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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
John Belushi dal film:
The Blues Brothers (The Blues Brothers) John Landis, Usa (1980), 130'
L'apologia della giustificazione. Un classico, dal film cult di Jonh Landis.

Nessuna sorpresa nella serata degli Oscar. Portano a casa l'ambita statuetta i prevedibilissimi Forest Whitaker ed Helen Mirren, così come viene finalmente premiato Scorsese (miglior regia e miglior film). Avremmo preferito Babel come miglior film, o perlomeno con un riconoscimento alla sceneggiatura.
Miglior momento della serata il meritatissimo premio ad Ennio Morricone che, alla faccia dei bolsi attori della sala, ha fatto il suo discorso di ringraziamento in italiano, con Clint Eastwood ad arrangiare una traduzione istantanea. Premiata anche Milena Canonero per i costumi di Maria Antoinette. Orgoglio italiano durante la rassegna dei film in lingua straniera premiati in passato (montata da Tornatore), dove campeggiavano i capolavori di Fellini, De Sica, Petri & co. Quest'anno invece avevamo Muccino .... tempi che cambiano, ahime'...
Eddie Murphy se la prende in saccoccia, premiato la piccola sorpresa (ma mica tanto) Little Miss Sunshine.
The Departed (4), Il labirinto del Fauno (3), Dreamgirls, Little Miss Sunshine, An Inconvenient Truth (2), Babel, The Queen, Letters from Iwo Jima, Pirates of the Caribbean: Dead Man’s Chest (1), i film premiati.
Markettone con la kappa per Al Gore, che ha usato la serata e il discreto successo del suo An Inconvenient Truth come un riuscito spot elettorale...
Best motion picture of the year The Departed
Achievement in directing “The Departed” (Warner Bros.) Martin Scorsese
Performance by an actor in a leading role Forest Whitaker in “The Last King of Scotland” (Fox Searchlight)
Performance by an actress in a leading role Helen Mirren in “The Queen” (Miramax, Pathé and Granada)
Performance by an actor in a supporting role Alan Arkin in “Little Miss Sunshine” (Fox Searchlight)
Performance by an actress in a supporting role Jennifer Hudson in “Dreamgirls” (DreamWorks and Paramount)
Best animated feature film of the year “Happy Feet” (Warner Bros.) George Miller
Achievement in art direction “Pan’s Labyrinth” (Picturehouse) Art Direction: Eugenio Caballero Set Decoration: Pilar Revuelta
Achievement in cinematography “Pan’s Labyrinth” (Picturehouse) Guillermo Navarro
Achievement in costume design “Marie Antoinette” (Sony Pictures Releasing) Milena Canonero
Best documentary feature “An Inconvenient Truth” (Paramount Classics and Participant Productions) A Lawrence Bender/Laurie David Production Davis Guggenheim
Best documentary short subject “The Blood of Yingzhou District” A Thomas Lennon Films Production Ruby Yang and Thomas Lennon
Achievement in film editing “The Departed” (Warner Bros.) Thelma Schoonmaker
Best foreign language film of the year “The Lives of Others” A Wiedemann & Berg Production Germany
Achievement in makeup “Pan’s Labyrinth” (Picturehouse) David Martí and Montse Ribé
Achievement in music written for motion pictures (Original score) “Babel” (Paramount and Paramount Vantage) Gustavo Santaolalla
Achievement in music written for motion pictures (Original song) “I Need to Wake Up” from “An Inconvenient Truth” (Paramount Classics and Participant Productions) Music and Lyric by Melissa Etheridge
Best animated short film “The Danish Poet” (National Film Board of Canada) A Mikrofilm and National Film Board of Canada Production Torill Kove
Best live action short film “West Bank Story” An Ari Sandel, Pascal Vaguelsy, Amy Kim, Ravi Malhotra and Ashley Jordan Production Ari Sandel
Achievement in sound editing “Letters from Iwo Jima” (Warner Bros.) Alan Robert Murray and Bub Asman
Achievement in sound mixing “Dreamgirls” (DreamWorks and Paramount) Michael Minkler, Bob Beemer and Willie Burton
Achievement in visual effects “Pirates of the Caribbean: Dead Man’s Chest” (Buena Vista) John Knoll, Hal Hickel, Charles Gibson and Allen Hall
