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 Coppola ....... di Emanuele P.
 
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Il western è un pretesto per raccontare i miei fantasmi ed il sentimento dell'amicizia che per me è molto importante. Posso così descrivere le mie sensazioni personali, simboliche e soprattutto fare riflettere.

Sergio Leone
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
a cura di Emanuele P. (del 29/11/2006 @ 22:34:06, in Al Cinema, linkato 5586 volte)

Flags of Our Fathers
(Flags of Our Fathers)
Clint Eastwood, 2006 (Usa), 132'
uscita italiana: 10 Novembre 2006

Seconda guerra mondiale. Isola di Iwo Jima, Giappone.
Le truppe americane sbarcano sull’isola e dopo un’iniziale carneficina dovuta alla loro scarsa organizzazione, riescono a “conquistare” il promontorio-vedetta da dove i giapponesi controllano tutto il territorio.
Una grande idea viene in mente ad uno degli ufficiali sul campo: prendere una bandiera degli Stati Uniti e piazzarla sopra il promontorio. Simbolico ed efficace.
La bandiera viene issata, le truppe esultano, la notizia arriva sino ai politicanti americani in pochissimi minuti. Un senatore vuole quella bandiera, simbolo estremo del patriottismo a stelle e strisce.
L’ufficiale che aveva avuto l’idea di piantarla nella montagna è tutt’altro che entusiasta: non accetta che la cosa venga strumentalizzata. Manda quindi un altro plotone in cima al promontorio con una nuova bandiera, per rimpiazzare la originale e render salvo il prezioso cimelio.
I sei marines (cinque soldati ed un infermiere) si ritrovano a dover solo sostituire le due bandiere, ma vengono fotografati mentre issano la pesante asta del nuovo stendardo.
In poco tempo la foto fa il giro dell’America e del mondo, ed i tre superstiti (gli altri muoiono in combattimenti nei giorni successivi sull’isola) divengono idoli ed eroi per il popolo americano.
Vengono strumentalizzati per aumentare le donazioni a favore di operazioni militari, costretti a partecipare a teatrini umilianti e piuttosto ridicoli, banchetti, inaugurazioni.
Si chiamano Ira Hayes (un indiano, Adam Beach), Renè Gagnon (Jesse Bradford, il più entusiasta della situazione) e John “Doc” Bradley (l'infermiere, Ryan Phillippe).
E’ proprio grazie alle indagini portate avanti dal figlio di quest’ultimo, e attraverso le voci di ormai attempati testimoni che conosciamo come in realtà si svolsero gli eventi, e come le vite dei marines cambiarono profondamente durante il loro, breve, momento di celebrità, seguito poi da una ancor più umile routine.
Lo stile di Eastwood è sempre il solito, già apprezzato in altre sue opere - tra gli sceneggiatori c'è anche Paul Haggis, già con Clint per Million Dollar Baby -.
L'ex pistolero degli spaghetti western, che sembra aver preso particolarmente a cuore le vicende legate all’isola di Iwo Jima durante la seconda guerra mondiale (a breve sarà presentato anche il suo Letters from Iwo Jima, che narra la stessa battaglia ma dal punto di vista giapponese), dirige al suo modo: fotografia con colori freddi, immagini drammatiche, nessun fronzolo o artificio particolarmente vistoso, musica quasi assente.
La forza sta nelle immagini, nei suoni in presa diretta dal campo di battaglia.
Nessun moralismo, nessuna buona notizia, il buon vecchio Clint, che qualcosa imparò lavorando insieme a Sergio Leone, ci propone i fatti così come sono, crudi e a volte spiacevoli, senza ricamarci sopra più di tanto.
Unico appunto che gli si può muovere è lo stesso già presentato a diversi grandi autori americani di film di guerra (mi viene in mente Il Cacciatore di Cimino): finisce col dipingere i nemici – giapponesi in questo caso – come spietati e terribili assassini e torturatori, e i soldati USA come povere vittime spaesate e innocenti. Ma poco male.
Menzione d’onore all’ottimo Barry Pepper (già apprezzato ne La 25° ora di Spike Lee), uno dei sei marines ad aver alzato la “seconda” bandiera, forse l’unico vero eroe in quel manipolo di inesperti soldati (aveva rinunciato poche ore prima ad un posto “lontano dal fuoco nemico” pur di restare con i suoi “ragazzi” sul campo di battaglia).
Una fotografia può cambiare il corso di una intera guerra.
Anche se non c’è niente dietro.

