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 Spike Lee... di Emanuele P.
 
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Il miglior modo per imparare a fare un film è farne uno.

Stanley Kubrick
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
a cura di Emanuele P. (del 15/05/2012 @ 14:29:08, in Al Cinema, linkato 59 volte)

Margin Call
(Margin Call)
J.C. Chandor, 2011 (USA), 109'
uscita italiana: 18 maggio 2012
voto su C.C.

Margin Call sbarca nelle sale italiane con tempismo sardonico, proprio nella settimana in cui un presunto “squalo” del colosso finanziario Jp Morgan ammette di aver bruciato miliardi di dollari con qualche scommessa troppo azzardata. Il film ci trasporta nell'interminabile notte del 2008 in cui un gruppo di colletti bianchi (Kevin Spacey, Paul Bettany, Zachary Quinto, Penn Badgley) si rese conto di quanto il giochino dorato che avevano piegato a loro piacimento durante gli ultimi decenni fosse vicino a collassare; è un giovane ingegnere aerospaziale (passato alla finanza perché pecunia non olet) a scoprire con qualche ora di calcoli le magagne nascoste dietro il barocco algoritmo che sembra reggere i destini dell'intero sistema borsistico: per sopravvivere sarà necessario liquidare tutto il patrimonio della compagnia, non importa quali conseguenze questo abbia sul mercato. Si salvi chi può.

J.C. Chandor, all'esordio da regista-sceneggiatore, affronta la vicenda con piglio che ce lo farebbe immaginare specialista in thriller: l'oscuro MacGuffin fonte di preoccupazione per tutti questi ingellati milionari resta infatti tale per buona parte del film, avvolto nella misteriosa nube di numeri e paroloni che solo un “bocconiano” potrebbe diradare. Persino i protagonisti del film, sempre pronti a scaricare il problema verso un gradino più in alto della loro piramide, spesso mendicano una spiegazione “in parole povere” circa la natura del problema, di quelle che anche un bambino o un cane potrebbero comprendere – non passi inosservata la nota di sarcasmo, che serpeggia clandestina durante tutta la narrazione. Pur trattandosi di una catastrofe “virtuale” (agli occhi di noi ignari cosa c'è di meno radicato nella realtà quotidiana del mercato azionario), l'imprevisto disastro incombe sui personaggi con inatteso pathos: Chandor riesce brillantemente a trarre da un argomento all'apparenza noioso linfa vitale per uno sviluppo quasi d'azione, lasciando al suo ottimo cast – in cui agli affermati nomi hollywoodiani (c'è spazio anche per Stanley Tucci, Jeremy Irons e Demi Moore) sono affiancati un paio di volti nuovi pescati dai serial tv – l'arduo compito di rendere degni d'empatia individui nei confronti dei quali non manca un implacabile giudizio morale.
Indipendente nelle idee più che nei mezzi, Margin Call si dimostra all'altezza delle più apprezzate produzioni americane sul tema.
Attuale.
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a cura di Mario T. (del 02/05/2012 @ 19:41:54, in Al Cinema, linkato 116 volte)

Hunger Games
(The Hunger Games)
Gary Ross, 2012 (USA), 117’
uscita italiana: 1 maggio 2012
voto su C.C.

In un futuro non meglio specificato, la nazione di Panem è tutto quel che resta di un Nord America dilaniato dalla guerra (del resto del mondo non ci è dato sapere, al momento). La società è rigidamente divisa in classi, dislocate in dodici distretti più o meno proletari assoggettati allo strapotere pluto-demo-kitsch della capitale, Capitol (ma dai!). Ogni anno, per sollazzare le masse, si organizzano gli Hunger Games, una manifestazione poco sportiva e molto competitiva  in cui ventiquattro ragazzi ambosessi dei dodici distretti vengono sorteggiati per sfidarsi all’ultimo sangue in mondovisione (Panem et circenses, è il caso di dire). Da qui prende le mosse la storia di Katniss (Jennifer Lawrence), offertasi volontaria agli Hunger Games dal più povero e tapino dei distretti per scongiurare il triste destino a cui sarebbe andata incontro la sua piccola e indifesa sorellina; Katniss non tenterà solo di vincere la partita, ma sfiderà anche le regole imposte dall’autorità, connotando politicamente la sua partecipazione e piantando non poche grane agli organizzatori dell’evento.

