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 Kubrick... di Mario T.
 
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Io sono, diciamo, come un pittore che dipinge fiori. È la maniera di trattare le cose che mi interessa. Ma, d'altra parte, se fossi un pittore, direi: "Io posso dipingere solo ciò che contiene un messaggio".

Alfred Hitchcock
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
a cura di Diego D. (del 30/01/2007 @ 23:37:27, in Al Cinema, linkato 4403 volte)

The Prestige

(The Prestige)
Christopher Nolan, 2006 (Usa/GB), 131'
uscita italiana: 22 dicembre 2006

Uno spettacolo di magia si compone di tre atti.
Il primo è la promessa. L’illusionista prende un mazzo di carte, un uccellino o un uomo e li mostra agli spettatori. Li fa avvicinare, glieli fa toccare, li convince che è tutto assolutamente normale.
Poi c’è il secondo atto, la svolta. L’illusionista prende qualcosa all’apparenza normale e ordinario e lo trasforma in straordinario facendolo sparire. Il pubblico a questo punto sbalordisce, ma non applaude… manca ancora qualcosa.
Ecco perché c’è un terzo atto, il prestigio, la fase più difficile. Ciò che sembra sparito, infatti, deve sempre riapparire… solo allora il pubblico esploderà in uno scroscio di applausi e di gratitudine per averlo convinto di un trucco da cui desiderava fortemente lasciarsi ingannare.
È intorno a questo ciclo dell’illusione che, come fosse essa stessa uno spettacolo di magia, si articola la trama di The Prestige, il film di Christopher Nolan che va ad inserirsi sicuramente tra i titoli più interessanti di tutto il 2006. Un thriller in costume ben congeniato che finisce col somigliare, nella struttura, ad una spirale in cui, principio e fine, si rincorrono fin quasi a ricongiungersi.
La storia è quella di due grandi prestigiatori nella Londra vittoriana di fine ‘800, Alfred Borden (Christian Bale) geniale talento, e Robert Agier (Hugh Jackman) sofisticato maestro della spettacolarizzazione. I due, dapprima amici, dopo il tragico evento che porta alla morte della moglie di Robert per una presunta responsabilità di Alfred, innescano una catena di odio e rivalità spietata, fino a divenire l’uno l’ossessione di sé stesso e dell’altro e insieme vittime della propria arte.
Arte del prestigio, che, con i suoi segreti da difendere ad ogni costo, finisce col sedurre e rapire lo spettatore tra abilità, trucchi, stupore, inganni, trovate ingegneristiche, fino ai confini della realtà e della materia che vengono oltrepassati dall’incredibile macchina del fantascientifico Tesla, il geniale inventore interpretato da David Bowie.
Al di là di qualche forzatura nella trama, che comunque non ne intacca il buon ritmo, l’elemento più sorprendente di questo film, che da subito cattura l’attenzione di chi lo guarda, è l’esatta percezione di una meta-narrazione che corre parallela alle vicende dei due protagonisti e al cui centro si pone il tema dell’ossessione: quella per la vendetta e quella per il successo. Ossessione che finisce col prevaricare l’esistenza stessa dei due uomini e sottometterla alle ferree regole del Segreto e del sacrificio, fino al paradosso assoluto di arrivare a rinnovare ogni sera il proprio omicidio in nome dello spettacolo, del successo e della vittoria finale sull’altro, in una nebulosa mistura di finzione e realtà.
Le vite stesse di Robert e Alfred, a ben vedere, rappresentano perfettamente il ciclo dell’illusione con i suoi tre atti, anche se, alla fine, solo uno dei due vincerà la sfida, riuscendo a compierne l’ultimo, il Prestigio, e a riapparire sulla scena con un vero e proprio colpo di teatro… pardon, di magia… e a quel punto, noi spettatori, staremo lì, felici di esserci fatti convincere da un trucco, da cui desideravamo fortemente lasciarci ingannare.
A questo punto evito di aggiungere altro che possa rovinare il piacere di scoprire questa pellicola. Un film che, oltre ad intrattenere con una trama avvincente e sofisticata, riesce ad andare oltre, offrendo una lunga serie di spunti sull’uomo, le sue ossessioni, e il rapporto conflittuale con la natura; e non ultima, una riflessione sulla vanagloria che affligge il successo quando, pur di affermarsi a tutti i costi, non teme di sporcarsi le mani fino a giungere alle estreme conseguenze.
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a cura di Emanuele P. (del 29/01/2007 @ 13:12:03, in Al Cinema, linkato 3205 volte)