Adapted screenplay “The Departed” (Warner Bros.) Screenplay by William Monahan
Original screenplay “Little Miss Sunshine” (Fox Searchlight) Written by Michael Arndt

Il cacciatore di teste (Le couperet) Constantin Costa Gavras, 2005 (Belgio, Francia, Spagna), 122'
Partiamo come al solito dal titolo, quello originale naturalmente. Le couperet, letteralmente la mannaia, che si abbatte su un tapino, dirigente da lustri di una cartiera, licenziato con centinaia di colleghi a causa di una ridistribuzione economica. Bruno Dalvert (José Garcia, molto bravo) si sente però ancora troppo in gamba per poter modificare il suo stile di vita ed accontentarsi di un lavoro squalificante in un qualche grande magazzino. Inizia quindi a cercare un impiego che sia consono alle sue conoscenze, ma passano tre anni. Sempre più disperato, frustrato dal non poter garantire più un adeguato stile di vita “borghese” alla sua famiglia (villetta, macchina nuova, …), Bruno viene a conoscenza che alla Arcadia Corporation c'è un posto perfetto per lui, un impiego di responsabilità e piena soddisfazione. Ci sono però degli intoppi: quel posto è occupato, da un grigio individuo che appare tronfio nelle pubblicità della ditta, ed esistono alcuni suoi “colleghi” che potrebbero essere più qualificati di lui per la sostituzione e dunque togliergli l’ultima possibilità di ritornare alla normalità. Con uno stratagemma Bruno riesce ad ottenere i curriculum di tutti gli specialisti del suo settore senza impiego per individuare le possibili “minacce” per la sua assunzione alla Arcadia. E dopo averle individuate, eliminarle. Fisicamente. Diverrà un goffo e disperato killer, ed aiutato dalla casualità e da un po’ di fortuna riuscirà ad ottenere il tanto ambito posto, arrivando infine ad eliminare anche il dirigente dell'azienda del quale prenderà il posto. Il mondo però è pieno di altri cacciatori di teste come lui …
Gavras (già autore del discusso Amen) sviscera con grande stile e innegabile sadismo una storia di ordinaria disperazione, raccontandoci le gesta di questo improvvisato killer che, sebbene distrutto dal senso di colpa per gli omicidi che commette, continua nella sua “missione” perché ancora più spaventato dalla possibilità di deludere la sua famiglia e sé stesso. La direzione è pulita, scevra da inutili orpelli, e si fonda sulla ottima interpretazione di José Garcia, bravo nel trasmettere la terribile e frustrante situazione vissuta dal suo alter ego Bruno. Non è vero che dopo il primo omicidio, il secondo sia più facile. Dopo ogni uccisione il povero Bruno è dilaniato da un sempre maggior senso di colpa, soffre fisicamente, e medita più volte il suicidio. Nonostante l’atmosfera e le situazioni volutamente “agli estremi” e deliziosamente grottesche, Il cacciatore di teste mantiene una verosimiglianza preoccupante. Non sono certamente molto diversi i sentimenti di coloro che, da un giorno all’altro, si trovano loro malgrado senza il lavoro svolto da una vita, senza tutte le comodità e le sicurezze prima di allora ritenute scontate. Il finale poi, amaramente cinico, è la degna chiusura di un piccolo capolavoro sulla condizione della nostra società.
Dall'alto del nostro affermatissimo nulla, vi proponiamo i nostri pronostici un po' alternativi per la notte degli Oscar del 25 febbraio. Non si tratta di premiare i più bravi (la storia degli Oscar ha dimostrato anzi spesso il contrario), ma i vincitori a nostro avviso più papabili.
Best Picture: Babel
Directing: Martin Scorsese (The Departed)
Performance by an actor in a leading role: Will Smith (The Pursuit of Happyness) anche se vincerà Forest Whitaker (The Last King of Scotland), ma ci piace rischiare
Performance by an actress in a leading role: Lele: Meryl Streep (The Devil wears Prada) Mario: Helen Mirren (The Queen)
Performance by an actor in a supporting role: Eddie Murphy (Dreamgirls)
Performance by an actress in a supporting role: Rinko Kikuchi (Babel)
Adapted screenplay: The Departed
Original screenplay: Babel
Tutti i diritti riservati L&M, accetteremo volentieri regali in caso di ingenti vincite.

