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 Petri... di Emanuele P.
 
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Io sono, diciamo, come un pittore che dipinge fiori. È la maniera di trattare le cose che mi interessa. Ma, d'altra parte, se fossi un pittore, direi: "Io posso dipingere solo ciò che contiene un messaggio".

Alfred Hitchcock
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
a cura di Mario T. (del 29/05/2007 @ 22:55:24, in Professione Reporter, linkato 1828 volte)

«I nuovi film italiani sono deprimenti. Le pellicole che ho visto negli ultimi tre anni sembrano tutte uguali, non fanno che parlare di: ragazzo che cresce, ragazza che cresce, coppia in crisi, genitori, vacanze per minorati mentali. Che cosa è successo? Ho amato così tanto il cinema italiano degli anni ’60 e ’70 e alcuni film degli anni ’80, e ora sento che è tutto finito. Una vera tragedia. […] L'Italia non è più quel che era. Potrei fare liste di nomi di registi che mi piacciono provenienti da molti paesi, ma non dall'Italia».

Una stoccata dura e sincera da un nient’affatto indulgente Quentin Tarantino. Gliela si perdonerebbe, perché mossa dalla cinefilia disinteressata di un appassionato di cinema italiano, se non fosse che Marco Bellocchio gli ha già risposto per le rime:

«Tarantino non può dare lezioni. E’ un bravo regista, ma nel dire certe cose è anche un cafone che non capisce niente».

Nel mirino di Bellocchio finisce anche Renato Brunetta, europarlamentare forzista, teorico liberista del partito, che viste le condizioni in cui versa il cinema italiano procederebbe volentieri con l’abolizione del Fondo unico per lo spettacolo (quella dei finanziamenti pubblici al cinema è questione di lunga data che non ci è dato risolvere in poche righe), scatenando nuovamente l’arzillo regista italico:

«Le sue dichiarazionidice Bellocchiosono proprie di certi politici incompetenti, che sindacano su cose di cui non capiscono nulla; di gente che pensa che un film sia solo quello che incassa al botteghino».

Dispiace che dei talenti litighino con tale asprezza (dispiace assai meno che un intellettuale litighi con un politico), ma se da una parte era nelle intenzioni dell’ingenuo Tarantino sottolineare il dispiacere per un handicap che il cinema italiano porta con sé da lungo tempo, dall’altra l’infervorata reazione di Bellocchio scaturisce dalla frustrazione per una crisi che ha radici molto complesse.

Quella che Tarantino, provenendo da un contesto ben diverso, non coglie, è la debolezza dell’apparato di produzione italiano, a causa della quale riescono a trovare spazio a stento i film da botteghino; può anche darsi, invece, che Tarantino lo sappia benissimo, non essendo uno sprovveduto, ma che, ragionando secondo quelli che sono i termini della cultura e della mentalità americana, non voglia concedere l’alibi di una responsabilità separata fra produzione e autori, identificando entrambi nel giudizio complessivo che un paese – un paese membro del G8, perlomeno – deve dare/ricevere sul proprio cinema. Ecco allora che le grandi produzioni del nostro cinema diventano i “ragazzi che crescono” (Moccia e Veronesi), “le coppie in crisi” (Muccino) e “le vacanze per minorati mentali” (Vanzina e Neri Parenti), travolgendo un’ottima generazione di autori – i Sorrentino, i Costanzo, gli Amelio – che non trova in un solido cinema di genere il volano necessario a sostenerli e a “educare” (mi si perdoni il sovietismo) il grande pubblico, rilanciando gli investimenti e la produzione (così come accade puntualmente dalla fine degli anni ’70).

Stupisce, quindi, come un fine(?) economista quale Renato Brunetta, che a differenza del regista americano dovrebbe conoscere approfonditamente il panorama economico e sociale italiano, possa rispondere al problema sollevato da Tarantino invocando lo stop ai finanziamenti pubblici (che, certamente, andrebbero ottimizzati e salvaguardati dagli sprechi) per affidarsi alla mano invisibile di un mercato che, al di là delle fedi politiche, per funzionare avrebbe innanzitutto bisogno di investitori e produttori (cioè del mercato stesso). Per Bellocchio il cinema non può essere slegato dalla conformazione sociale del paese (dalla sua logica economica e dalla sua politica), essendo parte integrante del sistema, ed è per questo che nel nostro caso «soffre [il cinema], perché fa riferimento allo stallo anche politico della nostra società. Vanno forte solo i film di evasione, film che assomigliano alla tv e ai suoi ritmi. Siamo contaminati da questi ritmi, che danneggiano la nostra volontà di raccontare in modo diverso. Invece vanno ritrovati questa pazienza e i nostri tempi». A parte la dimensione culturale della critica di Bellocchio, condivisibile o meno, va riconosciuta la lucidità con cui constata la relazione che intercorre fra l’impasse del cinema e una società bloccata su tutti i fronti.