Babel
(Babel)
Alejandro Gonzalez Iñarritu, 2006 (Usa), 144'
uscita italiana: 27 ottobre 2006

La premiata ditta Iñarritu (regia) – Arriaga (sceneggiatura), dopo il pregevole 21 Grammi, sforna una nuova ed ambiziosa opera, che supera addirittura la prima per complessità e qualità dell’intreccio.
Tre continenti coinvolti, lingue, atteggiamenti ed etnie differenti, ma un’unica grande parabola sulla difficoltà di comunicazione e sui rapporti padre-figli (significativa la dedica finale di Iñarritu: ai miei due figli, luci nell’oscurità).

Si inizia con il nord Africa, Marocco, dove un mandriano affida ai suoi due figli maschi un fucile appena barattato da un cacciatore, affinché questi possano imparare a sparare e dunque difendere il gregge dai coyote.
Con tutta la loro incoscienza i due, poco più che bambini, testano la gittata del nuovo fucile tentando di colpire gli autobus di sporadico passaggio sulla stradina sottostante.
Uno di questi colpi va a segno, ferendo la ignara Susan (Cate Blanchette) che insieme al suo marito Richard (Brad Pitt) è in vacanza in Marocco per provare a recuperare il loro rapporto in crisi.
Gli ospedali sono lontani ed i problemi diplomatici rallentano l’arrivo dei soccorsi.
Solo grazie alla solidarietà della loro guida indigena, che ospiterà Susan e le farà prestare i primi soccorsi dal medico (veterinario) del luogo, si eviterà la tragedia.
Nel frattempo, a chilometri di distanza (siamo negli USA), i due figli della coppia sono amorevolmente accuditi dalla loro balia messicana Amelia (Adriana Barraza), che è però costretta a portarli con lei in Messico in occasione del matrimonio del figlio.
Anche qui, a causa soprattutto delle imprudenze del nipote Santiago (Gael Garcià Bernal), ci saranno diverse e pericolose disavventure.
Infine dall’altro capo del globo, in Giappone, si consumano i dubbi e le delusioni della giovane Chieko (la bravissima Rinko Kikuchi), sordo-muta che non si arrende al suo handicap ma al contrario tenta in tutti i modi di condurre una vita come quella dei suoi coetanei, ed i suoi difficili rapporti con il padre Yasujiro (Koji Yakusho), appassionato di caccia che ha regalato, al termine di un suo viaggio in Marocco, il suo fucile ad una sua guida del luogo (lo stesso fucile barattato dal mandriano che poi ferirà Susan).

Iñarritu realizza, aiutato dalla straordinaria sceneggiatura di Arriaga, un piccolo miracolo.
Costruisce, infatti, la sua “Torre di Babele”, coniugando differenti linguaggi (3/4 del film sono girati in lingua originale e volutamente non doppiati), volti e paesaggi.
La stridente differenza che c’è tra il solare, polveroso e rumoroso Messico e il Giappone, tecnologicamente avanzatissimo, afflitto da una imperante necessità di emancipazione ed “occidentalizzazione”, e ripreso quasi sempre di notte per valorizzare la luminescente skyline, è forse il vero capolavoro del regista messicano, che riesce a descrivere la sua patria senza temere di incappare in facili luoghi comuni.
Molto ben rappresentate anche le difficoltà di Chieko nel rapportarsi con il “suo” mondo, non può ascoltare chi le parla o rispondere senza dover scrivere su un taccuino, non può apprezzare musica, film o tv, e vive, ancor più accentuate, tutte le incertezze ed i timori tipici dell’adolescenza. Emblematica la scena ambientata in discoteca (probabilmente la migliore del film), che la vede lentamente “assuefarsi” ad un ritmo che può solo intuire e quindi ballare felice, per qualche istante non più “diversa” dagli altri.
Oltre alla tematica, palese e principale, della comunicazione globale, fa capolino anche una più piccola ma significativa riflessione sulla comunicazione inter familiare, tra genitore e figli, e su come quest'ultima possa risultare la medesima in ogni parte del mondo.
Tutto il cast, multietnico e semi sconosciuto (ad eccezione del duo Pitt-Blanchette) è in parte e contribuisce all’ottima resa finale del film.

