\\ Ingresso : Articolo : Stampa
Non chiamatelo porno
a cura di Mario T. (del 09/12/2006 @ 19:49:59, in Al Cinema, linkato 20830 volte)


Shortbus
(Shortbus)
John Cameron Mitchell, 2006 (Usa), 102’
uscita italiana: 24 novembre 2006

Mettiamo subito le cose in chiaro: Shortbus non è film per puritani, bigotti e probiviri, ma neanche per benpensanti, sedicenti moralisti, parrocchiani, perbenisti e margheritini avversi ai Pacs. John Cameron Mitchell traccia un ritratto dell’anima gay newyorkese e non solo: nello Shortbus, un locale imboscato nella Grande Mela, spiriti liberi si riuniscono la sera per evadere dagli schemi della società, liberare la propria sessualità, fare nuovi incontri. Ed è lì che si intrecciano le storie dei due Jamie, coppia omosessuale in crisi (Paul Dawson e PJ DeBoy), di Sofia, terapista del sesso che non riesce ad avere un orgasmo (Sook-Yin Lee), di Severin la dominatrix (Lindsay Beamish) e di tanti altri, tra fauni, transgender e libertini.

Mitchell, alla sua seconda opera, rivela tutto il suo talento visivo: dalla New York by night di cartone colorato illuminata dalla luce delle migliaia di appartamenti, all’ambiente kitsch dello Shortbus, la trama si svolge raccontando con armonia le vicende dei protagonisti. Il regista non ha paura di osare, ma lo fa con naturalezza, senza forzare alcuna accento sulla trasgressività di alcune scene “forti”, non solo esplicite sessualmente, ma anche insolite. Si può intravedere, volendo, una sottile critica della società massificata e schematizzata, un’accusa alla reazione teo-con successiva all’undici settembre, dalle quali i personaggi rifuggono per perdersi nell’oasi dello Shortbus; ma è solo un elemento a margine di un viaggio onirico e utopico negli anfratti dell’animo umano. Superate le loro traversie, i protagonisti si ricongiungeranno con loro stessi ancora una volta nello Shortbus. Un finale che non vuole essere un happy-ending buonista, perché conscio del suo carattere utopico, ma che sfuma lentamente, proprio come un sogno, in un circo colorato dai tratti felliniani.

E’ un film forte, girato con grande dolcezza. A tratti, è anche esilarante. Di certo, non è per tutti – a cominciare dal divieto per i minori. Sarà difficile che un film così “di rottura” (ma che non se ne vanta) possa essere apprezzato in un paese dove politica e società civile si scandalizzano per la messa in onda di una fiction di Lino Banfi. Tant’è vero che la Conferenza Episcopale l’ha bollato come inaccettabile/malsano, rifiutandosi addirittura di farne la recensione scomunicante come di consueto. Io invece non posso che consigliarvelo, promettendovi che se saprete disgiungere l’etica dall’estetica, se saprete spogliarvi della morale comune, resterete piacevolmente sorpresi dalla bellezza poetica di questo film.