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 Leone & Morricone ...... di Emanuele P.
 
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Ho deciso di diventare regista quando in televisione ho visto «C'era una volta il west». Guardare quel film è stato come aprire un libro sull'arte della regia.

Quentin Tarantino
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
a cura di Emanuele P. (del 30/03/2007 @ 09:40:39, in Amarcord, linkato 2080 volte)

Mezzanotte nel Giardino del Bene e del Male
(Midnight in the Garden of Good and Evil)
Clint Eastwood, 1997 (Usa), 155'

Savannah è una città molto particolare.
Covo di pirati in un passato tutto sommato non così lontano, adesso è divenuta un ridente ed eccentrico borgo dove puoi incontrare bizzarri personaggi: c’è chi porta a spasso cani invisibili, chi minaccia quotidianamente di sterminare tutti i cittadini avvelenando l’acqua, chi compie remoti e astrusi riti voodoo. Ma soprattutto ogni cittadino della Savannah “bene” non può fare altro che aspirare a ricevere l’invito alla ambitissima cena di Natale di Jim Williams (Kevin Spacey, al solito, bravissimo).
Il ricco collezionista, gay ufficioso e non ufficiale, coltiva una folta corte dei miracoli che lo asseconda, lo adula, lo venera. Il giornalista e scrittore di scarso successo John Kelso (John Cusack), per il quale Jim nutre un certo interesse, viene invitato a parteciparvi come reporter per un giornaletto patinato.
Tutto scorre normale, tra chiacchiere inutili e snobbismo diffuso, sino a quando il giovane e ruspante amante del collezionista (Jude Law) viene ucciso, in circostanze non chiare.
Seguono indagini e processo bizzarri almeno quanto l’ambiente in cui si svolgono.
E anche dopo il verdetto non propriamente equo della giuria, la bilancia tra bene e male riuscirà a tornare sinistramente in pari.

Un insolito Clint Eastwood, che per una volta abbandona il suo solito genere-stile, dirige questo particolarissimo film, un po’ giallo ed un po’ commedia.
Clint dimentica il macismo, i sigari e le barbe incolte, e li sostituisce con personaggi sessualmente ambigui, atmosfere snob e un po’ di fantascienza.
Savannah è perfetta: tradisce una maggiore età di quella dichiarata (1981), in virtù di scorci e situazioni grottesche e dolcemente anacronistiche.
Straordinario il personaggio di Lady Chablis (Chablis Deveau), travestito e transessuale che ruba letteralmente la scena ad ogni sua apparizione.
Kevin Spacey poi, si conferma attore di razza, con una nuova e totale mutazione. Diventa questo singolare mercante di mezza età, ambiguo e pianificatore, per il quale non si può che provare profonda empatia sin dai primi minuti.
Anche Cusack supporta sufficientemente, ben capace nel suo ruolo di smaliziato reporter un po’ fallito.
L’ombra del voodoo e di una ben dosata parte di “fantascienza” si unisce perfettamente al contesto, rendendolo ancor più godibile.

Mezzanotte del Giardino del Bene e del Male, gotico e grottesco sin dal titolo, non è un film per tutti.
C’è da detestarlo, ma c’è anche da amarlo.
E se lo si ama non si può fare a meno di rivederlo più volte.
Le atmosfere, i personaggi e le situazioni sono irresistibili nel film probabilmente meno conosciuto di Eastwood alla regia.
Da provare.

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a cura di Emanuele P. (del 28/03/2007 @ 09:25:10, in Contenuti Speciali, linkato 3222 volte)

Un Inguaribile Amore
(Un Inguaribile Amore)
Giovanni Covini, 2005 (Italia), 16'

Come afferma lo stesso regista, Giovanni Covini, in questo caso il suo compito era scomparire.
Non far sentire la regia, non aggiungere materiale esterno e creativo” e limitarsi ad osservare silenziosamente il rapporto tra Cesare e Stefania, il loro amore che, così come la terribile malattia che li ha travolti, è inguaribile (ma per la malattia, si vuole credere che in futuro cesserà di esserlo).

La vita di Cesare Scoccimarro è cambiata quando, tredici anni fa, scoprì di essere affetto da SLA (Sclerosi Laterale Amiotrofica), una malattia neurodegenerativa progressiva che colpisce i motoneuroni, principali responsabili dei movimenti della muscolatura volontaria.
Da quel momento è costretto a letto, e comunica con il mondo esterno grazie ad un ingegnoso sistema ideato con la moglie Stefania: una lavagnetta trasparente, con lettere, numeri ed altri simboli impressi sopra, e rapidi movimenti degli occhi.
In questo modo possono discutere, anche animatamente, concedersi attimi di “normalità” come quasi ogni altra coppia di innamorati.
Brevi capitoli, momenti rubati di giorni qualunque.
Si parla del loro rapporto, della ricerca, del sesso, ed appare evidente la assolutamente intatta brillantezza di Cesare che, nonostante tutto, ha ancora tanta voglia di vivere. E Stefania lo ama come il primo giorno, se non di più.