Difficilmente riusciremo ad accontentare Tarantino nel breve periodo, perché a parte casi isolati come il primo Notte prima degli esami e Romanzo Criminale, il cinema italiano continua a dimostrarsi incapace sia di recuperare sia di innovare nell’ambito dei film di genere – non sembra averne nemmeno la volontà. E, certo, non si può rimanere fermi e contemplare quel cinema d’autore che, attraversando due generazioni, ha offerto prove di autentico genio. Cercare una soluzione è compito arduo, ma a quanto pare la radice del problema coinvolge vari aspetti dell’Italia, non solo il cinema, che non può essere considerato una variabile indipendente. Forse, Tarantino ha ragione: è una vera tragedia.
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a cura di Emanuele P. (del 28/05/2007 @ 11:11:59, in Al Cinema, linkato 2518 volte)

L'uomo dell'anno
(Man of the Year)
Barry Levinson, 2006 (Usa), 115'
uscita italiana: 11 maggio 2007
voto su C.C.

Una mia personalissimo teoria (già esposta in occasione della recensione de La Terra) afferma che i primissimi e gli ultimi minuti di un film siano rivelatori riguardo lo stile e la qualità molto di più che il restante, e rispettabilissimo, tempo.
Nel caso della pellicola di Rubini questo teorema mi permetteva di affermare quanto il film fosse assolutamente godibile e dotato di un notevole stile; stavolta però, guardando i primi minuti (ed anche gli ultimi a dire il vero) de L’uomo dell’anno mi sono sembrate palesi tutte quelle mancanze e anche quegli errori piuttosto evidenti di un’opera che nasce come interessante commedia politica ma finisce troppo velocemente col diventare un ridicolo pseudo thriller fieramente dietrologo (nei primi istanti di narrazione si passa dalla fittizia intervista “a fatto concluso” alla scontata e onnipresente voce fuori campo… mancava solo qualche frase introduttiva scritta su fondo nero e poi eravamo al completo con i luoghi comuni da evitare in un film).

Tom Dobbs (Robin Williams) è un comico di successo, esimio collega di Letterman, Leno e co. in quanto conduttore di un late show particolarmente apprezzato.
Tra una battuta e l’altra, si ritrova ad essere investito a furor di popolo della candidatura per un posto alla Casa Bianca.
Il suo agente (Christopher Walken, in un ruolo ridicolo), un fumatore incallito con il vizio delle pedanti analogie, dapprima è scettico ma poi si convince della possibilità che Mr. Dobbs vada realmente a Washington.
Con spumeggianti interventi, Tom riesce a ridicolizzare i concorrenti alla presidenza, e guadagnare sempre maggiori consensi.
Ovviamente non gli sarebbe bastato il 17% di preferenze che tutti i sondaggi gli accreditano (ma mai far fede ai sondaggi, e noi italiani ne sappiamo qualcosa), ed infatti per far si che divenga il più votato delle elezioni ci si mette un bug nel nuovissimo programma di votazioni brevettato dalla Delacroy, che scambia in modo ridicolo il numero dei voti con l’ordine alfabetico delle consonanti doppie inserite nel cognome del candidato (!!!). Dunque DoBBs, con due B, batte KeLLoGG (no, non c’entra con i cereali) con due L e due G, e MiLLs porello lui solo due L (mi chiedo cosa avesse fumato il buon Levinson al momento di sceneggiare questi sagaci particolari, a questo punto era meglio glissare sulla origine del bug e andare avanti facendo finta di nulla …).
A lavorare per la Delacroy però c’è Eleanor Green (Laura Linney), mezza psicopatica e idealista fino all’autolesionismo che, dopo essersi fatta licenziare avendo minacciato di rivelare al mondo intiero le falle del lucroso sistema di voto computerizzato, riesce a confidarsi col comico ormai divenuto presidente in pectore, e immancabilmente se ne innamora, ricambiata.
Inutile dire che alla Delacroy la cosa non va per nulla a genio, e dunque giù con minacce, inseguimenti e tutta la solita gamma di angherie standard.
Ed è altrettanto inutile dire che alla fine i cattivoni finiscono in galera, i comici a fare di nuovo i comici felicemente innamorati e l’affidabile ex presidente democratico a veder confermato il vecchio mandato, governando persino un po’ meglio di prima.
Un happy end che non si nega a nessuno.

Barry Levinson (Rain man, Bugsy, Sleepers) dirige un film inconcludente, e spesso involontariamente ridicolo.
Invece di lasciare spazio allo straripante Williams, finisce col tarpargli le ali, quasi spaventato che la pellicola possa diventare un solo continuum di battute e ammiccamenti. E lasciatemi dire che il risultato sarebbe stato decisamente migliore.
Levinson sceglie infatti la strada del luogo comune facile, denunciando i soliti poteri occulti dietro le candidature presidenziali (perlomeno negli USA i finanziamenti sono palesi), cavalcando un crescente disincanto nei confronti della politica tradizionale (ma che siamo in Italia??) ed abbozzando senza ragioni un risibile thriller fantapolitico, con un complotto di fatto involontario, in cui il cattivo non è il candidato che falsa le elezioni, ma la società che fornisce il servizio di voto telematico che, a causa di un errore di cui la programmatrice si accorge solo a tre giorni dall’election day, si ritrova ad alterare i veri risultati elettorali ed è dunque costretta a insabbiare la faccenda.
D’altronde, come dice lo stesso avvocato-factotum della Delacroy (Jeff Goldblum, tra i pochi a salvarsi), l’importante è che si sia convinti che il proprio voto è andato al giusto candidato, poi chi viene realmente eletto conta poco…

Insomma, a tener su la baracca, quando glielo consentono, è il solo Williams con il suo innato e straripante talento.
Il resto sono solo noia e risate di scherno per tanta fantapolitica mal inventata.
Inutile.

