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 Fellini ....... di Emanuele P.
 
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Non è necessario che un regista sappia scrivere ma, se sa leggere, aiuta.

Billy Wilder
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
a cura di Emanuele P. (del 31/10/2006 @ 14:55:42, in Amarcord, linkato 4155 volte)

Le avventure acquatiche di Steve Zissou
(The life aquatic with Steve Zissou)
Wes Anderson, 2004 (Usa), 118’

Wes Anderson è un regista giovane e davvero originale. Già con i Tenenbaum aveva colpito tutti con il suo stile favola-parodia, con un film zeppo di attori di rango che non hanno nessun problema a prendersi in giro. Le avventure acquatiche di Steve Zissou ne è un ideale seguito, in quanto ricalca il medesimo stile e la stessa atmosfera, seppur cambiando quasi totalmente i protagonisti (Owen Wilson e Anjelica Huston a parte) e offrendo il ruolo del marpione protagonista che era stato di Hackman ad un fantastico Bill Murray.
E’ proprio Murray a far passare di categoria questo film, da ottimo a capolavoro, con la sua interpretazione magistrale. Lo Steve Zissou del titolo è infatti il buon Bill, una riuscitissima parodia del mitico Jacques Cousteau - a cui è dedicato il film - , documentarista di avventure marine - perennemente munito di cappello rosso da nano come tutta la sua ciurma - che, dopo aver perso a causa di un temibile squalo giaguaro il suo fidato amico e collega, giura vendetta alla bestia e si decide a mettere su l’ennesimo equipaggio per una nuova avventura.
Accoglierà il figlio illegittimo (e neanche tanto figlio come si capirà poi) Owen Wilson, si lascerà e riprenderà con la moglie Anjelica Huston, baccaglierà con la bella e panciuta (perché incinta) Cate Blanchette, ed affronterà una lunghissima avventura in mare, con tanto di pirati del duemila, insieme al suo assurdo equipaggio, capeggiato da un grandissimo William Dafoe in versione bambinone troppo cresciuto.
Dagli oblò della sua incredibile nave, con saune e laboratori incorporati, potremo scorgere un bestiario di animaletti fantastici ed assolutamente inventati (pesci fosforescenti, meduse luminescenti, granchi zebrati) e meravigliarci per le incredibili circostanze cui assistiamo.
La sequenza dell'incontro con il terribile e magnifico squalo giaguaro è memorabile.

Il finale dolceamaro, come già nei Tenenbaum, farà scorrere qualche lacrima ai più sensibili e piagnoni, ed emozionerà certamente tutti.
Piccolo capolavoro.

La frase: "E' come minimo una specie in via di estinzione, quale può essere il fine scientifico di ucciderlo?
La vendetta".

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a cura di Mario T. (del 29/10/2006 @ 02:05:40, in Al Cinema, linkato 2788 volte)


Thank you for smoking
(Thank you for smoking)
Jason Reitman, Usa (2006), 92’
uscita italiana: 1 Settembre 2006

Padre di famiglia (divorziato) e rappresentante di una delle maggiori case produttrici di sigarette statunitensi, Aron Eckhart ci racconta con stile ed eleganza l’apogeo e la caduta della sua brillante ed estrosa carriera, senza indulgenza. Il giro di vite di un senatore “verde” (William H. Macy) contro il tabacco lo costringe ad elaborare nuove strategie comunicative per sconfessare agli occhi dei consumatori le contraddizioni etiche della sua multinazionale; a complicare le cose c’è da una parte una giornalista (Katie Holmes) che prima lo seduce e poi lo “sputtana” con un articolo in prima pagina, dall’altra la responsabilità nei confronti del giovane figlio (Cameron Bright) che, a dieci anni, si cimenta per la prima volta con l’etica e la morale.

