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 Petri... di Emanuele P.
 
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Il mio primo film era così brutto, che in sette stati americani aveva sostituito la pena di morte.

Woody Allen
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
a cura di Emanuele P. (del 27/01/2015 @ 14:59:09, in Re per una notte, linkato 2309 volte)

In vista della consegna delle ambite (?) statuette pelate , il 22 febbraio, vi proponiamo il nostro roundup sui film che se le contenderanno.



Lo Hobbit - La battaglia delle cinque armate di Peter Jackson
nomination: 1
uscita italiana: 17 dicembre 2014
il nostro voto:

cos’è: l’epilogo dell’avventura di Bilbo Baggins.

perché vederlo: la ricetta è sempre la stessa, da quattordici anni: battaglie, mostri di ogni genere, il bene che trionfa sul male proprio quando sembra pronto a soccombere. Anche stavolta i fan non saranno delusi.

cosa manca:
l’ultimo film della seconda trilogia tolkeniana paga per intero lo scotto di una storia stiracchiata pur di rispondere alle necessità del format; al contrario del precedente La desolazione di Smaug, che nella parte finale sembrava aver riacceso i fasti dei migliori episodi, La battaglia delle cinque armate risulta piatto e poco coinvolgente proprio quando il climax tanto promesso si avvicina. Ma non arriverà mai.


La teoria del tutto di James Marsh
nomination: 5
uscita italiana:15 gennaio 2015
il nostro voto:

cos’è:
la storia della relazione tra il fisico Stephen Hawking e sua moglie Jane.

perché vederlo:
pur trattando del delicato argomento della malattia, il film riesce a tenersi lontano dalla melassa del melodramma nel raccontare questa storia d’amore e di sacrificio. Il finale è estremamente furbo ma di innegabile efficacia ed ispirata tecnica cinematografica.

cosa manca:
il pathos. Non c’è mai tensione, né scontro: le emozioni sono ovattate in una nebbiolina di politically correct, molto britannica, che ottunde i sensi. Non una grande premessa per un film romantico.



The Imitation Game di Morten Tyldum
nomination: 8
uscita italiana:1 gennaio 2015
il nostro voto:

cos’è:
l’impresa di un gruppo di matematici, guidati da Alan Turing, che riuscì a decifrare il sistema di comunicazione segreto della Germania nazista, contribuendo a porre fine alla Seconda Guerra Mondiale.

perché vederlo:
la storia ha un fascino antico, mescolando spionaggio, guerra e melodramma, ma si fa portabandiera di un messaggio universale e decisamente moderno. Nel cast di ingessati britannici, Cumberbatch domina la scena, pur risultando talvolta sopra le righe.

cosa manca:
è un polpettone cucinato ad arte, ma questo non lo rende meno indigesto a chi è in cerca di qualcosa di più ispirato.




Still Alice
di Richard Glatzer e Wash Westmoreland
nomination: 1
uscita italiana: 16 gennaio 2015
il nostro voto:

cos’è:
una brillante linguista deve fare i conti con l’insorgenza di una rara forma di Alzheimer precoce.

perché vederlo:
si tratta di un film corale, in cui ogni elemento del cast (persino Kristen Stewart) trova la sua collocazione funzionale; i registi riescono ad affrontare il tema con grande delicatezza, ma senza fare alcuno sconto alla loro meravigliosa protagonista, Julianne Moore.

cosa manca:
chiede allo spettatore empatia e complicità non necessariamente contraccambiate.



The Grand Budapest Hotel di Wes Anderson
nomination: 9
uscita italiana: 10 aprile 2014
il nostro voto:

cos’è:
la storia del pittoresco Gran Budapest Hotel e del suo mitologico concierge.

perché vederlo:
Wes Anderson ha l’innegabile merito di aver inventato un genere del quale è l’unico interprete, fondendo artigianato, invidiabile inventiva, skill alla regia e, non ultima, una grande cultura cinematografica (cult la sequenza che cita frame per frame Il sipario strappato); solo con lui anche i mostri sacri della recitazione accettano di mettersi in discussione. Non manca neanche il consueto finale melodrammatico, che fa uscire dalla sala con una lacrimuccia catartica.

cosa manca:
è una variante del solito canovaccio, ma più debole delle precedenti (in particolare, sfigura di fronte a Moonrise Kingdom).



Birdman or (The Unexpected Virtue of Ignorance) di Alejandro G. Iñárritu
nomination: 9
uscita italiana: 5 febbraio 2015
il nostro voto:

cos’è
: un attore da blockbuster sul viale del tramonto cerca il riscatto artistico adattando per Broadway un romanzo di Raymond Carver. Il personaggio che lo ha reso celebre al botteghino e che ora aleggia su di lui come diabolico alter ego ha però intenzioni diverse.

perché vederlo
: è un esperimento irresistibile, un unico (finto) piano sequenza reso possibile dalla magia del digitale, messa nelle mani di un regista coraggioso supportato dal miglior direttore della fotografia su piazza (Emmanuel Lubezki). Keaton è pieno di autoironia tagliente, Norton la solita garanzia.

cosa manca:
la linea tra grottesco e ridicolo è sottile, così come quella tra capolavoro ed irritante incompiuto.



Boyhood di Richard Linklater
nomination: 6
uscita italiana: 23 ottobre 2014
il nostro voto:

cos’è:
l’infanzia e l’adolescenza di Mason, dai 5 ai 18 anni.

perché vederlo:
non si può far a meno di ammirare Linklater e il suo cast per la costanza con la quale, estate dopo estate, hanno continuato a girare il loro film: si tratta di una impresa artistica ambiziosa e sicuramente riuscita, che nonostante il minutaggio significativo non lascia andare la sua presa sullo spettatore. Hawke e Arquette sono impeccabili.

cosa manca:
alla lunga, il gioiellino inizia a creparsi: Linklater paga il casting del protagonista, Ellar Coltrane, che crescendo diviene un attore sempre più mediocre e soprattutto sconta (più che nella sua famigerata trilogia sull’amore) una innata tendenza all’abbellimento della realtà, che finisce con l’assumere contorni da fiaba tradendo l’imperativo alla base dell’intero progetto.



Interstellar di Christopher Nolan
nomination: 5
uscita italiana: 6 novembre 2014
il nostro voto:

cos’è:
un gruppo di astronauti s’imbarca in un viaggio interstellare per salvare il futuro dell’umanità.

perché vederlo:
i Nolan sono la migliore garanzia su piazza che un filmone-da-botteghino possa vantare: la loro visione meravigliosamente contorta e cervellotica del cinema non è cambiata, dai piccolissimi budget di The Following e Memento fino agli stramilioni di Batman ed Inception; Interstellar fatica a carburare, ma quando lo fa (è necessaria un’oretta) succede qualcosa di magico ed ognuna delle incongruenze della trama si dissolve in una entusiasmante esperienza cinematografica.

cosa manca:
il prologo all’avventura riesce ad essere allo stesso tempo troppo lungo ed affrettato; durante tutto il film basta poca attenzione per inciampare in tante situazioni per le quali la sospensione dell’incredulità non è davvero sufficiente.



L’amore bugiardo – Gone Girl di David Fincher
nomination: 1
uscita italiana:18 dicembre 2014
il nostro voto:

cos’è:
una donna scompare nel nulla e suo marito diviene il primo sospettato.

perché vederlo:
guardare Gone Girl è come fare un giro sulle montagne russe: Fincher cambia registro ogni volta che lo spettatore sembra abituarsi, passando con disinvoltura dalla commedia al dramma, dal giallo al thriller, fino a rivelare la vera natura del suo film: quella della farsa, grottesca e geniale, che sferza su ipocrisia ed universo mediatico.

cosa manca:
può deludere chi è andato al cinema aspettandosi un thriller con sequenze mozzafiato o coltelli insanguinati; per quelle conviene rivolgersi ad uno dei cento horror in sala ogni settimana.