Insomma l’opera di reunion del giovane e promettente regista messicano riesce quasi completamente ed è magistralmente supportata, come già accaduto con 21 Grammi, da sceneggiatura e fotografia (Rodrigo Prieto, 21 Grammi, La 25ma Ora, Brokeback Mountain) particolarmente incisive.
Il regista messicano ci evita anche facili e retoriche morali sulla globalizzazione e sui rapporti umani, o implicazioni col terrorismo, e di questo gli siamo davvero grati.

Probabilmente il miglior film dell’anno appena trascorso.

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a cura di Emanuele P. (del 27/01/2007 @ 10:52:55, in Frames, linkato 2903 volte)

Gian Maria Volontè dal film:

Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto
(Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto)
Elio Petri, Italia (1970), 118'

La paradossale "confessione di innocenza" tratta da un film che è ancora terribilmente attuale.
Un grandissimo Gian Maria Volontè.

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a cura di Mario T. (del 25/01/2007 @ 20:06:03, in Al Cinema, linkato 6152 volte)


La ricerca della felicità

(The pursuit of happyness)

Gabriele Muccino, 2006 (Usa), 117’
uscita italiana: 12 gennaio 2007

Gli americani non saranno riusciti ad esportare la democrazia in Iraq, ma noi siamo riusciti ad esportare Muccino in America: qualche maligno potrebbe chiedersi chi dei due stia peggio… se non fosse che il buon Gabriele rappresenta l’unico avamposto italiano (che sia italiano-europeo e non italo-americano) ad Hollywood, e conviene tenercelo stretto, sperando di poter ampliare il respiro del cinema di casa nostra. Ma La ricerca della felicità, che comunque resta una produzione statunitense di una storia tipicamente a stelle e strisce, può considerarsi un film, almeno in parte, italiano? La sensazione è che Muccino sia riuscito in qualche modo a contaminare la regia del lungometraggio con elementi decisamente nostrani, scalfendo la tipica patina hollywoodiana che circonda le produzioni ad alto budget, ma che non abbia saputo (o potuto) andare oltre.

Tratto da una storia vera e dal relativo libro di cui è autore lo stesso protagonista, La ricerca della felicità racconta il tribolato percorso di Chris Gardner (Will Smith), un proletario degli anni ’80 abbandonato dalla moglie (Thandie Newton) che cerca di risollevarsi e far quadrare i conti con un figlio a carico (Jaden Smith), senza un lavoro e senza una casa. Nel suo momento peggiore, Chris si è ritrovato ad aver fatto un pessimo investimento in apparecchiature mediche senza futuro che non riesce a vendere e a non avere il becco d’un quattrino a seguito di un’incursione del fisco nel suo malmesso conto corrente. La sua unica possibilità è uno stage presso un’agenzia di borsa che assume nuovi broker, e nonostante le difficili condizioni di partenza – nessun titolo d’istruzione superiore, la responsabilità di un figlio da crescere – la sua determinazione lo condurrà alla realizzazione del suo personale sogno americano.

