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L'amore per cinici: Titanic e La vita di Adele
a cura di Emanuele P. (del 20/12/2013 @ 19:30:45, in Sentieri Selvaggi, linkato 2170 volte)

Tra le interessanti riletture di classici del cinema che il filosofo e psicanalista sloveno Slavoj Zizek ha prodotto nella sua decennale carriera, quella relativa al film Titanic1 rappresenta una delle più affascinanti e provocatorie. La disamina di Zizek riesce infatti a conferire all’odio nei confronti del blockbuster firmato James Cameron una dignità socio-filosofica, che vendica l’impatto avuto da quelle ore di pellicola su una generazione di giovani adolescenti (perlopiù maschi); è curioso perciò notare che la medesima chiave di lettura possa aiutare a comprendere, e persino a reinterpretare, il film più discusso di questa stagione cinematografica: La vita di Adèle (La vie d'Adèle)2.

Torniamo brevemente al Titanic secondo Zizek3.
Banalizzando, nel film è possibile trovare tre livelli narrativi. Il primo è il più evidente: la spettacolare catastrofe causata dallo scontro tra un iceberg e l’enorme imbarcazione (simbolo del progresso, della genialità dell’uomo), avvenuta nel mezzo dell’oceano atlantico. Si tratta insomma della perfetta ambientazione per un disaster-movie hollywoodiano, almeno quanto un’invasione aliena, un’epidemia contagiosa o la minaccia rappresentata da un’imminente calamità naturale.
Avventurandosi con maggiore attenzione tra le righe della sceneggiatura possiamo trovare poi un secondo piano di lettura, al quale si fa riferimento sarcasticamente con l’appellativo di “marxismo hollywoodiano” di Cameron: nel Titanic ogni livello sembra corrispondere ad una classe sociale e questa divisione viene portata all’eccesso grottesco, perché mantenendo fede agli stereotipi i meno abbienti sono mostrati come gentili, onesti e amorevoli, mentre i componenti della “casta” all’apice della piramide alimentare, salvo rare eccezioni, sembrano essere solo in grado di compiere atti spregevoli, di mentire, di tramare.
Finalmente si giunge quindi al terzo livello di lettura, quello che interessa di più ai fini della nostra tesi: la storia d’amore. I suoi due protagonisti sono Leonardo DiCaprio, aspirante artista di umili origini, e Kate Winslet, giovane donna destinata ad un matrimonio d’interesse pur di preservare lo status quo: nonostante secondo la ferrea divisione in caste di Cameron siano così distanti, nulla potrà fermare la loro passione clandestina.
Guardata con più cinismo, la liaison si dimostra però una riproposizione dell'antico scenario in cui un membro dell’alta società sfrutta un altro di rango sociale ben più basso per “rubarne” la linfa vitale (quasi fosse un vampiro) e poi abbandonarlo, ormai svuotato, al suo destino. Il personaggio della Winslet appare infatti sospeso in un limbo, in cerca di conferme sulla sua identità e persino sul suo aspetto: è a questo punto che entra in scena l’affascinante DiCaprio, pronto a restituirle la fiducia in se stessa e quella vitalità che sembrerebbe averla abbandonata (non a caso uno dei climax del film è la scena nella quale l’artista ritrae la ragazza, quasi a legittimarne bellezza ed “esistenza”).
L’iceberg colpisce la nave proprio quando, dopo la scena d’amore, i due decidono di uscire allo scoperto, confessando al mondo la loro relazione: una catastrofe naturale previene quella sociale.
L’epilogo di questa avventura, se analizzato con un po' di freddezza, è sconcertante: una contrita Winslet stringe a sé la mano di DiCaprio ormai cadavere, urlandogli tutto il suo imperituro amore, ma mentre pronuncia questo accorato monologo le sue azioni puntano in una direzione ben diversa, visto che lo sta fisicamente allontanando, spingendo il corpo dell’amante ormai congelato (o meglio vampirizzato, potremmo dire) nel buio infinito dell’oceano.
Il compito di DiCaprio è stato portato a termine, la sua presenza sarebbe solo fonte d’imbarazzo.

