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	<title>pianosequenza.net, il blog in bianco e nero.</title>
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		<title><![CDATA[Soderbergh e gli effetti collaterali dell'ambiguità]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<!--[if gte mso 9]><![endif]-->
<p><b><center><img src="/public/side_effects_rooney_mara.jpg" alt="" /></center></b><br /><b>Effetti collaterali</b><br /> <i>(Side Effects)</i><br /> Steven Soderbergh, 2013 (USA), 106’<br /> uscita italiana: 1 maggio 2013<br /> voto su <a href="http://cinebloggerconnex.wordpress.com/"><span style="font-style: italic;"><span style="font-weight: bold;">C.C.</span></span></a> <img src="/public/voto_3.jpg" alt="" /><br /></p>
<p>La vita da sogno di Emily (<b>Rooney Mara</b>) viene bruscamente interrotta dall’arresto dell’aitante marito (<b>Channing Tatum</b>), colpevole di insider trading. Quando il peggio sembrerebbe passato – l’energumeno ha scontato la sua pena e tenta di reinserirsi nella societ&agrave; – la ragazza cade per&ograve; vittima di una profonda depressione che la spinge a tentare il suicidio. Questo “grido d’allarme” viene colto dallo psichiatra (<b>Jude Law</b>) che si trova ad accudirla al pronto soccorso: l’uomo, intento ad arrabattarsi tra mille impieghi pur di mantenere un tenore di vita da newyorkese benestante, prende a cuore le vicende della affascinante Emily e inizia a trattarla, invano, con una serie di psicofarmaci. Grazie al consulto con una collega (<b>Catherine Zeta-Jones</b>) che aveva avuto precedentemente la ragazza in cura, entra in scena un farmaco miracoloso; i suoi effetti collaterali per&ograve;…</p>
<p><b>Steven Soderbergh</b> ha abituato i suoi aficionados ad una sorprendente capacit&agrave; di adattarsi a generi radicalmente differenti, pur mantenendo uno stile ben definito. Con <i>Side Effects</i> il cineasta americano affronta una sfida piuttosto impegnativa, mettendo in scena un thriller atipico che cela la sua vera natura almeno fino a quando un inaspettato colpo di scena non sovverte il susseguirsi degli eventi – la situazione &egrave; in realt&agrave; gi&agrave; suggerita ambiguamente durante la sequenza iniziale. È difficile addentrarsi nella struttura della trama senza rivelare informazioni che svilirebbero questo <i>coup de theatre</i>: Soderbergh, con lo sceneggiatore <b>Scott Z. Burns</b>, costruisce infatti un complesso meccanismo fondato su bugie e mezze verit&agrave; in cui (come da regola aurea) “niente &egrave; come sembra”. <br /> Il principale contributo del regista &egrave; per&ograve; l’atmosfera angosciante, da tragedia imminente, che caratterizza il film sin dai primissimi istanti, quando un lungo piano sequenza, speculare a quello che conclude la pellicola, ci introduce per la prima volta all’appartamento dei coniugi Martin – facendo tornare in mente ai pi&ugrave; volenterosi persino l’incipit di <i>Psycho</i>. La fotografia ambrata (opera dallo stesso Soderbergh) contribuisce significativamente alla riuscita finale: allo spettatore sembra di galleggiare nei sogni inquieti della sfortunata protagonista, intrappolati nella “nube velenosa” della depressione.<br /> Nonostante qualche debolezza (in particolare il significativo ricorso alla sospensione dell’incredulit&agrave; di chi assiste, di fronte a situazioni piuttosto inverosimili), <i>Side Effects</i> si dimostra thriller avvincente, girato con capacit&agrave; da un autore che riesce a non essere mai banale. Merce rara.<br /> <i>Farmaceutico</i>.</p>
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		<title><![CDATA[Nella casa: Ozon, Chabrol e la società francese]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<center><img src="/public/Dans-la-maison.jpg" alt="" /></center><br /><b>Nella casa</b><br /> <i>(Dans la maison)</i><br /> François Ozon, 2012 (Francia), 105’<br /> uscita italiana: 18 aprile 2013<br /> voto su <span style="font-weight: bold;"><span style="font-style: italic;"><a href="http://cinebloggerconnex.wordpress.com/">C.C.</a></span></span> <img src="/public/voto_3m.jpg" alt="" /><br /></p>
