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 Bergman... di Emanuele P.
 
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Il mio primo film era così brutto, che in sette stati americani aveva sostituito la pena di morte.

Woody Allen
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
a cura di Simone C. (del 29/04/2007 @ 10:10:03, in Al Cinema, linkato 3196 volte)

Quello che gli uomini non dicono
(Selon Charlie)
Nicole Garcia, 2006 (Francia), 90'
uscita italiana: 13 aprile 2007
voto su C.C.

E’ un film-formicaio.
Dentro i cunicoli della travagliata – anche quando di successo - o mediocre esistenza quotidiana di sei uomini, si staglia lo sguardo ansiogeno del piccolo Charlie – titolo originale, infatti: Selon Charlie.
Un arrembante paleontologo, un insegnante di scienze, lo stempiato sindaco della ventosa cittadina sull’Atlantico dove si svolgono i fatti, un campioncino di tennis in piena crisi adolescenziale a seguito delle prime sconfitte, un ladro idiota e un assistente di talassoterapia. Tutti formidabilmente soli. Volontariamente, testardamente isolati nel loro strampalato “progetto” individuale – a turno messo in crisi o, anche, in via di realizzazione.

In coro, secondo i classici stilemi del film ad intreccio geometrico, danno vita a quella che è anzitutto una marcata esibizione attoriale. Gli interpreti, infatti, girano quasi per proprio conto. L’esperta regista Nicole Garcia (L’avversario) li lascia fare. Segue gli uomini-soli con una fotografia secca e brumosa ma a tratti rischiarata dalle sequenze oceaniche, con inquadrature in parte proprio brutte, oppure scosse, liquide: tipo i fratelli Dardenne, ma temperati. E il film dà l’impressione – dopo un’ora in effetti un po’ soporifera - di poter andare avanti all’infinito – come tutti i film che narrano tranches de vie. Così sarebbe se non intervenisse un evento-chiave scatenato a sua volta da un oggetto-simbolo (il boomerang del piccolo e semi-muto Charlie) a rimestare nelle acque fetide dell’ambizione o frustrazione personale. A rompere il quadro incancrenito, insomma. E in effetti i sei protagonisti sono fra gli attori più virtuosi dell’attuale panorama transalpino: Jean-Pierre Bacrì, su tutti, sfodera una prestazione magnifica nei panni del vanesio, cafonozzo ed adultero sindaco. Convincente anche Vincent Lindon, nel ruolo disastrato del disattento – e adultero anch’egli: ricorre la figura dell’incrocio sessuale – papà di Charlie. E poi ancora Benoit Magimel, Benoit Poelvoorde, Patrick Pineau.

L’impressione però è che la sceneggiatura dei fedelissimi Jacques Fieschi e Frederic Bèlier punti ad un compitino un po’ troppo semplice: ricollegando le vicende dei protagonisti all’antenato Dirk, una delle ultime scoperte scientifiche del personaggio-paleontologo. Interessandosi prevalentemente del continuo parallelo fra le (presunte) vicende dell’uomo preistorico morto in solitudine durante una “spedizione” verso territori mai colonizzati e le meschine esistenze individuali. Certo: c’è l’ambizione di sottolineare l’inevitabile e mai sopita (raminga ed ancestrale) aggressività umana, nelle vicende specifiche segnata a tratti da una certa idiozia morale. Anche quando, per esempio, si colora di comica negli sprazzi del ladro cretino.

Rimane – cifra del cinema transalpino – la sempre minuta abilità di “palombari dell’anima”: soprattutto di quelle anime periferiche, provinciali, stufe e stinte. Un po’ grigie. Che hanno sempre qualcosa di universale. E che però stavolta soffre un paio di buchi forti: la prima parte del film, dal montaggio delirante: troppo frammentario anche per un film costruito secondo gli intenti patchwork. La gente non capisce. E un certo semplicismo in alcuni dei personaggi – in particolare il tennista, da tagliare. La cosa più bella sta dunque nello scambio sinfonico fra i tre/quattro personaggi principali, che tiene in piedi una pellicola altrimenti senza uscita. Dove fallisce anche l’impostazione che vorrebbe il bambino-Charlie ago della bilancia: rimane una presenza oscura che a stento ci fornisce una chiave di lettura unitaria.

collaborazione speciale di Simone C. (Popimmersion)

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a cura di Emanuele P. (del 27/04/2007 @ 09:52:29, in Professione Reporter, linkato 4550 volte)

Visto da lontano e non senza una piccola invidia, il cinema messicano sembrerebbe vivere un momento di assoluto splendore, dopo aver raggiunto nell’ultimo anno la massima visibilità con ben tre registi (Alfonso Cuaron, Alejandro Gonzalez Inarritu, Guillermo del Toro, nella foto) autori di film premiati con una nomination agli Oscar (anche se sono arrivate solo tre statuette su sedici, per quello che può importare).
E’ per questo che l’articolo di Fernanda Solorzano, critica cinematografica dei principali giornali messicani, apparso sul n° 689 dell’Internazionale, ha destato in me particolare interesse.
Sembra infatti che il cinema made in Mexico non sia poi in condizioni così idilliache.