Avvalendoci di un simile approccio possiamo guardare sotto una nuova luce l’eccellente film di Abdellatif Kechiche, La vie d’Adèle, scovando più di una curiosa analogia con il pessimo Titanic. Anche in questo caso è necessario prima superare il piano di lettura più superficiale ed immediato: quello della natura omosessuale della relazione. È evidente che si tratti di una distrazione alquanto significativa, vista la natura pruriginosa di polemiche e discussioni che ha sollevato tra i più bigotti, ma rincorrere ed alimentare la pruderie impedisce di addentrarsi in maggior profondità tra le pieghe della storia.
Così come in Titanic le due entità (la catastrofe e la storia d’amore) sono indispensabili l’una per l’altra, anche ne La vie d’Adèle la dimensione non convenzionale del rapporto tra le protagoniste diventa cruciale per garantire alla vicenda un coinvolgimento ed una “presa” sullo spettatore altrimenti diversa. Questo però non deve impedire al curioso, sempre armato di cinismo, di indagare con più attenzione il secondo livello narrativo del film, ovvero ancora una volta quello dell’amore tra due persone ciascuna appartenente ad un universo (sociale, economico, culturale) profondamente distante da quello dell’altra. Adèle (Adèle Exarchopoulos) è giovanissima, curiosa, piena di vita, le sue origini sono umili e le sue aspirazioni decisamente pragmatiche (dopo la maturità è decisa a diventare insegnante, senza “sprecare” un altro decennio in studi che rischierebbero di lasciarla comunque senza un lavoro concreto); ciò che la rende diversa dalle sue coetanee è l’interesse verso le altre donne. Per questo l’incontro con il personaggio di Lea Seydoux, Emma, rappresenta un’epifania: si tratta di una donna più matura, apertamente lesbica, agli occhi di Adèle eroicamente piena di self-confidence, in una parola l’oggetto di una passione impetuosa che può finalmente completarla. Osservata più da vicino, Emma si rivela però anche qualcosa di diverso: la figlia annoiata e senza aspirazioni di una borghesia ricca, intellettualoide, di aperte vedute ma profonda superbia (non così diversa, insomma, dalla Kate Winslet di Titanic).
L’incolmabile distanza che separa i mondi delle due protagoniste è evidente nella comparazione tra le sequenze nelle quali ognuna introduce l’altra ai suoi genitori, durante una cena; il cibo e il vino serviti, le small talk, sono quanto di più efficace per dipingere, a tinte sfumate, la medesima divisione in caste dei piani del Titanic. Come nel polpettone di Cameron, anche ne La vita di Adèle c’è un giovane ed ingenuo membro del popolo vampirizzato più o meno consapevolmente da uno con status sociale più elevato: basti ricordare l’aspetto della Seydoux la prima volta che la incontriamo (sciatti capelli bluastri, vestiti trasandati, atteggiamento apatico) e quello mostrato alla fine del film, quando ha definitivamente lasciato andare via, verso l’abisso, ciò che resta della povera Adèle (sfoggia un taglio alla moda, vestiti eleganti, è diventata un’artista di grandi speranze che espone nella galleria più prestigiosa della città).
Questa volta non è una catastrofe naturale a “liberare” la protagonista dal fardello di una vita con l’amato, quanto il lento instaurarsi di dinamiche che inevitabilmente conducono alla rottura; potremmo dire, parafrasando Zizek, che assistiamo a ciò che sarebbe successo se l’iceberg non avesse colpito il Titanic e i due innamorati avessero convissuto per qualche tempo a New York: un disastro persino maggiore. Una sequenza è più significativa delle altre per comprendere quali siano i motivi che rendono impossibile l’unione di questi due mondi così diversi: quella della festa con la quale Emma presenta Adèle al suo universo di conoscenti, artisti e pseudo-intellettuali. In quel contesto diviene presto evidente il senso d’inferiorità che la giovanissima donna prova di fronte a questi figli della borghesia, pieni di cultura e tempo da perdere, che la guardano quasi con tenerezza mentre serve da mangiare o parla dei suoi sogni da soldato della scuola pubblica. L’unico col quale Adèle sembra essere a suo agio è un ragazzo, di origini più modeste, che si dimostrerà nel finale del film come credibile alter ego della giovane, ugualmente umile e pragmatico: Kechiche strizza l’occhio ad una possibile conclusione romantica per la loro conoscenza, ma la dribbla temendone forse il contenuto reazionario (in altri termini, ci può essere felicità solo nell’amore eterosessuale). Al termine della festa, ormai sole, le due ragazze si trovano a letto ed Emma respinge gli approcci di Adèle, chiedendole invece di ragionare sul suo futuro e sulle sue ambizioni: è l’ultimo tentativo di renderla “degna” di quel contesto sociale del quale fa parte. La loro storia finisce in quel momento, trascinandosi poi verso la furiosa conclusione della lite di gelosia (una sequenza tra le più intense e meglio recitate degli ultimi decenni). Nella scena finale del film, come per l’epilogo tra i ghiacci di Titanic, il personaggio più debole è ormai privato di quella forza vitale che lo animava all’inizio, avendola definitivamente ceduta all’oggetto del suo amore, che sopravvive con rinato entusiasmo. Alla Exarchopoulos ed a DiCaprio non resta altro da fare se non allontanarsi, soli ed inanimati, verso l’oblio: poco cambia che si tratti di una strada deserta o del fondo dell’oceano.

1. James Cameron, Titanic, 20th Century Fox, 1997.
2. Abdellatif Kechiche, La Vie d'Adèle - Chapitres 1 & 2, Lucky Red Distribuzione, 2013.
3. Sophie Fiennes, Slavoj Zizek, The Pervert's Guide to Ideology, 2012.