<p>Germain (<b>Fabrice Luchini</b>), professore senza pi&ugrave; stimoli, scopre tra i suoi studenti un bizzarro talento letterario: si tratta di Claude (<b>Ernst Umhauer</b>), sedicenne dalla situazione familiare complessa, che nei compiti assegnati racconta con brillante acume le sue esperienze da <i>voyeur</i> vissute spiando la famiglia apparentemente “normale” di un compagno non troppo sveglio (<b>Bastien Ughetto</b>). Inizia cos&igrave; un gioco perverso, dalle imprevedibili conseguenze.</p>
<p><b>François Ozon</b> disseziona la societ&agrave; francese con bisturi affilato, all’altezza del miglior Chabrol. Per farlo sceglie il registro della commedia nera, con risvolti persino da thriller, nella quale sono messi a confronto due mondi agli antipodi: da una parte gli intellettuali perennemente annoiati, superbi ed un po’ bigotti (Germain e la moglie Jeanne, interpretata da <b>Kristin Scott Thomas</b>), dall’altra una famigliola (gli Artole, <b>Emmanuelle Seigner</b> e <b>Denis M&eacute;nochet</b>) nella quale la facciata di felicit&agrave; <i>bourgeois</i> cela conflitti irrisolti ed ambizioni non soddisfatte. Questi due universi vengono in contatto, per interposta persona, grazie agli occhi e all’immaginazione di Claude, giovane sociopatico dalle ingenue intenzioni che s’insinua nella casa “perfetta” degli Artole. Il suo &egrave; un bisogno infantile di affetto familiare che si trasforma in qualcosa di diverso e pi&ugrave; insidioso col passare del tempo, grazie anche alle insistenze del professor Germain, attratto dall’idea di rivivere attraverso gli scritti del ragazzo la sua giovent&ugrave; da romanziere fallito. Presto il confine tra giusto e sbagliato, tra morale ed immorale, diventa pi&ugrave; sfocato: persino Jeanne, inizialmente scettica circa l’atteggiamento del marito nei confronti della vicenda, ne diviene morbosamente appassionata. Claude &egrave; infatti diventato un irresistibile “buco della serratura” grazie al quale sbirciare la vita degli altri, celandosi dietro una presunta (ma ostentata) superiorit&agrave; intellettuale – lo sprezzante sarcasmo col quale il ragazzo descrive la quotidianit&agrave; degli Artole &egrave; uno dei motivi che rendono cos&igrave; interessanti i racconti per il suo piccolo “pubblico”. <br>Gli occhi di Claude diventano lo sguardo dello spettatore, che resta intrappolato nell’universo cinico e grottesco messo in scena con abilit&agrave; da Ozon: realt&agrave; ed immaginazione iniziano a confondersi, fino a rendere impossibile distinguerle. Da qui prende le mosse l’ultima parte della narrazione, un crescendo piuttosto surreale che sembra fissare pi&ugrave; chiaramente le “coordinate” del film, reso divertita ma inquietante metafora dei conflitti (culturali, sociali, economici) della societ&agrave; occidentale.
<br><i>Impietoso</i>.</br></p>
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		<title><![CDATA[Focus on: House of Cards]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<center><img src="/public/house_of_cards_spacey_underwood.jpg" alt="" /></center><b><br />House of Cards</b><span><br /> <i>(House of Cards)</i><br /> di Beau Willimon, Michael Dobbs, USA (2013) – Netflix<br /> 13 episodi da 60’</span></p>
<p><b>Netflix</b> &egrave; una societ&agrave; americana che, con lungimiranza, ha saputo passare nell’ultimo decennio dal noleggio “materiale” di VHS e DVD a quello digitale di streaming di qualit&agrave;, accessibile previo pagamento di pochi dollari/sterline. Non contenti di limitarsi alla distribuzione di contenuti prodotti da terzi, alla Netflix hanno quindi messo in campo un progetto estremamente ambizioso: dare vita ad un serial “autoctono”, in grado di rivaleggiare quanto a qualit&agrave; e contenuti con i principali competitor proposti annualmente dai network pi&ugrave; prestigiosi. Nasce cos&igrave; <i>House of Cards</i>.</p>