Vincitore del Nastro d’Argento 2006 come Miglior Cortometraggio, del premio quale miglior documentario al Genovafilmfestival e di numerosi altri riconoscimenti, Un Inguaribile Amore colpisce nel profondo lo spettatore, cortometraggio intelligente e ispirato.
Ed è un ottimo strumento per la “battaglia” di Cesare, che punta a proteggere quello che definisce il Diritto consapevole (non "obbligato") alla vita, la difesa del diritto ad una vita dignitosa per i malati che desiderano ancora vivere. Da qui nasce il suo progetto, Vivere a casa.
Anche dalle pagine del suo blog, non è difficile evincere tutta la straordinaria vitalità di Cesare, e lo stupendo lavoro di tutti coloro che lo supportano ogni giorno.
Significativa poi la sua posizione sul discusso “caso Welby”, del quale rispetta profondamente la scelta, in virtù della comune battaglia combattuta da sempre verso l’obbiettivo della libertà di decisione.

Da visitare:
Conoscicesare.org, il blog di Cesare Scoccimarro
Clip del cortometraggio

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a cura di Emanuele P. (del 26/03/2007 @ 00:17:38, in Al Cinema, linkato 9441 volte)

300
(300)
Zack Snyder, 2006 (Usa), 117'
uscita italiana: 23 marzo 2007
voto su C.C.

Sin dai tempi dei miei primi approcci scolastici alla storia, ho sempre parteggiato per gli ateniesi, intellettualoidi e filosofi, nelle loro faide interne con i fastidiosi spartani, gretti, nerboruti e un po’ fascisti.
Fatta questa dovuta premessa, passiamo a questo film, seconda trasposizione cinematografica delle opere a fumetti di Frank Miller – dopo l’ottimo Sin City -.

480 a.C. Grecia. L’enorme esercito persiano, guidato dal re Serse, si appresta a sottomettere il Peloponneso. Leonida (Gerald Butler), re di Sparta, contro il volere degli oracoli decide di affrontarlo, portando con sé trecento dei suoi più valorosi guerrieri in una missione praticamente suicida. Alle Termopili riusciranno a resistere a lungo ed infine a morire valorosamente, divenendo esempio per generazioni future di guerrieri ellenici, che potranno così sconfiggere l’invasore straniero.

Nel riferirci a 300, va innanzitutto fatta una distinzione tra due piani: quello del puro esercizio di stile filmico, e quello della sceneggiatura e anche se lontana verosimiglianza storica.
Analizzando il primo, possiamo apprezzare quanto di buono avevamo già ammirato nell’appagante Sin City, anche se il genere del film di Rodriguez (noir) meglio si addice alla cornice cinematografica.
La fotografia (di Larry Fong, lo stesso della serie Lost) è godibilmente senza mezze misure: colori caldi durante le scene di battaglia, freddi nei, rari, momenti di “riflessione” o lontanamente sentimentali.
Zack Snyder, giovane regista che aveva esordito con il remake de L’alba dei morti viventi, dirige senza farsi notare eccessivamente, se non per la, a mio avviso, buona trovata un po’ splatter dell’effetto “schizzi di sangue a volontà”, e per la meno piacevole tendenza ad esagerare nello slow motion per enfatizzare particolari momenti (davvero un po’ troppi, e la trovata puzza di già visto).
Snyder non si attiene pedissequamente al fumetto di Miller, ma ad ogni modo si prende ben poche libertà e ottiene comunque un risultato stilisticamente notevole.
Passiamo però alle dolenti note, al secondo piano di cui sopra.
Lungi da me voler fare una lezione di storia, anche perché non ne sarei in grado, e quindi non approfondisco tutte le palesi, ed eccessive, libertà prese nel riportare l’avvenimento storico (tendenza peraltro a cui Hollywood ci ha amabilmente abituato).
Mi limito solo a fare notare alcune cosuccie.
Da 300 esce fuori una sorta di macchietta degli spartani e dei persiani.
I primi sono palestrati, quasi immortali in battaglia nonostante siano seminudi ed attenti a mostrare la “tartaruga” (che badate bene non è uno schieramento ma il disegno dei loro muscoli addominali), e, come dicevo all’inizio, un po’ fascisti per i valori e le usanze che non mancano mai di ostentare.
I persiani sono invece una accozzaglia innumerevole di spregevoli personaggi: quasi tutti un po’ froci (spero non si offenderà nessuno se dico che Serse sembra un travestito), con anelloni al naso, prostitute al seguito, visi e corpi sfigurati e assurdi mostri ad aiutarli in battaglia.
Sono proprio i mostri che non sono riuscito a spiegarmi: passi tutto il resto in questa particolare, ma alla fine comprensibile ai fini filmici, rivisitazione storica, però gli energumeni stile Terra di Mezzo, con lame al posto delle braccia ed alti tre metri sono un po’ troppo.

