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La questione razziale: The Butler e 12 anni schiavo
a cura di Emanuele P. (del 06/01/2014 @ 15:09:55, in Al Cinema, linkato 2309 volte)


The Butler – Un maggiordomo alla Casa Bianca
(Lee Daniel’s The Butler)
Lee Daniels, 2013 (USA), 132’
uscita italiana: 1 gennaio 2014
voto su C.C.

12 anni schiavo
(12 Years a Slave)
Steve McQueen, 2013 (USA), 134’
uscita italiana: 20 febbraio 2014
voto su C.C.

Parafrasando Mao potremmo dire che non si affronta la storia della schiavitù con la stessa eleganza, tranquillità e delicatezza con la quale si partecipa ad un pranzo di gala: si tratta di eventi di inconcepibile violenza e dagli esiti sconcertanti. È per questo motivo che The Butler non convince, sin dalle primissime battute, quando una fotografia slavata da soap sudamericana introduce gentilmente lo spettatore in una piantagione di cotone della Georgia. Il film di Lee Daniels è una parata di stelle (o presunte tali) della cultura afroamericana, mal camuffate in ruoli stereotipati, che palesa una imperdonabile mancanza di pathos e regge le sue interminabili ore solo sulle possenti spalle di Forest Whitaker, sempre all’altezza di monumentali responsabilità attoriali. Attraverso gli occhi di un maggiordomo al servizio di numerosi mandati presidenziali alla Casa Bianca, il regista americano mette in scena la (retorica) revisione di un secolo di storia senza perdere l’occasione di proporre anche pedanti e banali riflessioni sul rapporto padre-figlio; lo fa con elegante distacco, quasi cullando propositi pedagogici, senza riuscire a coinvolgere quelli non facili alla lacrima patetica.

Il torpore emotivo che frustra lo spettatore di The Butler sarà fatto violentemente scomparire dall’altro grande film della stagione cinematografica che affronta la questione razziale: 12 Years a Slave (12 anni schiavo). Il britannico Steve McQueen ha infatti nell’omen nomen la ragion d’essere del suo cinema: come l’iconico eroe del cinema americano col quale condivide l’anagrafe è un bruto impassibile, un regista innamorato della realtà e pronto a “sporcarsi le mani” con qualsiasi cosa ci possa trovare – i precedenti Hunger (2008) e Shame (2011) parlano chiaro.
La storia, ambientata circa un secolo prima di quella del maggiordomo di Lee Daniels, ha come protagonista un altro nero dal cervello fino: Salomon Northup (Chiwetel Ejiofor) uomo libero di New York che viene rapito da negrieri senza scrupoli e rivenduto come schiavo nel profondo sud degli States. La sua odissea ha dimensioni epiche ed incredibile presa, perché mostrata senza filtri ma con notevole gusto artistico: McQueen ti brucia l’anima con sangue e lacrime, mai così reali, eppure riesce a regalare momenti di struggente ed autentica bellezza.
La sceneggiatura di John Ridley, liberamente tratta da una storia vera, viene valorizzata dall’artista londinese anche grazie ad un coraggioso e spregiudicato uso del flashback, inteso ormai come parte fondante della narrazione e ivi fuso, confidando nell’attenzione dello spettatore smaliziato da decenni in cui è stato vaccinato da questo artificio. La linea temporale è ellittica, un susseguirsi di istantanee che catturano l’essenza del protagonista, tutte le sue incertezze, le sue paure e soprattutto la sua invincibile voglia di sopravvivere. Ad interpretarlo è Chiwetel Ejiofor, straordinario attore finalmente alla prese con un ruolo da lead all’altezza, che diviene il perno attorno a cui ruotano altri grandi nomi (Giamatti, Cumberbatch, Dano, Fassbender, Pitt) per una resa finale impeccabile, che restituisce con grande efficacia uno spaccato miserabile della storia dell’umanità.
Come le altre opere di McQueen, 12 anni schiavo è un film brutale, a tratti insopportabile, ma allo stesso tempo meraviglioso: uno specchio fedele della realtà.