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a cura di Emanuele P. (del 28/11/2006 @ 14:03:32, in Amarcord, linkato 4529 volte)

Giù la testa
(Giù la testa)
Sergio Leone, 1971 (Italia), 150'

Giù la testa, coglione !”
Sono queste le prime parole che il rivoluzionario dinamitardo irlandese John (James Coburn) rivolge al banditello messicano Juan (Rod Steiger), per avvertirlo che da un momento all’altro esploderà un petardo sopra la carovana che il peones aveva appena “sequestrato” a un gruppo di borghesi bigotti.
Il buon John vuole infatti vendicarsi di Juan che gli aveva colpito la motoretta pochi secondi prima con l’intenzione di fermarlo e derubarlo.
Pochi, intensi, secondi, qualche sguardo e il messicano capisce bene che l’ex militante dell’IRA può essere molto più che una “vittima”, con la sua conoscenza degli esplosivi può infatti divenire complice perfetto in lucrose rapine in banca.
Dopo molte renitenze, condite da varie esplosioni e turpiloqui, John accetta di incontrare Juan nella tanto amata Mesa Verde, sede della banca che ossessiona sin da piccolo il bandito messicano.
Peccato che i tempi cambiano, e la rivoluzione impazza.
La banca è divenuta una prigione politica e, senza volerlo minimamente, Juan diviene un vero eroe rivoluzionario, le cui gesta giungono addirittura alle orecchie del capo, Pancho Villa.
La rivoluzione, come ci ricorda lo stesso Leone nei momenti iniziali del film citando Mao, però non si fa dolcemente, né con grazia. E’ un atto di violenza.
E l’amicizia può essere più forte di ogni rivoluzione.
Leone decide di dedicare il suo ultimo western ad un tema che considera assolutamente centrale nell’esistenza di ognuno di noi: l’amicizia.
Si diverte quindi a farci conoscere questi due personaggi, così diversi (uno colto, europeo, piuttosto benestante; l’altro analfabeta, sudamericano, ladro di galline) ma così legati da una comune, profonda, umanità; tanto da divenire alla fine praticamente simbiotici.
Come da copione, è presente il classico momento flash back, sapientemente diluito durante tutta la narrazione, che non manca quasi mai nei western di Leone.
Nel passato di John c’è infatti un’altra amicizia, tradita, che lo ha segnato profondamente.
Il commiato del Maestro dal genere da lui reinventato è il solito tripudio di primissimi piani, melodie di Morricone assolutamente fondanti nella narrazione, sguardi e scene epiche.
Giù la testa, insomma, davanti ad uno degli ultimi geni del nostro cinema.

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a cura di Emanuele P. (del 27/11/2006 @ 19:53:54, in Amarcord, linkato 2377 volte)

L'ora di religione - Il sorriso di mia madre
(L'ora di religione - Il sorriso di mia madre)
Marco Bellocchio, 2002 (Italia), 102'

Prima di tutto, facciamoci una domanda.
Perchè omettere i titoli di testa in un film (cosa non certo inedita, per dire il primo che mi viene in mente Gangs of New York di Scorsese)?
Due risposte, una superficiale, una un pelo delirante.
Iniziamo con la superficiale. Bellocchio ci vuole spiazzare.
Nei primissimi minuti del film prima assistiamo ad un bambino che parla da solo rivolgendosi a Dio. Subito dopo vediamo l'ottimo Castellitto che mentre è all'opera con le sue illustrazioni viene interrotto dalla visita di un prete che lo mette al corrente del processo di beatificazione di sua madre.
Insomma se ci voleva spiazzare buttandoci subito in piena narrazione simil surreale c'è riuscito.
Ma torniamo alla domanda iniziale e vi do la mia risposta, al solito delirante.
Il motivo per cui non ci vengono proposti i titoli di testa è che se Bellocchio lo avesse fatto sarebbe stato costretto a svelarci sin da subito il vero senso del film, racchiuso nel sottotitolo "Il sorriso di mia madre".
Infatti quel sorriso, un po' sornione e un po' sardonico, è il perno attorno cui ruota l'intero film. Quel sorriso, involontario e beffardo, si dipinge sul volto di Castellitto diverse volte durante il film, ed ogni volta gli causa problemi.
Prima lo costringe ad un anacronistico duello per "lavare l'onta" con un nobile d'altri tempi, poi lo mette in difficoltà durante il colloquio con il monsignore incaricato di giudicare riguardo la beatificazione della madre, quindi fa innervosire la macchiavellica zia che gli sta illustrando i diabolici piani per pubblicizzare la "santa".
Infine quel sorriso lo vediamo ancora una volta sul volto di Castellitto, che segue con lo sguardo il figlio mentre entra a scuola, ben consapevole che in quel momento dovrebbe essere dal Papa a presenziare al processo per la madre.
Lo stesso sorriso che ricorre freneticamente in tutti i quadri dell'artista Castellitto, come possiamo apprezzare durante la "carrellata" finale.
Poi c'è tutto il resto, che riempie lo spazio tra i "sorrisi".
C'è il bigottismo dei fondamentalisti cattolici, c'è un bambino assorto in amletici dubbi sull'aldilà e sull'onnipresenza di Dio, c'è l'agnosticismo sbandierato ai quattro venti appena possibile, c'è la maestra di religione (ma è davvero lei o no?) simil donna perfetta, ci sono i reazionari che vogliono un monarca assoluto laico contro il Papa, c'è "l'ora di religione" che da qualche patema d'animo.
Tutto ciò sembra un po' di sano fumo negli occhi.
Ricordate all'inizio quando, parlando di un suo quadro, viene fatto notare a Castellitto che quello che ha dipinto non sembra il sorriso di sua madre?
Nonostante i suoi sforzi e quelli dei suoi interlocutori, quello stesso sorriso percorrerà trasversalmente tutta la storia.
Ehi vi avevo avvertito.. la teoria è un pelo delirante.