Qualcuno che fa della dietrologia il suo pane quotidiano, può rivedere, senza eccessivi torti, in questo 300 un racconto della nostra situazione attuale, con i pericolosi invasori della Persia-Iran-Medio Oriente contrapposti alla Grecia-Occidente-Usa?, e di conseguenza vederci tutti come degli aitanti spartani in lotta contro gli infedeli nemici.
Sinceramente non credo ci sia un intento del genere dietro a questo buon film del giovane Snyder, e la dietrologia mi ha sempre infastidito particolarmente. E’ però certo che 300 assurgerà a opera-cult per qualche tempo – magari anche lungo - , proprio in virtù dell’innegabilmente forte coinvolgimento emotivo che suscita ed alla volutamente esagerata stilizzazione dei principali protagonisti.
Ed è giusto così, perchè è un film che si lascia vedere e che non si fatica ad apprezzare.
Vi chiedo solo una cosa: se proprio noi dobbiamo essere rappresentati da antichi greci, lasciatemi essere un pacioso (ed anche un po’ frocio come viene asserito nel film stesso dal coraggioso Leonida) pensatore ateniese, che a difenderci ci sarà sempre un valoroso e un po’ tonto guerriero dal fisico adatto.

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a cura di Emanuele P. (del 24/03/2007 @ 09:00:00, in Sentieri Selvaggi, linkato 3636 volte)

Un bravo scrittore è quasi sempre un avido lettore.
Un grande regista è sempre un appassionato cinefilo.
Non di rado è possibile scoprire nelle biografie di affermati registi un passato da commesso di una videoteca o simili, mestiere grazie al quale poter essere sempre in contatto con una quantità così eterogenea di film da poter scoprire, sperimentare, apprendere.
Grazie a queste commistioni sono nati generi “nuovi”, uno degli ultimi esempi rappresentato dal Pulp di Tarantino, che non manca mai di ricordare quanto debba al nostro cinema “di serie B” e ai poliziotteschi degli anni ’70, fertile humus per il suo cinema molto particolare.
Uno dei registi che si è avvalso maggiormente del cinema “passato” per le sue opere è senza dubbio Brian De Palma, e cercheremo in queste pagine di mostrare il suo grande lavoro di approfondimento e rivisitazione.

La scelta ricade su di lui per due principali motivi.
Innanzitutto perché è da considerare il degno successore del Maestro Hitchcock, non in quanto semplice emulatore, ma bensì interprete di una innovazione significativa del genere codificato dal regista anglosassone.
Il secondo motivo, è di natura più personale.
Considero un vero scandalo l’alone di diffidenza e pregiudizio che spesso accompagna De Palma, soprattutto da parte di presunti critici che considerano le sue opere grandguignolesche, sguaiate, a tratti “volgari”o comunque prive di pari dignità artistica rispetto ad altri grandi cineasti.