Lo sciacallo di Dan Gilroy
nomination:1
uscita italiana:13 novembre 2014
il nostro voto:

cos’è:
un ambizioso cameraman è disposto a tutto pur di riprendere lo scoop del giorno. Ogni giorno.

perché vederlo:
Gilroy, sceneggiatore prestato alla regia, apre uno squarcio sullo spietato mondo delle cable news restituendolo con una notevole dose di verosimiglianza e cinismo: una Los Angeles bella e maledetta fa da scenario alle “imprese” della scoraggiante fauna di squali e sciacalli che si aggira nella notte, alla ricerca dell’inquadratura più cruenta. Gyllenhaal, quasi irriconoscibile, è l’antieroe perfetto.

cosa manca:
l’epilogo non è coraggioso quanto il resto del film avrebbe meritato.




Whiplash
di Damien Chazelle
nomination: 5
uscita italiana: 12 febbraio 2015
il nostro voto:

cos’è:
le disavventure di un talentuoso percussionista.

perché vederlo:
Whiplash è elettrizzante. Anche tutti quelli che detestano i film musicali resteranno ipnotizzati dal ritmo che Chazelle regala al suo primo lungometraggio: come i suoi due monumentali protagonisti (Miles Teller e J.K. Simmons, prestazione che vale una carriera) non accetta nessun compromesso pur di realizzare al massimo le potenzialità della storia. È difficile smaltire l’adrenalina, anche quando i titoli di coda sono passati da qualche minuto.

cosa manca:
una buona campagna di PR che accompagni la distribuzione italiana del film. Passaparola.

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a cura di Emanuele P. (del 15/11/2014 @ 14:33:42, in Al Cinema, linkato 3539 volte)


La spia – A Most Wanted Man, tratto da un romanzo di John Le Carré, ha il poco invidiabile primato di portare in scena per l’ultima volta l’ingombrante e carismatico profilo di Philip Seymour Hoffman, accompagnato da un cast di prim’ordine (Mc Adams, Dafoe, Wright). L’attore americano interpreta un veterano dell’intelligence tedesca esiliato ad Amburgo dopo una missione andata male, alle prese con la comparsa di un uomo misterioso, fuggito dalla Cecenia, le cui intenzioni appaiono indecifrabili.
Il regista Anton Corbijn, con alle spalle una lunga carriera da videomaker ed un paio di lungometraggi mediocri, sfrutta per buona parte del film l’idea piuttosto originale alla base del soggetto, centrato sulla enigmatica figura dell’uomo in fuga più che sulla convenzionale “caccia”, ma col passare dei minuti perde quella capacità di costruire pathos che aveva minuziosamente guadagnato introducendo con cura i personaggi e le loro dinamiche. Così, tanto più chiare risultano le intenzioni del fuggitivo e le debolezze della trama, tanto meno il film riesce a mantenere la sua presa sullo spettatore, finendo col diventare una sorta di parodico j’accuse nei confronti della proverbiale prepotenza americana.

Ben altro registro ma un simile andamento contraddistinguono Frank, dell’irlandese Lenny Abrahamson. Stavolta il totem attorno al quale la vicenda si sviluppa è Michael Fassbender, che interpreta il frontman mascherato di una bizzarra band musicale dal nome impronunciabile. In questa scelta si cela la vera ragion d’essere del gruppo, che secondo le intenzioni della cofondatrice Maggie Gyllenhaal deve rifuggire dalla popolarità: una scelta in controtendenza, ma indispensabile per proteggere il fragile Frank, del quale la donna è ovviamente innamorata. L’arrivo di un nuovo musicista (Domhnall Gleeson), giovane ed ambizioso quanto privo di talento, metterà tutto in discussione.
Anche il film di Abrahamson, come il thriller made in Germany di Corbijin, riesce a funzionare in modo eccellente solo fino al momento in cui la narrazione arriva ad una svolta: la storia implode insieme al suo geniale protagonista quando entrambi sono costretti a confrontarsi con un contesto più complesso di quello idilliaco della “comune” nella quale si svolge tutta la prima parte. È proprio in quel momento che il film potrebbe fare il suo salto di qualità, elevandosi dal semplice status di originale divertissement per diventare qualcosa di più, ma invece perde forza e credibilità come i suoi amati Soronprfbs (questo è il nome del gruppo), che lontani dal loro habitat naturale vedono la semplice promessa di popolarità come una sicura condanna a morte. In particolare Frank si rivela in tutta la sua fragilità, dovendo confrontarsi con i demoni del suo passato che lo avevano costretto a nascondersi dal resto del mondo, dietro quella maschera buffa ma allo stesso tempo inquietante che sfoggia misteriosamente dall’inizio del film.
Il conciliante finale, con una memorabile esecuzione di “I love you all”, fa perdonare però molte delle incertezze della storia.

L’eroina di Due giorni, una notte non deve braccare terroristi, né confrontarsi con le insicurezze della celebrità: più prosaicamente, Marion Cotillard deve cercare di sopravvivere. Il direttore della azienda in cui lavora ha infatti posto i suoi dipendenti di fronte ad un terribile ultimatum: decidere con una votazione se accettare un bonus in denaro o utilizzare quei fondi per riassumere la donna, assentatasi per motivi di salute. I due giorni ed una notte del titolo sono quelli durante i quali i fratelli Jean-Pierre e Luc Dardenne seguono la protagonista nel tentativo di convincere i colleghi a votare in suo favore; si tratta di una odissea commovente, a tratti straziante, un viaggio nell’animo umano condotto dagli autori francesi senza lasciare spazio al giudizio: anche gli interlocutori più ostili hanno la loro dignità.
Marion Cotillard domina la scena dal primo all’ultimo istante, con una interpretazione convincente e matura, dando prova ancora una volta del suo incredibile eclettismo che la rende in grado di spaziare dai blockbuster americani di Nolan fino ai film intimisti della natia Francia. Grazie alla naturale empatia che provoca nello spettatore, riesce ad introdurlo in uno spaccato di durissima, cruda, realtà con efficacia maggiore di quanto avrebbe potuto fare anche il più ispirato dei documentari; si esce dalla sala con qualche certezza in meno, ma con un pizzico di fiducia in più nell’umanità.

La spia – A Most Wanted Man, di Anton Corbijn.
2014 (USA, Germania, Regno Unito), 121’
uscita italiana: 30 ottobre 2014

Frank, di Lenny Abrahamson.
2014 (Regno Unito, Irlanda), 95’
uscita italiana: 13 novembre 2014

Due giorni, una notte (Deux jours, une nuit), di Jean-Pierre e Luc Dardenne.
2014 (Belgio, Italia, Francia), 95’
uscita italiana: 13 novembre 2014

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a cura di Emanuele P. (del 12/09/2014 @ 18:21:28, in Al Cinema, linkato 5089 volte)


Frances Ha
Noah Baumbach, 2012 (USA), 86’
uscita italiana: 11 settembre 2014

“Adorava New York. La idolatrava smisuratamente (…) Per lui, in qualunque stagione, questa era ancora una città che esisteva in bianco e nero”.