A eccezione dei registi indipendenti, il cinema messicano della seconda metà del novecento ha avuto tre caratteristiche principali: la tendenza a seguire – anche se in ritardo – le mode straniere, un’assurda riverenza per le convenzioni del cinema e un rispetto delle regole più rigide della recitazione. Senza pretese artistiche e con l’unico scopo di attirare più spettatori possibile, gli attori del cinema de ficheras (un genere di film di bassa qualità, diffusi dalla metà degli anni settanta alla metà degli anni ottanta, che erano girati in poco tempo e con pochi soldi) hanno gettato un ponte diretto tra il linguaggio dei loro personaggi e quello degli spettatori.
Nel momento più buio del cinema messicano, la recitazione dei
paupers, attori ambulanti proiettati all’improvviso sullo schermo, riluceva di una strana onestà. Uno splendore senza precedenti, condannato a sparire inspiegabilmente così com’era nato.
All’inizio degli anni novanta sono stati prodotti film che coniugavano la dignità cinematografica persa nei decenni precedenti con la dose di “popolarità” necessaria per far identificare lo spettatore messicano con la storia raccontata sul grande schermo.
Solo con tu pareva (1991), diretto da Alfonso Cuaron e scritto dal fratello Carlos, ha riportato nelle sale tutti gli spettatori messicani più raffinati che da anni non andavano al cinema. […]
Una commedia messicana e allo stesso tempo cosmopolita, è stato il primo esperimento riuscito di un film che aveva assorbito le aspirazioni collettive della società senza mettersi al di sopra delle tradizioni popolari.

Negli ultimi dieci anni le pellicole che hanno avuto più successo di pubblico sono state Amores perros (Alejandro Gonzalez Inarritu, 2000) e Y tu mama tambien (Alfonso Cuaron, 2001). Entrambi i copioni sono letterari, e per certi versi ovvi e deliberati. I loro autori sanno quali sono i limiti che separano la letteratura dal cinema e sono riusciti a sfruttarli nel copione.
In
Amores perros, per esempio, la divisione in capitoli coesiste con la struttura non lineare delle avanguardie letterarie dell’inizio del novecento. E in Y tu mama tambien Cuaron inserisce lunghi monologhi che narrano il passato e anticipano il futuro dei suoi personaggi, senza ricorrere a una sola immagine che distolga l’attenzione dalla sceneggiatura. Non ci sono strumenti convenzionali, come flashback o flashforward. Il resto è cinema allo stato puro: ci sono una telecamera pronta e veloce, una produzione e una fotografia che non interferiscono con le storie, e parole pronunciate male (non solo parolacce) che danno ai personaggi una patina di realismo.
Amores perros e Y tu mama tambien sono stati per molti versi dei film pionieri, ma ne hanno ispirati altri meno equilibrati. Si tratta di pellicole troppo consapevoli dei propri canoni estetici, che rivelano in modo palese la preoccupazione di essere più fedeli ai loro modelli di riferimento che ai gusti del pubblico. […]
In Messico i fondi pubblici scarsi, gli incentivi fiscali in perenne ritardo, la disuguaglianza della distribuzione degli incassi al botteghino e la tendenza a considerare la produzione cinematografica come una voce in passivo dell’industria culturale non sono le uniche ragioni del pessimo stato del cinema nazionale. Forse la preferenza del pubblico messicano per i film statunitensi dipende proprio dal gusto degli spettatori.[…]
E’ indiscutibile che i film messicani nelle sale siano pochi. Può succedere che in un anno si girino il doppio delle pellicole che escono in sala. E quelle che riescono a uscire, devono dimostrare l loro potenziale al botteghino fin dalla prima settimana. Anche se nel 2006 sono stati girati 64 film, in sala ne sono arrivati meno della metà. I cinema, che antepongono le esigenze commerciali alla qualità dei film, possono stare intere settimane senza proiettare una pellicola messicana.

Il tempo e l’esperienza potrebbero aiutarci a capire perché in questi ultimi mesi si è parlato solo di tre film messicani (Babel, I figli degli uomini, Il labirinto del fauno) e fino a un anno fa l’offerta in cartellone delle pellicole messicane erea a malapena un argomento di conversazione. Dei ventotto film che sono arrivati nelle sale, pochissimi hanno lasciato qualche traccia nella memoria dello spettatore.
Azzardo una interpretazione che sicuramente susciterà critiche: in Messico non c’è una industria cinematografica perché non ci sono fondi destinati al cinema (non esiste neanche una struttura che sorvegli l’uso di questi fondi), ma anche perché non c’è un numero minimo di film di buona qualità che sia in grado di mettere in moto gli ingranaggi dell’industria. […]
Il Messico è al quinto posto nel mondo per il numero di persone che vanno al cinema, con una media di 165 milioni spettatori l’anno. Dei quasi otto milioni di spettatori che nel 2006 hanno pagato per vedere dei film messicani, più della metà lo ha fatto per
Una pelicula de huevos (Un film di uova), dei fratelli Gabriel e Rodolfo Riva Palacio. È stato il secondo film record d’incassi nella storia del paese, dopo Il crimine di Padre Amaro (2002) di Carlos Carrera.
Una pelicula de huevos è una favola a disegni animati su un gruppo di uova del supermercato che aspira a un destino migliore: diventare dei pulcini, crescere, riprodursi. Il film ricorda Galline in fuga (2000), dei britannici Peter Lord e Nick Park, anche se la qualità non è assolutamente paragonabile. Il successo può essere spiegato solo per il suo carattere ambiguo: è una storia sempliciotta e piena di nobili aspirazioni, ma con molti doppi sensi.[…]
Per ragioni diverse, dovute soprattutto al modo in cui è stato girato, l’altro film importante del 2006 è stato
Un mundo maravilloso di Luis Estrada, che offre una visione nera della politica e della società messicana. Come La ley de Herodes, uscito nel 2000 in piena campagna elettorale, anche Un mundo maravilloso ha avuto successo perché era pieno di riferimenti alla situazione del paese prima delle presidenziali. Ma, nonostante tutto, il suo successo è stato relativo; […] risulta evidente che il Messico preferisce le uova alla realtà del paese.
Il problema, quindi, non è solo la sproporzione tra il numero di film messicani e stranieri in cartellone. Ma il fatto che solo i film messicani che riprendono il mondo conosciuto dalla gente comune possono spezzare il circolo vizioso degli interessi delle sale cinematografiche e delle catene di distribuzione.

