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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
Uma Thurman dal film:
Kill Bill: Vol. 1 (Kill Bill: Vol. 1) Quentin Tarantino, Usa (2003), 110'
Pillole di Tarantin-cinema: il piano sequenza.

La notte non aspetta (Street Kings) David Ayer, 2008 (Usa), 109’
uscita italiana: 27 giugno 2008
Attenzione a David Ayer. Lo sceneggiatore del piccolo capolavoro Training Day, sta iniziando a convincersi di essere un regista: dopo il film d’esordio, l’interessante Harsh Days, si è lanciato in quella che sembra già una discreta parabola discendente.
Lasciando a James Ellroy (con Kurt Wimmer e Jamie Moss) l’onere dello script, Ayer si “limita” alla regia, dando vita a un poliziesco tutto spari e spacconate, magari avvincente e ben interpretato ma che sa di già visto in ogni sua scena.
Keanu Reeves è un navigato poliziotto che da piccolo aveva sicuramente nella sua cameretta un poster formato gigante dell’ispettore Callahan. Uccide o tortura sospettati, intimidisce cittadini, manipola verbali, il tutto sotto il bene placido del suo capo-mentore Forest Whitaker, che ha davanti una carriera brillante nell’LAPD. A rompere le uova nel paniere ai due, e alla loro “unità speciale”, c’è uno zelante capitano degli affari interni – il solito Hugh Laurie in versione cinematografica, cioè capelli impomatati ed aria da mister Bean – che indaga sui loro loschi traffici oltre che sull’omicidio di un collega redento (Terry Crews).
Tra una ammazzatina e l’altra, Reeves scoprirà di non essere la pecora più nera del gregge.
Ayer rischia davvero di restare impantanato nella palude delle sue storie che si somigliano tutte, tra slang di strada, poliziotti corrotti e politically uncorrect d’ordinanza. Training Day era abbagliante ed originale – merito forse anche del regista, Antoine Fuqua, un altro che si è perso per strada–, Harsh Times interessante quanto basta, ma questo Street Kings colma la misura. Raccattando dalla strada interpreti del calibro di Common, The Game o Cedric the Entertainer (alla faccia dei nomi d’arte) e mischiandoli a divi del jet set alternativo, Ayer riesce ad ottenere un cast sicuramente all’altezza, che però recita in una specie di lunghissimo telefilm dove tutto è scontato e prevedibile.
Nonostante il continuo susseguirsi di colpi di scena e sparatorie riesca a mantenere ben sveglio (e moderatamente appassionato) lo spettatore, è viva l’impressione che un buon episodio di Miami Vice avrebbe potuto fare tranquillamente di meglio.
La sceneggiatura è inaspettatamente piatta e monocorde, troppo simile all’ottimo L.A. Confidential, del quale non ha però né stile né ambizioni; se poi la si confronta con quelle precedentemente scritte e/o dirette da Ayer si ha la netta sensazione di aver già visto tutto, con cliché ambulanti dei quali cambiano solo le sembianze (inutile dire che se poi Reeves deve essere paragonato a Denzel Washington il confronto è da KO per manifesta inferiorità).
Uno sguardo ai prossimi progetti del regista-sceneggiatore americano ci conferma purtroppo che la previsione iniziale non è poi così lontana dalla realtà: Ayer sta infatti scrivendo la sceneggiatura per il prossimo Fast and Furious…
Sembra ci sia poco da fare: ne abbiamo perso un altro.

Identità sospette (Unknown) Simon Brand, 2006 (Usa), 98’
uscita italiana: 20 giugno 2008
Siamo ormai nel periodo dell’anno in cui vengono distribuite le pellicole “meno pubblicizzate” (per usare un eufemismo), film di scarso appeal e basso budget. Con un po’ di fortuna però, tra un 14 anni vergine e un Hannah Montana, si possono trovare opere degnissime, bistrattate ma decisamente originali.
È sicuramente il caso della interessante opera prima di Simon Brand, Unknown, sperimentale drama-thriller dallo svolgimento macchinoso ma efficace.