Sin dalla sua uscita nelle sale, Manhattan (1979) è diventato il principale punto di riferimento per generazioni di cineasti innamorati della Grande Mela e di quella inscalfibile retorica che la rende palcoscenico privilegiato per il dipanarsi di innumerevoli storie; pochi autori però sono riusciti a restituire una così vigorosa linfa all’atmosfera di alleniana memoria quanto Noah Baumbach (Kicking and Screaming, Il calamaro e la balena) con il suo Frances Ha. Più che nell’ammiccante particolare della fotografia in bianco e nero, questo legame si manifesta subito, durante la meravigliosa sequenza d’apertura in cui lo spettatore inizia a familiarizzare con la ingombrante protagonista della vicenda, Frances (Greta Gerwig): basta un montaggio serrato ma armonioso, ispirato più o meno consciamente dall’indimenticabile epilogo di Annie Hall, per stabilire subito la cifra stilistica del film. Il prologo ci presenta la storia di una grande amicizia, introducendoci alla simbiotica intimità che caratterizza il rapporto tra Frances e Sophie (Mickey Sumner), amiche che condividono quasi ogni istante della loro vita “come una coppia di lesbiche che non fa più sesso”. Ma mentre la fragile protagonista è totalmente dipendente da questa relazione, intrappolata in un mondo di autoillusione nel quale si immagina come promettente ballerina di danza moderna, Sophie porta avanti un’esistenza decisamente più funzionale (fidanzato, lavoro remunerativo, grandi aspirazioni) ed è pronta ad emanciparsi da questa “unione” traslocando in compagnia di un’altra amica in un quartiere ben più chic.
Prevedibilmente, questo evento mette in discussione l’intera esistenza di Frances: è un brusco ritorno alla realtà, nella quale anche la basilare “sopravvivenza” diventa tutt’altro che scontata. La ragazza inizia quindi un pellegrinaggio attraverso il mondo dei Bourgeois-bohèmian newyorkesi che ricorda quasi una discesa agli inferi: di appartamento in appartamento, si fa strada tra amici e conoscenti che la trattano come un bizzarro esperimento sociale, presi come sono dallo sperperare il denaro di famiglia inseguendo improbabili ambizioni artistiche.
Ogni tanto, il bianco e nero di Manhattan in qualche modo incontra (se non anticipa) i chiassosi colori del celebrato serial tv Girls (di Lena Dunham, 2012), che segue le disavventure di un’altra outcast alle prese con il cinismo della grande metropoli – c’è persino un interprete in comune, Adam Diver; ma mentre l’alter ego televisivo vive pericolosamente la grottesca New York del ventunesimo secolo, Frances vaga in un mondo romantico e senza tempo, cristallizzato in modo efficacissimo dalla fotografia di Sam Levy. La sua è una dolorosa odissea, ma si conclude con un epilogo gratificante: la nascita di una nuova donna,
più pragmatica ma non per questo meno felice, finalmente in grado di apprezzare davvero l’amicizia che la lega alla compagna di una vita, un sentimento tale da trascendere la semplice, infantile, dipendenza.
Greta Gerwig (co-autrice della sceneggiatura, eroina del cinema indie americano) offre una prestazione monumentale e per una volta dà l’impressione di aver completato quel personaggio che da anni trascina di commedia in commedia: la bizzara quasi-trentenne affetta dalla sindrome di Peter Pan; a questa maturazione contribuisce in modo determinante il sodalizio con Baumbach, che nobilita le imprese della sua protagonista inserendole in una cornice perfetta, costruita con stile ricercato e molto personale, dalle scelte musicali (c’è il portabandiera della nouvelle vague Delerue ma anche David Bowie) sino alla curiosa modalità di divisione della storia in capitoli, ciascuno dei quali prende il suo titolo dall’indirizzo dell’appartamento abitato in quel momento da Frances: si tratta dell’efficace metafora di un viaggio interiore che riuscirà a conquistare più di qualche cinico tra i presenti in sala.

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Dall’impermeabile al mostro di fumo


In impermeabile anche quando prepara le omelette

A pensarci bene potrebbe sembrare strano, ma il nostro viaggio delirante nell’universo dello storytelling televisivo inizia dall’impermeabile sdrucito di un tenente italoamericano. Il serial tv Columbo (1971) è infatti uno degli esempi più efficaci di serial tv prima maniera: ciascun episodio è indipendente dagli altri, con un’avvincente trama che si sviluppa nell’arco di 100 minuti trovando infine una appagante conclusione; l’unico comun denominatore tra tutte le storie raccontate durante una stagione è il grandioso protagonista, Peter Falk, arguto indagatore travestito da sempliciotto. Ognuno di questi veri e propri film, soprattutto nelle prime stagioni, poteva vantare un formidabile lavoro di sceneggiatura e regia (molti mostri sacri della celluloide, come Spielberg, si sono fatti le ossa dirigendo episodi dello show) oltre alle interpretazioni di un cast spesso cinematografico, che ha visto negli anni succedersi una eterogenea e talentuosa quantità di artisti, spaziando da Cassavetes sino a Johnny Cash – protagonista di un memorabile episodio para-biografico in salsa country.


Lo smoke monster in tutto il suo splendore

Deve passare quasi mezzo secolo prima che prenda piede sul palcoscenico americano una nuova generazione di show: è il 2004 quando il volo Oceanic 815 precipita su un’isola misteriosa, dove tutto sembra possibile, cambiando per sempre il pubblico televisivo. Con Lost sono gli stessi concetti di “episodio” e “stagione” ad assumere un significato sostanzialmente diverso da quello tradizionale, perché la trama di ogni appuntamento settimanale diviene solo il piccolo pezzo di un puzzle enorme, ed in quanto tale risulta inaccessibile per chiunque si trovi a guardare lo show per la prima volta. Si tratta di un cambiamento epocale , visto lo “sforzo” senza precedenti in termini di attenzione e dedizione al serial che viene richiesto al pubblico, che però ripaga lo spettatore con una storia mai così complessa e avvincente, tale da generare intere comunità di aficionados pronti a speculare per anni sul significato e sui possibili sviluppi di ogni svolta narrativa.
Facili entusiasmi a parte, non è però tutto oro quello che luccica: le serie tv infatti, così come ogni altro prodotto televisivo, devono sottostare a leggi di mercato molto meno “nobili” di quelle artistiche, quali ratings, costi di produzione e le bizze di attori terrorizzati dall’idea di restare intrappolati in un ruolo decennale, che inevitabilmente finiscono con l’influire su molti aspetti dello show e, in ultima istanza, sulle sue strategie narrative. Anche un inatteso successo può avere conseguenze deleterie, costringendo gli autori in una “prigione dorata” di dollari ed aspettative dalla quale uscire diventa impossibile: ecco che anche la più promettente delle serie può spegnersi nell’arco di poco tempo, in uno stillicidio di stagioni sempre meno interessanti – Dexter (2006) è tra le vittime più eclatanti di questo meccanismo sadico.


In medio stat virtus


Forbrydelsen, un whodunit mozzafiato

Arriviamo così al presente, dove il tramonto di serial fenomenali – Breaking Bad (2008), Mad Men (2007) –  ha lasciato spazio per una terza strada, a metà tra i due estremi della narrativa televisiva: la mini-serie. Tenendo ben presenti anche i successi di realtà europee meno conosciute ma non per questo di minor qualità (soprattutto britanniche e scandinave), anche i principali network americani hanno infatti iniziato a dare sempre maggior fiducia a format seriali più contenuti, caratterizzati sin dall’inizio da una durata ed uno sviluppo ben definiti. Questa soluzione ha un duplice vantaggio, perché pur conservando uno spazio narrativo significativo, se paragonato a quello di un lungometraggio, libera gli autori da tutte le incognite (e le relative tentazioni) che si nascondono dietro una durata pluriennale, perennemente funestata da fattori esterni alla “sfera artistica”.
La soluzione finale è però frutto di una mediazione ben più scaltra, atta a preservare la fidelizzazione dei nuovi spettatori faticosamente accalappiati: le mini-serie vengono così concepite come frammenti di una struttura più grande, la “serie” vera e propria, che si propone di proseguire negli anni mantenendo intatto solo il pool di autori ma cambiando radicalmente di stagione in stagione interpreti e storie – un progetto teoricamente interessante, la cui effettiva riuscita è però ancora tutta da testare.

Durante la stagione televisiva 2013-14 tre serial sono stati i principali protagonisti di questa nouvelle vague, spaziando dalla remota Nuova Zelanda al gelido Minnesota, senza farsi mancare neanche i polverosi stati del sud degli States: Top of the Lake, True Detective e Fargo.