Il film poggia principalmente sul soggetto e sulla carica emotiva infusagli dal costituire il vissuto personale dell’autore/protagonista, e Muccino ha il merito di saper raccontare questa storia, senza sbavature, senza eccessi, al pari degli attori che non sono mai sopra le righe. Ma, sebbene la regia funzioni, fotografia e sceneggiatura finiscono con l’impoverire il racconto; se la prima risulta, infatti, decisamente amorfa e priva di spunti, la seconda mischia una narrazione poco incisiva a dialoghi poveri nel linguaggio e nel contenuto, ridotti ad una funzione meramente narrativa. Perfino la colonna sonora sembra non aggiungere niente al film, dimostrandosi decisamente blanda. Menzione a parte merita Will Smith, che dà ottima prova di sé nonostante i limiti della sceneggiatura; forse è anche merito dell’immedesimazione che gli giunge dal recitare un ruolo del genere con il suo vero figlio, Jaden Smith, fatto sta che la scena in cui entrambi si rifugiano in un bagno pubblico per dormire, insieme con la scena finale, quando finalmente ottiene un lavoro, gli varrano l’Oscar.

Non è facile individuare una collocazione cinematografica per il frutto di questa prima trasferta di Muccino. Cita Ladri di Biciclette, ma non è sufficientemente contestualizzato e diretto per essere neorealista (San Francisco è decisamente in ombra e si fa veramente fatica a riconoscere gli anni ‘80); si richiama alle favole di Frank Capra, ma decisamente non ha i toni della commedia; ha alcuni tratti intimisti ma solo in superficie; non è un titolo di genere ma nemmeno d’autore. La ricerca della felicità è, nel complesso, un discreto film, considerate le condizioni ed il contesto di produzione. Ma, in termini di valore assoluto, non si avvicina nemmeno a L’ultimo bacio, che rimane l’opera più riuscita di Gabriele Muccino

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a cura di Emanuele P. (del 24/01/2007 @ 19:00:44, in Frames, linkato 2468 volte)

James Coburn dal film:

Giù la testa
(Giù la testa)
Sergio Leone, Italia (1971), 150'

Giù la testa, capolavoro dedicato all'amicizia.
Passato e presente si fondono, nella drammaticità delle immagini.
La solita straordinaria accoppiata Leone&Morricone.
Nient'altro da aggiungere.

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a cura di Emanuele P. (del 23/01/2007 @ 16:54:35, in Re per una notte, linkato 2489 volte)

Rese note le nomination per gli Oscar 2007, serata della premiazione 25 febbraio.
Principale sorpresa le mancate nomination per Volver e Jack Nicholson, oltre che la candidatura di Paul Greengrass (United 93) nella categoria miglior regista.
Dreamgirls (8), Babel (7), The Queen, Il labirinto del fauno (6), The Departed, Blood Diamond, Notes on a scandal (5), i film più nominati.

Ecco la lista delle nomination:

Best Picture:
BABEL
THE DEPARTED
LETTERS FROM IWO JIMA
LITTLE MISS SUNSHINE
THE QUEEN

Directing:
BABEL (Alejandro Inarritu)
THE DEPARTED (Martin Scorsese)
LETTERS FROM IWO JIMA (Clint Eastwood)
THE QUEEN (Stephen Frears)
UNITED 93 (Paul Greengrass)

Performance by an actor in a leading role
Leonardo DiCaprio - BLOOD DIAMOND
Ryan Gosling - HALF NELSON
Peter O'Toole - VENUS
Will Smith - THE PURSUIT OF HAPPYNESS
Forest Whitaker - THE LAST KING OF SCOTLAND

Performance by an actor in a supporting role
Alan Arkin - LITTLE MISS SUNSHINE
Jackie Earle Haley - LITTLE CHILDREN
Djimon Hounsou - BLOOD DIAMOND
Eddie Murphy - DREAMGIRLS
Mark Wahlberg - THE DEPARTED

Performance by an actress in a leading role
Penélope Cruz - VOLVER
Judi Dench - NOTES ON A SCANDAL
Helen Mirren - THE QUEEN
Meryl Streep - THE DEVIL WEARS PRADA
Kate Winslet - LITTLE CHILDREN

Performance by an actress in a supporting role
Adriana Barraza - BABEL
Cate Blanchett - NOTES ON A SCANDAL
Abigail Breslin - LITTLE MISS SUNSHINE
Jennifer Hudson - DREAMGIRLS
Rinko Kikuchi - BABEL