La chiave di lettura del film va ricercata nel rapporto fra padre e figlio: quando il primo è chiamato a rispondere del suo sorriso stampato in faccia nonostante le migliaia di vittime causate dal fumo, la sua risposta è la stessa versione ufficiale data ai talk show, alle associazioni di consumatori e alla stampa, e non fa una piega: l’autodeterminazione dell’individuo, tradotta per il figlio nella libera scelta fra un gelato alla cioccolata ed uno alla vaniglia, e non in una sterile discussione su quale fra i due sia il gusto migliore – discussione peraltro irrisolvibile non potendo confutare un gusto altrui. Non si tratta di un banale escamotage, ma del principio liberale – non liberista, che è cosa ben diversa – scaturita da una matura consapevolezza relativista spesso sottolineata nei dialoghi del film. I nodi, però, devono ancora venire al pettine, perché che ne ferisca più la sigaretta che la spada, è un dato di fatto che resta, e di fronte al proprio figlio resta anche la responsabilità educativa. Il dilemma anima il percorso del protagonista che lo risolverà solo alla fine: in sede di commissione, il senatore gli chiede se, in nome di questo suo principio, avrebbe consentito al figlio una volta divenuto diciottenne di fumare, ed Aaron Eckhart gli risponde di sì rimanendo coerente con sé stesso (e sconfiggendo in commissione le proposte del senatore). Allo stesso tempo, però, decide di dimettersi e di abbandonare l’industria del tabacco per adempiere al compito di educatore e tentare di fare la cosa giusta per suo figlio, augurandosi che non cominci mai a fumare. L’esempio perfetto di come liberalismo e relativismo non significhino nichilismo e assenza di etica, piuttosto la non imposizione della propria – fallibile – etica e la tolleranza delle morali individuali.

Politicamente scorretto nei brillanti e vivaci dialoghi e per la tematica trattata, Thank you for smoking – titolo decisamente azzeccato e fortunatamente non tradotto – non vuole certo svolgere una funzione documentaristica sull’industria del tabacco, al contrario quest’ultima sembra più un pretesto per filosofeggiare dei temi suddetti, con leggerezza ma non con superficialità. Il film scorre veloce e si lascia vedere con molto piacere, non ostenta mai le sue qualità e manca completamente di qualunque stucchevole e leziosa pretesa morale; d’altronde, sarebbe stato decisamente un paradosso…

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a cura di Emanuele P. (del 27/10/2006 @ 20:59:46, in Al Cinema, linkato 3196 volte)

Scoop
(Scoop)
Woody Allen, 2006 (GB-Usa), 96’
uscita italiana: 6 Ottobre 2006

Nonostante non sia tra i più accaniti ammiratori di Woody Allen e della sua comicità, ammetto che Scoop mi ha colpito particolarmente.
Messo alle spalle lo sbiadito Match Point, il nostro buon Woody si diverte ad allestire un godibilissimo thriller-commedia, grottesco e divertente, in cui si ritaglia un perfetto ruolo da logorroico prestigiatore, nonché compagno di avventure della burrosa e per l'occasione occhialuta Scarlett Johansson.
La giovane prediletta di Allen è infatti una apprendista giornalista, che riceve dall’aldilà una soffiata per lo scoop del decennio: un giovane ed attraente rampollo di una delle migliori famiglie di Londra (un ottimo Hugh Jackman) è in realtà l’autore dei numerosi delitti attribuiti al “killer dei tarocchi”.
Sfruttando la sua bellezza e l’appoggio un po’ maldestro del mago Woody, si insinua nella vita del giovane, fino ad innamorarsene sul serio, arrivando a scoprire la scomoda verità (e l’annesso scoop del titolo).
Il personaggio di Woody è semplicemente esilarante, logorroico e dai mille intercalari (su tutti il “con tutto il dovuto rispetto” che ripete freneticamente in ogni occasione), ed è valorizzato da una storia accattivante ed abbastanza originale.
Sarcasmo ed ironia si sprecano, mentre la Johansson amoreggia con il misterioso Jackman.
Molto originale poi il rapporto con “l’aldilà” (rappresentato come una barca in penombra su cui spicca il profilo della Morte con tanto di falce come da copyright), con il reporter d’assalto morto che torna di tanto in tanto per dare consigli o soffiate a Scarlett e Woody per proseguire con le “indagini”.
Risate e mistero, il successo è garantito… come lo scoop.

La frase: "Sai, io non ingrasso di un grammo, perchè ... ecco la mia ansia funziona come l'aerobica... faccio ginnastica così".

"Io come nascita sono di confessione ebraica, ma poi crescendo mi sono convertito al narcisismo".