Il pessimismo cosmico di Top of the Lake


La crudeltà umana è selvaggia, quasi quanto la natura

Top of the Lake, scritto dalla mitologica cineasta neozelandese Jane Campion e dall’australiano Gerald Lee, pur essendo una mini-serie in senso stretto (non è prevista alcuna continuazione) rappresenta un modello ideale per questo nuovo modo di raccontare una storia in tv, essendo la sua durata totale (350 minuti) divisa in sei o sette episodi, a seconda della lunghezza scelta dal distributore per il singolo show, ognuno dei quali si conclude “sfumando” nel successivo, senza soluzione di continuità.
Data la significativa mole di tempo a disposizione, gli autori possono introdurre lo spettatore con grande cautela in un mondo distante anni luce da quello delle grandi metropoli occidentali: un borgo rurale della Nuova Zelanda, nel quale il tempo sembra essersi fermato. Questo periodo di ambientazione richiede forse un po’ troppa pazienza, tale da far desistere un pubblico più superficiale, ma è indispensabile per poter entrare “in ritmo” con la storia che ci verrà raccontata.
Al centro della vicenda c’è Tui (Jacqueline Joe), una dodicenne che nelle primissime scene viene salvata da un probabile tentativo di suicidio; il turning point arriva pochi istanti dopo, quando scopriamo che la bambina è incinta. All’orrore seguono le ovvie domande, poste dall’altra eroina del serial, Elisabeth Moss (già apprezzata in Mad Men), detective in fuga dalla confusa vita personale lasciata nella “grande città” e con alle spalle un vissuto persino più complesso. Basta poco per comprendere che nell’illibato paradiso naturale neozelandese, sovrastato da un cielo che sembra infinito, regna un ordinamento arretrato e patriarcale, dove piccoli soprusi hanno sedimentato per decenni dando l’impressione che l’impunità sia l’unica certezza.
Pur essendo girato per la maggior parte in esterni, Top of the Lake si distingue proprio per la sua atmosfera claustrofobica, che non origina dal setting ma dall’abilità degli autori, in grado di restituire personaggi e situazioni tali da dare il benvenuto allo spettatore in un incubo, che appare però inequivocabilmente radicato nella realtà. Una volta accettato il ritmo talvolta compassato della narrazione, si è assorbiti dalla storia e dai tormenti dei protagonisti, sulle tracce di un colpevole che ha fatto ben peggio del vostro “consueto” assassino da whodunit. Ha ucciso l’innocenza.


La storia ciclica di True Detective


Quando si dice "dedizione"

Vero e proprio happening televisivo dell’anno, True Detective ha raggiunto in breve tempo una celebrità inattesa, tale da dar vita a parodie, discussioni e speculazioni così complesse da rinverdire i fasti del mai dimenticato Lost. Con soli otto episodi, l’autore Nick Pizzolatto e il regista Cary Joji Fukunaga  sono stati in grado di mettere in moto la loro silenziosa rivoluzione dello storytelling, raccontando una storia compiuta, convincente e coerente; nonostante le sirene tentatrici, proporranno il prossimo anno una nuova stagione, mantenendo della osannata mini-serie appena conclusa solo il titolo e magari (nelle intenzioni) quella intangibile essenza che ha garantito tanto consenso.
Potrebbe sembrare poco, ma si tratta di un cambiamento sostanziale nella logica delle produzioni tv (sempre tentate dall’idea di spremere fino in fondo un’idea che funziona), indispensabile tra l’altro per rendere possibile l’ingaggio di Matthew McConaughey per il ruolo di acclamato uber-protagonista – l’attore texano, la cui metamorfosi degli ultimi anni meriterebbe una trattazione a parte, è diventato la star di maggior rilievo del panorama USA e con ogni probabilità non avrebbe mai accettato un ruolo in un serial convenzionale; la sua partecipazione (ed il successo di critica riscosso) convinceranno certamente altri “nomi” di grande livello a far parte dei nuovi capitoli della saga e di altri progetti omologhi: l’ennesima piccola rivoluzione.

La storia di True Detective è ambiziosa e complessa, spaziando su tre piani temporali diversi (nell’arco di quasi venti anni) per delineare un intricato reticolo di personaggi e situazioni; tutto inizia con una serie di brutali omicidi che sembrano far parte di un macabro rituale ed ogni nuova pista conduce a scoperte sempre meno rassicuranti.
L’ambientazione è semplicemente eccezionale: grazie alla fotografia di Adam Arkapaw si riesce a respirare l’aria rarefatta della Louisiana dove, lontani dal fascino di New Orleans, ci si trova di fronte ad infinite distese di acquitrini e baracche; in questi luoghi dimenticati da Dio, qualcun altro potrebbe sentire il dovere di prenderne le veci.
L’unico aspetto che colpisce più dell’atmosfera sono i due anti-eroi che la respirano: McConaughey e Woody Harrelson, i “veri” detective col compito di risolvere il caso, mentre si barcamenano in vite tutt’altro che perfette e soprattutto nel loro travagliato rapporto. Mentre il personaggio di Harrelson rappresenta un cliché ambulante (violento, indolente, fedifrago, ma tutto sommato un buono), quello di McConaughey sorprende sin dall’inizio per il coraggio con cui viene caratterizzato, quasi fino alla caricatura. Rust Cohle è infatti uno degli esperimenti narrativi più curiosi e meglio riusciti degli ultimi anni, soprattutto grazie al fuoriclasse che lo interpreta danzando con abilità sulla linea che divide il convincente dal ridicolo: sposa nichilismo, serenità zen, masochismo, teorie sulla ciclicità della storia e sull’infinito con nonchalance avvilente ed una ipnotica cadenza del sud; per minuti potreste non capire assolutamente nulla di ciò che sta blaterando, ma riesce a farlo in modo tale da risultare irresistibile.
Il regista di tutti gli episodi, Cary Fukunaga, è la ciliegina sulla torta di un progetto riuscito quasi perfettamente. Pronto a recitare un ruolo di primo piano nel panorama del cinema d’azione hollywoodiano, l’americanissimo trentasettenne dal cognome esotico riesce a sostenere in modo magistrale i numerosi cambiamenti di registro che la storia propone, dando il meglio di sé nelle sequenze più movimentate, che compaiono piuttosto tardi nel serial ma con un impatto esplosivo (in particolare, merita di essere menzionato il famigerato piano sequenza di oltre sei minuti che, ça va sans dire, ha garantito al regista tutta la nostra stima).
Come prevedibile, visto l’hype generato ed il crescente successo, l’epilogo ha diviso i fan, tenendo però fede alla promessa iniziale: quella di raccontare una storia, per intero, prima che gli autori (o gli spettatori) iniziassero ad annoiarsi. Il primo passo verso un futuro sicuramente diverso.


La filosofia coeniana di Fargo


Implacabile

L’unico modo per concepire un remake riuscendo ad onorare davvero l’originale è avere il coraggio di mantenerne l’essenza, per poi stravolgere tutto il resto. Deve essere stato questo il mantra recitato da Noah Hawley mentre scriveva le pagine del suo Fargo, divertendosi a trasformare il capolavoro dei fratelli Coen (1996) in una odissea lunga oltre 500 minuti (divisi in 10 episodi), piena di nuove idee e con un indimenticabile nuovo protagonista. Billy Bob Thorton interpreta un cattivo da antologia, che come un flagello biblico si abbatte sulla piccola comunità di Bemidji, Minnesota, corrompendo animi e facendo scorrere fiumi di sangue. Lorne Malvo, questo è uno dei tanti alias con i quali il sicario è conosciuto, ha molto in comune con lo psicopatico Bardem di No Country for Old Men, col quale condivide oltre ad un taglio di capelli quantomeno discutibile anche una etica deviata, fedele a contorti ed incomprensibili canoni morali. Il suo arrivo cambia radicalmente la vita di Lester (Martin Freeman), che da infelice underachiever diviene spietato maschio alfa, così come il futuro della acutissima Molly (Allison Tolman), membro della polizia locale, destinata altrimenti a sopportare per sempre la dabbenaggine dei suoi superiori.