Best animated feature film of the year
CARS
HAPPY FEET
MONSTER HOUSE

Achievement in art direction
DREAMGIRLS
THE GOOD SHEPHERD
PAN'S LABYRINTH
PIRATES OF THE CARIBBEAN: DEAD MAN'S CHEST
THE PRESTIGE

Achievement in cinematography
THE BLACK DAHLIA
CHILDREN OF MEN
THE ILLUSIONIST
PAN'S LABYRINTH
THE PRESTIGE

Achievement in costume design
CURSE OF THE GOLDEN FLOWER
THE DEVIL WEARS PRADA
DREAMGIRLS
MARIE ANTOINETTE
THE QUEEN

Best documentary feature
DELIVER US FROM EVIL
AN INCONVENIENT TRUTH
IRAQ IN FRAGMENTS
JESUS CAMP
MY COUNTRY, MY COUNTRY

Best documentary short subject
THE BLOOD OF YINGZHOU DISTRICT
RECYCLED LIFE
REHEARSING A DREAM
TWO HANDS

Achievement in film editing
BABEL
BLOOD DIAMOND
CHILDREN OF MEN
THE DEPARTED
UNITED 93

Best foreign language film of the year
AFTER THE WEDDING
DAYS OF GLORY (INDIGÈNES)
THE LIVES OF OTHERS
PAN'S LABYRINTH
WATER

Achievement in makeup
APOCALYPTO
CLICK
PAN'S LABYRINTH

Achievement in music written for motion pictures (Original score)
BABEL
THE GOOD GERMAN
NOTES ON A SCANDAL
PAN'S LABYRINTH
THE QUEEN

Achievement in music written for motion pictures (Original song)
"I Need to Wake Up" - AN INCONVENIENT TRUTH
"Listen" - DREAMGIRLS
"Love You I Do" - DREAMGIRLS
"Our Town" - CARS
"Patience" - DREAMGIRLS

Best animated short film
THE DANISH POET
LIFTED
THE LITTLE MATCHGIRL
MAESTRO
NO TIME FOR NUTS

Best live action short film
BINTA AND THE GREAT IDEA (BINTA Y LA GRAN IDEA)
ÉRAMOS POCOS (ONE TOO MANY)
HELMER & SON
THE SAVIOUR
WEST BANK STORY

Achievement in sound editing
APOCALYPTO
BLOOD DIAMOND
FLAGS OF OUR FATHERS
LETTERS FROM IWO JIMA
PIRATES OF THE CARIBBEAN: DEAD MAN'S CHEST

Achievement in sound mixing
APOCALYPTO
BLOOD DIAMOND
DREAMGIRLS
FLAGS OF OUR FATHERS
PIRATES OF THE CARIBBEAN: DEAD MAN'S CHEST

Achievement in visual effects
PIRATES OF THE CARIBBEAN: DEAD MAN'S CHEST
POSEIDON
SUPERMAN RETURNS

Adapted screenplay
BORAT CULTURAL LEARNINGS OF AMERICA FOR MAKE BENEFIT GLORIOUS NATION OF KAZAKHSTAN
CHILDREN OF MEN
THE DEPARTED
LITTLE CHILDREN
NOTES ON A SCANDAL

Original screenplay
BABEL
LETTERS FROM IWO JIMA
LITTLE MISS SUNSHINE
PAN'S LABYRINTH
THE QUEEN

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a cura di Emanuele P. (del 21/01/2007 @ 12:43:05, in Amarcord, linkato 3366 volte)

Manhunter - Frammenti di un omicidio
(Manhunter)
Michael Mann, 1986 (Usa), 117'

Manhunter sarebbe dovuto uscire nelle sale cinematografiche USA e del resto del mondo con il titolo Red Dragon (omonimo del romanzo di Thomas Harris da cui è tratto) ma, data la precedente uscita – con flop clamoroso ai botteghini – dell’ottimo L’Anno del Dragone – Year of the Dragon (di Michael Cimino con Mickey Rourke, 1984) i produttori preferirono evitare di ricordare nel titolo la sfortunata opera di due anni prima e dunque eliminare ogni riferimento a draghi et similia …