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a cura di Emanuele P. (del 25/10/2006 @ 14:22:28, in Al Cinema, linkato 3813 volte)

Miami Vice
(Miami Vice)
Michael Mann, 2006 (Usa), 134’
uscita italiana: 6 Ottobre 2006

Mettiamo subito in chiaro una cosa: il Miami Vice film non ha niente in comune, se non i nomi dei protagonisti, con il Miami Vice telefilm (prodotto dallo stesso Mann).
Il buon Michael infatti costruisce un’opera visivamente appagante ma dalla trama davvero esilina ed a tratti addirittura stancantemente noiosa. Inutile dire che per un presunto film d’azione non è il massimo.
D’altronde la tendenza ad appesantire un po’ troppo i film è prerogativa del regista americano (vedi Heat che, come diceva pure il saggio Moretti, vive quasi solo delle personalità di Pacino e De Niro). Ed in effetti Mann ultimamente con il buon Collateral aveva provato una nuova, percorribile, strada.
L’ambientazione ed il tono un po’ notturno e dark, le scene volutamente sfuocate e diverse altre caratteristiche di Miami Vice in effetti ricordano da vicino il film con protagonista lo slavato Cruise, ed il risultato è piuttosto buono. Le note positive però terminano qua, o quasi.
Il vero protagonista infatti è un quanto mai mediocre Colin Farrell (Don Johnson è su un altro pianeta), e la sua storia d’amore un po’ travagliata con la meravigliosa Gong Li (eccellente la sua interpretazione). A far da cornice ci sono delinquenti vari e carichi misteriosi, intrighi, infiltrati, oltre al collega di Farrell, Jamie Foxx, pupillo di Mann e decisamente sottotono.
Poche davvero le sequenze d’azione, girate con stile non particolarmente originale, ma comunque piacevole. Per carità aborriamo anche noi i film tutti esplosioni, sparatorie e colpi di scena insensati, ma Mann ci propone un surrogato un po’ sbiadito del suo miglior cinema (a tratti sopravvalutato per dirla tutta).
La vera ed unica luce di questo film è Gong Li, come sembra far notare anche lo stesso Mann affidandole in una delle ultime scene del film un primo piano intensissimo e rivelatore.
Insomma questo Miami Vice è un’opera astratta e un po’ fine a se stessa, che ha pesanti punti deboli nei due protagonisti maschili e nella trama poco originale e dallo svolgimento ampiamente prevedibile.

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a cura di Mario T. (del 24/10/2006 @ 12:30:07, in Al Cinema, linkato 2590 volte)

Il vento fa il suo giro
(Il vento fa il suo giro)
Giorgio Diritti, 2006 (Ita), 110’
uscita italiana: 20 Ottobre 2006 (RomaFilmFest)
 
Un produttore balbuziente e un “giovane” regista sulla cinquantina al suo esordio: sono loro a presentare il film di chiusura del ciclo New Cinema Network per la Festa di Roma, e, così come loro, il lungometraggio si presenta decisamente genuino e casereccio, dall’ambientazione alla regia.
Una famiglia francese (Thierry Toscan e Alessandra Agosti con annessi figli) che alleva capre e produce ottimo formaggio decide di trasferirsi in un paesino occitano del Piemonte di poche decine d’abitanti, e la loro ammissione nella piccola comunità locale diventa un affare di Stato per l’amministrazione locale; inizialmente prevalgono sentimenti di apertura e di accoglienza verso i nuovi arrivati, ma, come si dice, il paese è piccolo e la gente mormora. Basta poco e le diversità culturali fra gli autoctoni e i nuovi arrivati si trasformano in ostacoli, fino a che le continue e subdole vessazioni non costringono la famigliola francese a fare nuovamente i bagagli.
Il tema dell’integrazione e l’ambientazione richiamano alla mente Dogville, ma l’astrazione del film di Von Trier – enfatizzata anche dall’originale scenografia – vuole indagare l’animo umano offrendo una visuale antropologica e a tratti filosofica dei rapporti sociali; Diritti, invece, cerca di impostare una chiave di lettura sociologica, in certi momenti quasi politica della storia, non mancando di fare continui e ripetuti riferimenti all’attualità.
Stilisticamente il film ha i suoi alti e i suoi bassi, la macchina da presa talvolta appare un po’ impacciata, e si ha l’impressione che la funzione narrativa sia svolta esclusivamente dai dialoghi; le musiche originali hanno uno stacco troppo netto rispetto alla generale silenziosità delle sequenze. E’ un lavoro abbastanza artigianale, e si vede, ma anche questo fa parte del suo fascino, come del resto lo spettacolare paesaggio montuoso tutto italiano – nel quale sono compresi la maggior parte degli attori, quasi tutti non professionisti, che si sono autorappresentati sullo schermo e ai quali va dato atto di averlo fatto senza alcuna indulgenza.
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a cura di Emanuele P. (del 23/10/2006 @ 13:13:29, in Amarcord, linkato 3352 volte)