Una provvidenziale fuga di gas – licenza che perdoniamo al capace sceneggiatore Matthew Waynee – lascia svenuti e privi di memoria cinque uomini, in un enorme capannone perso nel mezzo del deserto. C’è chi è in manette e gravemente ferito (Jeremy Sisto), chi è legato ad una sedia (Joe Pantoliano), chi si ritrova un naso rotto e un bel carattere fumantino (Greg Kinnear), chi reca ancora freschi i segni di contusioni e lividi (Barry Pepper) e infine chi, malgrado tutto faccia pensare il contrario, ha veramente una faccia da bravo ragazzo (Jim Caviezel).
Ben presto diventa chiaro che la loro bizzarra condizione è frutto di un rapimento andato male; peccato che nessuno abbia idea di quale sia la parte dei buoni e quale quella dei cattivi.
I cinque sono però uniti dal comune intento di riuscire a salvarsi la vita, perché in quel capannone, protetto da una sofisticata porta e da sbarre alle finestre, li raggiungeranno gli altri componenti della banda, quelli che cattivi lo sono di sicuro. Non importa che tu sia un rapitore o un rapito, l’importante è iniziare a scappare…
Simon Brand, messi da parte i video musicali, approda al cinema con un buon film, figlio di una sceneggiatura originale e piuttosto valida oltre che di un cast sicuramente all’altezza.
Il principale merito dello script è infatti rappresentato dal tempismo con cui vengono svelati gradualmente i particolari che affiorano nelle menti dei protagonisti; questo contribuisce a mantenere sempre vivo l’interesse dello spettatore, senza però anticipare troppi indizi che renderebbero scontato il finale.
Il film diventa quasi un’indagine sulle naturali propensioni dell’animo umano, sulle innate attitudini di ogni personaggio: si parte da un punto zero, ognuno ha rimosso – anche se momentaneamente – ogni ricordo della “vita passata” e le sue azioni sono solo frutto di istinti e sensazioni. Alla fine, si potrà scoprire come ciascun protagonista abbia agito, durante tutto il film, in modo coerente con quello che poi si rivelerà essere il suo “ruolo” all’interno del complesso rapimento da cui origina tutto.
Nonostante l’ambientazione e le prime sequenze farebbero pensare ad un’opera ispirata alla Saw generation (il capannone desolato, sporco, cadente; catene, corde e volti tumefatti), Unknown si rivela invece essere molto più vicino a film come Le Iene (per l’intreccio) o I soliti sospetti; Brand, grazie ad un buon casting davanti e dietro la cinepresa – bene montaggio e fotografia –, riesce a catturare l’attenzione dello spettatore, tenuto sempre in bilico tra pura curiosità e discreto pathos.
Il cast, capeggiato dal solito (ottimo) Barry Pepper, contribuisce sicuramente alla riuscita del film, che per la maggior parte dello svolgimento è di fatto una pièce teatrale, con i cinque uomini che litigano, tramano, si disperano recitando sul palcoscenico spoglio ed enorme rappresentato dal capannone in cui sono rinchiusi.
Tenuti presenti i numerosi meriti di questa opera prima, si possono quindi perdonare alcuni aspetti della trama inverosimili o un po’ affrettati (vedi il gas che dà vita a tutto, la caratterizzazione dei personaggi secondari e compagnia cantando), complimentandosi con Brand e Waynee quantomeno per l’originalità del soggetto e per la buona realizzazione tecnica.
Ottimo blockbuster estivo.
E' online il numerosei (giugno 2008) della rivista digitale Rapporto Confidenziale (http://confidenziale.wordpress.com/). Il solito, gargantuesco (oh, finalmente un'occasione per usare questo termine), lavoraccio, 58 pagine cariche di contenuti mai banali. Contribuiamo alla stesura con qualche recensione e un approfondimento, già apparsi su queste pagine.
Vi rimando al blog della rivista per il sommario completo. Il comandamento è sempre lo stesso:
Diffondete, diffondete, diffondete...
# Versione alta qualità (10,6 MB) # Versione bassa qualità (6,43 MB)

La notte dei girasoli(La noche de los girasoles)Jorge Sánchez-Cabezudo, 2006 (Spagna, Francia, Portogallo), 123’ uscita italiana: 13 giugno 2008 voto su C.C. 