Gary Ross è un regista che ha un discreta familiarità con le ambientazioni distopiche, avendo dato buona prova di sé con il gradevolissimo Pleasentville, storia progressista di un conflitto metaforico tra la vita patinata “in bianco e nero” di una sit-com degli anni ’50 e la “vita a colori” dei giorni nostri, più incasinata ma certamente più libera. Tuttavia Pleasentville aveva un registro smaccatamente ironico e paradossale, e perciò funzionava piuttosto bene; Hunger Games, al contrario, si prende molto serio, con toni cupi e accenni di impegno morale e civile. Il problema è che, poiché l’autrice del libro da cui è tratto il film Suzanne Collins è ben lontana dalla complessità, dalla profondità e anche dall’immaginazione di George Orwell o di Aldous Huxley, ne viene fuori un pasticcio melò, poco accattivante e senza spunti originali. D’altro canto, romanzo e film nascono in forma di trilogia (una scelta che sembra dettata, ogni volta di più, da logiche commerciali piuttosto che da esigenze narrative) e il finale aperto promette una riflessione più accorta sul potere e sulla rivolta degli “svantaggiati” (guai a connotarli socio-economicamente, meglio usare il termine più generico a disposizione…). Probabilmente la promessa sarà mantenuta nei prossimi imminenti episodi, considerato lo smodato successo del film al box-office, ma mi sbilancio a prevedere che il risultato finale non migliorerà nella qualità. Hunger Games è un passatempo ben confezionato ma nulla di più; non sul piano psico-sociologico (come qualcuno ha voluto farci credere), non sul piano fantasy, ma soprattutto non su quello prettamente cinematografico (restando in tema, suggerisco il più originale e meno pomposo Gamer, di Mark Neveldine).

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a cura di Emanuele P. (del 26/03/2012 @ 14:55:32, in Al Cinema, linkato 179 volte)

Posti in piedi in paradiso
(Posti in piedi in paradiso)
Carlo Verdone, 2012 (Italia), 119'
uscita italiana: 2 marzo 2012
voto su C.C.

Tre cinquantenni rovinati dai rispettivi divorzi (Carlo Verdone, Pierfrancesco Favino, Marco Giallini) si trovano a vivere insieme in un appartamento fatiscente, dando vita a un continuum di gag prevedibili. Il più stagionato avrà anche modo di relazionarsi con una cardiologa emotivamente instabile (Micaela Ramazzotti) e di rivedere nella giovanissima figlia incinta sprazzi della sua gioventù bruciacchiata.

Carlo Verdone, noto per la sua ipocondria, dovrebbe iniziare a prendere in seria considerazione alcuni nuovi disturbi neurologici da aggiungere al campionario di malattie millantate: con Posti in piedi in paradiso infatti sorprende almeno una parte del pubblico (probabilmente quella ancora pensante) mettendo in scena contemporaneamente due film che non hanno nulla in comune, se non un paio di personaggi. La schizofrenica sceneggiatura propone nella prima ora di pellicola questa banalissima ambientazione stile Friends (versione andropausa) tentando in tutti i modi di ricollegarla all'attualità con il pedante riferimento ai problemi economici dei protagonisti e alla crisi che distrugge persino le famiglie – sembra mancare solo uno spunto riguardo l'articolo 18, ma Verdone e compagni evidentemente non sono stati sufficientemente lungimiranti; quindi, senza ulteriori spiegazioni sulle vicende dei tre neo-scapoli, l' “azione” si sposta sotto la Tour Eiffel (letteralmente) per raccontarci i patemi sentimentali di una diciottenne alla prese con un fidanzatino perfetto e un nascituro inatteso. L'impressione, sconcertante, è che ad un certo punto durante la stesura del soggetto sia venuto in mente agli autori che non c'era sufficiente materiale da riempire il consueto contenitore che De Laurentiis è pronto a rendere blockbuster, convincendo questi illustri professionisti della celluloide a completare il film con un episodio da soap opera “nobilitato” dalla cornice parigina. Le storie dei personaggi di Favino e Giallini, per quanto non particolarmente coinvolgenti, meritavano di certo una morte più onorevole di quella che Verdone ha riservato per loro: liquidate con estrema superficialità in epiloghi deprimenti e spietati – in uno di questi ha modo di brillare Nadir Caselli, ma non esattamente per la sua recitazione. Non sorprende che invece l'alter ego del regista di Borotalco sia l'unico al quale il futuro tornerà a sorridere, regalandogli una rinvigorita vita sessuale, la revanche sulla ex che gli aveva rovinato esistenza e carriera, oltre all'amore incondizionato della graziosa figliola esportata sulla Rive Gauche.
Magari Verdone avrà modo di restare un po' più a lungo alla corte di Sarkò. Potrebbe così evitare di rovinare in molti cuori il ricordo lasciato dal suo Cinema qualche decennio fa.
Schizofrenico.
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a cura di Emanuele P. (del 11/03/2012 @ 19:29:35, in Al Cinema, linkato 248 volte)

Young Adult
(Young Adult)
Jason Reitman, 2011 (USA), 94'
uscita italiana: 9 marzo 2012
voto su C.C.