Dopo i primi film, a basso costo e con protagonista un giovane ed esordiente Robert De Niro - Greetings (1968), Hi, Mom (1970) – De Palma dirige il primo di una lunga serie di capolavori d’arte filmica, rivisitazioni di grandi classici del passato.
Il fantasma del Palcoscenico (1974) è uno dei più riusciti esempi di questo modo particolare di reinterpretare i masterpieces: ispirandosi al soggetto del romanzo (Gaston Leroux) e del musical (Andrew Lloyd Webber) Il fantasma dell’opera, e con riferimenti al Faust di Goethe, De Palma riesce a trasporre in chiave “rock” la illustre storia, aiutato anche da Paul Williams, autore della straordinaria musica nonché co-protagonista.
Un po’ musical ed un po’ horror, Il fantasma del Palcoscenico è un vero capolavoro di padronanza registica, splendente incipit di una carriera notevole.
Il primo contatto con il cinema giallo/thriller - fatta eccezione per l’acerbo Le due sorelle (1973) – e con il Maestro Hitchcock si ha nel 1975 con Obsession – Complesso di Colpa.
In questa occasione De Palma reinventa, partendo dal soggetto di Vertigo – La donna che visse due volte (1958), un classico hitchcockiano e dando vita a un’opera davvero significativa.
Affascinato da Firenze e dai colori e le geometrie della chiesa di San Miniato, il cineasta di origini italiane ambienta parte della sua “ossessione” tra i vicoli e le strade della città di Dante.
La narrazione è frenetica, angosciante, con la fotografia quasi sfuocata che contribuisce ad ottenere l’effetto finale. Al solito perfetto l’uso della camera, originale ed efficace, come è possibile ammirare nella sequenza finale.
Il medesimo stile contraddistingue anche Vestito per uccidere (1980), in cui sono evidenti ancora precisi riferimenti a Vertigo e a Psycho (1960), e sono presenti alcune sequenze stilisticamente perfette.
Blow Out (1981) già dal titolo ricorda il capolavoro di Antonioni Blow-up (1966) – ed in parte ne è una particolare rivisitazione.
Mentre nel film del grande regista italiano c’è qualcosa che appare (blow up) – alcuni dettagli di un omicidio - dallo sviluppo e ingrandimento di una fotografia, nell’opera di De Palma simili indizi escono fuori (blow out) dalle registrazioni audio di un fonico di B movies (John Travolta) che senza volerlo si ritrova coinvolto in un complotto per l’assassinio di un futuro presidente americano.
Così come in Blow-up importanza fondamentale è data alla forza delle immagini (memorabile la sequenza della partita di tennis fra “mimi”), in Blow out sono i suoni ad avere il predominio.
Nastri riversati diverse volte, riascoltati, montati fino a ottenere un piccolo suono, quasi difficile da udire, che però rappresenta una fondamentale e decisiva prova.
Non mancano accenni divertiti agli horror di infimo livello e sequenze di pura azione, al cardio(de)palma, che caratterizzeranno la sua produzione degli anni ’80.
Dopo il film cult-generazionale Scarface (1983), che trae ispirazione dal cinema di Coppola e dai numerosi gangster-movies americani ed è remake (ancora una volta il termine più esatto è rivisitazione) dell’omonimo capolavoro degli anni ’30, De Palma ritorna al thriller firmando quello che è probabilmente il suo più grande capolavoro, Omicidio a luci rosse (1984).
Ispirandosi al solito e fedele Hitchcock, in particolare alla sua Rear Window – La finestra sul cortile (1954), il cineasta americano dirige in modo impeccabile una storia di pericoloso vouyerismo, spingendosi oltre ciò che Hitchcock aveva mostrato (potuto mostrare).
Immancabili riferimenti quasi divertiti al cinemetto horror, con sequenze tratte da finti film che iniziano e concludono la narrazione (espediente spesso usato da De Palma).
Con Gli Intoccabili (1987) il regista raggiunge di nuovo un discreto successo ma soprattutto una altissima qualità.
Anche qui oltre ai soliti gangster-movies appaiono citazioni tra le più diverse (la scena cult del passeggino che cade sulla scalinata della ferrovia, con echi ben definiti da La corazzata Potëmkin (1925) di Ejzenštejn).
Nel 1989 con Vittime di guerra, film tra i meno conosciuti di De Palma, il cineasta americano da una chiave di lettura diversa della guerra del Vietnam, che già aveva conosciuto svariate altre illustri riletture – Taxi Driver, Scorsese (1976), Il cacciatore, Cimino (1978), Apocalypse Now, Coppola (1979), Full Metal Jacket, Kubrick (1987) – ponendo l’attenzione sulle vittime, appunto, della guerriglia, sui civili innocenti che subiscono le angherie di inesperti militari.
Echi hitchcockiani (Psycho soprattutto) presenti anche nell’esibizione di stile di Doppia personalità (1992) e nel virtuoso Omicidio in diretta (1998) impreziosito da un piano sequenza di ben 14 minuti.
L’altro film cult, Carlito’s Way (1992), ideale continuazione della “parabola criminale” di Tony Montana (Al Pacino) di Scarface, che termina con una inutile redenzione, porta nuovamente meritato successo a De Palma.
Anche in questo film sono presenti straordinarie sequenze d'azione, come la lunghissima ambientata in metropolitana e stazione ferroviaria che conclude la narrazione.
Vero omaggio a Kubrick, Mission to Mars (2000) è un voluto atto di fede nei confronti di 2001: Odissea nello spazio (1968) del quale ricorda le atmosfere ieratiche ed oniriche.
Lungi da me azzardare un ulteriore confronto con quello che probabilmente è il più grande film, ed esperienza, del cinema moderno.
Anche nell’ultimo, ed in parte deludente, The Black Dalia (2006), ci sono citazioni hitchcockiane (la scena dell’uccisione di Eckhart ricorda la scena della doccia di Psycho) ed una “svolta noir”.

Una sola speranza per tutti noi che adoriamo Brian De Palma: che eviti di rovinare i nostri ricordi concludendo la sua carriera con film mediocri o sequel di suoi capolavori.
Non lo meritiamo noi, e soprattutto non lo merita lui, uno dei più grandi amanti ed autori del cinema di genere.

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a cura di Emanuele P. (del 21/03/2007 @ 23:17:55, in Al Cinema, linkato 4249 volte)

Guida per riconoscere i tuoi santi
(A Guide to Recognizing Your Saints)
Dito Montiel, 2006 (Usa), 98'
uscita italiana: 9 marzo 2007
voto su C.C.

Quando a una presentazione del suo libro autobiografico A Guide to Recognizing Your Saints venne chiesto quali fossero i suoi film favoriti, Dito Montiel rispose senza difficoltà: Carlito’s Way, Nuovo Cinema Paradiso, Annie Hall, C’era una volta in America, Harold e Maude, Re per una notte.
Questa risposta può risultare utile nel comprendere il motivo per cui, sceneggiata e trasformata in film la sua vita già raccontata attraverso il libro, siamo qui a descrivere un piccolo capolavoro.