In una piccola cittadina iberica, persa in mezzo al nulla, l’unico giovane del posto scopre nel bosco limitrofo l’entrata di una piccola grotta. È entusiasta, perché questa “scoperta” potrebbe significare tanto per la sua poverissima comunità: se fosse appurata l’importanza archeologica di quel sito, turisti e investimenti finalmente potrebbero arrivare, insieme ad un po’ di nuova linfa vitale.
A verificare l’effettivo interesse della caverna, giungono in paese una coppia di speleologi, lo specialista Esteban (Carmelo Gómez, una scoperta) e il fotografo tuttofare Pedro (Mariano Alameda). Li accompagna l’avvenente compagna del primo (Judith Diakhate), in piena crisi esistenziale. L’idillio viene spezzato quando il maniaco della zona (Manuel Morón, un agente di commercio col vizio dell’omicidio) aggredisce brutalmente la ragazza, lasciata sola dai due, intenti ad esplorare la grotta. Il loro prematuro ritorno, che probabilmente salva la vita alla tapina, sarà solo l’inizio di una vendetta dagli imprevedibili esiti.
Il regista spagnolo Jorge Sánchez-Cabezudo, al suo primo lungometraggio, scrive e dirige un intelligentissimo noir, valorizzando con stile asciutto e preciso una sceneggiatura di gran qualità.
L’aggressione che apre il film è infatti solo il primo di sei “capitoli”, attraverso cui lo spettatore può osservare la storia indossando i panni di tutti i protagonisti – l’aggressore, le vittime poi carnefici, l’uomo al posto sbagliato (Cesáreo Estébanez), il poliziotto spregevole (Vicente Romero), lo scemo del villaggio (Walter Vidarte), l’anziano e saggio capo della polizia (Celso Bugallo). Si tratta di un riuscito escamotage usato dal cineasta spagnolo per esplorare tutte le sfumature della realtà, che difficilmente è solo bianca o nera: ciascun personaggio cede a compromessi moralmente discutibili, coinvolto dal torrenziale svolgersi degli eventi.
È significativo che alla fine sia un rappresentante delle “forze dell’ordine” ad essere il personaggio più spregevole dell’intera pellicola, a scapito del maniaco di passaggio. L’intreccio è infatti così complesso e ben costruito da svelare presto che non si sta assistendo al solito thriller un po’ horror, in cui c’è da scoprire (e temere) il terribile uomo nero; inizia una discesa – la metafora della speleologia non è casuale – nell’animo umano, negli angoli più bui della coscienza di ciascun protagonista.
Il cast, tutto spagnolo e poco conosciuto, ha gran merito nella riuscita di questo film corale, in cui ogni interpretazione è indispensabile e significativa. È difficile non provare empatia per lo speleologo Esteban – o per la sua sfortunatissima compagna –, così come riesce difficile non essere colpiti dalla sorte che è riservata all’unica, vera, vittima di tutta la narrazione, il burbero contadino che paga con la vita l’essere stato al momento sbagliato nel posto sbagliato.
Nonostante la discreta lunghezza (due ore) e la sostanziale mancanza di veri momenti “d’azione”, l’intensità non viene mai a mancare, grazie anche alle scelte stilistiche di Sanchez-Cabezudo che ottiene il massimo sia dal palcoscenico naturale delle montagne e del bosco (sapiente uso della fotografia, firmata da Ángel Iguácel) che dai polverosi e desolati interni del paese.
La notte dei girasoli – meriterebbe di essere visto solo per il titolo – è insomma un valido esempio di film originale e ben costruito, la somma di tanti piccoli particolari curati con attenzione.
L’unico rischio è che questo film possa essere venduto dai distributori nostrani come l’ennesimo thriller, dove lo spietato maniaco sgambetta in un bosco cercando giovani vittime: i cultori del “genere” lo troverebbero certamente noioso…
Sorprendente.
Vittorio Gassman e Jean-Louis Trintignant dal film:
Il sorpasso (Il sorpasso) Dino Risi, Italia (1962), 108'
L'unico modo che conosciamo per ricordare un altro grande Maestro del Cinema che ci lascia.
LA commedia all'italiana.