Mavis Gary (Charlize Theron) si guadagna da vivere come ghost-writer di racconti per “young adult” (ossimoro utilizzato nel marketing anglofono per definire gli utenti finali di Twilight e prodottini simili), una pseudo-professione che la aiuta a restare intrappolata in una adolescenza ancora non completamente superata. La notizia dell'imminente termine della saga di romanzi, unita alla mail che le annuncia la nascita del primogenito di una sua vecchia fiamma (Patrick Wilson), spinge Mavis a far ritorno al paesello natio, dove la ricordano ancora come la bellissima reginetta del liceo, con l'ingenuo proposito di migliorare la sua vita “correggendo” il passato.

Dopo la parentesi troppo patinata di Up in the air, Jason Reitman torna a dirigere un film scritto dalla brillante Diablo Cody (coppia giunta alla meritata ribalta grazie al successo di Juno) e la differenza è lampante, sin dai primi minuti di proiezione. Il personaggio interpretato dalla Theron, al ritorno dopo tre anni di assenza dal grande schermo, ci viene infatti presentato con una sconcertante nitidezza grazie a poche scene, ambientate nel suo appartamento “di città”. Bastano piccoli particolari per raccontare la storia di una vita certamente meglio dei logorroici monologhi fuori campo ai quali siamo abituati da sceneggiatori mediocri; quando fanno la loro comparsa i titoli di testa, come a isolare più distintamente il prologo dal resto della vicenda, conosciamo già molto di Mavis, ragazza della provincia americana scappata verso la metropoli alla ricerca del grande sogno. Dopo le tante delusioni (ed un matrimonio fallito) la sua vita è però diventata uno squallido intervallo tra qualche storia occasionale e l'ultima puntata dei Kardashian; così un'innocua mail ricevuta dall'ex fidanzato del liceo si trasforma ai suoi occhi nell'ultimo rantolo di un amore mai sopito, convincendola ad intraprendere, alla rovescia, il viaggio della sua vita.
Con humor tagliente e idee stilistiche molto chiare (il montaggio, della fedelissima Dana E. Glauberman, merita elogi) Reitman ci rende impietosi testimoni delle vicissitudini di Mavis, una odissea condita da rimpianto e perenne insoddisfazione. Sul volto della eccezionale Charlize Theron non c'è mai traccia di un'emozione: la donna sembra anestetizzata dalla vita, pronta a negare persino l'evidenza, incapace di raccogliere i consigli che vengono dalla voce del buon senso (Patton Oswalt). Come l'eroina dei suoi romanzi per adolescenti, anche Mavis potrà raggiungere la tanto ambita maturità solo uccidendo, metaforicamente, il suo passato. Con qualche lustro di ritardo.
Implacabile.
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a cura di Emanuele P. (del 05/03/2012 @ 15:17:18, in Al Cinema, linkato 267 volte)

50 e 50
(50/50)
Jonathan Levine, 2011 (USA), 100'
uscita italiana: 2 marzo 2012
voto su C.C.

Di questi tempi è difficile entrare nel vostro multisala (brr) preferito e non imbattersi almeno una volta nel faccione assorto di Joseph Gordon-Levitt. In 50/50 interpreta un ragazzo che scopre per caso di essere affetto da un raro tumore della spina dorsale e, prevedibilmente, assiste al crollo del suo piccolo universo di relazioni sociali: la madre iperprotettiva (Anjelica Huston) vede profilarsi il più grande incubo, la fidanzata frigida (Bryce Dallas Howard) tenta di accudirlo ma poi lo tradisce con la caricatura di un artista, l'amicone Kyle (Seth Rogen), pur spinto da un affetto sincero, si comporta perennemente da misogino egoista; persino la specialista che dovrebbe confortarlo (Anna Kendrick) diventa un problema, perché fresca di college e al primo incarico serio. Ovviamente, nessuna di queste preoccupazioni può essere più grande di quella per la propria vita, appesa al sottile filo delle probabilità di sopravvivenza, stimate da un sito come 50 e 50.