Qualche battuta, di quelle che tentano di salvare la situazione…
“Papa Benedetto ha deciso il riarmo della Guardia Svizzera e ha detto: questa mia scelta la faccio per Chiesa e per la Crante Cermania”

“Mi sono fatto una lampada … volevo somigliare a Kennedy ma l’ hanno regolata su George Hamilton…”

“I politici somigliano ai pannolini: bisogna cambiarli spesso, e per lo stesso motivo…”

 

 

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a cura di Emanuele P. (del 27/05/2007 @ 22:35:30, in Re per una notte, linkato 6525 volte)

Si è chiusa oggi, con la proiezione de L’age des tenebres di Denys Arcand, la sessantesima edizione del Festival di Cannes.
Premiato con la Palma d'oro il film di Cristian Mungiu, 4 Months, 3 Weeks And 2 Days.
Al nipponico Mogari No Mori di Naomi Kawase è andato invece il Gran Premio della giuria, mentre lo speciale riconoscimento del sessantesimo anniversario è andato a Gus Van Sant (già Palma d'oro 2003 con Elephant) per il suo Paranoid Park.

Il film vincitore del giovane cineasta rumeno Mungiu, racconta la storia di due ragazze, Otilia e Gabita che dividono la stanza in un pensionato universitario di una cittadina rumena negli anni del comunismo. Quando scoprono che una delle due è incinta inizia per loro il calvario per trovare il modo di abortire illegalmente.
Particolare apprezzamento, in terra francese, nei confronti del cinema rumeno, con il premio della sezione Un Certain Regard al film di Cristian Nemescu, California Dreamin.

Miglior interprete maschile il russo Konstantin Lavronenko per Izgnanie (The Banishment) - di Andrei Zviaguintsev -, e come miglior interprete femminile la coreana Jeon Do-yeon, protagonista del film Secret sunshine di Lee Chang-Dong.
Il premio della giuria è stato vinto da due pellicole: Persepolis, il cartoon in bianco-nero diretto da Marjane Satrapi e Vincent Paronnaud e da Silent Light di Carlos Reygadas.
Il premio per la migliore regia è andato al pittore-regista americano Julian Schnabel, che ha presentato in concorso il suo Le scaphandre et le papillon (Lo scafandro e la farfalla), mentre quello per la migliore sceneggiatura è andata al regista tedesco di origine turca, già famoso per La sposa turca Fatih Akin, autore e regista di The Edge of Heaven. Akin si era già aggiudicato il premio della giuria ecumenica.
Il premio Camera d’or, per la migliore opera prima è andato invece all’israeliano Meduzot, diretto da Etgar Keret e Shira Geffen.
Nella sezione Un Certain Regard, oltre al già citato premio a California Dreamin del rumeno Nemescu (morto in un incidente a soli 27 anni, prima di poter ultimare il film), riconoscimenti anche a La visite de la fanfare, opera prima dell’israeliano Eran Kolirin ed alla pellicola di Valeria Bruni Tedeschi, Actress.

Come spesso accade, un nulla di fatto per i film di cineasti più noti (Tarantino, Fincher, Fratelli Coen, Kusturica) che si rifaranno di certo ai botteghini...

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a cura di Emanuele P. (del 23/05/2007 @ 11:03:18, in Al Cinema, linkato 4597 volte)

Zodiac
(Zodiac)
David Fincher, 2007 (Usa), 158'
uscita italiana: 18 maggio 2007
voto su C.C.

I numerosi e sanguinolenti casi irrisolti della storia più o meno recente rappresentano spesso fertile humus per la coltivazione di film, romanzi e compagnia cantando, non sempre particolarmente apprezzabili (Jack lo Squartatore docet …).
Zodiac però è una felice eccezione; David Fincher (Seven, Fight Club, Panic Room), supportato da una sceneggiatura perfetta (di James Vanderbilt e tratta dal libro di Robert Graysmith, Jake Gyllenhaal nel film) porta a compimento un perfetto e forse un po’ prolisso - due ore e mezza di durata - esercizio di stile, intenso “finto” thriller, in cui più che del solito serial killer mezzo pazzo si preferisce parlare di tutte le persone la cui vita viene sconvolta dalle gesta dell’enigmatico Zodiac.

