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8 / L'uomo che ama (RomaFilmFest)
a cura di Emanuele P. (del 26/10/2008 @ 14:56:04, in Anteprime, linkato 2492 volte)

8
(Huit)
di AV, 2008 (Francia), 103’
 
Il giudizio su 8, dal punto di vista strettamente cinematografico, deve considerarsi una media tra l’abisso di mediocrità e pigrizia creativa di Gus Van Sant – che ci propone, nel suo segmento, materiale di riciclo sul solito tema teenager-innamorati-dello-skate, farcito quasi sciattamente con frasi "buttate" sullo schermo – e l’apice raggiunto dai contributi di Jane Campion e Jan Kounen. L’autrice neozelandese regala un disincantato ritratto delle sue aride terre, visto attraverso gli occhi di speranzose bimbe che credono ancora in una miracolosa “danza della pioggia” quale rimedio alla siccità; Kounen invece, avvalendosi della notevole fotografia di David Ungaro, riesce a costruire un’opera non solo significativa dal punto di vista del contenuto, ma anche interessante in quanto a cifra stilistica e scelte tecniche.
Completano il film l’ammiccante segmento di Wenders, che conclude la proiezione con un finalino alla volemose bbene degno di uno stornello di Lando Fiorini, gli enigmatici How can it be? – di Mira Nair, che sceglie un discutibile modo per inneggiare all’emancipazione delle donne – e The letter, di Gael Garcia Bernal, oltre ai corti di Abderrahmane Sissako e Gaspar Noé che non si fanno certamente notare per originalità o stile – Noé, nomen omen, parlando dell’AIDS finisce con lo scivolare in pericolose farneticazioni pseudo-religiose.
Il contenuto del film, e più in generale gli 8 obbiettivi che il mondo civile si è posto come traguardi irrinunciabili per un futuro migliore meriterebbero un discorso a parte. Ma questa è un’altra storia.
 
 

L’uomo che ama
(L’uomo che ama)
di Maria Sole Tognazzi, 2008 (Italia), 102’
 
Si tratta del classico film che, girato da Woody Allen un paio di lustri fa, sarebbe diventato un classico del cinema. Maria Sole Tognazzi (che non è esattamente il cineasta americano) mette in scena onestamente una serie di elucubrazioni sull’amore declinato al maschile, raccontandoci le vicende sentimentali di Pierfrancesco Favino (come sempre, validissimo), che si trova ad essere prima colui che abbandona (la solita Bellucci, intollerabile) e quindi, quasi per la legge del contrappasso, colui che è dolorosamente lasciato dalla donna della sua vita (Ksenia Rappoport).
Come detto, il film è onesto, ben girato, compatto. Anche la sceneggiatura regge bene, con un intreccio narrativo convincente e discretamente complesso; non mancano figure secondarie molto riuscite – vedi il padre di Favino, interpretato da Arnaldo Ninchi.
Per chiudere il cerchio del politically correct, c’è anche la relazione omo in cui tutti sono felici, contenti (ed eroici).
Considerati i film sin'ora proposti: "capolavoro"...