Quando ci si convince che un film dovrebbe finire in un certo modo, è facile restare profondamente delusi da ogni altro sviluppo proposto dai volenterosi autori. Il regista Jonathan Levine sceglie il registro della bromedy (commedia per maschietti) per affrontare un tema sempre delicato come quello della malattia, ma non dimostra sufficiente coraggio per portare a termine il suo compito fino in fondo, tenendo fede all'interessante premessa nascosta dietro il titolo della sua opera – parrebbe, tratta da una storia vera. Durante tutto il film, l'unico indizio che il personaggio di Gordon-Levitt sia malato è il suo taglio di capelli (si rasa preventivamente, prima di iniziare la chemio, dando vita con l'amico Kyle ad una scenetta raccapricciante) o il dolorino che lo induce a smettere di avere un rapporto con una ragazza disponibilissima; nel tempo restante assistiamo solo ad apatia da cliché e comportamenti irritanti, perfetti antidoti ad empatia e compatimento. Anche il “bro” Kyle compare in scena solo quando c'è da rubare qualche risata, con gag che potrebbero forse piacere allo spettatore medio americano, tra i pochi in grado di comprendere il potere catartico insito nella vandalizzazione del quadro orrendo di una ex fidanzata (scena enfatizzata in modo inconcepibile). Più in generale, tutti i personaggi sono in qualche modo indigesti, perché caratterizzati con l'accetta, senza sfumature, e interpretati da un gruppo di professionisti un po' troppo sopra le righe – vi segnaliamo il medico che ha in cura il ragazzo, una sorta di robot privo di tatto ed umanità, incapace persino di suscitare lo sdegno che probabilmente auspicavano gli autori.
Il finale rappresenta solo la ciliegina sulla torta di un'opera largamente incompiuta: tarallucci e vino stavolta vanno di traverso più del solito, perché stonano in modo evidente con quella nota di umorismo “nero” che, unica, avrebbe potuto salvare baracca e burattini.
Incolore.
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a cura di Emanuele P. (del 27/02/2012 @ 12:38:53, in Re per una notte, linkato 249 volte)

Premiati nella nottata italiana i vincitori dei premi Oscar per la scorsa stagione cinematografica americana.
A farla da padrone, come da pronostici, The Artist che vince in tutte le principali categorie (5 statuette, così come Hugo di Scorsese, che però si accontenta di riconoscimenti "tecnici").
Facendo del campanilismo una virtù, gongoliamo nel vedere i soliti Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo alzare al cielo l'ennesimo Oscar (il terzo) per il loro lavoro nella scenografia di Hugo. Merita una menzione lo straordinario ottantaduenne Christopher Plummer, giustamente premiato per la sua performance in Beginners (pellicola meritevole mal distrubuita dalle nostre parti).

Segue l'elenco completo dei vincitori:

Best Picture
The Artist

Directing
Michel Hazanavicius (The Artist)

Writing (Adapted Screenplay)
Alexander Payne and Nat Faxon & Jim Rash (The Descendants)
   
Writing (Original Screenplay)
Woody Allen (Midnight in Paris)

Actor in a Leading Role
Jean Dujardin in The Artist
  
Actor in a Supporting Role
Christopher Plummer in Beginners
  
Actress in a Leading Role
Meryl Streep in The Iron Lady
  
Actress in a Supporting Role
Octavia Spencer in The Help

Animated Feature Film
Rango by Gore Verbinski

Art Direction
Hugo
Production Design: Dante Ferretti; Set Decoration: Francesca Lo Schiavo
   
Cinematography
Robert Richardson (Hugo)
   
Costume Design
Mark Bridges (The Artist
    
Documentary (Feature)
Undefeated
TJ Martin, Dan Lindsay and Rich Middlemas

Documentary (Short Subject)
Saving Face
Daniel Junge and Sharmeen Obaid-Chinoy
   
Film Editing
Kirk Baxter and Angus Wall (The Girl with the Dragon Tattoo
   
Foreign Language Film
A Separation - Iran

Makeup
Mark Coulier and J. Roy Helland (The Iron Lady)

Music (Original Score)
Ludovic Bource (The Artist)
  
Music (Original Song)
"Man or Muppet" from The Muppets
Music and Lyric by Bret McKenzie
   
Short Film (Animated)
The Fantastic Flying Books of Mr. Morris Lessmore by William Joyce and Brandon Oldenburg
   
Short Film (Live Action)
The Shore  by Terry George and Oorlagh George
 
Sound Editing
Philip Stockton and Eugene Gearty (Hugo)
   
Sound Mixing
Tom Fleischman and John Midgley (Hugo)
  
Visual Effects
Rob Legato, Joss Williams, Ben Grossmann and Alex Henning (Hugo)
    

   

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a cura di Emanuele P. (del 06/02/2012 @ 16:09:26, in Al Cinema, linkato 244 volte)

Hesher è stato qui
(Hesher)
Spencer Susser, 2010 (USA), 100'
uscita italiana: 3 febbraio 2012
voto su C.C.

La vita del piccolo T.J. (Devin Brochu) è cambiata dopo la morte della madre in un incidente stradale. Il padre (Rainn Wilson) vegeta tutto il giorno su un divano afflitto dal senso di colpa, mentre la nonna (Piper Laurie), stoicamente intenta a tenere in piedi la famiglia, sembra troppo malata per sopravvivere abbastanza a lungo da salvarla. Tutti gli indizi per una adolescenza deviata sono lampanti, ma a salvare T.J. arriva Hesher (Joseph Gordon-Levitt) punkabbestia spietato che migliorerà, a suo modo, il futuro di tutti.