Snatch - Lo strappo (Snatch) Guy Ritchie, 2000 (Usa), 102'
Dopo Le iene e Pulp Fiction, Quentin Tarantino ha fatto diversi proseliti tra le nuove leve della regia. I più accreditati tra questi sono l’amico Rodriguez e l’inglese Guy Ritchie, più famoso per la sua relazione con Madonna che per le sue opere. Infatti, in mezzo a film orridi ed inutili (il remake di Travolti dal destino), il buon Guy ha girato due vere perle del cinema pulp, Lock, Stock and the Two Smoking Barrells (da cui è stata tratta anche una serie tv) e Snatch. Quest’ultimo film è l’evoluzione del primo, girato con il medesimo gruppo di attori ed impreziosito da camei straordinari.
Tutto inizia con la rapina del laboratorio di una gioielleria (esilarante la sequenza iniziale in cui i ladri, vestiti da rabbini, disquisiscono sulle origini degli errori del cattolicesimo, frutto di una errata traduzione della parola “vergine”), dove Franky Quattrodita (Benicio Del Toro, grandissimo) ruba insieme ai suoi complici un enorme diamante. Dall’altro lato dell’oceano, Avi (Dennis Farina), malavitoso locale, sta aspettando che il buon Franky gli porti il diamante, dopo che un suo complice inglese ne abbia valutato la purezza. Ma il ladro si chiama Quattrodita perché ha un brutto vizietto: è solito giocare, e perdere, con qualsiasi gioco d’azzardo, e quando un bizzarro armaiolo russo, Boris La Lama (Rade Serbedzija) gli chiede di puntare per lui dei soldi su un incontro di boxe clandestina truccato, lo invita, come si suol dire, “a nozze”. Qui entrano in gioco l’efferato boss Testarossa, che gestisce gli incontri di boxe, e i due “impresari” Tommy e il Turco (Jason Statham, bravissimo quando evita di interpretare film d’azione), che gli procurano i pugili. A poche ore dal combattimento il loro migliore assistito, un bestione, viene quasi ucciso di botte dal misterioso zingaro Mickey (Brad Pitt, esilarante) durante uno scontro amatoriale. Sarà quest’ultimo a combattere per i due sfortunati impresari, ma senza attenersi ai dettami di Testarossa. Nel frattempo anche Franky si complica la vita, e finisce col perdere il diamante che va in mano a tre ladruncoli di colore che gestiscono un banco pegni (i momenti in cui è protagonista questo goffo trio sono senza dubbio i più divertenti), costringendo il buon Avi a lasciare l’America per Londra (celebre la sequenza con cui Ritchie riassume il suo viaggio transatlantico in pochi secondi), dove il malavitoso si serve di un rude investigatore del posto (Vinnie Jones, tra i pupilli del regista inglese) per tentare di rientrare in possesso del prezioso ed enorme diamante. Alla fine solo i più scaltri, ed a dirla tutta i più simpatici, riusciranno a salvare la pelle.
Con Snatch, Guy Ritchie porta a maturazione l’evoluzione del suo cinema “simil Pulp”, che ha precisi riferimenti nel già citato Tarantino e nel compatriota Boyle (Trainspotting). Il film è verboso, fumettistico, sboccato e violento quanto basta, ha ritmo e diverse idee davvero originali, su tutte lo zingarese che parla Pitt ed i suoi compagni, purtroppo mal riportato nel doppiaggio in italiano. I dialoghi frenetici, pieni di riferimenti ed a tratti esilaranti, sono il principale punto di forza di Snatch, così come alcune scelte stilistiche di Ritchie davvero molto felici. La sceneggiatura è ben scritta (dallo stesso regista) e completa, ed il cast è in parte. Il politically correct è assolutamente dimenticato, a tutto vantaggio di una narrazione frizzante ed equilibrata.