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a cura di Emanuele P. (del 26/11/2006 @ 12:01:52, in Frames, linkato 3269 volte)

Claudia Cardinale dal film:

C'era una volta il west
(C'era una volta il west)
Sergio Leone, Italia (1968), 175'

Quentin Tarantino ha detto: Ho deciso di diventare regista quando in televisione ho visto «C'era una volta il west». Guardare quel film è stato come aprire un libro sull'arte della regia.
Come contraddirlo.

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a cura di Mario T. (del 25/11/2006 @ 17:04:05, in Amarcord, linkato 2315 volte)

Le chiavi di casa
(Le chiavi di casa)
Gianni Amelio, 2004 (Italia-Francia-Germania), 105'

Quando ci si accinge a parlare di handicap fisici e mentali, si entra in un campo minato. E' difficile raccontare la storia di una persona diversamente abile: sorgono dilemmi esistenziali, interrogativi filosofici, questioni morali. Ci porta a riflettere su noi stessi, sul destino, e sui "perché". Voler dare una risposta universale a queste tematiche è causa persa, e i film che tentano questa strada molto spesso scadono nella banalità, nel misticismo buonista, nel moralismo di grana grossa. "Le chiavi di casa" non si avventura in questo tortuoso cammino: Amelio rinuncia ad insegnarci una grande verità per cercare invece di offrirci una testimonianza cruda e appassionata di quel mondo, prefiggendosi lo scopo di scatenarli nello spettatore, gli interrogativi, e non di risolverli.
La storia narra di un padre (Kim Rossi Stuart) che si rifiuta di riconosce il figlio handicappato, la cui nascita ha provocato la morte della sua compagna. Lo rivede dopo 15 anni, e prima per il senso di colpa, poi per amore, torna sui suoi passi decidendo di prendersi cura di lui, consapevole del prezzo che questa scelta comporta.
La prima metà del film si concentra sul forte impattivo emotivo che travolge il padre al momento della riconciliazione con suo figlio (Andrea Rossi), mentre nella seconda parte il regista non si risparmia nell'affrontare il tema centrale della storia senza sconti né ipocrisie. In un momento di dolore e di lucida sincerità, Charlotte Rampling, madre abch'essa di una ragazza portatrice di handicap, parla con Kim Rossi Stuart e gli rivolge parole che suonano più o meno così: "Mi sveglio da 20 anni con il solo pensiero di mia figlia. Penso alle piccole cose, al dentifricio che finisce, alla spesa. E' la superficialità che mi permette di vivere con lei. Alle volte, la vedo soffrire, e dopo 20 anni, penso: perché non muore? Sa, quando sto con lei, e vedo genitori con ragazzi sani, normali... io li invidio... e non me ne vergogno assolutamente". Questo splendido e durissimo passaggio, recitato meravigliosamente dalla bravissima Rampling, è probabilmente la chiave di volta del film, la volontaria rinuncia di Amelio a risolvere la grande questione affrontata ne "Le chiavi di casa". E' inutile tentare di giustificare universalmente la sofferenza di queste persone, né con la religione, né con la filosfia, né con l'ipocrisia di considerare loro, e chi di loro si occupa, dei privilegiati. Abbiamo solo la facoltà di scegliere di dedicarci a loro, accettandoli per quello che sono, e non per quello che vorremmo che fossero. Kim Rossi Stuart, alla fine della storia, acquisisce questa consapevolezza, ed ugualmente decide di rimanere accanto a suo figlio: è solo in quel momento che diventa davvero "l'eroe" del film.

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a cura di Emanuele P. (del 24/11/2006 @ 22:48:29, in Amarcord, linkato 2353 volte)

Gosford Park
(Gosford Park)
Robert Altman, 2001 (GB, Usa, Germania), 134'

