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Le mépris: la lectio magistralis sull'estetica di J.L. Godard
a cura di Emanuele P. (del 07/01/2010 @ 10:15:30, in Amarcord, linkato 905 volte)

Il Disprezzo
(Le mépris)
Jean-Luc Godard, 1963 (Francia, Italia), 103’ (84’ IT)
 
Tra tutti i film di Jean-Luc Godard, Il Disprezzo è stato uno dei meno apprezzati da critica e pubblico, soprattutto nostrani. I baroni del nostro giornalismo specializzato hanno osteggiato oltremodo questa pellicola forse anche perché il cineasta francese (tra i più illustri “genitori” della Nouvelle Vague) scelse di riadattare, con qualche licenza di troppo, un racconto di Alberto Moravia per trasformarlo in sceneggiatura; inoltre una vera e propria mutilazione fu messa in atto ai danni dell’opera originale da parte della distribuzione italiana (produttore Carlo Ponti), stravolgendo il film e comunque privandolo di quella forza figurativa che rappresenta significativamente la cifra stilistica del “primo” Godard.

Una delle peculiarità de Il Disprezzo, che contribuì senza dubbio al suo scarso appeal sul pubblico, è rappresentata dalla totale secondarietà della trama rispetto alla forma: una blasfemia per lo spettatore tipo che vede l’apostata transalpino proporre minuti e minuti di dialoghi privi di spessore o di alcun fine narrativo; dopo il passaggio cruciale dalla surreale sequenza iniziale (tanto cult da divenire pane per scaltri pubblicitari decenni dopo) all’episodio che cambia ineluttabilmente l’equilibrio della precaria coppia Piccoli-Bardot, ognuna delle scene diviene un ridondante esercizio di stile, superfluo, verboso, nel quale spicca solo un memorabile e provocatorio eloquio di oscenità che la Bardot scandisce con simulatissimo candore. Infatti poco importa quanto Paul (Michel Piccoli) tenti di sforzarsi per recuperare la fiducia (e l’amore) della bella Camille (Brigitte Bardot) perché lei lo disprezza, lo disprezza dopo aver compreso quanto sia “sacrificabile” per l’uomo in vista di un possibile guadagno – Piccoli, regista in difficoltà, quasi incoraggia le attenzioni un po’ troppo evidenti che un produttore (Jack Palance) rivolge alla sua giovane moglie.
L’eterno litigio tra i due diviene una coreografica rappresentazione, nella quale più delle parole (vuote), contano le immagini e la loro componente puramente estetica (lo stesso Piccoli, col suo cappello e il sigaro sempre in bocca, sembra una caricatura del regista di felliniana memoria); non a caso questo battibecco itinerante passa dal curatissimo ma sgombro interno di un loft fino al mare e alla costa di Capri, attingendo così alla preziosa bellezza del paesaggio naturale. La “scusa” è quella di un film da girare (e quale altrimenti), affiancando Fritz Lang, che interpreta se stesso, incapace di ultimare con profitto le riprese di un’ennesima trasposizione delle gesta di Ulisse. L’escamotage mitologico consente anche divagazioni, ancora una volta inutili ma indispensabili, su arte e scenari, su scultorei busti di pietra e il blu splendente del mare che circonda la fittizia Itaca. Ad accompagnare la maggior parte delle scene è presente uno stupendo contrappunto musicale, il Theme de Camille di Georges Delerue, che sembra vivere in perfetta simbiosi con le immagini sin dalla prima sequenza-manifesto del film (i titoli di testa “recitati”), e che conferisce al lavoro di Godard una terza dimensione altrimenti inarrivabile.

Il Disprezzo è, insomma, un puro esercizio di stile, che non vuole però ricostruire i canoni di un genere (come il precedente Fino all’ultimo respiro) ma essere invece un inno alla bellezza, un vero e proprio trattato sull’estetica – dal corpo di B.B. all’ideale classico delle sculture, sino ai palcoscenici mozzafiato sui quali si svolgono le ultime sequenze del film, come la pittoresca Villa Malaparte, a Capri. Più che ammiccare con malizia, Godard illumina con la passione di un critico d’arte, prova a mostrare invece di spiegare, lascia all’occhio dello spettatore (e non forse alla mente) il giudizio ultimo sul suo lavoro. Ed è per questo che a quarant’anni dall’uscita, Il Disprezzo mantiene ancora intatta tutta la sua forza ed espressività, slegato com’è dai consueti canoni dell’intreccio cinematografico: potere alle immagini, alla loro forza evocativa. Cosa è il Cinema, se non questo?