Nel 2006 sono usciti altri film che rispondevano unicamente a esigenze del mercato […], pellicole che hanno attirato un tipo di pubblico abituato a entrare al cinema, pagare il biglietto e non guardarsi indietro. Sono i cosiddetti “film per muovere l’industria”.
Sangre di Amar Escalante, 1973 di Antonino Isordia e Las vueltas del citrullo di Felipe Cazals si trovano nel limbo dei film che nessuno è andato a vedere. Ma sono pellicole innovative, che chiedono al loro pubblico di lasciarsi sconcertare e di rinunciare al piacere facile. Tutti e tre i film sono stati vittime dell’apatia collettiva, pur essendo stati premiati nei festival stranieri e messicani.
Il 2007 sarà ricordato come l’anno in cui il Messico “festeggia” la fuga di talenti. […] Ma sarà ricordato anche come l’anno in cui sono usciti film più ambiziosi, che fanno trapelare la voce del regista. È il caso di
Morirse en domingo (Morire di domenica) di Daniel Gruener e di Kilometro 31, opera prima di Rigoberto Castaneda, che nelle prime tre settimane in sala ha avuto due milioni di spettatori (un quarto di tutti quelli che nel 2006 hanno visto film messicani).[…]
In controcorrente rispetto al cinema fatto di formule e magniloquenza, con un piede in ogni paese o impegnato nella ricerca dell’internazionalizzazione, un gruppo di registi e produttori messicani sta puntando su storie da raccontare senza acrobazie formali.
Nei loro film gli attori parlano male e farfugliano: il pubblico si rivede nello specchio dell’imperfezione.

da "El lugar del espectador. Para quién es el cine mexicano reciente?", di Fernanda Solorzano, Letras Libres, Messico.

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a cura di Mario T. (del 25/04/2007 @ 15:41:20, in Al Cinema, linkato 3500 volte)


Sunshine
(Sunshine)
Danny Boyle, 2007 (Usa), 108’
uscita italiana: 20 aprile 2007
voto su C.C.

Di questi tempi il tema ambientale domina il dibattito internazionale: effetto serra, scioglimento dei ghiacciai, riscaldamento globale, buco dell’ozono… ma questi, per Boyle, sono problemi di breve termine: il regista di Trainspotting preferisce concentrarsi sul lungo periodo, e con Sunshine immagina l’incubo di un sole che, spegnendosi, condannerebbe l’intera umanità all’estinzione (uno scenario verosimile, ma solo fra quattro milioni di anni).

Il film ci catapulta fin dalla prima scena sull’Ikarus II, astronave dal nome di dalemiana memoria incaricata di sganciare un ordigno esplosivo per ri-alimentare l’agonizzante sole. E, fin dalla prima scena, la tensione è alle stelle, perché fra le stelle si sono perse le notizie dell’equipaggio di Ikarus I, scomparso durante l’adempimento della medesima missione. A bordo della nave, lo psicologo (Clifford Curtis) ha un bel da fare per tenere a bada le liti e i contrasti fra gli altri componenti della missione (tra cui spiccano il vice-comandante Chris Evans e il fisico interpretato da Cillian Murphy, pupillo di Boyle).

Il regista si rivela davvero abile nel costruire un’atmosfera di grande tensione psicologia, giocando misticamente con l’aspetto fascinatorio e divino che il sole ha sempre esercitato sull’uomo e sfruttando al meglio l’ambientazione claustrofobica e insieme agorafobica rappresentata da una fredda nave spaziale in un freddo sconfinato universo. Le citazioni non si contano; fra il Solaris di Tarkovskij e il 2001 – Odissea nello spazio di Kubrick, Boyle punta a quel filone fantascientifico di alto livello capace di trascendere dal semplice genere. Ma Sunshine non decolla, complice la debolezza di una sceneggiatura che, soprattutto nel finale, sciupa lo splendido lavoro di regia risolvendo la trama con una svolta da action movie che interrompe il flusso onirico del viaggio verso il sole. Resta l’ottima prova di Danny Boyle, autore versatile e polimorfo che riconferma le sue ottime capacità: un film, comunque, decisamente da vedere, per la sua atmosfera e la sua originalità.

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a cura di Emanuele P. (del 23/04/2007 @ 10:00:00, in Al Cinema, linkato 2523 volte)

The Good Shepherd - L'ombra del potere
(The Good Shepherd)
Robert De Niro, 2006 (Usa), 167'
uscita italiana: 20 aprile 2007
voto su C.C.