Hawley riesce ad andare oltre il remake, perché fa propria la massima di un altro film cult dei Coen, A Serious Man, che è possibile estendere a tutta la loro filmografia: “in questo ufficio, ogni azione ha sempre una conseguenza, non solo fisica, ma morale afferma infatti il protagonista, un professore, allo studente che sta goffamente tentando di corromperlo; come rivelerà l’epilogo, quelle parole rappresentano una sentenza inappellabile. L’ufficio del professore è in realtà, per esteso, il luogo stesso dove esiste il Cinema dei Coen, un universo spietato ma allo stesso tempo giusto, dominato da una forza superiore che chiede conto delle azioni di ognuno; Lorne Malvo è il mezzo attraverso cui questa giustizia si abbatte su tutti i protagonisti del “nuovo” Fargo, un deus ex machina implacabile e vendicativo, infallibile nello smascherare la vera essenza di quelli con cui si confronta – c’è in effetti qualcosa di sovrumano nelle sue gesta. Questa chiave di lettura permette di interpretare la sostanziale differenza tra il personaggio di Freeman ed il suo alter ego cinematografico (William H. Macy): mentre Macy è una miserabile vittima degli eventi, Lester si rivela una ticking bomb alla quale era necessaria per esplodere solo una piccola spinta. Allo stesso tempo la presenza del “flagello” rende possibile la nascita di una coppia per la quale è impossibile non provare empatia (Molly ed il goffo Gus, Colin Hanks) ad ulteriore dimostrazione che c’è comunque speranza per i puri di cuore, anche di fronte alla più temibile delle “divinità” coeniane.
Thorton è formidabile: il suo ineffabile Malvo, un essere al di la del bene e del male, riesce persino a risultare in qualche modo simpatico, un antagonista per il quale parteggiare – Hitchock insegna che si tratta di uno dei segreti per il successo di un film; come lui, anche il resto del cast si rivela indovinato e sempre in parte, in ognuno dei piccoli ruoli ritagliati ad arte da Hawley.
Nonostante i numerosi cambi alla regia, ogni episodio mantiene una cifra stilistica ben precisa, dal ritmo avvolgente, costruita su attente dissolvenze e movimenti di camera mai banali: le immagini sono spesso protagoniste della scena, accompagnate da un epico contrappunto musicale.
Qualora venisse rinnovato dalla FX per una seconda stagione, anche Fargo cambierà storia ed interpreti, sposando convintamente la causa di questo nuovo approccio alla serialità in TV. Non sappiamo cosa ne verrà fuori ma, come ogni innovazione che si rispetti, merita tutta la nostra attenzione. Ed un pizzico di incoraggiamento.

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a cura di Emanuele P. (del 19/04/2014 @ 14:19:39, in Anteprime, linkato 8800 volte)

Help me put a roof on this house

Un giorno come tanti
(Labor Day)
Jason Reitman, 2013 (USA), 111’

Nonostante la giovane età, Henry (Gattlin Griffith) è costretto a diventare “l’uomo di casa” dopo la separazione dei suoi genitori, che ha lasciato la madre Adele (Kate Winslet) in una valle di lacrime e insicurezze. L’incontro-scontro con un fuggitivo (Josh Brolin), durante il weekend lungo del Labor Day, cambierà radicalmente il futuro di questa famiglia disfunzionale.

Con Un giorno come tanti, il cinema di Jason Reitman ultima la sua migrazione di genere, dalla commedia sofisticata (Thank you for smoking, Juno) fino al dramma, già in parte esplorato col tagliente Young Adults. Peccato che la storia scelta, per la prima volta “non originale” ma tratta dall’omonimo romanzo di Joyce Maynard, non sia all’altezza delle precedenti: un coming-of-age melenso, che si affida senza ritegno alla sospensione dell’incredulità di chi assiste. Proprio la debolezza del soggetto finisce però col mettere in evidenza le qualità del Reitman regista, sinora nascoste dalle brillanti sceneggiature sulle quali aveva lavorato; il suo Un giorno come tanti è confezionato infatti con gusto raffinato ed una attenzione particolare al ritmo, reso fluido ed incalzante sin dalle primissime scene grazie all’uso intelligente delle dissolvenze incrociate – questa cifra viene mantenuta poi durante tutto il film, anche nell’approccio alle sempre insidiose sequenze-flashback, abilmente fuse nella narrazione. L’atmosfera carica di avvincente tensione che aveva contraddistinto l’incipit perde però di efficacia col passare dei minuti, perché la storia scivola sempre più verso l’inverosimile, combattuta tra l’attenzione da dedicare alla insolita coppia di amanti ed i tumulti pre-adolescenziali del giovane Henry ; è qui che il trio di protagonisti riesce a salvare la pellicola, rendendo convincenti anche i momenti meno credibili. La Winslet, in particolare, si conferma una certezza granitica: ne è passato di tempo dai sorrisi della patetica giovane di Titanic; ora al suo posto c’è un’attrice completa, credibile e ben più affascinante, in grado di restituire con uno sguardo più di quanto possa fare un monologo ben scritto.
Con la sua ultima opera, Reitman insomma si garantirà il favore di molti cinefili innamorati della forma (come chi scrive) e del pubblico che alle complesse dinamiche dei suoi film precedenti preferisce la bella favola di un amore tormentato. Ma, soprattutto, lascerà a tutti un po’ di amaro in bocca per quella che sembra davvero un’occasione mancata.
Incompiuto.

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Nei film, così come in romanzi e racconti, la fantascienza è stata utilizzata per affrontare con maggior libertà temi delicati, perché in grado di aggirare due livelli di censura: quella “di stato”, regolata da tagliole spesso miopi e superficiali, e quella ben più insidiosa presente nell’inconscio di ciascuno spettatore/lettore.
Una storia apparentemente inverosimile, se sufficientemente distante dalla realtà e dalle sue regole sociali, diviene infatti un ambiente quasi magico nel quale è possibile avere un nuovo approccio (più onesto, più “puro”) nei confronti di problemi e tematiche della quotidianità che spesso diventano tabù.
Persino il mondo dei film romantici, anestetizzato per decenni da canovacci ripetitivi e deprimenti, sembra aver trovato nella “svolta fantascientifica” nuova linfa vitale: una nouvelle vague che ha in Eternal Sunshine of the Spotless Mind (2004), di Michel Gondry, il suo più alto punto di riferimento. Negli ultimi mesi nuove produzioni hanno seguito questa strada con alterne fortune, pur appartenendo a dimensioni (geografiche, economiche) decisamente diverse: i britannici Cashback e About Time, l’hollywoodiano The Secret Life of Walter Mitty e l’indipendente Her.

Cashback (di Sean Ellis) è un curioso esperimento datato 2006. Così come l’omonimo cortometraggio che aveva riscosso un discreto successo a livello internazionale due anni prima, il film mostra uno spaccato della vita di Ben (Sean Biggerstaff) aspirante pittore che dopo la dolorosa rottura con la fidanzata accetta un impiego da cassiere in un supermercato.
Durante le sue nottate insonni, trascorse lavorando ad orari improponibili, il confine tra sogno e realtà lentamente si sfoca fino a svelare una peculiare abilità: con un gesto, il ragazzo è in grado di “mettere in pausa” il tempo, che continua a scorrere solamente per lui, mentre il resto della realtà rimane ad attenderlo, cristallizzato. Solo così per Ben diviene possibile cogliere tutti quegli istanti di grande bellezza (per dirla alla Sorrentino) che lo circondano nella sua grigia quotidianità segnata dalla perdita dell’amore di una vita, e solo così diviene quindi possibile aprirsi di nuovo al mondo e conoscere una ragazza (Emilia Fox) con la quale condividere il suo piccolo segreto di immortalità.

La questione del tempo sembrerebbe particolarmente cara agli inglesi, visto che rappresenta il fulcro attorno al quale si sviluppa anche la storia di About Time (Richard Curtis, 2013).
La trama, apparentemente banale, ha come protagonista un giovane uomo, Tim (Domhnall Gleeson), che dopo una difficoltosa educazione sentimentale vede coronato il suo sogno d’amore grazie all’incontro con una ragazza americana (Rachel McAdams).
Anche in questo caso la “svolta fantascientifica” è cruciale per rendere più interessante la vicenda: Tim infatti, come tutti i maschi della sua famiglia, ha la capacità di tornare indietro nel tempo e può rivivere o persino modificare il passato. Questo escamotage narrativo si rivela prezioso, perché consente di dare vita a gag divertenti e rende molto più interessante il racconto del corteggiamento tra i due innamorati. Nonostante in alcuni momenti abusi della nostra sospensione dell’incredulità, nella sua prima parte il film funziona bene e mette in mostra le potenzialità di un approccio originale a tematiche stantie; purtroppo però col passare dei minuti la storia d’amore tra i due protagonisti risulta sempre meno centrale, divenendo noiosa e senza alcun genere di imprevisto, mentre prende il proscenio una ridondante e pretenziosa riflessione sul significato della vita e del tempo, caratterizzata da elucubrazioni para-filosofiche di nessun interesse che assassinano il finale di un film con discreto potenziale.