Queens, 1986. Il giovane Dito (Shia LaBeouf) vive con i genitori Monty (Chazz Palminteri, bravissimo e finalmente liberato dal cliché del mafioso) e Flori (Dianne Wiest) una squallida adolescenza con i suoi amici Antonio (Channing Tatum), Giuseppe e Nerf.
Perennemente in strada, tra droga, violenza e bullismo gratuito, trascorrono le loro giornate rivaleggiando con altri galletti limitrofi e amoreggiando a tempo perso con tre ragazze del posto.
Conosciuto Mike, ragazzo irlandese che gli apre gli occhi sul mondo e sulla geograficamente vicina ma quanto mai lontana Manhattan, Dito decide di abbandonare gli amici, la famiglia e scappare via dal ghetto in cui era destinato ad essere confinato per sempre.
Quindici anni dopo è divenuto scrittore di successo, ed appare un uomo maturo (Robert Downey Jr.) ma deve far fronte ancora a tutti i rimpianti e sensi di colpa provenienti dal passato.
Ritorna dal padre, ormai in fin di vita, ritorna da Laurie (Rosario Dawson) ragazza di cui era forse innamorato da giovane e soprattutto ritorna da Antonio (divenuto Eric Roberts) che per averlo vendicato era finito in carcere e che non vedeva da quel giorno.
Tutti “santi” del titolo, che lui aveva abbandonato, ma che non lo avevano mai lasciato solo.

Alla sua opera prima, Dito Montiel dirige con invidiabile stile molto caratteristico.
Miscela sapientemente il passato con il presente, ci mostra come sia cambiato il suo quartiere in pochi anni, da ghetto di criminalità a zona da benestanti hippy.
Sfuoca, sfuma, monta in modo particolare e godibile, e riesce a colpire allo stomaco lo spettatore raccontando quella che è la sua storia, senza ricami o gentilezze politicamente corrette.
Il risultato è un film rivelazione, profondo e intimista quanto basta, commuovente quanto basta, drammatico quanto basta.
Anche la colonna sonora, composta da brani pop tipicamente anni '80, è perfetto contrappunto alla narrazione.
Chazz Palminteri, così come il giovane LaBeouf, è straordinario protagonista di un personaggio complesso e significativo.
Quando nel finale alla ricostruzione fittizia si unisce la realtà, il cerchio si chiude.
Dito ha forse finalmente riconosciuto i suoi “santi”.

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a cura di Mario T. (del 19/03/2007 @ 15:44:52, in Al Cinema, linkato 4117 volte)

INLAND EMPIRE – L’impero della mente
(INLAND EMPIRE)
David Lynch, 2006 (Usa, Polonia, Francia), 172’
uscita italiana: 7 febbraio 2007
voto su C.C.

Un film nel film del film. La nuova opera di David Lynch è uno specchio riflesso che moltiplica all’infinito le immagini fin quando lo spettatore, ormai privo di qualunque difesa razionale, comincia a sospettare di essere anch’egli composto di celluloide – anzi di pixel, perché Inland Empire è stato interamente girato in digitale.

Ricostruire la (meta)struttura di Inland Empire non è cosa facile, se non altro perché nessuno dei filoni narrativi della storia risulta predominante: Eraserhead (sua opera prima), nonostante sia calato in un contesto assurdo e sia costellato di (apparenti) nonsense, svolge una trama tutto sommato lineare, mentre Mulholland Drive, pur con i suoi spiazzanti capovolgimenti di ruoli, tratteggia un noir dai confini relativamente definiti. Forse il mondo possibile più vicino al nuovo impero della mente lynchano è quello di Strade Perdute, dove universi paralleli si fondono dando vita ad un “eterno ritorno” narrativo. In Inland Empire, però, la circolarità degli eventi è meno evidente, se non nella misura in cui Jeremy Irons, regista del “film nel film”, accenna ad una precedente produzione della stessa sceneggiatura che, molti anni fa, diede luogo agli stessi delitti, alle stesse follie e agli stessi misteri che il suo cast, composto da Laura Dern (coproduttrice, nella realtà, del film di Lynch) e Justin Theroux, affronterà durante la lavorazione del lungometraggio. Tentare di descrivere ulteriormente la trama significherebbe addentrarsi in buco nero, sicuramente degno d’essere esplorato (e non mancheremo certo di dedicare un approfondimento al metalinguaggio lynchano su Pianosequenza), perciò ci limiteremo ad una critica estetica, demandando gli aspetti interpretativi (che sono molteplici) ad una futura e più appropriata sede.

Dal punto di vista narrativo, è possibile scomporre la (meta)struttura di cui si parlava secondo i canoni della tragedia greca: l’avvio del film coincide infatti con il prologo, recitato da un’anziana signora che, a parte far visita a Laura Dern omaggiandola con oscuri presagi, non avrà più alcun ruolo nel film. Con un po’ di ritardo rispetto ai canoni classici, la parodo (l’ingresso del coro) vede Laura Dern alle prese con un gruppo di prostitute dell’Hollywood Boulevard che puntualmente assolveranno al compito di intramezzare gli episodi (durante i quali procede effettivamente l’azione narrativa) con gli stasimi, veri e propri momenti di dibattito e riflessione della protagonista con le coriste. Infine, l’esodo condurrà allo scioglimento(?) della trama che scioglimento non è, poiché conclusione circolare e dunque non conclusiva.