Meno “pulp” del già presentato e più recente Lucky Number Slevin, ma più orientato verso la commedia pungente ed intelligente, in Snatch ad un colpo di pistola viene preferita una battuta al vetriolo. Tutte le diverse situazioni si intrecciano, a dar corpo ad un'unica magistrale storia raccontata con sagacia ed un certo stile. Solo i monologhi di un Brad Pitt davvero illuminante in un improbabile dialetto degli zingari, valgono la scelta di vederlo. E per chi non ne avesse avuto abbastanza c’è il già citato Lock, Stock and the Two Smoking Barrells (Lock and Stock in italia), versione un po’ più grezza di una formula che avrebbe trovato la sua perfetta espressione proprio in questo Snatch.
La frase: "Londra? Si a Londra .. sapete thè, nebbia, Big Ben, cibo di merda, tempo peggio, Mary Scassapalle Poppins.. Londra !!"
"Non lo accetterei neanche se fosse Mohammed Ti Spacco il Culo Bruce Lee.."
"Come disse la moglie di Matusalemme dopo una scopata: ce la fai a ripetere?"
Sequenza finale tratta dal film:
Complesso di colpa (Obsession) Brian De Palma, Usa (1975), 98'
Stilisticamente perfetta. Per la prima volta nella carriera del grandissimo cineasta americano fa capolino una stazione (aereoporto in questa occasione), location che caratterizzerà la maggior parte delle migliori sequenze di azione del cinema tout-court da lui dirette. La colonna sonora di Bernard Herrmann è degno contrappunto, in onore anche del capolavoro a cui Obsession si ispira liberamente, Vertigo del Maestro Hitchcock, di cui il compositore curò la musica.

Le invasioni barbariche (Les invasions barbares) Denys Arcand, 2003 (Canada/Francia), 112'
Non sempre, a cedere sotto le spinte dei barbari, sono i confini geografici degli imperi; ad esserne vittima, talvolta, sono anche regni all’apparenza impalpabili quali il mondo delle idee e del pensiero dominante.
Questo è il messaggio che sembra alitare Le invasioni Barbariche, lo splendido film diretto, nel 2003, da Denys Arcand.
La vicenda prende vita intorno a Remy (Rémy Girard), cinquantenne libertino e socialista, che insegna storia in un’università canadese, e al cancro terminale da cui lo stesso è afflitto e che di lì a poco lo porterà a concludere i suoi giorni.
Ad assisterlo in ospedale, la ex moglie (Dorothée Berryman) dall’incrollabile affetto (nonostante le infedeltà del marito), e il figlio Sebastien (Stéphane Rousseau) capitalista, puritano e “barbaro”, nonché affermato broker della City londinese, che, da sempre, vive un rapporto conflittuale nei confronti del padre. Sarà proprio lui a radunare al capezzale del professore gli amici e le amanti di un’intera esistenza, con cui l’uomo ha condiviso, con grande passione, affetto ed intelletto, e che gli rimarranno vicini fino agli ultimi istanti di vita
Tale ambientazione, che lascerebbe presagire atmosfere profondamente drammatiche, però, non deve trarre in inganno. L’ironia che serpeggia vivace nell’arco di tutta la storia, infatti, benché lasci spazio a diverse occasioni di riflessione (anche commossa), sgombra il campo da pietismi e atmosfere lugubri, attraverso una narrazione della morte e della sofferenza che va al di là della tradizionale retorica del lutto e del dolore, fino a risultare persino brillante.
L’elemento caratterizzante del film, da subito evidente, è la netta prevalenza dell’utilizzo della parola che, ricamata in splendidi dialoghi (supportati da una sceneggiatura magistrale) concede poco o nulla ai tipici spettacolarismi di un certo tipo di cinema, che, talvolta, finisce col risultare fin troppo vuoto nei contenuti.
Parole e dialoghi, si diceva, che rappresentano la vera forza della pellicola, dando corpo ad una trama che gioca sul tema dei barbarismi culturali che vanno inesorabilmente ad intaccare l’impero delle idee e del pensiero contemporaneo con tutti i loro referenti ideologici.
Ed ecco allora, che il cancro che affligge il corpo del professore, rappresentante egli stesso di alcuni di quei referenti, appare sin da subito una mirabile rappresentazione di quel male; di quel barbarismo galoppante che, con le sue incursioni, va sgretolando l’impero e i suoi capisaldi, fagocitandone i contenuti in modo casuale e sprezzante.
Ma chi sono questi Barbari?