San Francisco e dintorni, 1968. Con una lettera ai tre principali quotidiani della città, un uomo, che si fa chiamare Zodiac, rivendica alcuni omicidi avvenuti nella zona.
Sembra essere solo l’inizio di una lunga serie di delitti ma, in realtà, Zodiac si rivela essere più “caso mediatico” che inquietante minaccia.
E' infatti minaccia soprattutto per la sanità mentale di un paio di baldi (chi più, chi meno) uomini, le cui vite sono travolte dal serial killer dello zodiaco.
C’è l’ispettore Dave Toschi (Mark Ruffalo), che prima di decidersi ad abbandonare l’indagine lustri dopo, impazzisce tentando di coordinare le indagini condivise da tre diverse giurisdizioni e finisce con l’essere incriminato (e poi assolto come scopriremo dai titoli di coda) in quanto presunto intralcio alle sue stesse indagini; c’è il cronista Paul Avery, perennemente ubriaco e fieramente autolesionista (Robert Downey Jr., vita che imita l’arte, o viceversa?) e c’è il mediocre vignettista Robert Graysmith (Jake Gyllenhaal), boy scout troppo cresciuto, il cui unico scopo dell’esistenza diventa essere poter “guardare negli occhi” il famigerato Zodiac.
Alla fine il caso è irrisolto, e come tale ci viene raccontato, ma la dura legge del cinema spinge sempre a fare ficcanti supposizioni, rigorosamente smussate dalle immancabili (e, una tantum, giustificabili) precisazioni finali scritte su glabro fondo nero.

David Fincher dimostra ancora una volta di possedere una più che discreta dose di talento, e nel panorama filmico odierno non è certo poco.
Lo stile di questo suo Zodiac è impeccabile: come già mostrato in Seven l’ottimo David riesce a inquietare lo spettatore senza usufruire dei soliti ed abusati cliché, preferisce mostrare poco, lasciar supporre, sfruttare gli ambienti e l’atmosfera (la scena di Gyllenhaal nello scantinato di un presunto Zodiac è magistrale, così come quelle degli omicidi).
L’ossessione è il vero perno cui ruota intorno questo “thriller non thriller”, il vignettista Graysmith dedica tutta la sua vita alla ricerca, a tratti maniacale, di Zodiac, coinvolgendo goffamente i figli e ignorando la dolce e paziente moglie (Chloe Sevigny).
La figura del serial killer è infatti paradossalmente messa in secondo piano, quasi solo pretesto per raccontare le tante storie che si intrecciano intorno a questi spiacevoli accadimenti (scelta giustificata anche dalla fondamentale ambiguità del soggetto, che tratta di un caso ancora aperto e probabilmente destinato a restare irrisolto considerato il tempo passato e gli inadeguati mezzi della polizia all'epoca dei fatti).
Il cast è assolutamente in parte, e contribuisce a conferire al film lo stile che Fincher ha saggiamente deciso di utilizzare; in particolare perfette sono le interpretazioni di Gyllenhaal, Ruffalo e Downey Jr.
È proprio il personaggio interpretato da quest’ultimo a essere l’unico punto di relativa debolezza di Zodiac: si sarebbe infatti potuto approfondire di più la intrigante personalità di Paul Avery, magari ritagliando lo spazio necessario privando in qualche passo la trama di momenti non assolutamente necessari.
Nonostante le due ore e mezza abbondanti di durata, Fincher riesce a dirigere un film intenso e mai sotto tono; particolarmente apprezzabile poi la trovata di scandire in modo ossessivo (questa è la parola chiave di tutta la pellicola) il passare del tempo, con intervalli temporali che vanno da "pochi minuti" a "sette anni dopo".

In America è stato un mezzo flop, e questo può solo deporre a suo favore.
Da vedere.

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a cura di Emanuele P. (del 16/05/2007 @ 11:01:01, in Re per una notte, linkato 4943 volte)

Nessun film italiano in concorso al 60° Festival di Cannes (16-27 maggio).
A rappresentarci, nella sezione Un Certain Regard, ci sarà l'ottimo film di Daniele Luchetti Mio fratello è figlio unico, mentre Centochiodi di Ermanno Olmi è stato scelto nella selezione di pellicole che verranno proiettate per festeggiare il sessantesimo anniversario del Festival.
Tra i film in concorso un occhio di riguardo a Death Proof (Quentin Tarantino) e Zodiac, atteso nuovo thriller di David Fincher (Seven).

Ecco l'elenco completo dei film proposti a Cannes:

In concorso:

Zodiac - David Fincher
Death Proof - Quentin Tarantino
My Blueberry Nights - Wong Kar Wai (film che aprirà la manifestazione)

Une Vieille Maîtresse - Catherine Breillat
Les Chansons d'amour - Christophe Honoré
Le Scaphandre et le papillon - Julian Schnabel
Yasamin kiyisinda - Fatih Akin
No Country for Old Men - Ethan e Joel Coen
We Own The Night - James Gray
Mogari No Mori - Naomi Kawase
Promise Me This - Emir Kusturica
Secret Sunshine - Lee Chang-Dong
4 Months, 3 Weeks And 2 Days - Cristian Mungiu
Tehilim - Raphael Nadjari
Silent Light - Carlos Reygadas
Persepolis - Marjane Satrapi / Vincent Paronnaud
Import/Export - Ulrich Seidl
Alexandra - Alexander Sokurov
The Man From London - Bela Tarr
Paranoid Park - Gus Van Sant
The Banishment - Andrey Zvyagintsev