Robert De Niro ritorna dietro la cinepresa – dopo la, isolata, parentesi di Bronx (1993) – confermando l’infelice periodo della sua carriera (ruoli comici a parte niente di eccezionale negli ultimi dieci anni, tutt’altro) e una di certo non spiccata attitudine alla regia più in generale.
The Good Shepherd – L’ombra del potere (evviva evviva i nostri distributori e la loro ben nota abilità nel coniare nei titoli) rischia di essere un polpettone (quasi tre ore di durata) un po’ ingenuo e un po’ approssimativo.

De Niro ha un proposito ambizioso: raccontare gli eventi che portarono alla creazione della CIA visti attraverso gli occhi di Edward Wilson (il solito monoespressivo Matt Damon), agente dalla lunghissima carriera, che ha dedicato di fatto la sua intera vita ai Servizi.
Si spazia dalla Seconda Guerra Mondiale sino alla crisi di Cuba degli anni ’60; un ventennio di Storia, in piena Guerra Fredda, durante il quale ci vengono mostrate le mille ingerenze e azioni della CIA, che si occupa di monitorare gli scenari politici mondiali oltre a quello USA.
Il quadro che ne esce è piuttosto desolante; la vita dell’apparentemente modesto impiegatucolo Wilson è solo la Agenzia, null’altro. Abbandona la moglie, incontrata di fatto quasi solo una volta ed alla quale è forzatamente legato da una gravidanza non voluta; è quasi un estraneo per il figlio, al quale è pronto ad anteporre in ogni occasione il “bene del Paese”, non ha amici, non si fida di nessuno. Unica eccezione una ragazza sorda (involontaria allegoria?) con cui condivide i pochi momenti di vera intimità di tutta la sua vita, ma che è pronto ad abbandonare sempre in vista dell’ “ubi maior”.

La sceneggiatura di Eric Roth (già autore di quella di Munich, e allora è vizio…) prova ad affrontare l’improbo compito di racchiudere in qualche episodio una storia particolarmente complessa e “oscura”, e sceglie la strada della approssimazione.
Lascia molti degli avvenimenti avvolti in “puntini di sospensione” che sta allo spettatore, fornito di sana dietrologia, riempire con elucubrazioni e conclusioni avventate.
Unica scelta apprezzabile risulta essere la fusione di fintodocumentario e narrazione, con il bianco e nero che lentamente si colora, e più in generale la decisione di spezzettare la storia principale aggiungendo lentamente altre parti con largo uso del flashback (in particolare piacevole la ricostruzione stile antesignani CSI della “storia” dietro la cassetta con foto misteriosamente abbandonate sulla soglia della casa di Edward nei primi minuti del film).
Così The Good Shepherd finisce col diventare un film “cast dipendente”, una collezione di interpretazioni di nomi celebri; ed anche su questo piano si sarebbe potuto fare di meglio.
Matt Damon è insopportabilmente monoespressivo come al solito, anche se tutto sommato in questo ruolo tali caratteristiche risultano quasi adeguate; la Jolie è poco credibile nel ruolo di moglie abbandonabile, e di tutti gli altri camei (tra gli altri Baldwin, Pesci, Hurt, Dullea) le interpretazioni più convincenti dell’intero film risultano essere quelle di Turturro e del redivivo De Niro, in un ruolo disegnato perfettamente su di sé.

Il risultato finale è un mediocre film drammatico (o di spionaggio, con più parole che colpi di pistola – ne ricordo solo uno o due in tutta la narrazione-), che, in virtù di una sceneggiatura insufficiente ed interpretazioni non all’altezza, diviene una dura prova per la pazienza, e le palpebre, dell’ignaro spettatore.
Piuttosto che dirigere film così, o interpretare Nascosto nel buio (tanto per dirne uno), per De Niro è decisamente più onorevole un tranquillo pensionamento, in memoria dei, numerosissimi, capolavori andati.

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a cura di Emanuele P. (del 19/04/2007 @ 12:09:30, in Contenuti Speciali, linkato 1814 volte)

Prende il via sabato 5 maggio una interessante iniziativa, DJCINEMA, micro-festival che ha come originale intento il collegamento tra ambiti apparentemente distanti come quelli della djculture e del cinema.

In programma la proiezione di un film caldamente consigliato e l'omaggio ad un'opera immancabile:
- Sangue - La morte non esiste, di Libero De Rienzo (il regista sarà presente all'evento e verrà proposto anche materiale inedito). Il film, uscito un anno fa, fu distribuito praticamente solo a Roma ed ebbe molta meno visibilità di quella che avrebbe meritato; ci sembra una buona occasione per rimediare, in parte, all'errore.

- sonorizzazione LIVE del poliziottesco cult Milano Calibro 9, di Fernando Di Leo

Per ulteriori informazioni:
http://djcinema.wordpress.com/
http://kulturadimazza.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=1443906

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a cura di Emanuele P. (del 16/04/2007 @ 01:04:54, in Al Cinema, linkato 3215 volte)

Le vite degli altri
(Das Leben der Anderen)
Florian Henckel von Donnersmarck, 2006 (Germania), 137'
uscita italiana: 6 aprile 2007
voto su C.C.