Con The Secret life of Walter Mitty (Ben Stiller, 2013) si ritorna negli USA e più precisamente in quel circuito mainstream dove spesso ci sono grandi budget ma piccole idee, soprattutto per quanto riguarda il genere “romantico”. Il film di Stiller è però una eccezione proprio perché tenta di fare incursione nel territorio di Gondry, raccontando la favolosa storia di Walter Mitty, che da uomo ordinario per antonomasia si trasforma in coraggioso eroe pur di diventare degno della donna dei suoi sogni (Kristen Wiig).
Tra una animazione mozzafiato e l’altra, più che un romance film convenzionale la storia si rivela essere soprattutto un inno alla vita, rappresentata come un’avventura da affrontare con coraggio ed un pizzico d’incoscienza (il viaggio ne diventa perfetta metafora). Tutti questi ottimi propositi sono però sviliti da una sceneggiatura inconsistente, che non appare mai all’altezza delle immagini perché condizionata dai consueti canoni hollywoodiani di buonismo e banalità: il super-happyending viene servito solo dopo una accettabile dose di melanconia e vissuto strappalacrime.

Dulcis in fundo, il nostro viaggio nell’inesplorato mondo della fantascienza-romantica si conclude con una incursione nel cinema indipendente americano, sempre fonte di spunti interessanti.
Her (Spike Jonze, 2013) è il prototipo di ciò che potrebbe offrire il futuro del genere: ambientato in un “domani” non così lontano, ci consente di sbirciare nella quotidianità di Theodore (Joaquim Phoenix) uno scrittore che dopo il divorzio con la moglie (Rooney Mara) trova consolazione nella bizzarra relazione con Samantha, il suo sistema operativo (cui dà la voce Scarlett Johansson).
In questo caso la fantascienza diviene un pretesto per lanciare una provocazione ferocemente attuale: un mondo sempre più dominato dalla tecnologia rischia di essere abitato solo da buffi individui alienati, in grado di interagire tra loro (quando lo fanno) unicamente tramite qualche device elettronico. Theodore ne è l’esemplare-modello, perché dopo la separazione dalla moglie la sua vita solitaria è divenuta solo un continuum di interazioni intime con persone “virtuali”, che si tratti del suo lavoro (scrive lettere, molto personali, indirizzate a sconosciuti) o persino della sua vita sessuale. Non sorprende che l’unico vero (sano) rapporto della sua vita sia quello con un’altra donna (Amy Adams), impantanata come lui in una vita infelice; solo rendendosene conto Theodore riuscirà ad indirizzarsi verso un futuro migliore.
Jonze, artista originale se ce n’è uno, sfrutta la sua gavetta da videomaker per creare un’esperienza unica, nella quale per due ore siamo posti di fronte ad una relazione virtuale ben più intensa di molte altre messe in scena da attori in carne ed ossa – la Johansson, privata dalla sua fisicità, sembra persino più brava. L’incantesimo della loro curiosa storia d’amore viene spezzato solo quando ci si sforza di uscire per qualche istante dal punto di vista del protagonista: è allora che Her assume connotati ben diversi, rivelandosi nel suo implacabile cinismo come una fotografia inquietante del nostro mondo social-virtuale. L’unico modo in cui Theodore può crescere e finalmente maturare come individuo è comprendendo l’importanza del solo rapporto, reale, che lo lega a qualcuno. E dimostrando anche a noi che, in alcuni casi, è davvero necessaria la fantascienza per farci aprire gli occhi sulla realtà.

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a cura di Guest (del 13/01/2014 @ 19:32:28, in Contenuti Speciali, linkato 5436 volte)



Facciamola finita
(This is the End)
Seth Rogen, Evan Goldberg, 2013 (USA), 107'
uscita italiana: 18 luglio 2013
release Bluray: 20 novembre 2013

Come reagirebbero le celebrità hollywoodiane se nel bel mezzo di una festa scoppiasse l’apocalisse? E’ l’idea di partenza dei giovani registi Evan Goldberg e Seth Rogen, produttori cinematografici, colleghi e amici di vecchia data, che in modo sfrontato e senza inutili moralismi, hanno messo in scena una commedia un po’ splatter che negli Stati Uniti ha fatto molto parlare di sé.

La particolarità di “Facciamola finita” (titolo originale “This is the end”) sta nel fatto che tutti gli attori del cast interpretano se stessi (o, almeno, una caricatura di sé), e che anche alcune importanti guest star internazionali si sono prestate al gioco, tra le quali Rihanna e Emma Watson, per citare qualche nome.

La trama: tutto ha inizio con l’arrivo di Jay Baruchel a Los Angeles per far visita a Seth Rogen. In serata quest’ultimo, nonostante le tentate resistenze di Jay, convince l’amico a partecipare ad una festa per l’inaugurazione della lussuosa nuova villa di James Franco. Tutto sembra procedere normalmente: sesso, musica, droga e sballo. Ma ad un tratto un gran frastuono: nel giardino si apre uno squarcio profondissimo con annessa gola incandescente, in cui gran parte degli invitati viene inghiottita, le colline circostanti sono misteriosamente in fiamme, dal cielo penetrano raggi blu che risucchiano la gente, e tutti tentano di fuggire tra il caos generale. Degli invitati alla festa, soltanto sei i fortunati che riescono a sopravvivere, barricandosi nella casa di James. A questo punto si fa l’inventario delle provviste per resistere fino all’arrivo dei soccorsi: poca acqua, tante lattine di birra, un po’ di cereali, 15 grammi di Sour Diesel, 30 funghi allucinogeni, una scatola di cereali ma soprattutto un unico, irresistibile snack, che sarà conteso per tutto il corso del film. Da questo momento in poi per i sei protagonisti sarà una continua lotta per la sopravvivenza e… la salvezza dell’anima. In fondo è in atto l’apocalisse, e presto gli amici capiranno che non c’è altra via di fuga se non quella di conquistarsi un posto in paradiso. 

Il lungometraggio è uscito nelle sale statunitensi lo scorso giugno 2013, registrando più di 95 milioni di dollari d’incassi e classificandosi secondo al box office nella prima settimana di programmazione. La commedia è arrivata nei cinema italiani in luglio, ma il pubblico non l’ha accolta con lo stesso entusiasmo, tanto da passare quasi inosservata.

La scenografia un po’ prevedibile e il linguaggio esageratamente scurrile, sono però accostati a situazioni paradossali, a momenti talmente demenziali e colonne sonore al limite dell’assurdità, che rendono il film incredibilmente divertente, tanto da essersi conquistato il consenso americano sia di botteghino che di critica.

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a cura di Emanuele P. (del 06/01/2014 @ 15:09:55, in Al Cinema, linkato 2312 volte)


The Butler – Un maggiordomo alla Casa Bianca
(Lee Daniel’s The Butler)
Lee Daniels, 2013 (USA), 132’
uscita italiana: 1 gennaio 2014
voto su C.C.

12 anni schiavo
(12 Years a Slave)
Steve McQueen, 2013 (USA), 134’
uscita italiana: 20 febbraio 2014
voto su C.C.

Parafrasando Mao potremmo dire che non si affronta la storia della schiavitù con la stessa eleganza, tranquillità e delicatezza con la quale si partecipa ad un pranzo di gala: si tratta di eventi di inconcepibile violenza e dagli esiti sconcertanti. È per questo motivo che The Butler non convince, sin dalle primissime battute, quando una fotografia slavata da soap sudamericana introduce gentilmente lo spettatore in una piantagione di cotone della Georgia. Il film di Lee Daniels è una parata di stelle (o presunte tali) della cultura afroamericana, mal camuffate in ruoli stereotipati, che palesa una imperdonabile mancanza di pathos e regge le sue interminabili ore solo sulle possenti spalle di Forest Whitaker, sempre all’altezza di monumentali responsabilità attoriali. Attraverso gli occhi di un maggiordomo al servizio di numerosi mandati presidenziali alla Casa Bianca, il regista americano mette in scena la (retorica) revisione di un secolo di storia senza perdere l’occasione di proporre anche pedanti e banali riflessioni sul rapporto padre-figlio; lo fa con elegante distacco, quasi cullando propositi pedagogici, senza riuscire a coinvolgere quelli non facili alla lacrima patetica.