Come intuibile da questa breve introduzione, Manhunter è il primo capitolo di quella saga che avrebbe poi impazzato negli anni novanta portando nuova linfa vitale al genere thriller (Il silenzio degli innocenti, Red Dragon – il remake di questo film -, Hannibal, etc ).
Mann è dunque il primo a narrarci le gesta del detective FBI Will Graham (un giovane William L. Petersen, che avrebbe poi trovato fortuna nei panni del detective Grissom di CSI Las Vegas) che, dopo aver catturato non senza subirne le conseguenze il terribile Dr. Hannibal Lektor (interpretato da Brian Cox perché Hopkins all’epoca era impegnato in teatro, lo stesso avvenne, ma a parti invertite, durante le riprese de Il silenzio degli innocenti, quando fu Cox a dover declinare l’offerta di interpretare l’adorabile cannibale) decide di allontanarsi da professione e città con la famiglia e rifugiarsi in un isolato paradiso in riva al mare.
Il suo amico e collega Jack Crawford (Dennis Farina) lo convincerà però a ritornare al suo vecchio lavoro, per catturare un altro efferato serial killer che stermina intere famiglie.
Ad offrire “consulenze” al buon Will ci sarà lo stesso Dr. Lektor, che cova però pericolosi intenti di vendetta.

Mann, in uno dei primi film thriller incentrati sulla coppia agente FBI - serial killer da catturare, si propone con uno stile che poi non lo avrebbe più abbandonato nel resto della sua carriera cinematografica – con alti e bassi.
La fotografia, del nostro Dante Spinotti (L.A. Confidential), è il vero fiore all’occhiello di tutta la narrazione.
I colori si alternano ad enfatizzare i differenti momenti della storia e le emozioni che questi esprimono: amore, angoscia, pericolo, terrore; con risultati eccellenti.
Cox rivaleggia quasi alla pari con il ben più noto Hopkins nell’interpretare il dottore cannibale, così come Petersen, che ricopre il suo ruolo senza sbavature e con un certo carisma.
È inevitabile, dopo aver visto il Red Dragon di qualche anno fa con Edward Norton ed Anthony Hopkins, azzardare qualche paragone o similitudine, ma non c’è niente di più sbagliato.
I due film, seppur raccontando pressappoco la medesima storia, hanno registri e stili totalmente differenti, dovuti in parte anche ai quasi venti anni che li separano, e non possono essere confrontati.
Ratner (Red Dragon) porta avanti alla perfezione il suo compitino, gestendo attori talentuosi senza però aggiungere un granché di stilisticamente “suo” (modifica infatti la storia in modo da inserire un ulteriore momento di azione finale, che in Manhunter manca, quasi quale confessione di inadeguatezza).
Mann, al contrario, fa immergere lo spettatore in un mondo inquietante e cupo, che risplende negli istanti in cui Petersen è con la sua amata moglie e diviene angosciante quando si trova nell’abitazione del maniaco per impedire che uccida ancora.

Senza dubbio un capolavoro, che ha però goduto di pochissima popolarità.
Ennesimo film da (ri)scoprire.

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a cura di Emanuele P. (del 18/01/2007 @ 14:09:47, in Amarcord, linkato 3438 volte)

La Terra
(La Terra)
Sergio Rubini, 2006 (Italia), 112'

Secondo un mio personalissimo teorema, l’inizio e la fine di un film raccontano spesso molto di più riguardo la qualità e lo stile con cui è stato girato rispetto alla grande parte restante.
Nei primissimi secondi di La Terra, per questo motivo, sono stato colpito nel più profondo ascoltando la colonna sonora ed apprezzando lo stile conferito subito al film dall’ottimo Sergio Rubini, nell’occasione regista, co-sceneggiatore e protagonista di un piccolo ma fondamentale ruolo.
Il contrappunto musicale infatti mi ricordava molto da vicino qualcosa che ero convinto di aver già ascoltato in uno dei miei adorati film thriller depalmiani della prima metà degli anni ’80.
Il piccolo mistero è stato presto risolto quando nei titoli di testa è apparso il nome di Pino Donaggio quale compositore del tema musicale (cantante ed autore italiano che collaborò proprio con De Palma per le colonne sonore tra gli altri di Vestito per uccidere, Blow Out e Omicidio a luci rosse).
Il proverbiale cerchio si chiudeva, e già mi faceva predisporre benevolmente alla visione di questo insolito giallo-noir godibilmente italiano.