Per una volta l’Academy ha fatto centro.
Molto spesso i film premiati con l’Oscar, così come registi, attori e compagnia cantando, non sono decisamente i più “meritevoli” tra quelli dell’anno.
La scelta di premiare Le vite degli altri con l’Oscar come miglior film straniero è stata però inaspettatamente illuminata.
Il film del giovane cineasta tedesco dal nome quasi impronunciabile, ma che è d’uopo imparare a pronunciare perché probabilmente diverrà di moda tra un po’ di tempo (Florian Henckel von Donnersmarck) è un piccolo capolavoro, per sceneggiatura, regia ed interpretazioni.

1984. DDR. Berlino est. L’integerrimo capitano Gerd Wiesler (Ulrich Mühe, grande interpretazione) è un apprezzato agente dello Stasi, il servizio segreto DDR che si occupa di monitorare i cittadini, o meglio di sorvegliarli in ogni situazione, con violazioni di ogni genere sui diritti civili.
Il buon Gerd è un esperto di interrogatori (shockante la sequenza iniziale della lezione) e viene incaricato dal suo superiore Grubitz (Ulrich Tukur), sotto pressioni di un ministro un po’ magnaccia, di sorvegliare o meglio spiare la vita dello scrittore-autore Georg Dreyman (Sebastian Koch), sospettato di nascondere pericolose simpatie per l’occidente.
Ma c’è anche qualcosa di più personale; il ministro (Thomas Thieme) ha un debole per la sua bella fidanzata, la talentuosa attrice Christa-Maria Sieland (Martina Gedeck), che ovviamente non corrisponde ma che è sottomessa al potente uomo politico, dalle cui decisioni può dipendere la sua carriera.
Il capitano Wiesler, però, immerso nella altrui vita a causa di lunghe sessioni di ascolto d’intercettazioni, inizia a dubitare di quel sistema che sino a quel momento non si era mai sognato di mettere in discussione, quel sistema per cui aveva ignorato diritti e dignità di centinaia di altri sospetti.
Inizia a immedesimarsi nelle “vittime” del suo spionaggio, a manomettere i verbali, a “coprire” un piccolo tentativo sovversivo (la pubblicazione di un articolo su una nota rivista della Germania Ovest in cui si denunciano i suicidi taciuti in DDR, dipinta come un eden che tanto paradiso in realtà non è).
Le conseguenze dei suoi gesti sono inevitabili, e neanche dopo la caduta del muro riuscirà a ottenere un impiego anche solo decente; ma la consapevolezza di aver fatto la cosa giusta e un silenzioso e significativo ringraziamento varranno più di potere e denaro.

Al suo esordio, Florian Henckel von Donnersmarck scrive e dirige una storia equilibrata, densa ed emotivamente appagante.
La sua Berlino è ritratta con attenzione e poca benevolenza. La Stasi appare implacabile, onnisciente, inevitabile. Infiltrati ovunque (persino nella redazione dell’occidentale Der Spiegel), tutto sente e tutto conosce, e soprattutto tutto può fare.
Sequestra civili, li isola, li tortura con estenuanti interrogatori, sino ad ottenere il risultato voluto.
In queste apparentemente impenetrabili maglie però c’è un piccolo varco. C’è quella coscienza soggettiva che si vorrebbe annichilire con la logica del “sono ordini che arrivano dall’alto, vanno eseguiti senza farsi troppe domande”. C’è il capitano Wiesler, Ulrich Mühe espressivo e perfettamente in parte, che si lascia coinvolgere vivendo “dall’altra parte”, immedesimandosi nelle vittime dei suoi soprusi, e decidendo dunque di mettere in atto un “tradimento” in piena regola, pagando con la sua carriera e con l’annullamento di ogni sua ambizione.
Lo stile della narrazione è asciutto ed essenziale ed è particolarmente apprezzabile il contrappunto musicale, che coniuga sapientemente musica classica e appuntite melodie teutoniche.

Florian HvD (concedetemi l’abbreviazione) dirige senza voler far lezioni di storia, morale o cos’altro, e previene pericolose svolte melense nella parte finale.
E’ anzi autore di un film assolutamente pregevole, che in virtù di un ottimo soggetto-sceneggiatura e di un degnissimo cast a supporto, aspira al posto di miglior film sinora visto in quest’anno (con INLAND EMPIRE).
Per il giovane Florian un solo augurio: cento di questi film …

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a cura di Emanuele P. (del 13/04/2007 @ 00:39:14, in Amarcord, linkato 2895 volte)

Lost in Translation - L'amore tradotto
(Lost in Translation)
Sofia Coppola, 2003 (Usa), 105'

In ambito registico, sono piuttosto misogino.
Qualcuno sarà pur pronto a smentirmi ma non ricordo particolari capolavori scritti o diretti da donne, o per meglio dire faccio fatica anche solo a ricordare qualche titolo che abbia queste caratteristiche (e non citatemi la mia conterranea Wertmuller, per la quale nutro una naturalissima antipatia).
Non è questo di certo il luogo in cui trattare di un eventuale problema “quote rosa” nel cinema, né francamente la questione ha un posto di rilievo nella scaletta delle mie priorità e probabilmente neanche di quelle dell’umanità intiera; questa breve introduzione mi serve solo per giungere a parlare della illustre figlia d’arte Sofia, che di cognome fa Coppola.
Non ho visto, e non è nelle priorità di cui sopra farlo, il precedente Il giardino delle vergini suicide, né il successivo Marie Antoinette, e il mio giudizio si limita alla visione di questo, più che discreto, film, quando affermo che non diverrà di certo una interprete memorabile della celluloide, ma che comunque riuscirà a sfornare opere migliori di diversi suoi colleghi uomini molto più quotati.
Dopo questo sproloquio introduttivo, occupiamoci della sinossi del nostro film.