<p>Gli episodi seguono le vicissitudini quotidiane del politicante Francis Underwood (un monumentale <b>Kevin Spacey</b>), che lavora a Washington elevando ad arte l’inciucio e la minaccia, nell’ambizione di scalare, un passo alla volta, la piramide sino ad un posto nel <i>ticket</i> democratico per il successivo mandato. Persino la sua vita familiare, condivisa con la moglie Claire (<b>Robin Wright</b>), &egrave; indissolubilmente legata agli intrighi della politica. Completa (e complica) il quadro la giovane reporter Zoe Barnes (<b>Kate Mara</b>), disposta a tutto pur di pubblicare lo scoop di una vita; prevedibilmente, il suo destino si legher&agrave; a quello dell’ineffabile Frank.</p>
<p>Il soggetto di <i>House of Cards</i> &egrave; liberamente tratto da una miniserie britannica dei primi anni novanta (adattamento dell’omonimo romanzo di <b>Michael Dobbs</b>) ed affidato per un restyling a stelle e strisce allo sceneggiatore <b>Beau Willimon</b>, che gi&agrave; con <span style="font-style: italic;"><a href="javascript:void(0);/*1363960288094*/">Le idi di marzo</a></span> si era dimostrato particolarmente a suo agio nel tratteggiare i lineamenti di tutti gli ambigui personaggi che si aggirano dietro le quinte della politica americana. <b>David Fincher</b> figura come padre “artistico” del progetto nonch&eacute; come <i>sponsor</i> appetibile per un’ampia platea di cinefili moderatamente esigenti e, sebbene siano pochi gli episodi effettivamente griffati dal talentuoso regista di <i>Seven</i> e <i>Fight Club</i>, &egrave; possibile notare nella cifra stilistica dell’intero serial la stessa atmosfera decadentemente postmoderna diventata negli anni distintiva per il Cinema di Fincher – tra i registi degli episodi figurano anche <b>Joel Schumacher</b> e <b>James Foley</b>.</p>
<p>Il serial &egrave; impreziosito da alcune intuizioni decisamente originali, su tutte l’idea di abbattere la proverbiale quarta parete concedendo al personaggio di Kevin Spacey la possibilit&agrave; di rivolgersi direttamente allo spettatore; questo espediente, diventato motivo di marketing virale con la nascita di innumerevoli parodie sparse sul web, punteggia con formidabile efficacia la narrazione, garantendo una giusta dose di humor ma anche ulteriore empatia nei confronti dello spregevole deputato Underwood.<br /> La principale e pi&ugrave; significativa novit&agrave; che arriva da <i>House of Cards</i> &egrave; per&ograve; insita nel format stesso e pi&ugrave; in particolare nel nuovo modo in cui lo spettatore si rapporta con il medium televisivo: l’intera prima stagione del serial (tredici episodi)  &egrave; infatti stata rilasciata “in blocco” su Netflix, rendendo possibili maratone lunghissime e poco salutari per tutti i fan rimasti invischiati nella ragnatela del carismatico Frank. Come definito dallo stesso Fincher, <i>House of Cards</i> &egrave; di fatto un “film con interruzioni” pi&ugrave; che un insieme omogeneo di episodi, e questo ha considerevoli conseguenze anche sul modo nel quale le singole puntate sono concepite, mancando la necessit&agrave; del consueto <i>cliffhanger</i> (colpo di scena) indispensabile per mantenere nel tempo l’interesse prima del successivo appuntamento. Si tratta di un continuum narrativo che scorre fluidamente da un episodio all’altro, lasciando all’utente la possibilit&agrave; di interromperlo quando lo ritiene pi&ugrave; opportuno: un approccio innovativo ed estremamente moderno, che guarda con attenzione all’evoluzione verso <i>l’on demand</i> destinata a coinvolgere nel prossimo futuro il mondo dei media.<br /> Ovviamente tutte le brillanti intuizioni di produttori ed autori verrebbero vanificate se <i>House of Cards</i> non fosse un prodotto valido innanzitutto da un punto di vista televisiv-cinematografico: sono un perfetto casting e l’attento lavoro di sceneggiatura a garantire ore di intrattenimento di qualit&agrave; decisamente al di sopra della media. La speranza &egrave; che prima o poi si possa apprezzare anche dalle nostre parti.<br /> <i>Rivoluzionario</i>.</p>]]></content>
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		<title><![CDATA[Silver Linings Playbook: il lato positivo dei film romantici]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<p style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt" align="center"><img alt="" src="/public/silver_linings_playbook.jpg" /></p>