Novembre 1932, in una lussuosissima villa, a Gosford Park, il ricco e donnaiolo William McCordie organizza un soggiorno con amici, uscita a caccia inclusa.
In realtà i suoi ospiti sono tutt’altro che “amici”, ed ognuno di loro può dire di avere un ottimo motivo per vederlo morto.
Assistiamo ad un fantastico circo: da un lato gli invitati che si affannano in discorsi futili, ipocrisie, atteggiamenti super snob, e nel “sottosuolo” tutto uno stuolo di maggiordomi, cuochi, valletti, donne di servizio che sparlano, spettegolano, si lamentano dei loro datori di lavoro.
Come da copione, durante una serata, subito dopo che si è consumato il più classico degli scandali (il signore che se la fa con una cameriera), il burbero lord viene trovato assassinato in biblioteca, con un bel coltello piantato nel petto.
Altman ci propone in quel momento una discreta serie di personaggi che si erano allontanati in modo sospetto e che dunque potevano essere additati come probabili colpevoli.
Solo dopo l’arrivo nella magione di un esilarante e goffo ispettore, scopriremo che in realtà il vecchio era stato avvelenato prima di essere pugnalato. Ucciso due volte insomma, e da due persone diverse.
Sono proprio l’ispettore ed il suo agente di fiducia la ciliegina su una torta già ben allestita; i due danno origine a siparietti grotteschi e divertentissimi, dimostrandosi chiaramente incapaci di cavare il più classico dei “ragni dal buco”.
Leggendo bene tra le righe si riesce ragionevolmente a comprendere dopo non moltissimo quale sia il reale colpevole ed il motivo per cui serbi così tanto rancore nei confronti del buon William, ma ciò non impedisce di gustare appieno due ore di cinema di altissimo livello.
Altman si diverte a soffermare lo “sguardo” della macchina da presa ora su indizi rilevantissimi, come l’ossessiva presenza di boccette di veleno in tutta la casa o alcuni primi piani molto rivelatori; ora su particolari assolutamente fuorvianti.
Gioca con lo spettatore, dimostrando grande classe ed abilità.
Insomma, saremo tutti più che lieti di trascorrere un breve ma intenso soggiorno a Gosford Park.

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a cura di Emanuele P. (del 23/11/2006 @ 15:15:22, in Amarcord, linkato 5116 volte)

L'uomo in più
(L'uomo in più)
Paolo Sorrentino, 2001 (Italia), 100'

Opera prima della premiata ditta S & S (Sorrentino & Servillo) campani D.O.C., dotati di enormi qualità e di una originalità quasi inconsueta per il cinemaccio italiano contemporaneo di Muccino, Veronesi e co.
L'uomo in più del titolo è quello che Antonio Pisapia - un ottimo Andrea Renzi - ormai anziano calciatore dalla carriera interrotta per un grave infortunio procurato in allenamento (e probabilmente causato volontariamente dai compagni in quanto il buon Toni si era rifiutato di partecipare all'organizzazione di una partita truccata) sogna di poter schierare in attacco una volta divenuto allenatore, utilizzando un insolito e pazzesco modulo a quattro punte.
Parallelamente, nella Napoli degli anni '80, un altro Antonio Pisapia (l'enorme Servillo), in arte Toni, è un cantante di grande successo, la cui carriera ormai al culmine viene però stroncata dal vizio della droga e soprattutto da uno scandalo relativo ad una sua relazione con una ragazza minorenne.
Nel giro di qualche anno perciò i due Antonio passano da idoli delle folle ad illustri signor Nessuno, sprofondando in enorme depressione.
Le loro due vite si incrocieranno fatalmente nel massimo momento di scoramento per entrambi, ma uno dei due "Antoni" saprà reagire davvero "di petto" alla vita, vendicando anche con un estremo gesto le angherie subite dall'altro.
Mitica la scena finale del pesce cucinato da gran gourmet (in crosta di sale) all'interno del carcere.

La prima opera di Sorrentino è un film davvero notevole, grandemente originale e coraggioso, affronta tematiche non semplici con grande naturalezza e decisione, senza lasciare fuori una giusta dose di ironia e di napoletanità (diverse scene sono recitate in partenopeo).
Servillo porta avanti il suo ruolo, così come Renzi, in modo magistrale.
Il buon Toni però ci mette qualcosa in più, con la sua recitazione sempre al limite tra il drammatico ed il comico, perfetta sintesi di una grandissima espressività e di un talento indiscutibile.
Insomma l'uomo in più, del cinema italiano questa volta, sembra proprio essere il poco più che trentenne regista napoletano.
Un piccolo, grande bijoux, che, come spesso succede, in pochissimi conoscono.

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a cura di Emanuele P. (del 22/11/2006 @ 14:58:13, in Amarcord, linkato 2627 volte)

Il Caimano
(Il Caimano)
Nanni Moretti, 2006 (Italia), 112'
uscita italiana: 24 Marzo 2006