Un Certain Regard:

Calle Santa Fe - Carmen Castillo
Munyurangabo - Lee Isaac Chung
Night Train - Yinan Diao
El Baño Del Papa - Enrique Fernandes e Cesar Charlone
Bikur Hatizmoret - Eran Kolirin
Mister Lonely - Harmony Korine
Magnus - Kadri Kousaar
Mang Shan - Yang Li
Mio fratello è figlio unico - Daniele Luchetti
California Dreamin - Cristian Nemescu
La Soledad - Jaime Rosales
Am Ende Kommen Touristen - Robert Thalheim
Kuaile Gongchang - Ekachai Uekrongtham
Le Rêve de la nuit d'avant - Valeria Bruni Tedeschi
Et Toi, t'es sur quoi? - Lola Doillon
L'Avocat de la terreur - Barbet Schroeder
Les Pieuvres - Celine Sciamma


Fuori competizione:

Sicko - Michael Moore
Ocean's Thirteen - Steven Soderbergh
A mighty heart - Michael Winterbottom
L’age des tenebres - Denys Arcand (film di chiusura)


Proiezioni di mezzanotte:

Boarding gate - Olivier Assayas
Go go tales - Abel Ferrara
U2 3D - Catherine Owens e Mark Pellington


Proiezioni speciali:

The war - Ken Burns e Lynn Novick
Cartouches Gauloises - Mehdi Charef
11th hour - Leila Conners Petersen e Nadia Conners
Young Yakuza - Jean-Pierre Limosin
Retour en Normandie - Nicolas Philibert
He Fengming (Chronicle of a Chinese Woman) - Wang Bing


Tributo per i 60 anni:

Boxes - Jane Birnkin
Roman de gare (Tracks) - Claude Lelouch
Centochiodi - Ermanno Olmi
Ulzhan - Volker Schlondorff


Cannes Classics:

Maurice Pialat, L’amour existe - Anne-Marie Faux e Jean-Pierre Devillers
Brando - Mimi Freedman e Leslie Greif
Never apologize - A personal visit with Lindsay Anderson - Mike Kaplan
Man of cinema: Pierre Rissient - Todd McCarthy

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a cura di Emanuele P. (del 14/05/2007 @ 10:49:38, in Amarcord, linkato 2448 volte)

Il segno degli Hannan
(Last Embrace)
Jonathan Demme, 1979 (Usa), 101'

Molto spesso, anche da queste pagine, capita di criticare i distributori nostrani che traducono o modificano arbitrariamente titoli originali degnissimi, con risultati a tratti catastrofici.
In questo caso però, la felice versione dell’originale Last Embrace, Il segno degli Hannan, è una condivisibile intuizione che ben cela la misteriosa trama e predispone lo spettatore ad assistere ad un giallo-thriller doc, dalle inevitabili influenze hitchcockiane.

New York, anni settanta. L’agente segreto Harry Hannan (Roy Scheider, bravissimo) tenta di ritornare alla sua professione che ha lasciato dopo uno spiacevole incidente in cui ha perso l’amata metà. Il ricordo della defunta signora Hannan è ancora molto forte, e ad esso si aggiungono ulteriori e sempre più pressanti preoccupazioni: una misteriosa ragazza (Ellie Fabian), che studia antropologia, si è insediata nel suo vecchio appartamento perché inviata lì dalla sua università; un astioso collega della CIA, fratello della moglie morta, lo ritiene colpevole e lo perseguita; e dulcis in fundo, una misteriosa lettera in aramaico antico gli viene recapitata a casa.
Rapida visita dal rabbino di fiducia, e possiamo scoprire che quella bizzarra lettera è una minaccia di morte, e che non è stata l'unica che sia capitata nelle mani del religioso nell’ultimo periodo. C’è di più: le altre minacce si sono concretizzate.
Harry non ha nessuna voglia di essere la prossima vittima e, aiutato (?) dalla strana ragazza della quale finisce per innamorarsi perdutamente, scoprirà cosa c’è dietro questa apparente “maledizione” della quale è vittima a causa del suo nome, Hannan.

Demme, all’esordio - avrebbe poi girato Il silenzio degli innocenti (1991) -, dirige un ottimo thriller, tratto dall’interessante romanzo di Murray Teigh Bloom, The 13th Man, ispirandosi all’immancabile maestro del genere, Alfred Hitchcock.
Il segno degli Hannan, infatti, è probabilmente il più riuscito omaggio al grande cineasta inglese insieme a Obsession - Complesso di colpa (Brian De Palma, 1975) e Frantic (Roman Polansky, 1988).
Vertigo – La donna che visse due volte è il film che più di tutti sembra influenzare lo stile della narrazione ed alcune felici scelte registiche (su tutte la sequenza finale in cui amore e odio si fronteggiano, ed in cui l’ottimo Scheider ricorda molto Jack Stewart, per la sua ossessione nei confronti di una donna che sa non essere ciò che sembra); così come appare un omaggio negli istanti iniziali l’appassionato bacio tra Harry e la sua neo-moritura moglie, che fa riecheggiare nella memoria le prime scene di Rear Window - La finestra sul cortile .
Demme, aiutato anche dalla colonna sonora di Miklos Rozsa, riesce a confezionare un film intenso, coinvolgente ed assolutamente godibile (niente è più efficace nel creare tensione di un sottofondo di archi, e il solito Hitchcock con Herrmann insegnano; peccato che sempre più spesso i novizi della cinepresa lo dimentichino).
Tra le sequenze da non perdere quella straordinaria ambientata in un maestoso cimitero ebraico, con le torri di Manhattan sullo sfondo, oltre alle scene che hanno come affascinante cornice le cascate del Niagara.