Be Kind Rewind – Gli acchiappafilm (Be Kind Rewind) Michel Gondry, 2007 (Usa), 98’ uscita italiana: 23 maggio 2008
Se appartenete a quella popolazione di cinefili che, dopo aver visto un vhs preso a noleggio, lo riavvolgeva, con gran rispetto per ciò che quel gesto rappresentava, molto probabilmente adorerete questo film. Be Kind Rewind recita infatti l’insegna che campeggia sullo scalcinato negozio di noleggio video del vecchio signor Fletcher (Danny Glover), dove con un dollaro puoi portarti via per una sera il film che preferisci – rigorosamente in nostalgici vhs.
Ad aiutarlo (per modo di dire) ci sono l’ “erede” Mike (Mos Def) e il suo fedele amico Jerry (Jack Black), ossessionato da teorie complottistiche e naïf quanto basta. Quest’ultimo, dopo l’ennesimo strambo tentativo di sabotare la vicina centrale elettrica, diventa carico di tanta energia magnetica da riuscire a rendere inutilizzabili tutte le cassette del negozio.
Superato l’iniziale scoramento, i due, costretti da una zelante avventrice della videoteca (Mia Farrow), si decidono a sostituire il vhs mancante – Ghostbusters – con una loro re-interpretazione.
Il filmino ha successo e la voce si sparge: presto ogni abitante di Passaic – ma anche forestieri arrivati addirittura da New York – vuole noleggiare la sua pellicola preferita in versione Sweded, cioè rigirata dai due ragazzi e dalla loro fortuita complice ( Melonie Diaz), con i pochissimi mezzi a loro disposizione.
C’è però una missione più grande da svolgere: salvare il negozio dalla imminente demolizione; forse un corale (e fittizio) documentario su Fats Waller, pianista jazz da sempre considerato uno del posto, riuscirà a compiere il miracolo.
Le opere di Michel Gondry (Eternal Sunshine of the Spotless Mind, L’arte del sogno) non sono mai banali. Che siano corti, clip musicali o film, l’autore francese dimostra sempre una tale, inesauribile, verve creativa da essere paradossalmente molto spesso incompreso, o comunque non apprezzato a sufficienza. Be Kind Rewind ne è un palese esempio: avvalendosi di un cast molto valido – Jack Black è una scossa elettrica che percorre tutto il film – Gondry inventa una favola surreale e divertente, che ha le radici nella sua più grande passione: le immagini in movimento, catturate da una camera. Non importa che si tratti di costosissimi macchinari di una produzione hollywoodiana o di una cinepresa d’antan che registra direttamente su vhs, la magia è la stessa.
Così possiamo assistere alle imprese di Black e Def, che con la loro camera reinventano i cult del passato, da 2001: Odissea nello spazio a Rush Hour. Con improbabili ed ingegnosissimi effetti speciali, i due rivelano allo spettatore come siano l’inventiva e l’estro a fare davvero la differenza; e non importa se qualche Major è subito pronta a schiacciare (letteralmente) le loro ambizioni: nessuno potrà privarli della creatività. Nasce così quella piccola chicca rappresentata dal finto-documentario sulla vita di Fats Waller, mosaico di tante, ingenue, bugie, in grado forse di far sciogliere anche il cuore del palazzinaro che vuole cacciarli – ma niente tarallucci e vino finale, non temete.
Gondry si diverte a scherzare sulla “sacralità” del cinema (quello vero, quello serio) concedendosi un’ora e mezzo di puro esercizio ludico, con una storia surreale ed un po’ nostalgica.
E lo spettatore non può fare a meno di seguirlo (merita sicuramente una visita anche il sito del film, www.bekindrewind-themovie.com, dove potrete scoprire tutti i segreti dello Sweeding...).
Pifferaio magico.

Il Divo(Il Divo)Paolo Sorrentino, 2008 (Italia), 110’ uscita italiana: 28 maggio 2008 voto su C.C. 
Non è mai facile parlare dei film del proprio regista preferito. C’è il timore che non si riesca ad esprimere al meglio quanto siano, oggettivamente, stupendi, e soprattutto c’è il rischio di prendersela enormemente a male con chiunque proponga non solo opinioni differenti, ma osi addirittura sollevare delle critiche. Visto che però da qualche parte bisogna iniziare, partiamo con qualche premessa.