<div style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt"><strong>Il lato positivo – Silver Linings Playbook</strong><br /><i>(Silver Linings Playbook)</i><br />David O. Russell, USA (2012), 117’<br />uscita italiana: 7 marzo 2013<br />voto su <a href="http://cinebloggerconnex.wordpress.com/"><strong><em>C.C.</em></strong></a> <img alt="" src="/public/voto_4m.jpg" /></div>
<div style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt">Pat (<b>Bradley Cooper</b>) torna a vivere con i genitori (<b>Jacki Weaver</b> e <b>Robert De Niro</b>) dopo aver parzialmente scontato una condanna per l'aggressione all’amante della moglie. Solo dopo l’incidente gli &egrave; stato diagnosticato un disturbo bipolare, che rende difficoltoso il suo reinserimento nella societ&agrave;: una canzone lo tormenta, contrattempi anche piccoli provocano eccessi d’ira e l’ossessione per l’amata moglie &egrave; tutt’altro che scomparsa. L’incontro con Tiffany (<b>Jennifer Lawrence</b>), giovane vedova condizionata dai sensi di colpa, gli cambier&agrave; la vita.</div>
<div style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt">Sin dai tempi di <i>Spellbound</i> (<i>Io ti salver&ograve;</i>, 1945) quello della donna disposta a tutto pur di redimere e/o cambiare l’amato &egrave; stato uno dei temi pi&ugrave; gettonati del cinema “romantico”, ma con <i>Silver Linings Playbook</i> il regista e sceneggiatore <b>David O. Russell</b> (<a href="http://www.pianosequenza.net/public/post/the-fighter-quando-il-ring-e-nel-sangue-373.asp"><em>The Fighter</em></a>) riesce a declinarlo in modo diverso, brillante ed originale. <br />La storia, tratta dal romanzo di <b>Matthew Quick</b>, affronta infatti con leggerezza anche lo spinoso problema della malattia mentale; come suggerisce il titolo l’ottimismo diventa la lente attraverso la quale filtrare ogni situazione. L’apparente semplicit&agrave; della struttura narrativa nasconde numerosi spunti di riflessione: vengono affrontate le difficolt&agrave; del rapporto padre-figlio, la complessa elaborazione di un lutto inaspettato, e soprattutto viene raccontato l’infinito (persino commuovente) amore di una famiglia nei confronti del suo figliol prodigo.<br />La fama di ottimo direttore di attori che circonda David O. Russell, pur assolutamente meritata (le performance e i premi dei “suoi” protagonisti sono l&igrave; a dimostrarlo) non deve mettere in discussione un indubbio talento cinematografico, messo in luce da scelte registiche mai banali che garantiscono alla narrazione ritmo invidiabile ed una estetica appagante. La parte finale del film &egrave; un valido esempio: l’intera sequenza del “dance contest” , magistralmente girata, &egrave; architettata con grande cura (oltre ad una certa <i>furbizia</i>) e culmina nella brillante performance dei due eroi, pronti a dare vita ad una scena musicale che vale un posto nell’Olimpo del genere, in compagnia del twist ballato al <i><a href="http://www.youtube.com/watch?v=IJn-XF1QEPc">Jack Rabbit’s Slim</a></i> dalla coppia Thurman-Travolta. Con l’impegnativa esibizione danzereccia il duo di protagonisti sigilla una brillante prova attorale, costruita su un infinito rincorrersi, litigare, chiedere scusa: si tratta di un amore a prima vista, del quale solo Pat sembra non accorgersi. Nasce cos&igrave; una complicit&agrave; tra autore e spettatore (al quale pi&ugrave; di una volta, celatamente, vengono mostrati particolari chiarificatori) che intensifica il pathos e garantisce al climax finale una prevedibile ma spettacolare riuscita. </div>]]></content>
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		<title><![CDATA[Oscar - Academy Awards 2013: Vincitori]]></title>
		<id>http://www.pianosequenza.net/dblog/articolo.asp?articolo=445</id>
		<created>2013-02-26T15:37:43+01:00</created>