Le cose si complicano dal momento in cui all’interno della struttura tragica si innestano non uno ma almeno tre “circoli” narrativi: c’è la Laura Dern attrice (Nikki) che recita nel film di Jeremy Irons, c’è la Laura Dern personaggio (Sue) che vive dentro la sceneggiatura diretta da Jeremy Irons, e c’è una ragazza misteriosa, che parla e vive in un contesto plausibilmente polacco, che affronta i drammi dell’amore e della gelosia al pari di Nikki e Sue e che proprio con Laura Dern (Nikki? Sue?) si ricongiungerà nell’esodo. Questa ridondanza narrativa rende difficilmente distinguibili i piani della realtà, che sono privi di qualunque ancoraggio spazio-temporale: quando poi i “circoli” si sovrappongono, mescolandosi l’un l’altro, il filo di Arianna che lo spettatore con pazienza aveva cercato di seguire dall’inizio del film va inesorabilmente perduto. E’ probabile che Lynch, oltre a divertirsi nello stuzzicare il subconscio degli astanti frustrando la loro razionalità, voglia decostruire la realtà manifestando diversi livelli di lettura della stessa così come dei personaggi (si passa da contesti linguistici diversi alla mescolanza di generi, dallo scambio di ruoli fra i personaggi della storia alla “surrealtà” di una famiglia di conigli con abitudini e vestiti del tutto umani), esasperando l’una e gli altri fino ad arrivare all’annullamento degli stessi, giungendo così per via “artistica” allo stesso punto d’arrivo della scuola filosofica dei decostruzionisti.

Esulando dall’imperscrutabile contenuto del film (che come promesso tratteremo in seguito in altra sede), resta la potenza della suggestione che solo il cinema di Lynch riesce a creare. Le immagini bombardano il cervello generando un insanabile conflitto tra razionalità e inconscio: rispetto al passato, fotografia e musica non fondano più la loro ragion d’essere sull’estetica, ma diventano un mero strumento affinché l’impero della mente assoggetti gli spettatori. La tecnica, gli attori, la sceneggiatura, addirittura il cinema stesso, passano al servizio della follia visionaria del regista, abbandonando ogni velleitaria volontà di interpretare come fine e non come funzione il proprio compito. Anche la scelta di girare interamente in digitale (per giunta in bassa definizione) conferma il trasferimento della primazia dalla modalità d’espressione a ciò che è espresso.
Inland Empire è l’ennesimo capolavoro di Lynch, è puro Lynch.
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a cura di Emanuele P. (del 15/03/2007 @ 11:11:48, in Al Cinema, linkato 3386 volte)

L'amico di famiglia
(L'amico di famiglia)
Paolo Sorrentino, 2005 (Italia), 110'
uscita italiana: 10 novembre 2006

In genere il termine “amico di famiglia” è usato per indicare qualcuno affidabile, conosciuto da lungo tempo, qualcuno che è, appunto, divenuto membro della propria famiglia.
Sorrentino la vede in modo un po’ differente: il suo amico di famiglia è spregevole, viscido, odioso; divenuto tale non in qualità di conoscente di lunga data o affidabile compagno, ma poiché ha concesso un prestito – rigorosamente “a strozzo” – per garantire a vostra figlia (che manco le vuole) ma soprattutto a voi stessi sfarzose nozze.
Tutto sembra essere “al contrario” in questo ottimo film che proprio si fatica a credere italiano (ovviamente riferendosi al presente e non al glorioso passato del nostro cinema, paradigma per anni in tutto il mondo).

Geremia de’ Geremei (all’ottimo Sorrentino piacciono assai i nomi assurdi per i suoi protagonisti) è l’usuraio-padrone di un paesello dell’Agro Pontino.
L’uomo (Giacomo Rizzo, bravissimo) sembra essere privo di coscienza e compassione, mancanze assolutamente necessarie per il suo “impiego”.
L’incontro con la miss Agro Pontino nonché figlia di un suo cliente (Laura Chiatti), bella e sicura di sé, lo sconvolge e lo spinge a compiere una imprudenza che mai si sarebbe arrischiato a fare, prestando praticamente tutti i suoi “fondi” in una volta a due sedicenti imprenditori.
Scoprirà che anche colui che è più vicino ad essergli amico (un tormentato e straordinario Fabrizio Bentivoglio in versione country) è pronto a tradirlo.

