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Il giallo-cult esordio di Dario Argento
a cura di Emanuele P. (del 10/10/2007 @ 09:48:25, in Amarcord, linkato 2769 volte)

L'uccello dalle piume di cristallo
(L'uccello dalle piume di cristallo)
Dario Argento, 1970 (Italia, Germania Ovest), 96'

Nei titoli di coda dell’ultimo film di Quentin Tarantino (Death Proof), al momento dei ringraziamenti per le concessioni delle tracce audio è presente l’elenco di tutte le pellicole da cui l’ottimo cineasta americano ha tratto parte delle melodie usate nella sua opera. Tra i titoli citati, diversi sono italiani (quasi tutti poliziotteschi, in particolare di Lenzi) e quello che ha attirato maggiormente la mia attenzione è stato un film dal nome esotico e dall’illustre coppia regista-compositore.
Si trattava de L’uccello dalle piume di cristallo, opera prima di Dario Argento (o meglio l’esordio da “solista” del regista romano che aveva in precedenza diretto in coppia due spaghetti western) che poteva avvalersi delle musiche del mitico Ennio Morricone oltre al supporto in materia di Bruno Nicolai. Il film, come le altre opere di Argento precedenti a Suspiria (1977), è di fatto un giallo, legato ancora alla struttura del whodunit ma non per questo esente dal proporre tutti i segni distintivi appartenenti al particolarissimo stile del regista italiano, e rappresenta un mirabile esempio di cinema di genere.

Uno scrittore americano in crisi creativa (Tony Musante) si reca in Italia con la compagna (Suzy Kendall) in cerca di nuove ispirazioni, ma tutto ciò che riesce ad ottenere è una insulsa pubblicazione di ornitologia sufficiente solo a pagargli il biglietto di ritorno. Proprio qualche giorno prima di partire assiste per caso al tentato omicidio di una donna (Eva Renzi), divenendo il principale sospettato per una serie di delitti perpetrati da un maniaco nella capitale. Un po’ per scagionarsi, ma soprattutto spinto dall’innato spirito da reporter, l’americano si troverà ad investigare sugli omicidi affiancando lo zelante ispettore Morosini (Enrico Maria Salerno) e scoprirà come la faccenda sia molto più complessa di quanto possa apparire.

Dario Argento conferisce straordinaria importanza alle immagini - valorizzate dalla ispirata fotografia dell’allora quasi esordiente Vittorio Storaro (Il conformista, Ultimo tango a Parigi, Novecento, Apocalypse Now) - ed ai suoni, con rumori, voci distorte oltre ad un quasi incessante tappeto sonoro che accompagna gran parte delle scene – meraviglioso il tema principale di Morricone.
La violenza è solo supposta, suggerita: prendendo come punto di riferimento la celebre scena dell’assassinio di Psycho, Argento evita di mostrare squarci, ferite o lame che colpiscono; si limita a montare la sequenza coltello-urlo-sangue e lascia completare il lavoro alla immaginazione dello spettatore. Il risultato è esemplare.
Non c’è un istante di narrazione superflua: ogni scena è necessaria e godibile. Il pathos è mantenuto con maestria sino al multiplo colpo di scena finale, ed ogni sequenza riesce a lasciare il segno grazie ad idee ispirate e situazioni davvero originali. Basti pensare che tutti gli elementi che potrebbero sembrare scontati adesso (come le soggettive dell’assassino o la sua caratteristica “iconografia”) erano davvero innovativi per l’epoca, sebbene in parte mutuati dal cinema di Mario Bava, ed avrebbero influenzato anche grandi cineasti americani come Brian De Palma – in particolare il suo “trittico” di thriller Blow out, Vestito per uccidere, Omicidio a luci rosse.
Il cast è in parte, e spiccano le buone interpretazioni di Salerno e Musante, ma sono l’intreccio e soprattutto la cifra stilistica espressa a rendere L’uccello dalle piume di cristallo un piccolo capolavoro del genere.

Questo film, come diversi altri di quel periodo forse troppo superficialmente bollati come mediocri-violenti-trash, potrebbe contenere validi spunti per i nostri aspiranti registi troppo spesso dimentichi di un passato cinematografico non fatto solo dai grandi Maestri giustamente incensati, ma anche da numerosi capolavori di genere che anche se visti oggi continuano a dimostrare una notevole dose di originalità e stile.
Non c’è bisogno che sia Tarantino a farcelo notare…