Un distinto professore di Milano, che lasciò la Puglia da giovane dopo aver aggredito il padre, reo di continue violenze verso la madre – la scena è proprio quella che ci viene proposta nei primissimi istanti di narrazione, filtrata attraverso il rosso della brocca di vino che di li a poco il nostro Luigi (un perfetto Fabrizio Bentivoglio) fracasserà sulla testa del genitore -, ritorna nel suo natio paese per concludere con i fratelli la vendita della terra di cui erano entrati in possesso alla scomparsa del padre.
Ben presto comprende che i suoi tre fratelli, che quasi aveva voluto dimenticare, sono tutt’altro che in buoni rapporti e che il vero motivo della sua venuta è proprio la necessità di fare da mediatore tra loro per la vendita della terra.
Michele (un insolito Emilio Solfrizzi) mezzo politicante e mezzo affarista di paese è l’unico davvero interessato alla vendita della proprietà, perché indebitato fortemente con l’usuraio-tuttofare del paese, il viscido Tonino (Sergio Rubini). Il fratello più giovane, Mario (Paolo Briguglia), sembra troppo impegnato nel volontariato e quasi astratto dalla dura realtà della vita, mentre Aldo (Massimo Venturiello), ruspante fratellastro e playboy incallito, non ha la minima intenzione di cedere la terra e la masseria dove vive.
Il misterioso omicidio del disgustoso Tonino complicherà ancora di più i rapporti tra i quattro fratelli, ma finirà col far comprendere loro la stupidità delle beghe che li avevano separati.
Ancora una volta sarà Luigi, che vive una straordinaria mutazione fisica e caratteriale durante la sua permanenza nel paese natale, a prendersi la responsabilità di risolvere i problemi della famiglia.

Rubini è attentissimo nella scelta di ogni inquadratura e di ogni location, ed il risultato è estremamente godibile.
Gli scorci isolati delle stradine e la grande piazza del paese, la campagna desolata e desolante che avvolge rare costruzioni ormai in disgrazia, gli interni anacronisticamente appesantiti da vecchie carte da parato e mobili antichi, l’ottimo Rubini ci mostra la sua Puglia che, come spesso ripete nelle rare interviste concesse, è molto diversa da quella che nell’immaginario collettivo viene descritta da opere d’annata di Lino Banfi.
La Terra è un film molto piacevole, impreziosito da ottime interpretazioni (cameo anche di Claudia Gerini nel ruolo della fidanzata di Luigi) e da una felicissima regia, capace di emozionare, far sorridere e riflettere sulla natura dei rapporti con i familiari e con la propria Terra.
Menzione particolare merita la colonna sonora del su citato Pino Donaggio, grandioso contrappunto e parte assolutamente integrante della narrazione.
La sequenza finale fa il paio con quella iniziale in quanto a stile ed efficacia, con l’espediente geniale dei tunnel che fanno apparire e scomparire la luce dal vagone dove Bentivoglio e la Gerini parlano senza che noi possiamo sentirli.
Degna conclusione di un ottimo film.
Insieme al Regista di matrimoni e l’Amico di famiglia, miglior film italiano dell’anno appena trascorso.

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a cura di Emanuele P. (del 17/01/2007 @ 11:54:36, in Re per una notte, linkato 1958 volte)

Nuovomondo, di Emanuele Crialese, Leone d'Argento all'ultimo Festival di Venezia, inizialmente scelto tra i nove film "nominabili" nella categoria miglior film straniero, non ha superato la successiva scrematura dell'Academy (così come il favoritissimo The Curse of the Golden Flower di Zhang Yimou).

Superano invece la pre-selezione, tra gli altri, Volver di Pedro Almodovar, Il labirinto del fauno di Guillermo del Toro, Black Book di Paul Verhoeven e La vita degli altri del tedesco Florian Henckel von Donnersmarck.