Lo sport di punta nel nostro beneamato Stivale, subito dopo il calcio – o forse prima -, è il fare polemiche “a priori” riguardo argomenti dei quali si conosce poco o nulla.
Su questa linea è stato allestito prima dell’uscita de Il Caimano un can can mediatico di prima scelta, tutti opinionisti che, guardandosi bene dall’aver assistito ad una proiezione del film, lo criticavano, esprimevano la loro profumata opinione.
Una critica su tutte: è un film politico, di propaganda. Sparla di Berlusconi.
Vedendolo, avrebbero potuto quantomeno variare le loro ficcanti opinioni.
Moretti fa metacinema; il Caimano è infatti la storia di un film che non uscirà mai, che non verrà mai completato.
Silvio Orlando interpreta magistralmente un produttore del mondo tv-cinema-pubblicità, divenuto famoso per aver finanziato fortunate opere trash nei decenni passati (su tutte Cata-ratte, Maciste contro Freud, Stivaloni porconi), e che adesso è a corto di idee, registi e soprattutto, piccioli.
Una giovane ed ambiziosa regista-sceneggiatrice (la sempre più brava Jasmine Trinca) gli propone un copione che, senza neanche leggere, propone ai vertici Rai per un finanziamento.
Peccato che il film in questione sia, neanche troppo velatamente, ispirato alla vita di Berlusconi – o meglio al periodo del “suo” boom economico – ed al povero Bruno (Orlando appunto) viene quasi un colpo quando lo scopre (in una memorabile scena in auto, marchio di fabbrica morettiano).
Il finanziamento ovviamente non arriva più, ma un danaroso impresario dell’est è disposto a coprire le spese, solo se a interpretare il Caimano sarà un affermato attore dalle esilaranti manie sessuali (un grande Michele Placido).
Come da copione anche quest’ultimo si ritirerà dal progetto, passando a girare l’ennesimo inutile colossal, ed il ruolo andrà a finire a colui che all’inizio lo aveva rifiutato: il nostro Nanni.
Restano però solo i soldi per girare una scena finale, il tanto atteso giorno del giudizio in tribunale dello “pseudo” Cavaliere.
Moretti, come già accadde ne Il portaborse del suo amico Luchetti (già perculato a dovere in Aprile), interpreta alla perfezione la sua nemesi, un personaggio che incarna tutti i difetti che attribuisce alla classe politica italiana.
Nel cast hanno partecipato diversi registi affermati, trasformati per una volta in attori (tra cui il nostro diletto, Sorrentino, sposo di Margherita Buy con rito maoista), con risultati a tratti davvero esilaranti.

Tante polemiche, tanto parlare, ma poi tutto si dovrebbe spegnere ascoltando le parole dell’attore Moretti, durante una delle sue brevi apparizioni nel film, interno auto ovviamente.
Inizialmente ha rinunciato a interpretare il simil Berlusconi, dicendo che un film sul Cavaliere è assolutamente inutile.
Chi vuole sapere quelle cose, già le sa. E chi non vuole saperle, non lo vedrà ugualmente.

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a cura di Mario T. (del 21/11/2006 @ 21:13:03, in Sentieri Selvaggi, linkato 22836 volte)


L’opera originale a cui si fa riferimento è “Nietzsche contro Wagner”; non che abbia molte affinità con ciò di cui andremo a parlare, ma il cui titolo si prestava meglio ad essere manipolato per introdurre l’argomento di queste pagine . Ovvero che, se il buon Federico Wilhelm avesse potuto godere del piacere di andare al cinema, il suo film preferito sarebbe stato senza dubbio “Arancia Meccanica”, famoso e famigerato lungometraggio di Kubrick, tratto dall’omonimo romanzo di Anthony Burgess. Le argomentazioni proposte sono frutto di una libera e personale interpretazione del film.

Arancia Meccanica

Arancia Meccanica è un indiscusso capolavoro del cinema contemporaneo. Quando uscì nel 1971, complice il clima di quegli anni, falsi moralismi e ipocrisie ebbero gioco facile ad etichettarlo come un film proibito, istigatore alla violenza e privo di qualsiasi ritegno, tanto che Kubrick si vide costretto a interromperne la distribuzione. Oggi, dopo quasi trent’anni, Arancia Meccanica fa ancora fatica a scrollarsi di dosso la sua demoniaca nomea, nonostante dietro la brutalità di alcune scene e la crudeltà dei temi trattati si nasconda una profonda riflessione filosofica, oltre che la grandezza estetica del suo regista.