Un tranquillo weekend di paura
(Deliverance)
John Boorman, 1972 (Usa), 109’

Quando si parla di “cinema di genere”, in realtà molto spesso non si ha la minima idea di cosa si stia ciarlando. Ed, in effetti, una arida distinzione tra cinema di genere, d’autore, di spazzatura o di cos'altro è, come la maggior parte delle classificazioni, opera inutile ed anche dannosa.
Pero' se mai si dovesse azzardare un elenco di film annoverabili nella categoria “cinema di genere”, Un tranquillo weekend di paura dovrebbe sicuramente figurare tra i primissimi nomi.
L’opera di Boorman (che avrebbe poi diretto il sequel dell’esorcista ed altri dimenticabili film) è un riuscitissimo mix di generi classici: c’è l’avventura, il thriller, il drammatico, a tratti anche un po’ il musicale (memorabile la scena del “duello dei banjo” con la celeberrima melodia poi usata ovunque, comprese pubblicità varie).
E’ proprio il sonoro uno dei punti forti di Deliverance (titolo originale, enormemente diverso da quello italiano). Infatti, come già fatto dall’accoppiata Leone-Morricone con il carillon in Per qualche dollaro in più, Boorman ci propone la musica che dapprima proviene dall’interno della narrazione (i due banjo del “duello” di cui sopra), e poi col proseguire della storia finisce con l’estranearsi, arrivando “dall’esterno” e divenendo sempre più acuta.
Di conseguenza mentre nei primi istanti del film la melodia risulta allegra, piena di brio e quasi un trade d’union tra i quattro forestieri e gli indigeni del luogo, col passare del tempo diviene sempre più inquietante tanto da sottolineare con i suoi toni acuti i momenti con maggior tensione della narrazione (ed il conseguente cambiamento dei rapporti tra i quattro e gli strani abitanti del posto).
Qualche parola va spesa anche per i quattro protagonisti, che, su tutti Jon Voight e Burt Reynolds, sono perfetti per ruoli molto stereotipati (il coraggiosone un po’ bullo, l’assicuratore cialtrone, l’hippy redento, l’onesto padre di famiglia) e che anche durante le scene più pericolose non hanno mai utilizzato controfigure, presi com’erano dai loro personaggi.
Le sequenze sul fiume e quelle della scalata della montagna da parte di Voight sono semplicemente perfette.
Si tollera così durante tutto il film (neanche tanto in sordina) un continuo atto d’accusa nei confronti del progresso che non tiene conto della natura, distruggendola senza pietà – su tutto, le betoniere dei primi secondi di proiezione che seguono alle immagini del fiume che scorre libero e vitale - .

Se avete un’ora e mezza libera, vi consiglio ti intraprendere insieme a questi quattro strani conoscenti (e non amici) un viaggio nel cuore della natura più selvaggia e degli strani personaggi che ancora la abitano.
Ma attenzione, il weekend sarà tutto meno che tranquillo.

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a cura di Emanuele P. (del 20/10/2006 @ 22:45:00, in Al Cinema, linkato 4430 volte)

Snakes on a plane
(Snakes on a plane)
David R. Ellis, 2006 (Usa), 100'
uscita italiana: 29 Settembre 2006