Il figlio Sebastien, ad esempio; capitalista pragmatico, che baratta l’idealismo col denaro e si rifugia nei videogames piuttosto che in un libro; le forze dell’ordine, che invece di combattere il malaffare preferiscono tenerlo semplicemente sotto controllo; i sindacati dell’ospedale, rappresentati come la peggiore delle cricche mafiose; i puritani, che finiscono con l’esser vittima di sé stessi, attraverso l’autocastrazione dell’eros e della passione; le generazioni “tossiche” e alienate, narcotizzate e incuranti di ciò che accade; gli studenti dell’università, avidi menefreghisti senz’anima; e ancora, una società che, dalle sue regioni più remote, partorisce terrorismo e integralismi. E proprio contro questi ultimi (con un chiaro riferimento all’11 settembre, tra i più drammatici attacchi all’”impero”) si rivolgono le parole di Remì, quando, nonostante l’invito del figlio, afferma di non volersi curare nei vicini Stati Uniti per non rischiare di finire vittima di pazzi integralisti; evidenziando, con questa presa di posizione, le basi su cui poggiano da sempre i suoi ideali che, pur rimanendo fedeli agli stessi pilastri concettuali, si sono lasciati sedurre da tutti gli “ismi” che, nel tempo, si sono susseguiti dal marxismo in poi, riuscendo quindi ad evolvere e maturare il proprio sostrato ideologico (fin’anche ad intravederne l’inevitabile declino),senza renderlo immobile e assoluto. Impostazione che, palesemente, stride con l’integralismo culturale, fissile e ottuso, dei terroristi, anch’essi barbari invasori, ma nella peggiore delle accezioni.
Di grande interesse, poi, sono i discorsi che il professore imbastisce con l’infermiera che lo assiste in ospedale. Socialista lui, cattolica lei, il loro confronto sintetizza il dialogo tra le maggiori ideologie di un’intera epoca; il dialogo tra due regioni del pensiero contemporaneo che, oramai mature nelle loro articolazioni, riescono a confrontarsi, finalmente, nel reciproco rispetto e vicendevole dignità; confronto reso ancor più affascinante dalla chiara consapevolezza di entrambi di vedere i loro imperi minati dai rispettivi invasori. Invasori rappresentati per Remy, da un figlio capitalista e puritano che fatica a comprendere; e per l’infermiera, da un prete costretto a svendere un intero arredo sacro a causa della penuria di fedeli, simbolo del generale decadimento della Chiesa.
Ma ciò che traspare dalla pellicola è anche altro. Non tutti i barbarismi, infatti, sono votati all’invasione e al dileggio.
Sebastien e la compagna, ad esempio, entrambi puritani, che ripudiano la vita dei genitori che ha portato loro solo sofferenze -come a dire che la “barbarità” dei figli, in fondo, è anche frutto degli errori dei padri (e quindi metaforicamente della cultura dominante che, come l’uomo, è anch’essa imperfetta)- finiranno loro stessi, nella scena finale del film, a contraddire i rispettivi presupposti, assorbendo, come d’altronde hanno sempre fatto i barbari nelle loro invasioni, tratti tipici della cultura invasa. L’una lo farà dichiarando al suo compagno quell’amore che aveva bollato come idiozia da evitare ad ogni costo, in quanto condizione potenzialmente distruttiva (proprio come lo era stato per i suoi genitori); l’altro, tradendo il suo puritanesimo con l’improvvisa passione per Nathalie, figlia di una delle amanti di Remy, che lo avvicina a quelle pulsioni spiccatamente umane (umanistiche?) che hanno contraddistinto la vita del padre.
Come a dire: la cultura muta, viene invasa, ma, in fondo, l’uomo rimane esattamente così com’è.
Un efficace esempio di questo trait d’union tra vecchio e nuovo, è rappresentato proprio da Nathalie (Una splendida Marie-Josée Croze), la quale, Neo_Barbara e vittima dell’eroina, trae spunto dal rapporto col professore (che proprio nelle droghe somministrategli dalla ragazza trae sollievo per alleggerire il suo dramma, fino a riceverne la morte), per decidere di disintossicarsi e riappropriarsi dell’umanità rinnegata e perduta nell’alienamento nichilistico della tossicità; fino a rappresentare l’ideale raccoglitrice di una eredità umanistica che rischia di essere perduta ed involgarita da rielaborazioni barbariche e scellerate.