Il torpore emotivo che frustra lo spettatore di The Butler sarà fatto violentemente scomparire dall’altro grande film della stagione cinematografica che affronta la questione razziale: 12 Years a Slave (12 anni schiavo). Il britannico Steve McQueen ha infatti nell’omen nomen la ragion d’essere del suo cinema: come l’iconico eroe del cinema americano col quale condivide l’anagrafe è un bruto impassibile, un regista innamorato della realtà e pronto a “sporcarsi le mani” con qualsiasi cosa ci possa trovare – i precedenti Hunger (2008) e Shame (2011) parlano chiaro.
La storia, ambientata circa un secolo prima di quella del maggiordomo di Lee Daniels, ha come protagonista un altro nero dal cervello fino: Salomon Northup (Chiwetel Ejiofor) uomo libero di New York che viene rapito da negrieri senza scrupoli e rivenduto come schiavo nel profondo sud degli States. La sua odissea ha dimensioni epiche ed incredibile presa, perché mostrata senza filtri ma con notevole gusto artistico: McQueen ti brucia l’anima con sangue e lacrime, mai così reali, eppure riesce a regalare momenti di struggente ed autentica bellezza.
La sceneggiatura di John Ridley, liberamente tratta da una storia vera, viene valorizzata dall’artista londinese anche grazie ad un coraggioso e spregiudicato uso del flashback, inteso ormai come parte fondante della narrazione e ivi fuso, confidando nell’attenzione dello spettatore smaliziato da decenni in cui è stato vaccinato da questo artificio. La linea temporale è ellittica, un susseguirsi di istantanee che catturano l’essenza del protagonista, tutte le sue incertezze, le sue paure e soprattutto la sua invincibile voglia di sopravvivere. Ad interpretarlo è Chiwetel Ejiofor, straordinario attore finalmente alla prese con un ruolo da lead all’altezza, che diviene il perno attorno a cui ruotano altri grandi nomi (Giamatti, Cumberbatch, Dano, Fassbender, Pitt) per una resa finale impeccabile, che restituisce con grande efficacia uno spaccato miserabile della storia dell’umanità.
Come le altre opere di McQueen, 12 anni schiavo è un film brutale, a tratti insopportabile, ma allo stesso tempo meraviglioso: uno specchio fedele della realtà.

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a cura di Emanuele P. (del 27/12/2013 @ 14:51:23, in Anteprime, linkato 2113 volte)

The Spectacular Now
(The Spectacular Now)
James Ponsoldt, 2013 (USA), 95’

Sutter Keely (Miles Teller) è l’anima di ogni festa che si rispetti, il clown che tutti vorrebbero come amico: una vera celebrità nel suo paesino ai confini della sterminata America. Lavora in un polveroso negozio di abiti da uomo, porta sempre con sé una fiaschetta di whisky e sembra interessato solo allo “spettacolare adesso”, al presente, senza alcun interesse verso il passato e, soprattutto, con nessun piano per il futuro.
A qualche miglio dalla sua casa, ma ad anni luce dalla sua vita, c’è Aimee Finecky (Shailene Woodley), ragazza bella ed intelligente ma profondamente insicura, anche perché succube di una madre sfaccendata che le sta negando ogni spensieratezza dell’adolescenza. L’ incontro-scontro tra i due universi cambierà la vita di entrambi i giovani protagonisti.

The Spectacular Now, tratto dal romanzo omonimo di Tim Tharp, nasconde sotto la sua superficie più di quanto la banale sinossi possa far immaginare. Nel consueto scenario da ultimo anno di high-school (divertimento sfrenato, amori, delusioni, il ballo di fine anno, infiniti dilemmi riguardo il futuro) il regista James Ponsoldt  ritaglia infatti lo spazio per una dinamica completamente diversa, che si sviluppa quasi furtivamente coinvolgendo i due personaggi principali del film. Indossando un paio di occhiali in grado di far scomparire magicamente questa atmosfera di artificiale vitalità, è possibile finalmente scoprire che The Spectacular Now, pur cavalcando a tratti il registro della commedia, rappresenta uno dei noir più riusciti degli ultimi anni. Questa provocazione risulta meno forzata se si presta maggior attenzione al protagonista del film, Sutter: si tratta dell’eroe-noir per eccellenza, un (giovane) uomo in costante lotta con i demoni della sua vita, pronto a sacrificare una promessa di felicità pur di “salvare” la donna che ama – persino le cicatrici che sfoggia su volto e corpo sembrano confermarlo.
Dietro la facciata da people person che Sutter ostinatamente mostra al resto del mondo, si nascondono le insicurezze di una vita passata a domandarsi il motivo per cui il padre ha abbandonato la sua famiglia, lasciandolo quando era poco più che un bambino. In una scena particolarmente significativa, il ragazzo finalmente riesce ad incontrare il genitore (nonostante il parere contrario della madre) ma è atterrito da ciò che si trova di fronte: il padre parla come lui, animato dalla sua stessa squallida versione della filosofia del carpe diem, ed è pronto a deluderlo per l’ennesima volta. L’esperienza si rivela così traumatica perché Sutter vede nel padre il suo riflesso, o meglio il modo in cui il resto del mondo effettivamente lo considera: un simpatico fallito – sia la sua ex che il nuovo fidanzato, Marcus, avevano già provato a farglielo notare in diverse occasioni. È questa presa di coscienza che lo spinge ad allontanare brutalmente Aimee, destinata invece ad un brillante futuro accademico, con lo stesso “eroico” altruismo che lo aveva convinto, all’inizio della storia, a salvare la ragazza da una vita priva di emozioni e fondamentalmente infelice.
Sutter è insomma un Bogart in fasce, pieno di difetti e contraddizioni ma animato da un senso etico estremo, tale da fargli rinunciare a tutto pur di vedere corretta almeno una delle ingiustizie della vita. Ciò è evidente non solo nel suo rapporto con Aimee ma anche in quello con l’unica figura paterna della quale dispone, il proprietario del negozio in cui lavora: Sutter è disposto a rinunciare all’impiego che lui ritiene “perfetto” pur di essere onesto circa la sua dipendenza dall’alcool e mantenere fede ad una parola data.
Purtroppo nel finale il film rende inutili i nostri occhiali perversi e torna sui binari più soft della commedia, mettendo in scena un epilogo già visto mille volte. Ponsoldt e colleghi avrebbero dovuto invece fermarsi alla dissolvenza di qualche minuto prima, onorando fino in fondo il loro noir adolescenziale a tinte pastello, e magari lasciar citare a Sutter proprio le parole pronunciate dal compianto Humphrey nel capolavoro In a Lonely Place (Nicholas Ray, 1950): “I was born when she kissed me/I died when she left me/I lived a few weeks/while she loved me”.

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a cura di Emanuele P. (del 20/12/2013 @ 19:30:45, in Sentieri Selvaggi, linkato 1968 volte)

Tra le interessanti riletture di classici del cinema che il filosofo e psicanalista sloveno Slavoj Zizek ha prodotto nella sua decennale carriera, quella relativa al film Titanic1 rappresenta una delle più affascinanti e provocatorie. La disamina di Zizek riesce infatti a conferire all’odio nei confronti del blockbuster firmato James Cameron una dignità socio-filosofica, che vendica l’impatto avuto da quelle ore di pellicola su una generazione di giovani adolescenti (perlopiù maschi); è curioso perciò notare che la medesima chiave di lettura possa aiutare a comprendere, e persino a reinterpretare, il film più discusso di questa stagione cinematografica: La vita di Adèle (La vie d'Adèle)2.