Bob, star del cinema in lieve declino (Bill Murray, superbo) e Charlotte (Scarlett Johansson), sono due americani un po’ sperduti nella lontanissima, in tutti i sensi, Tokyo.
L’attore è strapagato dagli amici nipponici per essere il testimonial della campagna pubblicitaria di un whisky, la ragazza è moglie colta e sfaccendata di un fotografo sempre assente (Giovanni Ribisi) e distratto da antiche fiamme.
I due si incontrano quasi per caso, e fanno della loro comune solitudine punto d’inizio per una particolarissima relazione, un po’ d’amicizia, un po’ d’amore (tutti e due sono sposati, e mentalmente fedeli).
In una Tokyo che non dorme mai, sempre illuminata a giorno da mille luci al neon e il cui skyline ostenta una occidentalizzazione forzata, Bob e Charlotte incontrano bizzarri indigeni, cantano al karaoke, si ubriacano, passano del piacevole tempo insieme.
Ma, prima o poi, l’idillio deve finire, e lasciar strada alla vita di tutti i giorni.

Sofia Coppola dirige, e soprattutto scrive, una storia di ordinaria alienazione.
Due yankee, perduti in un Giappone troppo diverso, in cui la lingua è solo uno degli ostacoli alla comprensione, che si conoscono, forse si amano, ma solo platonicamente, e vivono un sentimento che traspare vivamente dalla pellicola.
Sofia riesce appieno nell’intento di allestire un film sentimental romantico un po’ fuori dagli schemi, raffinato e divertente, perfettamente supportata da un cast notevole.
Bill Murray, straordinario come in Broken Flowers, con la sua aria perennemente svanita ed una comicità innata, interpreta superbamente il buon Bob Harris.
Così come la burrosa Scarlett che, senza limitarsi ad essere una valente “spalla”, è in parte e dà vita a un personaggio insolito, sempre un po’ depressa, malinconica, quasi intrappolata troppo giovane in una vita da moglie perennemente “abbandonata”.
Molto brillante l'espediente finale della breve conversazione muta con annesso ambiguo sorriso.
E poi la ottima Sofia può permettersi di iniziare il film con un prolungato primo piano del fondoschiena della signorina Johansson ... ci saranno pur dei vantaggi ad essere una rampante regista…

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a cura di Emanuele P. (del 08/04/2007 @ 10:08:07, in Al Cinema, linkato 2179 volte)

The Illusionist - L'Illusionista
(The Illusionist)
Neil Burger, 2006 (Usa), 110'
uscita italiana: 6 aprile 2007
voto su C.C.

Dopo The Prestige, rieccoci a narrare gesta di abili illusionisti di tempi andati.
Premetto che i film in costume non mi sono mai andati particolarmente a genio, ma per questo ho voluto fare una eccezione, eccezione che ha nome e cognome: Edward Norton (chi ci legge sa quanto sia apprezzato l’attore americano da Pianosequenza).

Vienna, un qualche anno intorno al millenovecento. Il misterioso illusionista Eisenheim (Norton) colleziona proseliti grazie a sbalorditivi spettacoli. Sembra che riesca persino a far apparire proiezioni di persone ormai decedute, a cui si può fare qualche domanda, carpire qualche improbabile informazione.
A guardarlo scettico c’è il capo ispettore Uhl (Paul Giamatti, di cui parleremo dopo) che è incaricato dall’arcigno aspirante erede al trono imperiale Leopold (Rufus Sewell) di trovare un espediente per rinchiudere a vita il povero illusionista che tanti grattacapi crea.
Infatti il magico Eisenheim, tra le tante apparizioni che evoca, fa comparire Sophie, la bella promessa sposa del principe (Jessica Biel), con la quale ha una tenera ed impossibile relazione amorosa sin da quando era piccolo. Il piccolo problema è che Sophie sarebbe morta, assassinata forse dal principe, forse no, e le parole che si trova a pronunciare durante gli spettacoli proprio non piacciono all’aspirante al trono.
Non serve che vi parli dell’illusione finale vero?

Neil Burger, per l’occasione sceneggiatore (adattando il soggetto dal libro di Steven Millhauser) oltre che regista, dirige con un certo stile, che si fa piacevolmente notare in diverse occasioni.
La fotografia poi è particolarissima e godibile, e contribuisce in massima parte all’effetto “di illusione” che accompagna l’intera narrazione.
Edwar Norton è meno enorme del solito, e si limita a interpretare un personaggio affascinante ma non particolarmente complesso.
Al contrario Paul Giamatti deve vestire panni che gli calzano a pennello. È palese sin dai primi momenti che quell’ispettore che dovrebbe essere burbero e un po’ corrotto alla fine si scioglierà rivelando la sua vera natura, facendo la “cosa giusta” (che poi in realtà proprio giusta non sarebbe).
L’ottimo protagonista di Sideways è il vero valore aggiunto della pellicola, insieme con lo stile che la fotografia contribuisce a generare, anello di congiunzione tra uno spettacolare film di effetti speciali ed un anomalo giallo-sentimentale di vecchio stampo.