Paolo Sorrentino non è mai banale.
Non è banale nello scegliere i personaggi e gli interpreti, non è banale nello scegliere le inquadrature o i movimenti di camera, non è banale nello scegliere le ambientazioni.
Dirige con coraggio e originalità, accompagnate da una robusta dote di talento naturale (che certo non guasta).
Anche al soggetto e alla sceneggiatura dimostra le sue qualità, con personaggi disegnati sempre in bilico tra comico e drammatico.
C’è la mamma di Geremia, costretta in letto e perennemente alla visione di documentari sugli animali, c’è l’immaturo neo sposo della Chiatti con la mania dei giochini del cellulare, c'è la nonnina con il problema del gioco d’azzardo, e il fondamentale Gino (Bentivoglio), cowboy alla amatriciana dal triste passato che sogna il Tennessee (non per qualche motivo particolare, ma solo perché lontano da luoghi che gli ricordano eventi dolorosi).
Menzione merita anche la colonna sonora, quasi onnipresente e alternata a momenti di assoluto e significativo silenzio, che contribuisce a garantire il particolarissimo stile di Sorrentino.
Giacomo Rizzo, che per l’occasione ha sostituito Toni Servillo come pupillo del regista napoletano, è straordinario interprete di un personaggio che, nonostante faccia di tutto per essere spregevole, ispira nello spettatore una quasi involontaria empatia.
Con la fascia di cotone e patate stretta sempre in fronte (rimedio antico alle sue emicranie) e il braccio rotto al collo snocciola massime di vita, sentenze, e particolarissimi intercalari (“Fratello/Sorella cara” ed il lugubre “Il mio ultimo pensiero sarà per te” su tutti).
Grandissima poi l’idea del rivelatore di metallo, oggetto con cui perlustra quotidianamente spiagge e prati in cerca di qualche monetina lasciata cadere da un ignaro villeggiante.
E’ l’incontro con Rosalba (Chiatti, ancora più bella che brava per il momento, ma c’è tempo) a farlo riflettere sulla sua esistenza e a convincerlo a compiere un’azione azzardata che difficilmente avrebbe altrimenti concepito – come succede anche al ragionier Titta di Girolamo ne Le conseguenze dell’amore -.

Come non è difficile evincere dalle opinioni espresse per tutti i precedenti film del giovane Sorrentino (L’uomo in più, Le conseguenze dell’amore), siamo suoi grandissimi supporter.
Avremmo piacere, ad esempio, se riuscissimo ad esportare lui invece di Muccino in America, anche perché ne uscirebbe una valutazione per il nostro cinema un pelino diversa.
Ma d’altronde meglio così, ce lo teniamo stretto a noi, evitando una ennesima fuga di brillante cervello.

L'amico di famiglia, dal meticoloso lavoro di "limaggio" e post produzione, durato diversi mesi, è insomma il film italiano (e non solo…) del 2006 con La Terra e Il regista di matrimoni.

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a cura di Emanuele P. (del 12/03/2007 @ 21:31:02, in Amarcord, linkato 5238 volte)

Schegge di paura
(Primal Fear)
Gregory Hoblit, 1996 (Usa), 129'

Può sembrare strano ma c’è sempre un, seppur recondito, motivo per cui scelgo di parlare di un determinato film.
Sarebbe un po’ scontato, nella sezione dedicata ai film non decisamente recenti, citare i capolavori più conosciuti ed affermati, sui quali c’è francamente ben poco da discutere se non fare "tanto di cappello" (non servo di certo io ad affermare quanto sia geniale 2001: Odissea nello spazio, tanto per dirne uno).
Ebbene questo Schegge di paura, più classico dei legal drama (dubito questa definizione esista, prendetela come un cacofonico neologismo) ha nella interpretazione di un grandioso Edward Norton agli esordi (aveva già recitato solo in Tutti dicono I love you di Woody Allen) il più grande punto di forza.
E pensare che in questo contesto anche il buon Richard Gere, con un ruolo ritagliato apposta per lui, riesce ad essere convincente.

L’arcivescovo di Chicago viene ucciso barbaramente nella sua stanza.
Poco dopo vediamo correre via, impaurito e sporco di sangue il mite (?) Aaron Stampler (Norton), che viene però preso subito dai poliziotti, giunti in forze data l’importanza della personalità assassinata.
Il caso sembra chiuso, verdetto scritto. Colpevole, pena di morte.
E’ qui che entra in gioco l’avvocato rampante Martin Veil (Gere) che, annusata la possibilità di ottenere ancora maggior fama, decide di difendere pro bono l’apparentemente innocuo Aaron.
Naturalmente ogni cosa verrà messa in discussione, dalla moralità dell’ucciso alla colpevolezza del chierichetto. E non sempre la giustizia trionfa.

Come detto, la trama all’apparenza è piuttosto banale.
C’è l’avvocato piacione Gere che amoreggia-litiga con la procuratrice Venable (Laura Linney), sua ex fiamma nonché ex collega, ci sono i momenti d’azione inseriti tra un dibattimento e l’altro giusto per movimentare la situazione, c’è il giudice antipatico ma ragionevole, c’è il politicante che prova a interferire. Insomma nulla di particolarmente innovativo.
Gregory Hoblit dirige discretamente, utilizzando alcune inquadrature o movimenti di camera particolarmente interessanti.
È l’interpretazione di Norton che innalza di diversi scalini la valutazione di questo film.
Edward è straordinario protagonista: oscura un tutto sommato onesto Gere, oscura la trama, oscura un po’ della banalità propria della narrazione. E’ brillante interprete di un personaggio dalla particolarissima personalità, risultando credibile nei panni di un candido diciannovenne prima, di un iracondo bullo poi, e dà il suo meglio in alcune sequenze assolutamente rivelatrici (interpreterà un ruolo simile anche in The Score).