Il Divo non è una biografia, né una elegia, né un docu-film, né una fiction. È un film grottesco, di maniera, sul potere, o meglio sull’uomo di potere – è Andreotti, sarebbe potuto essere Kissinger, Churchill o qualsiasi altro “grande vecchio” – e per questo deve essere valutato più che sul merito del contenuto, sul modo in cui questo contenuto è proposto.
Paolo Sorrentino ( L’uomo in più, Le conseguenze dell’amore, L’amico di famiglia), che racconta di aver preso familiarità col personaggio di Andreotti sin da piccolo grazie ad una sua vecchia zia, incredibilmente somigliante all’allora Presidente del Consiglio, sceglie di raccontarci frammenti della spettacolare vita – così come la definisce nel sottotitolo – del Divo Giulio (interpretato dal solito, inappuntabile, Toni Servillo), dalle sue reazioni all’omicidio Moro al sogno sfumato della presidenza della Repubblica, passando per il suo rapporto con la moglie ( Anna Bonaiuto, perfetta) e coi colleghi ( Flavio Bucci, Carlo Buccirosso, Giorgio Colangeli, Alberto Cracco, Aldo Ralli), oltre che con la pletora di personaggi che ogni giorno si trova ad incontrare.
Il registro stilistico di Sorrentino è originale ed assolutamente distintivo. C’è un grandissimo gusto nella scelta di ogni inquadratura, così come nella selezione dei brani utilizzati nella soundtrack (il geniale Rossetto e cioccolata de Le conseguenze dell’amore; I migliori anni della nostra vita in questo film, come sottofondo di una delle scene più significative dell’intera pellicola). Nei primi minuti de Il Divo a farla da padrone sono infatti immagini e musica, senza parole. Il grottesco si insinua lentamente nella narrazione, ma in modo sempre più evidente: l’irresistibile Cirino Pomicino di Buccirosso è, insieme alla sequenza in cui uno skateboard attraversa un gremito corridoio del Parlamento, facendo da transizione alle immagini della strage di Capaci, vero emblema dello stile scelto dal cineasta napoletano per raccontarci questa storia.
È evidente poi l’intento di rendere il film “comprensibile” dalla maggior fetta possibile di pubblico, utilizzando didascaliche premesse e definizioni che aprono e chiudono il film, oltre ad accompagnare la comparsa sullo schermo di ciascun personaggio.
Toni Servillo merita un discorso a parte. È stato proprio grazie a Sorrentino che il cinema italiano ha potuto conoscere questo straordinario attore campano (da sempre in teatro), che come pochi riesce a unire comico e tragico – vedi il ragionier Titta di Girolamo per ulteriori spiegazioni.
Il suo era un compito tutt’altro che facile: la figura di Andreotti è assolutamente caratteristica, oltre che incredibilmente nota, ed il rischio di diventare un personaggio del Bagaglino poteva essere dietro l’angolo. Servillo non lo “imita”, ma prova ad impersonarlo, pur avvalendosi di un lungo e complicatissimo trucco che lo rende fisicamente simile al Fanciullo (così come lo chiama Cirino Pomicino). Si tratta di una recitazione fatta tutta di piccoli gesti, di poche ed affilatissime parole quasi sussurrate, che riesce in pieno a rendere l’idea dell’influenza ma anche della innata abilità di quell’uomo politico, che sembra rivelare il suo lato “umano” solo nel rapporto con la moglie e nelle atroci sofferenze causate da un’emicrania perennemente presente.
Ovviamente sono subito sorte critiche strumentali sul film, cieche di fronte alle implicite premesse già citate (non si tratta certo di un documentario), che vorrebbero additare Sorrentino come autore di un’opera diffamatoria nei confronti di Andreotti, accusato di ogni possibile nefandezza accaduta negli ultimi trent’anni. Quando (e se mai) capiranno che lo stile che caratterizza ogni singola sequenza è proprio la più grande delle assicurazioni sul “tono” con cui questa storia viene raccontata, sarà certamente troppo tardi. Peggio per loro. Il nostro miglior regista. Punto.