The Illusionist non riesce però a compiere un ulteriore passo in avanti, causa anche una sceneggiatura tutto sommato non particolarmente brillante ed un ritmo troppe volte portato al ribasso.
Ma l’illusione finale, godibile anche se tutt'altro che inaspettata, riporta lo spettatore alla vera natura di questo film: un esercizio di stile in buona parte riuscito e nobilitato da un cast all’altezza.

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a cura di Mario T. (del 06/04/2007 @ 17:40:48, in Al Cinema, linkato 6005 volte)

Notte prima degli esami oggi
(Notte prima degli esami oggi)
Fausto Brizzi, 2006 (Italia), 102'
uscita italiana: 14 febbraio 2007

L'exploit di Notte prima degli esami fu salutato con grande benevolenza nel 2006: se qualcosa oggi manca al cinema italiano, ricco certamente di autori ed artisti, è proprio un buon cinema di genere e di massa che non sia il cinepanettone di Boldi&DeSica o il neonato fotoromanzo animato di Federico Moccia. Fausto Brizzi, che pure ha fatto la sua brava gavetta con De Laurentis e Neri Parenti, ci sorprese tutti con la sua pellicola d'esordio, una commedia degna di questo nome ambientata sul finire degli anni '80 e supportata da una valida sceneggiatura, da un cast nuovo e giovane e da un Giorgio Faletti in grande spolvero; record d'incassi per un'opera prima. Sull'onda di questo successo, Brizzi e la sua squadra hanno cominciato una discutibile rincorsa per uscire nelle sale il giorno di San Valentino con un newquel - così l'ha battezzato il regisa - che trasferisse i personaggi del 1989 nel 2007. Eccezion fatta per l'assenza di Faletti e della Capotondi (rimpiazzati da Panariello e da Carolina Crescentini, con l'aggiunta di Serena Autieri), gli ingredienti che hanno decretato la riuscita del primo film c'erano tutti, sceneggiatori compresi. Ma il risultato è stato davvero deludente.

Notte prima degli esami oggi racconta la storia di un gruppo di amici che si accinge ad affrontare l'esame di maturità in senso lato, vale a dire che, come per tutti i ragazzi che si avviano alla fine della loro adolescenza, i nostri si confronteranno con temi da "adulti" quali l'amore, l'amicizia e la famiglia (o meglio, affronteranno questi temi da una prospettiva diversa). Luca Molinari, alter ego del simpatico Nicolas Vaporidis già conosciuto nel primo capitolo, trovandosi per caso in mezzo ad un flash mob, incontra Azzurra (la Crescentini), una ragazza lunatica e fuori dagli schemi, e perde la testa per lei. Attorno alla loro storia d'amore si intrecciano le vicende degli amici di Luca: Massi (Andrea De Rosa), la sua ragazza Simona (Chiara Mastalli), Riccardo (Eros Galbiati) e Alice (Sarah Maestri).

L'operazione non ha funzionato: il nuovo film di Brizzi risente dell'ambietazione contemporanea, decisamente meno evocativa rispetto agli anni '80, ma non solo. Oltre alla grande perdita subita dalla colonna sonora (che nel primo capitolo vantava una playlist leggendaria, compresa la Notte prima degli esami di Venditti) e alla gestione impacciata del contesto attuale (elementi quali i flash mob, i mondiali e internet sembrano essere messi lì per ricordarci il periodo di riferimento ma non si amalgamano nel film come il Subbuteo, il Califfo a pedali o le feste in piscina), Notte prima degli esami oggi ha una sceneggiatura debole, poco organica, quasi arrangiata. I personaggi non costituiscono più quel gruppo unito che andava incontro alla maturità, piuttosto seguono percorsi individuali raccontati senza un'armonia di fondo, senza coerenza psicologica e senza verve. L'assenza di Faletti, poi, pesa molto, e non solo per la sua bravura, ma per il ruolo che il suo personaggio, il professore conservatore e autoritario, svolgeva all'interno della storia. Il Panariello padre con la sindrome di Peter Pan è un pesce fuor d'acqua, quasi un escamotage narrativo per riempire spazi, così come la Autieri in versione maestrina dalla penna rossa (con la differenza che in De Amicis non avrebbe mai portato il perizoma).

Brizzi ha comunque riscosso un grande successo al botteghino, ma a parer nostro ha perso l'occasione per dimostrare come si possano coniugare incassi e cinema di qualità; le potenzialità ce le avrebbe, il suo film d'esordio è lì a dimostrarlo. Si è fatto prendere dalla fretta, ha voluto a tutti i costi stringere i tempi di produzione per rispettare una scadenza arbitraria come San Valentino. Questo pagherà commercialmente, ma artisticamente non poteva che condizionare la buona riuscita del film. Ci auguriamo che non percorra la stessa china di Neri Parenti, e che invece faccia fruttare solo i lati positivi della lunga esperienza al suo fianco.
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a cura di Diego D. (del 03/04/2007 @ 09:20:25, in Al Cinema, linkato 2799 volte)

La mano de D10S
(La mano de D10s)
Marco Risi, 2006 (Italia/Argentina), 113'
uscita italiana: 30 marzo 2007

