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Il passato una terra straniera / Rembrandt's J'accuse (RomaFilmFest)
a cura di Emanuele P. (del 27/10/2008 @ 15:00:21, in Anteprime, linkato 2325 volte)

Il passato è una terra straniera
(Il passato è una terra straniera)
di Daniele Vicari, 2008 (Italia), 120’
 
Tratto dall’omonimo romanzo di Gianrico Carofiglio, il film di Daniele Vicari è un’opera piuttosto riuscita. Anzi, considerati gli altri film italiani in concorso, si potrebbero addirittura azzardare giudizi più entusiastici.
Avvalendosi della ottima performance del duo Elio Germano-Michele Riondino, oltre che di una sceneggiatura decisamente valida, Vicari costruisce il suo film cercando riferimenti più o meno originali nel cinema d’oltreoceano (chi ha detto Rounders?), adattandoli con intelligenza al contesto decisamente differente.
La struttura narrativa funziona bene e riesce a risparmiare la deriva a tarallucci e vino che si nasconde sempre dietro l’angolo; il regista rietino la impreziosisce poi con un accurato uso della messa a fuoco e dei movimenti di camera, che spesso trasmettono vigore all’azione o si propongono come chiave di lettura per i sentimenti dei protagonisti.
Il successo al botteghino è, quasi, assicurato.
 

Rembrandt’s J’accuse
(Rembrandt’s J’accuse)
di Peter Greenaway, 2008 (Paesi Bassi), 86’
 
Partendo dal suo film Nightwatching, già presentato a Venezia, Peter Greenaway costruisce un interessante saggio-lezione su uno dei dipinti più significativi dell’intera storia dell’arte – parole del regista gallese: La ronda di notte, di Rembrandt Harmenszoon Van Rijn.
La minuziosa analisi di ogni particolare dell’opera, compiuta evidenziando trentuno “motivi d’interesse” del dipinto, è efficace ed avvincente; tra fiction e ricostruzione storica, lo stesso Greenaway diviene invadente anfitrione (il suo volto appare spesso sullo schermo), trasformando le immobili figure ritratte da Rembrandt in personaggi reali, capaci di provare e causare emozioni. Con una certa presunzione, Greenaway pretende di insegnare agli “analfabeti” del linguaggio visivo come interpretare dei testi che, per una volta, non sono scritti.
Obbiezioni semiologiche a parte, appare evidente il principale intento del regista gallese: quello di provocare lo spettatore, con un film “diverso”, spiazzante, realizzato avvalendosi di studiatissimi effetti speciali.
Da consumare con moderazione.