Il primo lungometraggio di Spencer Susser sembra una versione metal di Mary Poppins. Invece di arrivare leggiadramente paracadutato da un ombrello magico, Hesher entra nella vita di un bambino abbandonato dal padre (almeno emotivamente) con il suo furgone malconcio, sempre preceduto dal tambureggiare di un qualche motivo hard rock. All'inizio il ragazzaccio diventa l'incubo di T.J., che lo crede pronto a un qualche genere di bellicosa revanche (indirettamente, è stato la causa del suo “sfratto” da una villetta in costruzione) ma angheria dopo angheria diventa evidente che Hesher è lì per prepararlo alla vita, visto che il padre sembra diventato incapace di riuscirci. Ognuna delle metafore volgari che il protagonista ci regala è l'equivalente delle canzoncine con le quali la Poppins compie il lavaggio del cervello ai bambini che le sono stati affidati: si parla di orge, serpenti e testicoli mancanti ma in realtà si fa riferimento ad alcune tra le verità più essenziali della vita. Tra queste è ovviamente inclusa, sempre nello stile Hesher, anche una lezioncina niente male sulle ragazze, impartita grazie alla collaborazione di una meravigliosa Natalie Portman, che nonostante tenti in ogni modo di risultare poco affascinante, ruba l'occhio (e il cuore) in ogni scena nella quale appare.
Susser si affida a uno stile molto aggressivo, come vuole il suo “eroico” protagonista, divertendosi a destabilizzare spesso lo spettatore, che viene sorpreso e a volte persino spaventato pur finendo col ridacchiare molto più del previsto. Tutto, dal montaggio sino ai titoli di coda, è molto rock; anche Gordon-Levitt si scrolla di dosso l'etichetta di perenne promessa del cinema americano concedendosi un ruolo da “bastardo” tatuato, e sembra godersi alla grande ogni minuto di girato.
Probabilmente Hesher non vincerà alcun premio, né sarà apprezzato da molti pseudo-esperti imbalsamati, ma una cosa è certa: vi farà passare un'ora e mezza finalmente lontani da banalità e cliché (con tanto di “morale” nascosta tra le righe). Mica poco, di questi tempi.
Favola.
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a cura di Emanuele P. (del 02/02/2012 @ 15:38:27, in Al Cinema, linkato 323 volte)

Millennium – Uomini che odiano le donne
(The Girl with the Dragon Tattoo)
David Fincher, 2011 (USA), 160'
uscita italiana: 3 febbraio 2012
voto su C.C.

Primo episodio di Millennium, l'acclamata trilogia del fu Stieg Larsson, Uomini che odiano le donne introduce i personaggi di Mikael Blomkvist (Daniel Craig) giornalista specializzato in inchieste d'assalto e Lisbeth Salander (Rooney Mara) hacker sociopatica dall'innato talento investigativo. Per l'occasione i due si trovano ad indagare su un mistero vecchio di cinquantanni.

Qualche anno fa da queste pagine vi raccontavamo del primo, goffo, tentativo di proporre su celluloide il famigerato romanzo di Larsson. Il risultato era un film mediocre, tanto da far urlare (almeno internamente) allo scandalo venuti a conoscenza dell'idea di spremere per l'ennesima volta le opere dello scrittore svedese, che come molti colleghi ha visto la sua carriera decollare dopo una prematura dipartita. David Fincher riesce invece a dimostrare come un indiscutibile talento dietro la macchina da presa sostenuto da uno sceneggiatore capace (Steven Zaillan, nelle sale in questo periodo anche con Moneyball) può nobilitare qualsiasi storia, a maggior ragione se si tratta di una trama avvincente, con personaggi fortemente caratterizzati e l'oliato meccanismo del whodunit a garantire la giusta dose di suspense.
La consueta “mutazione” del titolo nella versione internazionale (The Girl with the Dragon Tattoo) stavolta sembra particolarmente adatta all'approccio che Fincher e colleghi hanno deciso di utilizzare: il centro della narrazione è infatti proprio la hacker tatuatissima piuttosto che gli svariati uomini con patologiche tendenze alla misoginia. Si tratta di una protagonista insolita, quasi anti-cinematografica, paradossalmente ben più capace di conquistare l'empatia dello spettatore rispetto all'eroe designato, Mikael. Oltre all'interessante caratterizzazione offerta dagli autori, buona parte del merito va senza dubbio a Rooney Mara, che interpreta magistralmente il personaggio facendo dimenticare presto le “versioni” precedenti – e candidandosi, tra l'altro, alla conquista di qualche premio.
Fincher rilegge l'opera di Larsson traducendola nel suo linguaggio personale: ogni personaggio è un paria, alla vana ricerca di un ruolo nella società e ancora prima alla ricerca del proprio equilibrio interiore; la cifra stilistica del regista di Fight Club e Seven (ma anche di The Social Network) si adatta infatti in modo molto efficace al romanzo, che dipinge una Svezia inaspettatamente eterogenea, dove ognuno sembra avere qualche demone contro cui lottare, dal vecchio Venger (notevole l'interpretazione di Christopher Plummer) sino all'ultimo dei suoi bizzarri parenti.
The Girl with the Dragon Tattoo è in ogni senso un'opera “originale”, diretta da un ottimo professionista del genere. Conquista sin dai primi istanti, quando viene svelata l'atmosfera che dominerà l'intera narrazione e riesce a non soffrire una durata senza dubbio “impegnativa”. L'inevitabile richiamo ai futuri capitoli della serie, che pende come una spada di Damocle sul finale, appare l'unica cosa fuori posto.
Nella nostra personale crociata contro l'abominio che stanno diventando i thriller, al cinema sempre più spesso trasformati in un inguardabile ibrido tra horror e paranormale, Fincher ci regala dunque una gioia. L'ennesima.
Garanzia.
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a cura di Emanuele P. (del 27/01/2012 @ 15:10:52, in Al Cinema, linkato 358 volte)