Questo Schegge di paura è insomma un film onesto, che si innalza rispetto ai suoi “parenti” in virtù della straordinaria prestazione di Norton e di uno svolgimento tutto sommato accattivante - soprattutto il finale, particolarmente cattivo, ci aggrada parecchio - .

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a cura di Emanuele P. (del 07/03/2007 @ 19:28:29, in Al Cinema, linkato 3036 volte)

Borat - Studio culturale sull'America a beneficio della gloriosa nazione del Kazakistan
(Borat: Cultural Learnings of America For Make Benefit Glorious Nation of Kazakhstan)
Larry Charles, 2006 (Usa), 84'
uscita italiana: 2 marzo 2007

Iniziamo con una premessa, dalla quale a mio avviso non si può prescindere.
I distributori italiani sono per la maggior parte dei buzziconi boccaloni.
Hanno infatti la deprecabile tendenza a cambiare i titoli originali dei film con delle pseudo-traduzioni, a costruire trailer in cui svelano metà delle scene chiave del film (soprattutto nei casi di thriller e co.) o in cui millantano parentele o paragoni impresentabili (dagli autori di…, il nuovo…, più pulp di Tarantino, più geniale di Kubrick ….).
Nel nostro caso, con Borat, hanno deciso di presentare il film come una specie di Vacanze di Natale politicamente scorretto, in cui alle gag sulle scorreggie si sommano battute sugli ebrei.
La conseguenza è che in molti, andati al cinema aspettandosi questo genere di film, hanno abbandonato la sala a metà proiezione, tra il deluso e l’adirato.
Borat infatti non è un film comico.
E’ un mockumentary, una ibridazione di documentario e perculeggio, che ha intenti prettamente satirici. Dietro la scena volgare, la battuta grezza, cela un significato ben preciso.
Anche la storia, in parte, è significativa.

Il reporter kazako Borat Sagdiyev (Sacha Baron Cohen, già interprete di personaggi divenuti celebri – Ali G. - ) intraprende insieme al suo panzuto finanziatore un viaggio in America per girare un documentario in cui raccontare gli usi e i costumi degli statunitensi.
Si sorprenderà di come siano le minoranze ad avere il potere nei democratici States (o forse no?), e di quanto siano distanti dal suo modo di intendere praticamente ogni cosa.
Pamela Anderson però la apprezza ugualmente e, dopo aver superato lo shock della visione del famigerato filmino della biondona insieme al suo fidanzato ormai disponibile in dvd, decide di farla sua sposa con il rito tipico del glorioso Kazakistan (una delle scene più divertenti di tutto il film).
Ovviamente Pamela scapperà impaurita, e il nostro Borat ripiegherà su una tondissima prostituta di cui si è invaghito e ritornerà al suo natio paese, trasportando con sé un po’ di “occidente”.

Superata la premessa di cui sopra, c’è da porsi una domanda.
Ma, alla fine, fa ridere?
La risposta è si e no.
Non mancano le risate di pancia, o giù di lì, ma sono meno di quante ci si possa aspettare.
Fanno capolino invece una serie di sketch o situazioni un po’ più sottili (l’acquisto delle armi, il rodeo, le cerimonie pseudo religiose dei santoni locali, il bigottismo tipico dei nostri amici d’oltreoceano) che stimolano una risata che probabilmente viene da un po’ più su ed è meno diretta.
I protagonisti delle inchieste sono verosimili e ritratti in contesti reali, e nessuno viene risparmiato (la “corsa degli ebrei” che Borat segue per la sua emittente, evento kazako simile agli inseguimenti in strada dei tori spagnoli).
Baron Cohen è molto bravo nel dare vita ad un personaggio verosimile ed a momenti esilarante, vero perno attorno cui ruota una storia certamente non originalissima.
Dal Kazakistan, quello vero, prima accuse e indignazione, ma poi, considerata anche la pubblicità (positiva o negativa va sempre bene … ), tacito assenso. Per la prossima estate è infatti stimato un incremento impensabile degli americani che si recheranno nella nazione del buon Borat (peccato che il film sia girato in Romania), sull’onda della enorme popolarità di cui gode il personaggio di Baron Cohen negli USA (oltre duecento i milioni al botteghino).

Borat è insomma un film godibile, soprattutto se visto con il giusto occhio e con un po’ di presenza mentale.
Altrimenti riderete di certo di più con uno qualsiasi dei film con Natale nel titolo.

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a cura di Emanuele P. (del 05/03/2007 @ 22:52:25, in Frames, linkato 1827 volte)

Nanni Moretti e Silvio Orlando dal film:

Aprile
(Aprile)
Nanni Moretti, Italia (1998), 78'

Il mitico musical del pasticciere trotzkista, mai come oggi estremamente attuale...

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