In conclusione, la grandezza di questo film, sta proprio nel far sentire lo spettatore in bilico tra vecchio e nuovo, lasciandolo spesso spiazzato sulla posizione da assumere… terrorizzato, in ugual misura, dall’idea di essere come Remy o, peggio ancora, diverso da lui.
Un film intelligente, ironico e consigliatissimo… sicuramente uno dei migliori titoli degli ultimi anni.

Seven (Se7en) David Fincher, 1995 (Usa), 128'
Se c’è qualcosa che sovente mi fa dubitare della mia completa sanità mentale – diciamo una in più.. – è il numero di volte che ho visionato Seven, ma soprattutto la “tranquillità” che questo film mi trasmette. Già perché dopo che mi è capitato di vederlo la prima e la seconda volta, a distanza di tempo, e dunque “assimilati” il plot ed i momenti salienti, mi sono reso conto che non è affatto il film grandguignolesco che ci si potrebbe aspettare date le tematiche trattate e le situazioni descritte. Mentre thriller come Il silenzio degli innocenti faccio sinceramente fatica anche solo a rivederli una seconda volta per la pura tensione che trasmettono in ogni incerto istante, nel caso di Seven ci si trova di fronte ad un’opera equilibrata e mai davvero sopra le righe (fa eccezione probabilmente il finale, che però lascia i momenti cruenti alla assoluta immaginazione dello spettatore invece di proporli violentemente in video – metodo a mio avviso di gran lunga più efficace - ). Il vero punto di forza di Seven è infatti la scelta di lasciar intendere più che mostrare, di far ragionare un po' invece di spiegare ogni cosa, levare invece di aggiungere.
Due stereotipati detective sono chiamati ad indagare su una serie di efferati omicidi collegati ai sette peccati capitali. Uno è relativamente anziano, esperto, ormai profondamente pessimista nei confronti della sua città e della società e ad un passo dal pensionamento (il detective Somerset, Morgan Freeman) l’altro (il detective Mills, Brad Pitt) è giovane, volenteroso e felicemente sposato con la sua prima fidanzata del liceo (Gwyneth Paltrow). Tra i due detective il rapporto è prima di burrascosa conflittualità ma, col passar del tempo, finisce col diventare quasi simile a quello padre-figlio, con Somerset disposto ad aiutare lo sventurato Mills anche nei terribili istanti finali. Jonathan “John” Doe (nomignolo solitamente usato dalla polizia negli States per definire personaggi ancora non identificati, quasi a sottolineare la sua apparente normaltà, il suo passare inosservato), magistralmente interpretato da Kevin Spacey, è infatti uno spietato e meticoloso serial killer, e nel suo insano e megalomane piano di “redenzione” dell’umanità coinvolgerà anche i nostri due detective.
David Fincher dirige con il suo evidentissimo stile, molto gggiovane (nel senso decisamente positivo) che avrebbe poi contraddistinto anche i successivi Fight Club, The Game e Panic Room. Sin dai titoli di testa, che iniziano subito dopo una specie di introduzione quasi come nei telefilm della serie CSI, si comprende la particolare cura che caratterizza ogni particolare estetico (ne sono un esempio anche i titoli di coda, che si “srotolano” in senso contrario e che iniziano con il nome di Kevin Spacey, volutamente omesso all’inizio e vero protagonista del film). Ogni giorno della settimana durante la quale si susseguono i delitti è scandito chiaramente, in accordo con un climax ascendente che porterà poi all’ultimo, terribile, giorno. Da apprezzare particolarmente poi alcune situazioni finalmente non fittizie come ci capita spesso di vederle, su tutte la nottata che i nostri eroi sono costretti ad aspettare per la identificazione di alcune impronte (nei nostri telefilm basta premere il tasto ENTER per ottenere ogni genere di informazione sul proprietario delle impronte in pochi secondi). I protagonisti sono in parte, e tratteggiano personaggi ben definiti e pieni di sfaccettature. Anche le location e le scenografie, evocative e d’assoluto impatto (credo di aver riconosciuto la stanza piena di Arbre Magique appesi per far svanire il tanfo della decomposizione almeno decine di volte in opere successive di ogni genere), fanno da contrappunto ad una narrazione intensa e volutamente quasi frenetica. Non mancano alcuni momenti di riflessione quasi filosofici che, seppur sembrerebbero fuori luogo in questo genere di film, riescono ad inserirsi godibilmente all’interno dell’intreccio.