L'arte di vincere
(Moneyball)
Bennet Miller, 2011 (USA), 126'
uscita italiana: 27 gennaio 2012
voto su C.C.

2001. Billy Beane (Brad Pitt), General Manager degli Oakland Athletics, vede la sua franchigia soccombere dopo una rocambolesca serie contro i ricchissimi New York Yankees. È la fine di un sogno durato un'intera stagione: confrontarsi, limitati da un budget risibile, con le storiche compagini del baseball professionistico americano con l'obbiettivo di vincere le ambite World Series. Dopo la delusione, tutti i principali talenti del roster vanno via, attirati da ingaggi faraonici che il buon Beane non potrà mai garantire. Convinto dell'impossibilità di gareggiare sul piano economico contro realtà consolidate da secoli di storia e primati, l'ambizioso Billy decide quindi di sposare le teorie di un giovane studente neo-laureato a Yale (Jonah Hill), secondo le quali è possibile costruire un team vincente basandosi solo su calcoli e statistiche.
L'intera storia di una delle discipline più popolari (e antiche) d'America rischia di essere rivoluzionata.

Ben pochi sport sono più indecifrabili del baseball. Persino quelli che, come chi scrive, sono patologicamente affascinati da qualsiasi evento sportivo (per lo sdegno dei radical-intellettuali) faticano ad appassionarsi guardandone un match in onda quasi per caso su una tv satellitare. Eppure Bennet Miller (Truman Capote- A sangue freddo) riesce a rendere le oltre due ore del suo Moneyball sorprendentemente coinvolgenti. Molti dei meriti vanno agli autori Stan Chervin, Steven Zaillan e Aaron Sorkin, in grado di trasporre l'omonimo romanzo di Michael Lewis con un magistrale “senso dello spettacolo”; alcuni personaggi e situazioni non rispettano fedelmente la realtà (il personaggio di Hill, Peter Brand, è di fatto una creazione degli sceneggiatori, ispirata ad alcuni collaboratori di Beane) ma l'essenza della storia, con tanto di estratti dalle vere radiocronache e filmati di repertorio, resta intatta.
Come viene ripetuto durante il film, è difficile non diventare romantici parlando di baseball, perché spesso si rivela metafora fedele delle vicissitudini di una vita. Presto si comprende che la crociata di Beane contro l'establishment della MLB (Major League Baseball) non è solo la conseguenza delle frustrazioni di un manager squattrinato, ma è motivata da ragioni ben più profonde e personali di quelle che si potrebbero credere. Da giovane, Billy rinunciò al college spinto dalle promesse degli scout di una franchigia MLB che lo prospettavano come un giocatore professionista dal brillante futuro, ma la sua carriera si rivelò un fallimento; è da questa cicatrice mai completamente sanata (con flashback a far capolino nella narrazione ogni volta che una nuova delusione si prospetta all'orizzonte) che nasce la fede, cieca, nei numeri e nelle statistiche piuttosto che nella capacità dei canuti esperti della sua squadra. In un momento significativo del film, Beane chiede a Brand come lo avrebbe valutato quando era un giovane della high school, ricevendo la conferma che i freddi numeri avrebbero predetto la sua carriera meglio del gruppo di scout “infallibili” che lo avevano giudicato. Invece di diventare un mediocre ex giocatore, con diploma e figlia a carico, sarebbe potuto essere un laureato a Stanford, forse un quarterback, con prospettive senza dubbio migliori. Ecco dunque, secondo Beane, il peccato originale del baseball a stelle e strisce: il basarsi sull'illusione dell'apparenza piuttosto che sulla sostanza delle percentuali – una rivoluzione copernicana che ha poi coinvolto l'intera MLB, convincendo anche i club più ricchi a modificare le loro strategie societarie.