Il film comincia con un lungo primo piano del protagonista, Alex, seduto insieme con Pete, Georgie e Dim, i suoi tre scagnozzi, intento a sorseggiare cocktail non proprio ortodossi. Le serate dei quattro giovani si svolgono tra le strade di una Londra futurista (la città sembra un’esasperazione psichedelica degli anni ’70), tra ultraviolenza (come amano definirla), stupri, scontri fra gang. In queste fasi iniziali Kubrick ci mostra un vandalismo apparentemente immotivato e ingiustificato, ma è solo apparenza: in realtà è già svelata la vera natura del protagonista. Egli è un malvagio, ed è felice, gaio come un bambino; è un purista della violenza, è il trionfo del dionisiaco, dell’irrazionalità, dell’inconscio: l’aggressività scaturisce dalla sua stessa natura. I suoi sottoposti, invece, altro non sono che opportunisti, ladri, approfittatori. Essi sono mossi dallo spirito di emulazione, dalla cupidigia, dalla prepotenza, e lo dimostrano nel tradire senza esitazione il loro capobanda, lasciandolo inerme nelle grinfie della polizia. Così, in seguito ad una condanna per omicidio, ha inizio il processo rieducativo dello Stato nei confronti del giovane trasgressore della legge. Laddove la società ha fallito nella socializzazione e l'assoggettamento dell'individuo, subentrano gli istituti carcerari. Ma la prigionia non scalfisce minimamente l’essenza di Alex (come non scalfisce quella degli altri detenuti); occorrono misure drastiche, e la scienza si propone di fornire un rimedio. Il Governo, come da programma elettorale, ha finanziato un progetto di ricerca rivoluzionario per diminuire la criminalità, e lo stesso Ministro della Giustizia (preoccupato più di mantenere il consenso elettorale che di proteggere i cittadini) si reca in carcere per scegliere colui che servirà da cavia per l'innovativa cura Ludovico. Alex accetta di sottoporsi al trattamento senza sapere a cosa vada incontro, ma con la promessa di essere rilasciato dopo sole due settimane. La cura Ludovico si rivela disumana e disumanizzante: cone mezzi barbari e atroci si associa un forte malessere fisico alla visione o all’esercizio di violenze, impedendo così al paziente di compiere atti criminali. Il paziente è dunque privato del libero arbitrio: nonostante le proteste etiche e morali del cappellano della prigione (un personaggio tanto dileggiato satiricamente quanto importante), considerate inutili “sofismi”, la cura è portata a termine. Alex viene dunque rilasciato, e una volta tornato in libertà, la sua avventura si trasforma definitivamente in incubo: come fosse una fiaba, egli incontra uno alla volta tutti i personaggi che aveva maltrattato, dai quali ora non ha la possibilità di difendersi. Le vendette sono implacabili, una dopo l’altra, dalla rivalsa dei suoi ex-scagnozzi, divenuti poliziotti (assorbiti e strumentalizzati dalla stessa società che li ripudiava), alle torture di uno scrittore che inizialmente gli offre ricovero, poi, dopo averlo riconosciuto come il suo aguzzino, lo sevizia per vendicarsi, conducendolo al tentato suicidio. Il risveglio in ospedale di Alex è, però, anche il risveglio dall’incubo: la notizia del tentato suicidio ha scatenato i giornali e l’opinione pubblica sulla brutalità della cura Ludovico. Il Ministro della Giustizia, per conservare il suo fedele elettorato, non può che ammettere il fallimento delle buone intenzioni governative e tornare sui suoi passi. Il Governo rimarrà al fianco del disgraziato Alex fino alla sua completa guarigione; e la guarigione si rivelerà completa in tutti i sensi…

La prigionia sociale

In “Arancia Meccanica”, Kubrick ci offre un grottesco quanto realistico ritratto della società. Vista dall’esterno (il protagonista ne è palesemente al di fuori), sembra assumere il ruolo di antagonista. A cominciare dagli inetti genitori, passando per il ben più incisivo ma comunque inefficace carcere, essa tenta in tutti i modi di reprimere la natura di Alex, considerandola destabilizzante. Per vivere in armonia con gli altri, è necessario rispettare determinate regole, acquisire schemi mentali basati su dei valori ritenuti dogmaticamente giusti che, dal punto di vista di “Arancia Meccanica”, sopprimono l’istinto dell’essere umano, omologandolo. La società è dunque un bene o un male?

Nietzsche si figura la società come una prigione, dove l’uomo, dimentico di se stesso e della propria natura, è rinchiuso da sbarre fatte di valori falsi e opprimenti, di ideali sterili e anonimi. La società altro non è che l’omologazione dell’individuo, il tentativo di limitare l’animo umano, libero e creativo per natura, tramite le false illusioni della ragione. L’uomo è perciò uno schiavo, e ad esercitare il controllo su di esso sono le grandi ipocrisie della morale, come le religioni. L’ultima opera di Nietzsche, “Anticristo”, ne è il fulgido esempio: essa riconosce il cristianesimo come una tecnica di controllo e annientamento della vita. Strumentalizzando la paura della morte, il cristianesimo impone la repressione degli istinti, costringendo al senso di colpa, all’angoscia e alla sofferenza in nome di una falsa promessa (il paradiso).

Nietzsche ha quindi una visione decadente della società, dove la morale è solo uno strumento di vendetta dei deboli sui i forti, dove la religione è solo uno strumento di controllo dei furbi sugli ingenui. Ma chi ha provocato tutto questo? C’è un responsabile?

Socrate ha ucciso la tragedia

Ebbene, secondo Nietzsche i responsabili sono proprio i tanto decantati fondatori della cultura e del pensiero occidentale (appunto quella cultura che Nietzsche critica aspramente). Ma per ben comprendere il violento attacco alla filosofia socratica, bisogna fare un passo indietro, e risalire all’espressione della cultura prima dell’avvento di Socrate, durante quella che potremmo definire “età della tragedia”.

Nietzsche sostiene che la massima espressione della civiltà ellenica si sia verificata con l’avvento della tragedia: la capacità tragica di mettere a nudo la natura umana, ossia il connubio tra le due grandi forze che animano i greci, l’apollineo e il dionisiaco, dischiude la comprensione della realtà e dell’essere umano stesso. Il dualismo tra apollineo e dionisiaco rappresenta inoltre il contrasto degli opposti (ordine e caos, generazione e corruzione), considerato fondamento ontologico della vita.