Travolti come siamo da thriller sempre più pessimi (perdonate l’obbrobrio linguistico, ma rende l’idea) in cui si tende spasmodicamente talvolta allo splatter, talvolta all’horror, è bene fare un po’ i nostalgici ancora una volta ed apprezzare un passato in cui Hitchcock insegnava e ottimi giovani registi mettevano abilmente in pratica.

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a cura di Emanuele P. (del 09/05/2007 @ 11:30:23, in Anteprime, linkato 11666 volte)

Grindhouse - A prova di morte
(Grindhouse - Death Proof)
Quentin Tarantino, 2007 (Usa), 116'
uscita americana: 6 aprile 2007
uscita italiana: 1 giugno 2007
voto su C.C.

Sin dall’inizio, si è spiazzati.
In entrata infatti un finto trailer di un truculento horror ci da il benvenuto in questo straordinario film, una versione tarantiniana di Duel (Spielberg) con continue citazioni da cult di genere americani anni sessanta-settanta (volendo essere un po’ generici, l’equivalente dei nostri poliziotteschi e “b-movie”).
Death Proof infatti fa bellamente sfigurare il pecoreccio horror Planet Terror che, girato da Rodriguez, rappresenta l’altra parte di questo esperimento vintage: Grindhouse.
Tarantino “bara” e, seppur attenendosi allo stile molto particolare del resto della pellicola, confeziona un magistrale action movie/thriller impreziosendolo con tutti gli orpelli propri del suo cinema.
Dopo il flop americano, che non fatico ad attribuire in maggior parte all’amico (di Quentin) Rodriguez, Grindhouse verrà presentato in Europa con due uscite distinte, una per Planet Terror e una per Death Proof.
Inutile ribadire quale andare a vedere.

Austin, Texas. Tre ragazze, attraenti e sboccate quanto basta, sono in libera uscita per locali.
Jungle Julia (Sydney Tamiia Poitier), star dell’etere radiofonico, Shanna (Jordan Ladd) e la intrigante Arlene - Butterfly (Vanessa Ferlito, che dopo le smorfiacce nella versione newyorkese di CSI si mostra in tutta la sua sensualità) girano i soliti locali della città, parlano di ragazzi, scherzano.
Nel locale di Warren (Quentin Tarantino, la sua è una comparsata d’obbligo) incontrano un bizzarro personaggio, Stuntman Mike (Kurt Russell), misterioso ed inquietante.
Lo stuntman infatti usa la sua particolarissima macchina, la Death Proof del titolo (auto corazzata e “a prova di morte”) come arma per perseguitare provocanti donzelle.
Ci sono altre quattro ragazze in uscita libera qualche giorno dopo, ma stavolta due di loro sono stuntman e piuttosto agguerrite.
Oltre alla innocua ed ingenua Lee (Mary Elizabeth Winstead), e alla ribelle in fieri Abernathy (Rosario Dawson), ci sono infatti Kim (Tracie Thoms) e Zoe (Zoe Bell, stuntman sul serio e controfigura di Uma Thurman in Kill Bill), e saranno prontissime a ripagare quel pazzo di Mike con la sua stessa “moneta”.