Miller segue il suo protagonista sempre da vicino, evidenziandone umanità e debolezze, e Pitt gli risponde con una interpretazione convincente. Con qualche ruga in più, segno che gli anni passano per tutti, l'ex viso angelico del cinema hollywoodiano si dimostra perfetto per il ruolo, tutt'altro che banale (ne sarà lusingato il vero Billy Beane, a cui quelli del casting hanno fatto un bel favore...); anche la spalla, Jonah Hill, passa indenne dalle commedie demenziali al dramma, nonostante il suo personaggio sia rischiosamente al limite della caricatura.
Come i migliori film del genere, Moneyball utilizza il linguaggio dello sport per trasmettere un messaggio universale. Perché niente può raccontare meglio la vita di una stupida partita.
Romantico.
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a cura di Emanuele P. (del 24/01/2012 @ 15:10:53, in Re per una notte, linkato 422 volte)

Quelli dell'Academy, combattendo come al solito contro il sonno (per motivi di fuso, le nomination vengono annunciate live all'alba losangelina) hanno annunciato i candidati per la ottantaquattresima edizione dei premi Oscar.
Tra i film spiccano l'exploit dell'ultima opera di Martin ScorseseHugo (con 11 nomination) e The Artist di Michel Hazanavicius (10). Seguono, con distacco, Moneyball e War Horse (6), The Descendants e The Girl with the Dragon Tattoo (5), Midnight in Paris e The Help (4).

Ecco l'elenco completo:

Best Picture

    "The Artist" 
    "The Descendants" 
    "Extremely Loud & Incredibly Close" 
    "The Help" 
    "Hugo" 
    "Midnight in Paris" 
    "Moneyball" 
    "The Tree of Life" 
    "War Horse"


Directing

    "The Artist" Michel Hazanavicius
    "The Descendants" Alexander Payne
    "Hugo" Martin Scorsese
    "Midnight in Paris" Woody Allen
    "The Tree of Life" Terrence Malick

Actor in a Leading Role

    Demián Bichir in "A Better Life"
    George Clooney in "The Descendants"
    Jean Dujardin in "The Artist"
    Gary Oldman in "Tinker Tailor Soldier Spy"
    Brad Pitt in "Moneyball"

Actor in a Supporting Role

    Kenneth Branagh in "My Week with Marilyn"
    Jonah Hill in "Moneyball"
    Nick Nolte in "Warrior"
    Christopher Plummer in "Beginners"
    Max von Sydow in "Extremely Loud & Incredibly Close"

Actress in a Leading Role

    Glenn Close in "Albert Nobbs"
    Viola Davis in "The Help"
    Rooney Mara in "The Girl with the Dragon Tattoo"
    Meryl Streep in "The Iron Lady"
    Michelle Williams in "My Week with Marilyn"

Actress in a Supporting Role

    Bérénice Bejo in "The Artist"
    Jessica Chastain in "The Help"
    Melissa McCarthy in "Bridesmaids"
    Janet McTeer in "Albert Nobbs"
    Octavia Spencer in "The Help"

Writing (Adapted Screenplay)

    "The Descendants" by Alexander Payne and Nat Faxon & Jim Rash
    "Hugo"  by John Logan
    "The Ides of March"  by George Clooney, Grant Heslov , Beau Willimon
    "Moneyball"  by Steven Zaillian and Aaron Sorkin  Story by Stan Chervin
    "Tinker Tailor Soldier Spy"  by Bridget O'Connor & Peter Straughan

Writing (Original Screenplay)

    "The Artist" by Michel Hazanavicius
    "Bridesmaids" by Annie Mumolo & Kristen Wiig
    "Margin Call" by J.C. Chandor
    "Midnight in Paris" by Woody Allen
    "A Separation"  by Asghar Farhadi

Animated Feature Film

    "A Cat in Paris" Alain Gagnol and Jean-Loup Felicioli
    "Chico & Rita" Fernando Trueba and Javier Mariscal
    "Kung Fu Panda 2" Jennifer Yuh Nelson
    "Puss in Boots" Chris Miller
    "Rango" Gore Verbinski

Art Direction

    "The Artist"
    Production Design: Laurence Bennett; Set Decoration: Robert Gould
    "Harry Potter and the Deathly Hallows Part 2"
    Production Design: Stuart Craig; Set Decoration: Stephenie McMillan
    "Hugo"
    Production Design: Dante Ferretti; Set Decoration: Francesca Lo Schiavo
    "Midnight in Paris"
    Production Design: Anne Seibel; Set Decoration: Hélène Dubreuil
    "War Horse"
    Production Design: Rick Carter; Set Decoration: Lee Sandales

Cinematography

    "The Artist" Guillaume Schiffman
    "The Girl with the Dragon Tattoo" Jeff Cronenweth
    "Hugo" Robert Richardson
    "The Tree of Life" Emmanuel Lubezki
    "War Horse" Janusz Kaminski