Dillinger è morto (Dillinger è morto)
Marco Ferreri, 1969 (Italia), 95’
Un ingegnere-designer di mezza età (Michel Piccoli), realizzato e benestante, rientra a casa dopo una giornata di lavoro, passata a presentare la sua ultima ideazione (una maschera antigas) e ad ascoltare le deliranti tesi di un collega dalla demagogia facile (Gino Lavagetto). Lì trova la sonnolenta ed annoiata moglie (Anita Pallenberg) ed una cena ormai fredda che lo attira poco. Inizia a cucinare, accompagnato dalla radio che trasmette le hit di qualche tempo prima, ma gli manca una spezia indispensabile. Ricercandola nella dispensa, si imbatte in un oggetto, incartato con i giornali che raccontavano delle ultime ore di Dillinger, il pericoloso bandito. Vi trova una pistola, ormai arrugginita, e la porta in cucina insieme alla spezia che stava cercando. Inizia quindi a smontarla, la olia, e, consumato un pasto soddisfacente, la rimonta mentre guarda qualche filmino delle sue vacanze in Spagna, provando ad interagire con le immagini, proiettate sul muro di casa, rivivendo quei momenti felici. Mentre lascia che la pistola – ormai ricomposta e funzionante – si asciughi dalla vernice con cui la ha ricolorata (rossa a pois bianchi, una vera opera pop) l’ingegnere cerca invano un po’ di calore umano prima dalla moglie, narcotizzata dalle medicine per il mal di testa, e quindi dalla cameriera (Annie Girardot), licenziosa quanto basta. Sempre più annoiato, sempre meno lucido, riprende il suo revolver a pois e, dopo averci giocato un po’ tra gli specchi e i quadri della sua pittoresca casa, uccide l’ignara moglie. Come se fosse la cosa più naturale del mondo, fruga tra i suoi gioielli, prende una vistosissima collana e si allontana dalla casa – ormai è l’alba.
Arriva quindi al mare e, dopo aver indossato la collana, si tuffa, avvicinandosi a una nave ancorata poco a largo. È in tempo per assistere al frettoloso funerale del cuoco di bordo, una occasione imperdibile per lui, con l’hobby della cucina. L’ultimo, assurdo, baratto (la sua collana in cambio del lavoro) e l’annoiato ingegnere può salpare, finalmente libero, finalmente vivo, verso Tahiti.
Si tratta di un film geniale.
Solitamente evitiamo di soffermarci particolarmente sulla trama di un’opera, ma in questo caso non poteva essere altrimenti. È possibile trovare numerosissime chiavi di lettura per quello che è il più grande capolavoro di Marco Ferreri – l’estraniazione sociale, l’inguaribile apatia dell’uomo moderno, l’immancabile presenza dei nuovi mezzi di comunicazione (radio, tv) che riempiono lo spazio lasciato vuoto dalle parole e dagli affetti –, ma non si può fare a meno di constatare che il suo film è innanzitutto uno straordinario esercizio di stile cinematografico.
Sono diversi i momenti memorabili, le sequenze geniali. Nella notte, dall’atmosfera perfetta, in quella casa così particolare (merito delle scenografie di Nicola Tamburo e della fotografia di Mario Vulpiani) dove ogni cassetto ed ogni angolo nasconde qualcosa con cui giocare, ha luogo una lunga metamorfosi, frutto dell’estremo isolamento e della noia del povero Piccoli, che tenta invano di ridare vita ai filmini delle vacanze, ricordo di una passata vitalità. Si imbatte anche in una ipnotica sequenza, con abili e velocissime dita che sembrano ballare a tempo di musica, in affascinanti evoluzioni. Quelle stesse mani che usa ogni giorno per il suo estraniante lavoro di designer, e che userà poco dopo per togliere la vita alla moglie.
Non manca una grande dose di humor in tutta la narrazione, con Piccoli e la Girardot che contribuiscono magnificamente a costruire un mondo grottesco che gira tutto intorno a quella singolare abitazione.
Ferreri mantiene alta l’intensità in tutto il film, nonostante la presenza di lunghe e simboliche sequenze mute, in cui sono protagonisti musica e rumori – momenti all’altezza del miglior Blow-up.
Più in generale siamo di fronte ad una convincente metafora: l’ingegnere, guardando quelle foto di Dillinger e ricordando le sue “imprese”, si rende conto di essere in realtà più morto del buon gangster passato a miglior vita tanto tempo prima; seppellito in una vita senza affetti, sempre uguale, ormai priva di senso.