Fincher ha dimostrato, con questo Seven e con i successivi film, di essere uno dei pochi eredi – insieme a Nolan che però si sta perdendo per strada, cambiando radicalmente genere – della tradizione “thriller vecchia maniera” di Hollywood. Attendiamo perciò il suo nuovo Zodiac, che sembra avere tutte le carte in regola per confermare le aspettative.
Edward Norton dal film:
La 25ma Ora (The 25th hour) Spike Lee, Usa (2003), 134'
Straordinario monologo di indimenticabile intensità, due parole scribacchiate su uno specchio inducono ad un violento j'accuse nei confronti della società ... ma soprattutto di sé stessi. Dal capolavoro di Spike Lee, La 25ma Ora.

Seduzione Pericolosa (Sea of Love) Harold Becker, 1989 (Usa), 113'
Qualche giorno fa, ascoltando la mia adorata radio, sono incappato in una melodia che mi ricordava qualcosa di “cinematografico”. Dopo pochi secondi compresi che si trattava della canzone Sea of Love, in una delle sue numerose versioni e cover. In particolare si trattava dell’arrangiamento di Tom Waits, che era stato utilizzato per l’omonimo film del 1989, Sea of Love appunto (in italiano al solito abbiamo annullato il significato del titolo originale con la nostra mania di volerlo usare per riassumere il film in due parole, utilizzando l’insipido Seduzione pericolosa). Quella canzone mi ha subito ricordato questo film che, pur non essendo di certo un memorabile capolavoro, ha lasciato nella mia ondivaga memoria un piccolo segno.
Frank Keller (Al Pacino, il detective per antonomasia), uomo di mezza età in procinto di andare in pensione, è il tipico poliziotto da film americano, storie sentimentali fallite alle spalle, alcolista quanto basta, perennemente insonne e profondamente deluso dalla sua patetica vita. Le indagini di routine vengono interrotte da una serie di omicidi commessi da un serial killer che uccide scapoloni incalliti soliti usare un sistema di annunci per cuori solitari. Li trovano nudi, con un colpo di pistola in testa, e le note di Sea of Love che risuonano nell’aria. Le ricerche del detective Keller e del suo pacioso collega Sherman (un ottimo John Goodman) li conducono a sospettare della bionda ed enigmatica Helen Cruger (Ellen Barkin, bravissima). Ed è qui che il film si solleva dal piattume usuale: Keller è sempre più attratto dalla ragazza, pur essendo sempre maggiormente consapevole che può essere lei la spietata serial killer. Finisce con l’innamorarsene, e complicare ulteriormente le sue indagini.
E’ l’ambiguità con cui la Barkin interpreta il suo personaggio ad essere la vera marcia in più di questo film. Sino all’ultimo si è sempre in sospeso quando Helen ed il detective sono insieme. Al Pacino appare indifeso, vulnerabile, talvolta anche ingenuo davanti alla apparente freddezza della bionda sospettata. Harold Becker dirige senza essere mai sopra le righe, preoccupandosi quasi più di non rovinare l’atmosfera che riescono a creare gli ottimi protagonisti. E ci riesce indubbiamente. La canzone poi, che risuona sinistramente durante gli omicidi, è protagonista assoluta di ottime sequenze (quella iniziale è particolarmente apprezzabile), e più in generale di tutta la narrazione, come già successe per Blue Velvet (Velluto Blu) nell’omonimo film di Lynch. Ovviamente evito di svelare la vera natura della misteriosa ed a tratti terrificante Helen, lasciandovi il piacere di scoprirlo solo alla fine, e quindi di godere appieno della intensissima atmosfera magnetica che si viene a creare tra Al Pacino e Ellen Barkin.
Uno degli ultimi rappresentanti di un certo genere thriller che ormai non esiste quasi più, gradualmente soppiantato da una infelice ibridazione con l’horror e la fantascienza.
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online dal 16 ottobre 2006
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