Venerdì sera sono andato ad assistere alla Prima de La mano de D10S, film che ripercorre, dall’infanzia, la vita del più grande campione del Calcio di ogni tempo.
I motivi che possono portare a scegliere la visione di un film, e non un altro, sono sempre i più disparati.
Per quanto riguarda La mano de D10s, poi, i miei sono stati decisamente vari.
Innanzi tutto la grande curiosità per questa pellicola, visto il fascino che, da sempre, la figura di Maradona riesce ad esercitare con le sue grandi contraddizioni.
Secondo poi, perché io, col Genio, condivido il nome. Circostanza questa, che, unita alle origini della mia famiglia che si perdono tra i chiaroscuri del golfo di Napoli e le ombre del Vesuvio - esattamente i luoghi dove il Genio fu incoronato Re - ha fatto si che fin da bambino, più di una volta, mi sentissi chiamare: Maradòoo…
Che poi, io, al calcio non sono mai stato un gran ché… salvo quando, col mio piede sinistro, lo stesso usato dal Pibe de Oro, mi ritrovavo a calciare una punizione nelle partitelle tra amici in qualche campetto polveroso… allora sì, che di tanto in tanto, Maradò mi ci sentivo per davvero.
Se a tutto questo, poi, ci aggiungiamo che ho il piacere di essere amico di Marco Leonardi, l’attore che ha interpretato Maradona in questa pellicola di Marco Risi, allora dovrebbe risultare piuttosto chiaro perché, venerdì scorso, mi sia ritrovato all’Adriano di Roma, storica location per le Prime cinematografiche nella Capitale.
Un film sul calcio, quindi?
No, o non esattamente, perché il calcio col film c’entra, ma poco… o meglio, lo permea completamente, ma solo come pretesto per raccontare le vicende di un uomo, un grande campione, figura controversa che genera inscindibilmente amore e odio.
Un equilibrista perennemente in bilico tra i soffi del genio e gli aliti aciduli di una sregolatezza autodistruttiva.
Un equilibrista, le cui sorti si reggono sulle precarie certezze di una palla che rotola. Proprio come rappresentato dall’efficace episodio, che corre parallelo all’intero film: quello di un Maradona bambino che, in una notte di piogge torrenziali, cade in un pozzo nero per andare a recuperare il pallone finitovi dentro e che ne esce salvo solo grazie al pallone stesso che gli consente di non affogare, nonostante la melma lo ricopra fino al collo. Evidente metafora, questa, dell’intera vita del giocatore che, sempre sul punto di affogare nel fango, riesce a non sprofondare grazie alla grande passione per il calcio.

Un film, questo di Marco Risi, sicuramente non semplice da realizzare, fortemente esposto ad una retorica del Campione cui il regista, però, riesce a non cedere, scegliendo di mettere in scena l’uomo al di là del giocatore, anche se, una eccessiva indulgenza nelle vicende personali del Pibe de Oro finisce col fornirne un’immagine che, a tratti, rischia di perdere in obiettività.
In altre parole, al Maradona causa dei suoi eccessi e carnefice di sé stesso, il regista sembra preferire la visione di un Maradona vittima dei suoi eccessi e vittima di sé stesso.
Punto di vista che non mancherà di far discutere, come da sempre accade quando si parla di Diego Armando Maradona.
Per quanto riguarda il protagonista, Marco Leonardi, a mio avviso è riuscito ad interpretare il (non facile) ruolo con grande credibilità acquisendo inoltre una sorprendente verosimiglianza col giocatore soprattutto nella mimica. Notevole la sequenza della camminata sul pontile del porto di Napoli in cui riesce a riprodurne in modo perfetto l’inconfondibile andatura. Le scene in cui ho apprezzato maggiormente la sua recitazione, però, sono state sicuramente quelle drammatiche… tra tutte, quella struggente sotto la pioggia battente dopo una notte di bagordi napoletani, quando il Maradona uomo, in un istante di lucidità, comprende che sta oramai fagocitando negli eccessi il grande campione.
Ed è proprio con Marco Leonardi che voglio concludere queste mie impressioni sul film di Risi, raccontandovi un piccolo aneddoto.
A fine serata, durante il ritorno a casa, mi sono ritrovato in macchina con il padre dell'Attore.
Tra una chiacchiera e l’altra a proposito del film, e in generale sul mondo del cinema, si gira verso di me e dice:
Sai Diego, stasera mi sono reso conto che Marco, come attore, è proprio cresciuto.”
Quelle parole mi colpiscono e all’istante mi riportano indietro a Nuovo Cinema Paradiso, film tra i miei preferiti, di cui Marco fu coprotagonista… ho rivisto l’enorme talento, la capacità di entrare nella storia, la recitazione naturale e coinvolgente…
Poi sono tornato al presente e all’interpretazione di Maradona… stessa recitazione, stesse capacità, stesso talento, ma con una maturità nel possedere il personaggio straordinaria, al punto di riuscire ad impersonificarlo senza travalicarlo, rendendolo, in tal modo, vivo e credibile.
Così mi giro verso il padre di Marco e con uno sguardo di consenso gli rispondo:
Già, è veramente cresciuto tantissimo.”
Lui mi sorride, e lo fa con un’espressione di grande orgoglio e ammirazione negli occhi… un’ammirazione ed un orgoglio ben al di là di quelli normali di un padre per un figlio, e che ho trovato assolutamente schietti e legittimi.
La stessa Ammirazione ed Orgoglio che mi sembrano rappresentare perfettamente il giudizio per questa pellicola; un film che mi sento di consigliare a tutti coloro che abbiano voglia di scoprire la vita del controverso Diego oltre le gesta del grande Maradona… come a dire, il dietro le quinte (talvolta torbido) di una grande leggenda... a voi la scelta se condannare o assolvere.
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