Anche se si decide di evitare pretenziose trattazioni di sociologia, e ci si limita ad apprezzare Dillinger è morto solo per il suo inarrivabile impatto visivo, non si fa certo torto a Ferreri. E si resta di sasso di fronte ad un film che, sprezzante dei quasi quarant’anni di età, è ancora straordinariamente attuale; anzi oggi è forse ancora più attuale. Abbagliante.

Gomorra(Gomorra)Matteo Garrone, 2008 (Italia), 135’ uscita italiana: 16 maggio 2008 voto su C.C. 
Purtroppo, subito prima dei titoli di coda, non appare la solita dicitura “ogni riferimento a fatti o persone esistenti è puramente casuale”. Gomorra è un pugno nello stomaco che colpisce con forza: Garrone sceglie di non nascondere nulla allo spettatore, con una camera sempre pronta e in movimento, che segue da vicino lo svolgimento dell’azione.
Prendendo le mosse dall’omonimo libro di Roberto Saviano (ma certo non tentando di esserne una copia su celluloide), il film ci propone diverse storie di ordinario degrado, ambientate nell’hinterland napoletano, che hanno come comun denominatore solo la stretta soffocante della criminalità.
Ci sono le prime “esperienze” di alcuni ragazzini con il sistema – da cani sciolti o da inconsapevoli pedine di una sanguinosa guerriglia –, c’è lo spietato camorrista in giacca e cravatta (Toni Servillo), che violenta la sua terra riempiendola di ogni genere di rifiuto tossico (rigorosamente importato dalla legalitaria Padania), c’è il povero sarto (Salvatore Cantalupo) che vede frustrata ogni ambizione e buttato al vento tutto il suo incredibile talento, a causa di un sistema che lo schiavizza. E c’è infine il tapino porta-buste (Gianfelice Imparato), una vita trascorsa al servizio del clan, che si ritrova in mezzo ad una guerra che non vuole – e non ha il coraggio – di combattere, finendo col vendersi a chi può salvargli la vita.
Forse adesso che le Vele di Scampia – gli enormi edifici che sono veri e propri protagonisti di buona parte della narrazione – sono arrivate fino a Cannes, oltre a qualche comparsa in rari programmi di approfondimento tv, la coscienza di qualcuno potrebbe avere un po’ di sano turbamento.
Garrone è abilissimo nel lasciar parlare le immagini e il suono in presa diretta – a farla da padrone canzoni neomelodiche e dialetto partenopeo – senza abusare di facili cliché o di moralismo spiccio.
C’è ben poco di romanzato in ciò che ci viene mostrato, e prendendo spunto da alcune storie riportate da Saviano nel suo romanzo – emblematica quella del sarto – il regista romano riesce a conferire al film una fortissima componente di verosimiglianza, creando una sorta di docu-film.
Tutti gli interpreti sono capacissimi ed in alcuni momenti tolgono il fiato. Su tutti l’ormai prezzemolino Servillo (che interpreta forse il personaggio più disgustoso dell’intero film) e gli ottimi Cantalupo e Imparato.
È proprio dall’episodio che vede come protagonista Servillo che sembra arrivare l’unica apertura verso la speranza di tutta la pellicola, quando il suo “portaborse”, il giovane Roberto (nome probabilmente non casuale) sceglie di abbandonarlo, seppur consapevole di lasciarsi alle spalle un’agiatezza economica che non potrà altrimenti avere. Guardando la sua terra, ben conscio di cosa sta contribuendo a causare, decide di ribellarsi e lasciare da solo Servillo, che gli sputa contro tutto il suo ignobile disprezzo (Non credere di essere meglio di me).
La nostra speranza, invece, è che questo film possa contribuire a mettere sotto la luce dei riflettori tutta una serie di personaggi e contesti che adorano l’ombra dell’indifferenza. E che magari la visione abbia anche fatto vergognare qualche delinquente "insospettabile".
Ma forse stiamo dando al cinema un potere che, purtroppo, non ha. Necessario.
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online dal 16 ottobre 2006
04/07/2008 @ 21.35.25
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