Con Socrate, questo dualismo viene a mancare. La filosofia socratica, acclamata da molti come la nascita del glorioso pensiero occidentale, è interpretata da Nietzsche come nascita della decadenza. Socrate impone il primato della ragione sull’irrazionalità, “tagliando fuori” l’elemento dionisiaco. Il suo famoso concettualismo, con il quale pretende di racchiudere in concetti l’esistenza, uccide l’uomo tragico, lasciando il posto all’uomo teoretico che, grazie anche all’analogo ottimismo dell’allievo Platone, si costruirà un mondo fatto di apparenze, un castello di vetro dove affermare il proprio dominio sulla vita. Un dominio che risulterà, per l’appunto, fittizio. Se la tragedia greca è morta, non è morta e mai morirà la dimensione tragica dell’uomo, che, imprigionata in questo castello di vetro, si sfoga nel malessere della società: quel malessere rappresentato da Kubrick in “Arancia Meccanica”, o semplicemente il malessere che si manifesta tutti i giorni davanti i nostri occhi.

Alex: il freigeist

Il quadro finora descritto da Nietzsche non è dei migliori; tuttavia egli ritiene che sia ancora possibile per un uomo vivere in modo autentico, libero dalle illusioni. Quest’uomo è libero dal giogo della religione e della morale, dai vincoli della ragione: è in grado di liberare la propria parte irrazionale, di abbandonarsi alla danza dionisiaca del suo istinto. Nietzsche lo definisce “spirito libero” (in tedesco freigeist), il grande scettico, colui che diffida della ragione, che “penetra le carni della vita”. I suoi nemici sono le grandi ipocrisie moralistiche e i loro inventori, come Socrate, come Rousseau.

M. (Michel Ciment)Al contrario di Rousseau, lei crede che l’uomo nasca malvagio e che la società lo renda peggiore?

K. (Stanley Kubrick)Non la metterei in questi termini. Penso che Rousseau, trasferendo il concetto di peccato originale dall’uomo alla società, si sia reso responsabile di un sacco di analisi sociali fuorvianti che poi seguirono. Non credo che l’uomo sia quello che è a causa di una società strutturata imperfettamente, ma piuttosto che la società sia strutturata imperfettamente a causa della natura dell’uomo. Nessuna filosofia fondata su un’errata visione della natura dell’uomo è destinata a produrre effetti sociali positivi.

(da “Kubrick”, di Michel Ciment, edizioni Rizzoli)

In “Arancia Meccanica”, Alex è lo spirito libero, il freigeist. Non ha paura di nulla, e si abbandona con coraggio all’irrazionalità. Alex è la manifestazione di tutti gli istinti e gli impulsi di cui la società ci ha privato, è la natura umana messa a nudo, libera, svincolata dagli schemi della ragione. Alex è la vita, pura e semplice. Nell’esercizio della sua amata “ultraviolenza”, egli è felice, come un bambino. E per quanto possa compiere nefandezze e crudeltà, suscitando la disapprovazione dello spettatore, lo spettatore stesso non riesce a non rimanerne affascinato. Tutti condannano le azioni di Alex, eppure tutti rimangono ammaliati dal carisma del personaggio. Perché? Nessuno può spiegarcelo meglio del Maestro stesso.

M. In Arancia Meccanica, Alex è un personaggio malvagio come lo era Stranamore, però Alex sembra in un certo senso meno repellente.

K. Alex possiede vitalità, coraggio ed intelligenza, ma non si può non vedere che è completamente malvagio. Nello stesso tempo c’è uno strano tipo di identificazione psicologica che si verifica gradualmente con lui per quanto il suo comportamento possa respingervi. E questo per due motivi. Prima di tutto, Alex è sempre assolutamente onesto nel suo racconto in prima persona, forse fino al punto di soffrirne. In secondo luogo perché ad un livello inconscio io sospetto che tutti abbiamo in comune certi aspetti della personalità di Alex.

M. Come spiega questa specie di fascino che Alex esercita sul pubblico?

K. Penso che sia da attribuirsi al fatto che possiamo identificarci con Alex ad un livello inconscio. Gli psichiatri spiegano che l’inconscio non ha coscienza – e forse nel nostro inconscio siamo tutti degli Alex in potenza. Se non diventiamo come lui, è forse solo per la morale, la legge e talora per il nostro carattere innato. Questo crea magari disagio in certa gente e spiega in parte alcune controversie che sono sorte riguardo al film. Forse sono incapaci di accettare questa visione di se stessi. Ritengo peraltro che si possano ritrovare in buona parte gli stessi fenomeni psicologici nel Riccardo III di Shakespeare. Non si dovrebbe provare che dell’antipatia nei confronti di Riccardo, eppure quando questo ruolo viene interpretato con un po’ di umorismo e un po’ di charme, ci si trova gradualmente ad identificarsi con lui. Non perché si simpatizzi con l’ambizione o con le azioni di Riccardo, o perché il personaggio ci piace, o vogliamo che la gente si comporti come lui; ma perché, seguendo il dramma, lui penetra gradualmente nel nostro inconscio ed avviene una identificazione eni recessi della mente. Nello stesso tempo credo che nessuno, finito lo spettacolo, se ne vada pensando che Riccardo III o Alex siano un tipo di persona da ammirare e a cui si dorevbbe assomigliare.