Tarantino (nell’occasione anche direttore della fotografia), ispirandosi ai b-movie americani di Samuel Z. Arkoff e William Castle, confeziona un film pressoché perfetto: si diverte con un cast quasi tutto al femminile e straordinariamente attraente a raccontare questa assurda storia di inseguimenti ed omicidi, di parole e auto “da guerra”.
I discorsi sono, al solito, verbosissimi e sboccati, ma la sorpresa principale è che stavolta non ci sono vissute Iene o gangster pulp a pronunciarli; ci sono ragazze, con shorts, top aderenti, e acconciature alla moda.
Mentre le prime sono vittime, le successive diventano carnefici, che “vendicano” inconsapevolmente le colleghe, facendo passare al buon Kurt Russell un pessimo “quarto d’ora” (letteralmente, la fantastica sequenza finale è molto lunga ed enormemente adrenalinica).
Il cast è assolutamente in parte, con le interpretazioni di Russell e delle ragazzacce Ferlito, Dawson e Bell sugli scudi.
L’esperto Kurt Russell, coraggioso nella scelta di interpretare un personaggio così particolare, un po’ inquietante ed un po’ ridicolo, è semplicemente perfetto.
Dal canto suo, Zoe Bell è protagonista di una scena lunghissima e pazzesca, ovviamente senza controfigura.
L’unica pecca di questo Death Proof potrebbe essere che l’antefatto che precede l’iniezione di adrenalina è un po’ troppo lungo, ma al contrario ho apprezzato proprio quei momenti di introduzione, in quanto puro e delizioso esercizio di stile (con tanto di fissazione un po’ fetish per i piedi, e non solo…, delle protagoniste).
La soundrack, ricercata e rigorosamente vintage, ha anche qualche accenno ai nostri poliziotteschi - sono convinto di aver sentito già in un film di Di Leo la musica di sottofondo che Tarantino ha usato per una parte dell'inseguimento finale [mi correggo, si tratta del main theme di Italia a mano armata, regia firmata da Franco Martinelli, colonna sonora di Franco Micalizzi].
Il trailer (diretto da Eli Roth) che precede il film, promozione di un fittizio horror ambientato durante il Giorno del Ringraziamento, è quasi fastidiosamente truculento, ma contribuisce a creare in sala la giusta atmosfera, trasportando lo spettatore in un cinemino di seconda visione con audio e video claudicanti e non privi di artefatti (alcune sequenze del film sono volutamente “corrotte”, per meglio attenersi allo stile di tutta la narrazione; queste bobine mancanti guarda caso riguardano scene particolarmente hot che vengono lasciate alla immaginazione dello spettatore ...).

Insomma, noi utenti non anglofoni, per una volta, abbiamo un vantaggio: goderci questo Death Proof da solo e in una versione extended che, nonostante faccia storcere il naso a qualcuno, risulta completa e convincente.
Ancora per una volta, lasciatecelo dire: W Tarantino.

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a cura di Mario T. (del 06/05/2007 @ 16:46:18, in Al Cinema, linkato 2498 volte)


Spider-Man 3
(Spider-Man 3)
Sam Raimi, 2007 (Usa), 156’
uscita italiana: 1 maggio 2007
voto su C.C.

«Beato quel popolo che non ha bisogno di eroi», diceva Bertolt Brecht; verrebbe da aggiungere che, se proprio non possiamo stare senza, almeno non siano come lo Spidy di Sam Raimi. Non c’è, infatti, in ben due ore e mezza di (non)film, un solo elemento che possa essere salvato in questo lungometraggio, uno fra i più costosi di sempre.

Nel terzo capitolo della serie un sempre più sfigato Peter Parker (interpretato da un sempre più imbarazzante Tobey Maguire) deve fare i conti con un vasto assortimento di problemi, che svariano dalle piccole battaglie della quotidianità agli epici scontri del bene contro il male. L’idilliaco rapporto con l’incantevole Kirsten Dunst, alias M.J., retto sui sorrisi inebetiti di lui e sulle leziose stucchevolezze di lei, si incrina perché la nostra aspirante attrice è trombata a Broadway (e forse anche perché non lo è abbastanza a casa dall’aracno-demente), vedendo svanire i suoi sogni di successo. Harry (James Franco), miglior amico di Peter e figlio della buon’anima di Goblin (William Dafoe nel primo capitolo), mette il dito fra moglie e marito e contemporaneamente medita vendetta contro colui che crede essere l’assassino del padre: ma quando scoprirà, grazie ad una soffiata del maggiordomo di Batman (un vero e proprio deus ex-machina giunto a sciogliere una trama indecente), che ad ucciderlo non è stato l’aracno-demente, combatterà al suo fianco per sconfiggere altri due cattivoni (arrivano come se piovesse) di rara stupidità e malvagità, quali Mr. Sandman (uomo melmoso, fangoso e terroso, non quello cantato dalle Chordettes negli anni ’50) e Venom (fotoreporter trombato anch’esso ma dal giornale locale e bramoso di omicidio). Nel mezzo di questo potpourri di inciuci e intrallazzi, non va dimenticato il ruolo giocato da un simbionte simile a blob che viene catapultato sulla terra da una meteora e che metterà a dura prova la bontà d’animo e lo spirito scoutistico/autistico di Tobey Maguire: tale simbionte, infatti, altera la composizione del corpo ospite esaltandone le potenzialità ma allo stesso tempo accentuandone l’aggressività ed il lato oscuro. Proprio durante la convivenza con il simbionte Tobey mostrerà il suo lato più dark e più ridicolo, atteggiandosi a sciupafemmine di periferia e deteriorando la sua immacolata immagine, fin quando si libererà definitivamente del simbionte (che troverà la sua nuova casa nel corpo del giornalista trombato, dando vita a Venom).

