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The Spectacular Now: un noir a tinte pastello
a cura di Emanuele P. (del 27/12/2013 @ 14:51:23, in Anteprime, linkato 2354 volte)

The Spectacular Now
(The Spectacular Now)
James Ponsoldt, 2013 (USA), 95’

Sutter Keely (Miles Teller) è l’anima di ogni festa che si rispetti, il clown che tutti vorrebbero come amico: una vera celebrità nel suo paesino ai confini della sterminata America. Lavora in un polveroso negozio di abiti da uomo, porta sempre con sé una fiaschetta di whisky e sembra interessato solo allo “spettacolare adesso”, al presente, senza alcun interesse verso il passato e, soprattutto, con nessun piano per il futuro.
A qualche miglio dalla sua casa, ma ad anni luce dalla sua vita, c’è Aimee Finecky (Shailene Woodley), ragazza bella ed intelligente ma profondamente insicura, anche perché succube di una madre sfaccendata che le sta negando ogni spensieratezza dell’adolescenza. L’ incontro-scontro tra i due universi cambierà la vita di entrambi i giovani protagonisti.

The Spectacular Now, tratto dal romanzo omonimo di Tim Tharp, nasconde sotto la sua superficie più di quanto la banale sinossi possa far immaginare. Nel consueto scenario da ultimo anno di high-school (divertimento sfrenato, amori, delusioni, il ballo di fine anno, infiniti dilemmi riguardo il futuro) il regista James Ponsoldt  ritaglia infatti lo spazio per una dinamica completamente diversa, che si sviluppa quasi furtivamente coinvolgendo i due personaggi principali del film. Indossando un paio di occhiali in grado di far scomparire magicamente questa atmosfera di artificiale vitalità, è possibile finalmente scoprire che The Spectacular Now, pur cavalcando a tratti il registro della commedia, rappresenta uno dei noir più riusciti degli ultimi anni. Questa provocazione risulta meno forzata se si presta maggior attenzione al protagonista del film, Sutter: si tratta dell’eroe-noir per eccellenza, un (giovane) uomo in costante lotta con i demoni della sua vita, pronto a sacrificare una promessa di felicità pur di “salvare” la donna che ama – persino le cicatrici che sfoggia su volto e corpo sembrano confermarlo.
Dietro la facciata da people person che Sutter ostinatamente mostra al resto del mondo, si nascondono le insicurezze di una vita passata a domandarsi il motivo per cui il padre ha abbandonato la sua famiglia, lasciandolo quando era poco più che un bambino. In una scena particolarmente significativa, il ragazzo finalmente riesce ad incontrare il genitore (nonostante il parere contrario della madre) ma è atterrito da ciò che si trova di fronte: il padre parla come lui, animato dalla sua stessa squallida versione della filosofia del carpe diem, ed è pronto a deluderlo per l’ennesima volta. L’esperienza si rivela così traumatica perché Sutter vede nel padre il suo riflesso, o meglio il modo in cui il resto del mondo effettivamente lo considera: un simpatico fallito – sia la sua ex che il nuovo fidanzato, Marcus, avevano già provato a farglielo notare in diverse occasioni. È questa presa di coscienza che lo spinge ad allontanare brutalmente Aimee, destinata invece ad un brillante futuro accademico, con lo stesso “eroico” altruismo che lo aveva convinto, all’inizio della storia, a salvare la ragazza da una vita priva di emozioni e fondamentalmente infelice.
Sutter è insomma un Bogart in fasce, pieno di difetti e contraddizioni ma animato da un senso etico estremo, tale da fargli rinunciare a tutto pur di vedere corretta almeno una delle ingiustizie della vita. Ciò è evidente non solo nel suo rapporto con Aimee ma anche in quello con l’unica figura paterna della quale dispone, il proprietario del negozio in cui lavora: Sutter è disposto a rinunciare all’impiego che lui ritiene “perfetto” pur di essere onesto circa la sua dipendenza dall’alcool e mantenere fede ad una parola data.
Purtroppo nel finale il film rende inutili i nostri occhiali perversi e torna sui binari più soft della commedia, mettendo in scena un epilogo già visto mille volte. Ponsoldt e colleghi avrebbero dovuto invece fermarsi alla dissolvenza di qualche minuto prima, onorando fino in fondo il loro noir adolescenziale a tinte pastello, e magari lasciar citare a Sutter proprio le parole pronunciate dal compianto Humphrey nel capolavoro In a Lonely Place (Nicholas Ray, 1950): “I was born when she kissed me/I died when she left me/I lived a few weeks/while she loved me”.