Attesa fino al 23 gennaio per sapere quali film saranno nella cinquina finale scelta dall'Academy.

L'Italia si consolerà con l'Oscar alla carriera al Maestro Morricone.

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a cura di Emanuele P. (del 16/01/2007 @ 17:55:30, in Re per una notte, linkato 2045 volte)

Un mezzo disastro per il favoriterrimo The Departed, a questo 64esimo Golden Globes Award.
L'ottimo film di Scorsese infatti riesce ad aggiudicarsi solo il globo dorato per la miglior regia (a Martin appunto), mentre si lascia scappare il titolo di miglior film (Babel del messicano Iñarritu -21 grammi - ).
Delusione anche per l'ex giovane Di Caprio, che seppur con ben due nomination nella categoria miglior attore protagonista in film drammatico si vede scalzato dal semi sconosciuto (perlomeno qui da noi) Forest Whitaker (lo ricordo forse in un film di Guy Ritchie) ed il suo The Last King of Scotland.
Vero scandalo la mancata premiazione di Jack Nicholson come attore non protagonista (premio andato a Eddie Murphie per Dreamgirls, film rivelazione della serata).
Come da copione i riconoscimenti a Maryl Streep (The Devil wears Prada), Sacha Baron Cohen (Borat) ed Helen Mirren (due globes, per The Queen e la miniserie tv Elizabeth I).
Clint Eastwood si consola con il premio al miglior film in lingua straniera per il suo Letters from Iwo Jima (in questa categoria fa specie il mancato riconoscimento per Volver).

Per la tv a sorpresa la serie Grey's Anatomy spodesta il solito padrone incontrastato Lost nella categoria miglior serie tv- drama.
Meritatissimo il bis di Hugh Laurie con il suo House nella categoria miglior protagonista di una serie tv-drama (premiato anche nel 2006).

Ecco l'elenco completo dei Globes assegnati in categorie cinematografiche:

Cecil B. DeMille Award
Warren Beatty

Best Motion Picture - Drama
Babel
Anonymous Content Production/Una Producción De Zeta Film/Central Films Production; Paramount Pictures/Paramount Vantage

Best Performance by an Actress in a Motion Picture - Drama
Helen Mirren – The Queen

Best Performance by an Actor in a Motion Picture - Drama
Forest Whitaker – The Last King Of Scotland

Best Motion Picture - Musical Or Comedy
Dreamgirls
DreamWorks Pictures/Paramount Pictures

Best Performance by an Actress in a Motion Picture - Musical or Comedy
Meryl Streep – The Devil Wears Prada

Best Performance by an Actor in a Motion Picture - Musical Or Comedy
Sacha Cohen – Borat: Cultural Learnings Of America For Make Benefit Glorious Nation Of Kazakhstan

Best Performance by an Actress In A Supporting Role in a Motion Picture
Jennifer Hudson – Dreamgirls

Best Performance by an Actor In A Supporting Role in a Motion Picture
Eddie Murphy – Dreamgirls

Best Animated Feature Film
Cars
Walt Disney Pictures/Pixar Animation Studio; Buena Vista Pictures Distribution

Best Foreign Languge Film
Letters From Iwo Jima (Japan, United States)
Warner Bros. Pictures/DreamWorks Pictures; Warner Bros. Pictures

Best Director - Motion Picture
Martin Scorsese – The Departed

Best Screenplay - Motion Picture
The Queen
Written by Peter Morgan

Best Original Score - Motion Picture
The Painted Veil (Desplat)
Composed by Alexandre Desplat

Best Original Song - Motion Picture
"The Song Of The Heart" – Happy Feet
Music & Lyrics By: Prince Rogers Nelson

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online dal 16 ottobre 2006

Titolo
Al Cinema (196)
Amarcord (63)
Anteprime (33)
Cattiva Maestra Televisione (13)
Contenuti Speciali (43)
Frames (29)
Professione Reporter (5)
Re per una notte (63)
Sentieri Selvaggi (9)
Uno Sparo Nel Buio (4)

Post del mese:
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