(da “Kubrick”, di Michel Ciment, edizioni Rizzoli)

Gli uomini sono tutti spiriti liberi in potenza (per rifarsi all’espressione di Kubrick), ma la stragrande maggioranza di essi si lascia “vincolare”.

La volontà di potenza

Martin Heidegger definirà la volontà di potenza come “la volontà che vuole se stessa”, ovvero la volontà dell’individuo di affermarsi come volontà. Di fronte al nulla dei valori, all’assurdità del mondo, alla realtà della sofferenza, essa rappresenta la resurrezione dell’uomo. Non bisogna mistificare il termine “volontà di potenza” confondendolo con predominio, potere: la volontà di potenza non è semplice affermazione sugli altri, come quella che esercitano Pete, Dim e Georgie (gli scagnozzi di Alex); non è mediocre e volgare violenza. E’ la volontà di affermare se stessi e la propria natura, come fa Alex: la sua violenza non è per niente mediocre e volgare, è l’espressione del suo essere. Ma la volontà di potenza significa anche affermare la propria prospettiva sul mondo. La prospettiva di Alex si estende al resto del mondo?

M. Lei tratta la violenza creando quasi una distanza critica.

K. Forse perché la vicenda, sia nel romanzo sia nel film, viene raccontata da Alex, e tutto quello che succede è visto attraverso i suoi occhi. E’ quel suo modo alquanto speciale di considerare quello che fa che produce in qualche effetto nel distanziare la violenza.

(da “Kubrick”, di Michel Ciment, edizioni Rizzoli)

I suoi scagnozzi, invece, rimangono fedeli al loro vile opportunismo. Lo Stato (la società) rifiuta Alex, e dopo aver fallito la “rieducazione” (la cura Ludovico), decide di servirsene per controllare gli altri (la riconciliazione finale con il Ministro della Giustizia, che in ospedale lo imbocca con il cucchiaio in una scena carica di allegoria). Questo è anche il motivo per cui non si potrà parlare di Alex “superuomo”, ma solo di Alex “spirito libero”, poiché l’Ubermensch (superuomo) è al di là dell’uomo presente, è una “tappa” successiva, uno stadio più avanzato, come l’uomo è rispetto alla scimmia. Egli condurrà l’umanità ad una fase successiva, ma questo non è il caso di Alex.

Colonne sonore

Uno dei tanti meriti da attribuire a Kubrick nel campo cinematografico è l’uso della musica classica all’interno di un film. Da considerarsi una scelta totalmente innovativa, se si esclude “Fantasia” di Walt Disney (1940), nato però con altri presupposti. “Il Dott. Stranamore” è il primo di una lunga serie di produzioni in cui il Maestro utilizzerà come colonne sonore brani sinfonici: le musiche di Beethoven, Strauss, Ligeti e molti altri segneranno la storia del cinema, come nell’epocale “2001 Odissea Nello Spazio”.

In “Arancia Meccanica”, Alex ha una passione fervente per Ludovico Van (così chiama Beethoven): è voluto che sia appassionato proprio di Beethoven, e non, ad esempio, di Mozart. Per Nietzsche, mentre l’apollineo si esprime con l’armonia e la compostezza formale nella scultura o nell’architettura, il dionisiaco esplode violento nella musica. Non la musica armoniosa e formale di un Mozart, ma la musica feroce e passionale di un Beethoven. Non è un caso che Nietzsche fosse il più grande amico e ammiratore di Wagner (prima della rottura fra i due). Wagner sostiene che la musica sia l’arte dell’interiorità, lingua dell’inesprimibile, dell’irrazionale; la musica riflette la vita elementare dei sensi, ed essendo la forma d’arte più lontana dal concetto, rigetta l’uomo nella sua originaria dimensione. Sia la musica di Wagner che di Beethoven è immediata, composta d’impulso.

M. Alex ama lo stupro e Beethoven: dunque secondo lei, non c’è un effetto diretto dell’arte sulla realtà.

K. Penso che ciò dimostri il fallimento della cultura nel produrre un qualche miglioramento etico sulla società. Hitler amava la buona musica, e molti capi nazisti erano uomini colti e sofisticati, ma ciò non giovò molto a loro, né a chiunque altro.

(da “Kubrick”, di Michel Ciment, edizioni Rizzoli)

Titoli di coda
Nelle poche interviste rilasciate (appariva raramente in pubblico), Kubrick non ha mai parlato esplicitamente di un’influenza nietzscheana nei suoi lavori, tanto meno in “Arancia Meccanica”. A pensarci bene, non ne ha mai parlato neanche implicitamente: sono i suoi film ad aver parlato per lui, e questa è la mia personale chiave di lettura per uno dei più grandi capolavori di uno dei più grandi registi.
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a cura di Emanuele P. (del 20/11/2006 @ 23:14:54, in Frames, linkato 4046 volte)

Splendido piano sequenza dal film:

Professione Reporter
(Professione Reporter)
Michelangelo Antonioni, Italia (1974), 126'

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Pagine: 1 2


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