Prendete il più classico dei disaster movie, con un bel viaggio in aereo disturbato da mille catastrofi.
Aggiungete quindi una enorme quantità di alligatori assassini e una giusta dose di gnocca, che non guasta mai.
Otterrete questo Snakes on a plane, "serpenti su un aereo" appunto - modo di dire americano per indicare qualcosa di assurdo - onesto film imperneato su un più che mai glabro Samuel L. Jackson e sui simpatici e squamosi amici dal grande sense of humor.
Questi goliardici serpenti, in apertura addentano il seno nudo di una tipella che si stava trastullando nel bagno dell'aereo in compagnia del palestrato fidanzato, quindi mordono il gingillo di famiglia di un ignaro giovanotto che provava a liberare la sua vescica alla toilet, infine molestano una zitella over size mentre dorme placida durante il volo.
Arrivano, strisciando, ovunque, e sbucano da ogni luogo. Uccidono ovviamente i piloti, i personaggi inutili, ma lasciano sopravvivere i più amati protagonisti.
Ed è proprio il re del veivolo Samuel L. che prende in mano la situazione e porta a terra sano e salvo il testimone causa di tutto il casino, con annesso l'aereo.
Una volta a terra non può mancare il tacchinaggio delle hostess un po' top model che, ovviamente, ci stanno.
Poco importa che a permettere l'atterraggio sia stato un ominide che basava tutta la sua esperienza di volo su simulazioni della Play Station, o che i serpenti erano usciti dalle casse a causa di una bomba, che sarebbe stato più utile usare per disintegrare direttamente aereo e testimone, senza correre eccessivi rischi.
Ma i goliardici serpenti erano la parte fondamentale della narrazione, e non potevano certo mancare.
Il film finisce spesso col divenire la parodia di sé stesso, ma volontariamente e con un certo stile.
Snakes on a plane, alla fine, fa ridere di pancia più che terrorizzare. Ma credo proprio fosse questo l'intento di regista e attori, e l'obbiettivo viene centrato in pieno.

La frase: "Quando è troppo, è troppo. Io sono stanco di questi fottuti serpenti su questo fottutissimo aereo. Allacciatevi le cinture, adesso aprirò qualche finestrino" (inutile dire che la versione americana rende molto di più).

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a cura di Mario T. (del 20/10/2006 @ 01:10:21, in Al Cinema, linkato 1960 volte)


Kontakt
(Kontakt)
Sergej Stanojkovski, 2005 (Germania – Macedonia), 95’
uscita italiana: 16 Ottobre 2006 (RomaFilmFest)

Il primo impatto con la Festa del Cinema di Roma è stato decisamente positivo; dietro le strategie di comunicazione di un sindaco che certamente sa vendersi bene si svela la sostanza di un progetto che ha un suo perché. Così la politica dell’ottimismo e dei buoni sentimenti veltroniani trova la sua legittimazione in una festa che si rivela davvero popolare, e non nel senso deteriore del termine ma nella sua accezione migliore. Kontakt, ad esempio, è il tipico film che di popolare ha ben poco, soprattutto al botteghino, ma che il RomaFilmFest ha saputo valorizzare proprio agli occhi degli cittadini/spettatori, i quali peraltro hanno potuto godere di un rapporto diretto e senza filtri con il regista subito dopo la proiezione.

Girato in un anonimo paesino della Macedonia, Kontakt è una storia fuori dal tempo e dallo spazio, priva di qualsiasi riferimento all’attualità. Al centro del film vi è l’amore ed attorno a questo tema universale gravitano i due protagonisti, Yanko e Zana, uno uscito di prigione, l’altra da un manicomio. L’avanzo di galera (Nikola Kojo) ingaggiato dai genitori di Zana (Labina Mitevska) per ristrutturarle la casa dove l’hanno praticamente abbandonata, da orso burbero qual è, sembrerebbe la persona meno indicata per normalizzare lo squilibrio sociale di cui soffre la donna; eppure fra i due scatta qualcosa che finirà col legarli per sempre.

La banalità della trama si accompagna all’estrema semplicità dei dialoghi – comunque ben scritti e a tratti molto divertenti – ma è proprio l’assenza di qualunque enfasi visiva e sonora che finisce col rappresentare meglio la funzione catartica dell’amore, questa forza purificatrice che senza alcuna necessità di mettersi in mostra opera nei due personaggi un’interna e radicale trasformazione fino a salvarli.

Decisamente in controtendenza, dunque, non solo per il modo di fare cinema – lontano dagli schemi commerciali – ma soprattutto per come l’autore ha scelto di rappresentare un sentimento così inflazionatamente drammatizzato e spettacolarizzato quale l’amore, Kontakt è un film interessante, probabilmente di nicchia, e che vale la pena di essere visto.
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a cura di Emanuele P. (del 16/10/2006 @ 13:08:11, in Al Cinema, linkato 3929 volte)

Slevin - Patto Criminale
(Lucky Number Slevin)
Paul McGuigan, 2006 (Usa), 109'
uscita italiana: 25 Agosto 2006

La visione di questo film ha rappresentato per me una graditissima sorpresa.
Il buon McGuigan, infatti, mette in piedi un piccolo capolavoro di stile, in cui sfrutta mille espedienti puramente estetici per colpire lo spettatore.

