del mondo, vengono concessi a Johnny ulteriori spunti comici, come nelle scene in cui decine di Sparrow interloquiscono tra loro, si uccidono, si insultano, tutti assolutamente irresistibili.
Il cameo di Keith Richards è poi un diretto omaggio all’ottimo Depp, che spesso dice di essersi ispirato proprio alla rock star per alcuni caratteri del suo personaggio (non a caso Richards interpreta il padre di Sparrow).
Il resto sono ammiccamenti e smorfie della Knightley e sguardi allibiti di Bloom, ai quali ormai siamo discretamente abituati.
E soprattutto ci sono, tanti, soldi ben spesi: alcune scene sono epiche, la battaglia finale stilisticamente apprezzabile e decisamente coinvolgente, enormi vascelli abitati da uomini-molluschi che riemergono dal fondo del mare, catastrofiche esplosioni, coreografici duelli.
Si riesce anche a perdonare il buon Verbinsky che scimmiotta Leone&Morricone in occasione dell’incontro tra capitani che si svolge su una bianchissima spiaggia poco prima che gli scontri abbiano inizio.
Tutto all’insegna del divertimento di un soddisfatto spettatore.

Insomma anche quello che potrebbe essere l’ultimo capitolo di questa saga che ha riportato in auge i film di cappa e spada risulta essere un eccellente blockbuster, perfetto per passare qualche ora di relax e risate.
Niente di più.

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