Costume Design

    "Anonymous" Lisy Christl
    "The Artist" Mark Bridges
    "Hugo" Sandy Powell
    "Jane Eyre" Michael O'Connor
    "W.E." Arianne Phillips

Documentary (Feature)

    "Hell and Back Again"
    Danfung Dennis and Mike Lerner
    "If a Tree Falls: A Story of the Earth Liberation Front"
    Marshall Curry and Sam Cullman
    "Paradise Lost 3: Purgatory"
    Charles Ferguson and Audrey Marrs
    "Pina"
    Wim Wenders and Gian-Piero Ringel
    "Undefeated"
    TJ Martin, Dan Lindsay and Richard Middlemas

Documentary (Short Subject)

    "The Barber of Birmingham: Foot Soldier of the Civil Rights Movement"
    Robin Fryday and Gail Dolgin
    "God Is the Bigger Elvis"
    Rebecca Cammisa and Julie Anderson
    "Incident in New Baghdad"
    James Spione
    "Saving Face"
    Daniel Junge and Sharmeen Obaid-Chinoy
    "The Tsunami and the Cherry Blossom"
    Lucy Walker and Kira Carstensen

Film Editing

    "The Artist" Anne-Sophie Bion and Michel Hazanavicius
    "The Descendants" Kevin Tent
    "The Girl with the Dragon Tattoo" Kirk Baxter and Angus Wall
    "Hugo" Thelma Schoonmaker
    "Moneyball" Christopher Tellefsen

Foreign Language Film

    "Bullhead" Belgium
    "Footnote" Israel
    "In Darkness" Poland
    "Monsieur Lazhar" Canada
    "A Separation" Iran

Makeup

    "Albert Nobbs"
    Martial Corneville, Lynn Johnston and Matthew W. Mungle
    "Harry Potter and the Deathly Hallows Part 2"
    Edouard F. Henriques, Gregory Funk and Yolanda Toussieng
    "The Iron Lady"
    Mark Coulier and J. Roy Helland

Music (Original Score)

    "The Adventures of Tintin" John Williams
    "The Artist" Ludovic Bource
    "Hugo" Howard Shore
    "Tinker Tailor Soldier Spy" Alberto Iglesias
    "War Horse" John Williams

Music (Original Song)

    "Man or Muppet" from "The Muppets" Music and Lyric by Bret McKenzie
    "Real in Rio" from "Rio" Music by Sergio Mendes and Carlinhos Brown Lyric by Siedah Garrett

Short Film (Animated)

    "Dimanche/Sunday" Patrick Doyon
    "The Fantastic Flying Books of Mr. Morris Lessmore" William Joyce and Brandon Oldenburg
    "La Luna" Enrico Casarosa
    "A Morning Stroll" Grant Orchard and Sue Goffe
    "Wild Life" Amanda Forbis and Wendy Tilby

Short Film (Live Action)

    "Pentecost" Peter McDonald and Eimear O'Kane
    "Raju" Max Zähle and Stefan Gieren
    "The Shore" Terry George and Oorlagh George
    "Time Freak" Andrew Bowler and Gigi Causey
    "Tuba Atlantic" Hallvar Witzø

Sound Editing

    "Drive" Lon Bender and Victor Ray Ennis
    "The Girl with the Dragon Tattoo" Ren Klyce
    "Hugo" Philip Stockton and Eugene Gearty
    "Transformers: Dark of the Moon" Ethan Van der Ryn and Erik Aadahl
    "War Horse" Richard Hymns and Gary Rydstrom

Sound Mixing

    "The Girl with the Dragon Tattoo"
    David Parker, Michael Semanick, Ren Klyce and Bo Persson
    "Hugo"
    Tom Fleischman and John Midgley
    "Moneyball"
    Deb Adair, Ron Bochar, Dave Giammarco and Ed Novick
    "Transformers: Dark of the Moon"
    Greg P. Russell, Gary Summers, Jeffrey J. Haboush and Peter J. Devlin
    "War Horse"
    Gary Rydstrom, Andy Nelson, Tom Johnson and Stuart Wilson

Visual Effects

    "Harry Potter and the Deathly Hallows Part 2"
    Tim Burke, David Vickery, Greg Butler and John Richardson
    "Hugo"
    Rob Legato, Joss Williams, Ben Grossman and Alex Henning
    "Real Steel"
    Erik Nash, John Rosengrant, Dan Taylor and Swen Gillberg
    "Rise of the Planet of the Apes"
    Joe Letteri, Dan Lemmon, R. Christopher White and Daniel Barrett
    "Transformers: Dark of the Moon"
    Scott Farrar, Scott Benza, Matthew Butler and John Frazier

 

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