Due esempi su tutti:
- il personaggio di Lucy Liu, per assurdi dettami della sceneggiatura, doveva risultare decisamente più bassa di Hartnett (in realtà è più alta). Per questo vengono usati tutti i trucchi prospettici di questo mondo, un po' come aveva già fatto nel Signore degli Anelli Peter Jackson con l'attore che interpretava il nano Gimli. Il risultato è ottimo.
- Josh Hartnett recita per la prima metà del film a dorso nudo, avendo solo un'asciugamano legata alla vita, appena uscito dalla doccia infatti viene coinvolto in mille peripezie perchè scambiato per un uomo che in realtà non esiste più (qui viene citato esplicitamente Hitchcock ed il suo Intrigo Internazionale).

Anche solo osservando l'arredamento degli interni, la carta da parati, i mobili, e l'architettura tout-court degli edifici, si comprende la grande attenzione del regista e degli scenografi per quanto riguarda il puro gusto estetico, che finisce col divenire parte integrante della narrazione.
Verboso come solo le opere del Tarantino dei bei tempi, Slevin è un film Pulp a tutti gli effetti, dotato però di quello stile british, eredità delle origini scozzesi del regista McGuigan.
I protagonisti poi, su cui spicca un grandissimo Bruce Willis, sono perfetti.
Come Freeman e Kingsley, due boss ormai attempati, che vivono "murati" nelle loro residenze perchè impauriti che uno possa assassinare l'altro.
Passato e presente si alternano durante tutta la narrazione, conducendo per mano lo spettatore a comprendere il finalone a sopresa (mica tanto se si è seguito un po' attentamente la storia).
Insomma un film assolutamente da non perdere, il Pulp di qualità è tornato.

La frase: "Pensi che questa sia una storia assurda? Charlie Chaplin partecipò a Montecarlo ad un concorso per sosia di Charlie Chaplin e arrivò terzo. Questa è una storia assurda".

"Mio padre diceva sempre: la prima volta che ti chiamano asino gli dai un pugno sul naso, la seconda volta che ti chiamano asino gli dici stronzo, ma la terza volta che ti chiamano asino bhé forse è ora che ti vai a comperare una soma".


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a cura di Emanuele P. (del 16/10/2006 @ 12:08:03, in Al Cinema, linkato 2692 volte)

Pirati dei Caraibi - La Maledizione del forziere fantasma
(Pirates of the Caribbean: dead's man chest)
Gore Verbinsky, 2006 (Usa), 150'
uscita italiana: 13 Settembre 2006

I film di Cappa e Spada appartegono senza dubbio a quella categoria di opere senza tempo e sempre gradevoli. La Disney lo ha capito fin troppo bene, ed ha messo su una ciurma (è proprio il caso di definirla così) in grado di fare rivivere antichi fasti al genere.
Verbinsky è abile ad incentrare anche questo secondo capitolo, come La Maledizione della Prima Luna, sul capitano Sparrow/Depp, grandioso interprete di un personaggio particolarissimo, effemminato eppur donnaiolo (i vari schiaffi presi anche per corrispondenza da simpatiche donzelle lo attestano), scaltro, idealista e soprattutto, vero pirata.
E' proprio Depp che conduce il film al salto di qualità, con il suo modo mai banale di affrontare qualsiasi assurda situazione, ma anche con la sua profonda dignità e tutto sommato eroica vena da capitano (la scena dello "scontro" finale col kraken è significativa).
Bloom e la sempre più anoressica Knightley sono onesti comprimari del superbo Johnny, ed aiutano a tirare avanti la carretta e gli incassi del film con i loro nomi.
L'atmosfera sempre in bilico tra azione e parodia è il punto forte anche di questo sequel, e ci fa dimenticare che tutto sommato la trama è davvero troppo simile a quella del precedente film (aridaglie con la maledizione, aridaglie col forziere, aridaglie con i nemici immortali).
Le due ore e mezzo di durata però non si avvertono minimamente, e ci si ritrova molto presto di fronte al finale che risulta palesemente un "to be continued" piuttosto che un "end" vero e proprio, con un aggancio per il terzo seguito messo lì ben in vista.
Cacchio c'è da salvare Johnny dalla morte, mi pare ovvio che serve un nuovo film.
Senza di lui, non c'è storia.

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Pagine: 1 2


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