Torniamo brevemente al Titanic secondo Zizek3.
Banalizzando, nel film è possibile trovare tre livelli narrativi. Il primo è il più evidente: la spettacolare catastrofe causata dallo scontro tra un iceberg e l’enorme imbarcazione (simbolo del progresso, della genialità dell’uomo), avvenuta nel mezzo dell’oceano atlantico. Si tratta insomma della perfetta ambientazione per un disaster-movie hollywoodiano, almeno quanto un’invasione aliena, un’epidemia contagiosa o la minaccia rappresentata da un’imminente calamità naturale.
Avventurandosi con maggiore attenzione tra le righe della sceneggiatura possiamo trovare poi un secondo piano di lettura, al quale si fa riferimento sarcasticamente con l’appellativo di “marxismo hollywoodiano” di Cameron: nel Titanic ogni livello sembra corrispondere ad una classe sociale e questa divisione viene portata all’eccesso grottesco, perché mantenendo fede agli stereotipi i meno abbienti sono mostrati come gentili, onesti e amorevoli, mentre i componenti della “casta” all’apice della piramide alimentare, salvo rare eccezioni, sembrano essere solo in grado di compiere atti spregevoli, di mentire, di tramare.
Finalmente si giunge quindi al terzo livello di lettura, quello che interessa di più ai fini della nostra tesi: la storia d’amore. I suoi due protagonisti sono Leonardo DiCaprio, aspirante artista di umili origini, e Kate Winslet, giovane donna destinata ad un matrimonio d’interesse pur di preservare lo status quo: nonostante secondo la ferrea divisione in caste di Cameron siano così distanti, nulla potrà fermare la loro passione clandestina.
Guardata con più cinismo, la liaison si dimostra però una riproposizione dell'antico scenario in cui un membro dell’alta società sfrutta un altro di rango sociale ben più basso per “rubarne” la linfa vitale (quasi fosse un vampiro) e poi abbandonarlo, ormai svuotato, al suo destino. Il personaggio della Winslet appare infatti sospeso in un limbo, in cerca di conferme sulla sua identità e persino sul suo aspetto: è a questo punto che entra in scena l’affascinante DiCaprio, pronto a restituirle la fiducia in se stessa e quella vitalità che sembrerebbe averla abbandonata (non a caso uno dei climax del film è la scena nella quale l’artista ritrae la ragazza, quasi a legittimarne bellezza ed “esistenza”).
L’iceberg colpisce la nave proprio quando, dopo la scena d’amore, i due decidono di uscire allo scoperto, confessando al mondo la loro relazione: una catastrofe naturale previene quella sociale.
L’epilogo di questa avventura, se analizzato con un po' di freddezza, è sconcertante: una contrita Winslet stringe a sé la mano di DiCaprio ormai cadavere, urlandogli tutto il suo imperituro amore, ma mentre pronuncia questo accorato monologo le sue azioni puntano in una direzione ben diversa, visto che lo sta fisicamente allontanando, spingendo il corpo dell’amante ormai congelato (o meglio vampirizzato, potremmo dire) nel buio infinito dell’oceano.
Il compito di DiCaprio è stato portato a termine, la sua presenza sarebbe solo fonte d’imbarazzo.

Avvalendoci di un simile approccio possiamo guardare sotto una nuova luce l’eccellente film di Abdellatif Kechiche, La vie d’Adèle, scovando più di una curiosa analogia con il pessimo Titanic. Anche in questo caso è necessario prima superare il piano di lettura più superficiale ed immediato: quello della natura omosessuale della relazione. È evidente che si tratti di una distrazione alquanto significativa, vista la natura pruriginosa di polemiche e discussioni che ha sollevato tra i più bigotti, ma rincorrere ed alimentare la pruderie impedisce di addentrarsi in maggior profondità tra le pieghe della storia.
Così come in Titanic le due entità (la catastrofe e la storia d’amore) sono indispensabili l’una per l’altra, anche ne La vie d’Adèle la dimensione non convenzionale del rapporto tra le protagoniste diventa cruciale per garantire alla vicenda un coinvolgimento ed una “presa” sullo spettatore altrimenti diversa. Questo però non deve impedire al curioso, sempre armato di cinismo, di indagare con più attenzione il secondo livello narrativo del film, ovvero ancora una volta quello dell’amore tra due persone ciascuna appartenente ad un universo (sociale, economico, culturale) profondamente distante da quello dell’altra. Adèle (Adèle Exarchopoulos) è giovanissima, curiosa, piena di vita, le sue origini sono umili e le sue aspirazioni decisamente pragmatiche (dopo la maturità è decisa a diventare insegnante, senza “sprecare” un altro decennio in studi che rischierebbero di lasciarla comunque senza un lavoro concreto); ciò che la rende diversa dalle sue coetanee è l’interesse verso le altre donne. Per questo l’incontro con il personaggio di Lea Seydoux, Emma, rappresenta un’epifania: si tratta di una donna più matura, apertamente lesbica, agli occhi di Adèle eroicamente piena di self-confidence, in una parola l’oggetto di una passione impetuosa che può finalmente completarla. Osservata più da vicino, Emma si rivela però anche qualcosa di diverso: la figlia annoiata e senza aspirazioni di una borghesia ricca, intellettualoide, di aperte vedute ma profonda superbia (non così diversa, insomma, dalla Kate Winslet di Titanic).
L’incolmabile distanza che separa i mondi delle due protagoniste è evidente nella comparazione tra le sequenze nelle quali ognuna introduce l’altra ai suoi genitori, durante una cena; il cibo e il vino serviti, le small talk, sono quanto di più efficace per dipingere, a tinte sfumate, la medesima divisione in caste dei piani del Titanic. Come nel polpettone di Cameron, anche ne La vita di Adèle c’è un giovane ed ingenuo membro del popolo vampirizzato più o meno consapevolmente da uno con status sociale più elevato: basti ricordare l’aspetto della Seydoux la prima volta che la incontriamo (sciatti capelli bluastri, vestiti trasandati, atteggiamento apatico) e quello mostrato alla fine del film, quando ha definitivamente lasciato andare via, verso l’abisso, ciò che resta della povera Adèle (sfoggia un taglio alla moda, vestiti eleganti, è diventata un’artista di grandi speranze che espone nella galleria più prestigiosa della città).
Questa volta non è una catastrofe naturale a “liberare” la protagonista dal fardello di una vita con l’amato, quanto il lento instaurarsi di dinamiche che inevitabilmente conducono alla rottura; potremmo dire, parafrasando Zizek, che assistiamo a ciò che sarebbe successo se l’iceberg non avesse colpito il Titanic e i due innamorati avessero convissuto per qualche tempo a New York: un disastro persino maggiore. Una sequenza è più significativa delle altre per comprendere quali siano i motivi che rendono impossibile l’unione di questi due mondi così diversi: quella della festa con la quale Emma presenta Adèle al suo universo di conoscenti, artisti e pseudo-intellettuali. In quel contesto diviene presto evidente il senso d’inferiorità che la giovanissima donna prova di fronte a questi figli della borghesia, pieni di cultura e tempo da perdere, che la guardano quasi con tenerezza mentre serve da mangiare o parla dei suoi sogni da soldato della scuola pubblica. L’unico col quale Adèle sembra essere a suo agio è un ragazzo, di origini più modeste, che si dimostrerà nel finale del film come credibile alter ego della giovane, ugualmente umile e pragmatico: Kechiche strizza l’occhio ad una possibile conclusione romantica per la loro conoscenza, ma la dribbla temendone forse il contenuto reazionario (in altri termini, ci può essere felicità solo nell’amore eterosessuale). Al termine della festa, ormai sole, le due ragazze si trovano a letto ed Emma respinge gli approcci di Adèle, chiedendole invece di ragionare sul suo futuro e sulle sue ambizioni: è l’ultimo tentativo di renderla “degna” di quel contesto sociale del quale fa parte. La loro storia finisce in quel momento, trascinandosi poi verso la furiosa conclusione della lite di gelosia (una sequenza tra le più intense e meglio recitate degli ultimi decenni). Nella scena finale del film, come per l’epilogo tra i ghiacci di Titanic, il personaggio più debole è ormai privato di quella forza vitale che lo animava all’inizio, avendola definitivamente ceduta all’oggetto del suo amore, che sopravvive con rinato entusiasmo. Alla Exarchopoulos ed a DiCaprio non resta altro da fare se non allontanarsi, soli ed inanimati, verso l’oblio: poco cambia che si tratti di una strada deserta o del fondo dell’oceano.

1. James Cameron, Titanic, 20th Century Fox, 1997.
2. Abdellatif Kechiche, La Vie d'Adèle - Chapitres 1 & 2, Lucky Red Distribuzione, 2013.
3. Sophie Fiennes, Slavoj Zizek, The Pervert's Guide to Ideology, 2012.

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online dal 16 ottobre 2006

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