Confesso di non essere mai stato un grande fan di Spider-Man; personalmente ho sempre preferito Batman, uomo cazzuto dai toni gotici che non ha avuto in dono alcun superpotere e che la sua fortuna di supereroe e superimprenditore se l’è costruita da solo (e non dite che è di destra, perché reinveste tutto il capitale per aiutare i più deboli, gli esclusi e gli emarginati). L’Uomo-Ragno mi ha sempre dato l’impressione di essere il classico vittimista che chiagne e fotte, baciato dalla fortuna nell’aver ricevuto dei superpoteri fighissimi ma incapace di elevare il suo status sociale e di comprarsi un appartamento in centro; un supereroe un po’ terzomondista e veltroniano, che non ha il coraggio di superare i propri complessi. Ma, d’altronde, una parte consistente del successo del fumetto è dovuta proprio all’umile umanità di Peter Parker, il supereroe della porta accanto. Purtroppo, però, nel film di Raimi l’umanità, l’umiltà e l’autoironia che caratterizzano Spidy sono del tutto assenti, lasciando il posto ad un insopportabile vittimismo autocompiaciuto incarnato perfettamente dall’inespressivo Maguire. Anche Mary Jane ne esce completamente de-sensualizzata e si dimostra artefice della sindrome da boyscout che ammorba il protagonista. La sceneggiatura è semplicemente rivoltante, peggio di una fiction Rai, mentre la fotografia è incapace di sottolineare adeguatamente l’enorme capitale monetario e tecnico speso per la realizzazione degli effetti speciali. Una città piatta, un supereroe piatto, nemici piatti, storie piatte. Un film inguardabile, stucchevole, affettato, banale, desolante, ci scappa giusto qualche risata ogni tanto, ma più per il senso del ridicolo che per umorismo. Fa eccezione solo J.J. Jameson, il direttore del giornale dove lavora Peter, che incarna perfettamente lo spirito del fumetto, riuscendo a strappare una sincera ilarità: viste le condizioni in cui versa il film, un vero e proprio eroe. Altro che aracno-deficienti assortiti.

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a cura di Emanuele P. (del 03/05/2007 @ 10:00:06, in Amarcord, linkato 2322 volte)

Jackie Brown
(Jackie Brown)
Quentin Tarantino, 1997 (Usa), 155'

In genere, quando si parla di Quentin Tarantino, l’attenzione è subito catturata dai suoi due film più conosciuti (Le Iene e Pulp Fiction), nei quali ha codificato un suo particolarissimo genere, il pulp, frutto della sapiente commistione di variegate influenze filmiche.
O si parla dei più recenti Kill Bill, in cui le suddette commistioni sono condotte alla loro massima espressione.
In ben pochi infatti, o per meglio dire i meno superficiali, sono a conoscenza della piccola parentesi della carriera di Tarantino rappresentata da questo capolavoro, Jackie Brown, noir sapientemente scritto (dal soggetto di Elmore Leonard) e magistralmente diretto.

Jackie Brown (Pam Grier, grandiosa) è una hostess che arrotonda sfruttando il suo lavoro per trasportare in giro per l’America il denaro sporco del contrabbandiere d’armi Ordell Robbie (Samuel L. Jackson). Al ritorno da uno dei suoi “viaggi” viene arrestata da due agenti del reparto antifrode e costretta a collaborare con la polizia per incastrare il suo capo.
Nella faccenda è coinvolto anche Max Cherry (Robert Forster), che fa da garante per la cauzione di Jackie e che immancabilmente se ne innamora.
Alla fine sarà la fascinosa e astuta hostess ad avere la meglio su delinquenti e polizia, e ad accaparrarsi l’ambito denaro alla base della storia.

Tarantino dirige con uno stile particolarissimo, lontano da quello che lo ha contraddistinto in precedenza e che lo contraddistinguerà in futuro.
Porta avanti un noir classico e moderno al medesimo tempo, senza disdegnare una strizzata d’occhio al "suo" pulp in qualche scena (fantastica la pubblicità fittizia delle armi in cui ogni modello viene imbracciato da formose pin up, o la sequenza in cui Samuel Jackson si “sbarazza” di un pericoloso ex collaboratore – scena che ricorda molto Pulp Fiction - ).
L’ottimo Quentin si concede anche un cameo d’autore, con Robert De Niro che interpreta l’esilarante ex galeotto Louis Gara, stralunato e goffo complice di Jackson.
Il cast in generale è assolutamente in parte, impreziosito dalle magistrali interpretazioni di Pam Grier e Robert Forster. La hostess e il garante vivono una ambigua storia d’amore, rigorosamente priva di happy ending.
La gestione dei piani temporali è, al solito con Tarantino, rigorosamente non cronologica: assistiamo ad esempio a una stessa sequenza vista attraverso vari personaggi e dunque differenti contesti; il cineasta americano inoltre si inventa alcune scelte stilistiche efficacissime, come la divisione in riquadri dello schermo per sottolineare la contemporaneità di alcune scene - scelta adoperata successivamente anche da De Palma in Femme Fatale (2002) -.

Film fin troppo sottovalutato, Jackie Brown è l’ennesimo capolavoro di un Tarantino che sembra aver voluto dimostrare ancora una volta, non che ce ne fosse bisogno, il suo innato talento, dirigendo con uno stile per lui insolito ma estremamente accattivante ed efficace.
Se proprio non riuscite a digerire il pulp, concedetevi la visione di questo elegante noir: potrete così finalmente apprezzare anche voi eretici il nostro amato Quentin…

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