		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<p>Archiviata anche l'edizione numero ottantacinque degli <em>Oscars</em>, i riconoscimenti assegnati annualmente&nbsp;dalla <em>Academy of motion picture arts and sciences</em>. Spumeggiante presentatore il nostro pupillo (da prima che divenisse di moda)&nbsp;<strong>Seth MacFarlane</strong> che tra una gag e un intonata performance musicale ha saputo griffare l'estenuante show con la sua personalissima cifra. I premi sono all'insegna del compiaciuto auto-elogio da americani <em>bacchettoni</em>, con <em>Argo</em> che sbanca (miglior film) ed il sopravvalutatissimo <em>Life of Pi</em> pronto a garantire ad <strong>Ang Lee</strong> addirittura il titolo di miglior regista, forse grazie al suo innocuo (e conformabile)&nbsp;esotismo. <a href="http://www.pianosequenza.net/public/post/django-tarantino-e-lo-spaghetti-western-439.asp"><strong>Tarantino</strong></a> guadagna la seconda statuetta della carriera, sempre in veste di sceneggiatore, mentre il formidabile <a href="http://www.pianosequenza.net/public/post/zero-dark-thirty-bigelow-e-la-caccia-a-bin-laden-443.asp"><em>Zero Dark Thirty</em></a> resta ben lontano nelle retrovie (<strong>Jessica Chastain</strong> soffrir&agrave; per il premio di miglior protagonista strappatole dalla <strong>Lawrence</strong>)&nbsp;insieme all'altro miglior film della stagione, <a href="http://www.pianosequenza.net/public/post/moonrise-kingdom-wes-anderson-e-il-cinema-artigianale-429.asp"><em>Moonrise Kingdom</em></a>.<br /><br />Bando alle ciance, ecco l'elenco completo dei vincitori:<br /><br /><strong>BEST PICTURE</strong><br />&quot;Argo&quot;</p>
<p><strong>BEST ACTOR<br /></strong>Daniel Day-Lewis for &quot;Lincoln&quot;</p>
<p><strong>BEST ACTRESS</strong><br />Jennifer Lawrence for &quot;Silver Linings Playbook&quot;</p>
<p><strong>BEST SUPPORTING ACTRESS</strong><br />Anne Hathaway for &quot;Les Miserables&quot;</p>
<p><strong>BEST SUPPORTING ACTOR</strong><br />Christoph Waltz for &quot;Django Unchained&quot;</p>
<p><strong>BEST DIRECTOR</strong><br />Ang Lee for &quot;Life of Pi&quot;</p>
<p><strong>BEST ADAPTED SCREENPLAY</strong><br />&quot;Argo&quot;</p>
<p><strong>BEST ORIGINAL SCREENPLAY</strong><br />&quot;Django Unchained&quot;</p>
<p><strong>BEST ANIMATED FILM</strong><br />&quot;Brave&quot;</p>
<p><strong>BEST FOREIGN LANGUAGE FILM<br /></strong>&quot;Amour&quot;</p>
<p><strong>BEST MUSIC (ORIGINAL SONG)<br /></strong>&quot;Skyfall&quot; from &quot;Skyfall&quot; (Music and Lyric by Adele Adkins and Paul Epworth)</p>
<p><strong>BEST MUSIC (ORIGINAL SCORE)<br /></strong>Mychael Danna for &quot;Life of Pi&quot;</p>
<p><strong>BEST PRODUCTION DESIGN</strong><br />&quot;Lincoln&quot;</p>
<p><strong>BEST CINEMATOGRAPHY</strong><br />&quot;Life of Pi&quot;</p>
<p><strong>BEST DOCUMENTARY (FEATURE)</strong><br />&quot;Searching for Sugar Man&quot;</p>
<p><strong>BEST VISUAL EFFECTS</strong><br />&quot;Life of Pi&quot;</p>
<p><strong>BEST MAKEUP</strong><br />&quot;Les Miserables&quot;</p>
<p><strong>BEST COSTUME DESIGN<br /></strong>&quot;Anna Karenina&quot;</p>
<p><strong>BEST FILM EDITING</strong><br />&quot;Argo&quot;</p>
<p><strong>BEST SOUND EDITING</strong><br />&quot;Skyfall&quot;<br />&quot;Zero Dark Thirty&quot;</p>
<p><strong>BEST SOUND MIXING</strong><br />&quot;Les Miserables&quot;</p>
<p><strong>BEST SHORT FILM (ANIMATED)<br /></strong>&quot;Paperman&quot;</p>
<p><strong>BEST SHORT FILM (LIVE ACTION)<br /></strong>&quot;Curfew&quot;</p>
<p><strong>BEST DOCUMENTARY (SHORT)<br /></strong>&quot;Inocente&quot;</p>]]></content>
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		<title><![CDATA[Promised Land: Gus Van Sant e le lobby dei gas naturali]]></title>
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		<created>2013-02-15T14:17:29+01:00</created>
		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<p style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt" align="center"><img alt="" src="/public/promised_land.jpg" /></p>
<div style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt"><strong>Promised Land</strong><br /><i>(Promised Land)</i><br />Gus Van Sant, 2012 (USA), 106&rsquo;<br />uscita italiana: 14 febbraio 2013<br />voto su <a href="http://cinebloggerconnex.wordpress.com/"><strong><em>C.C.</em></strong></a> <img alt="" src="/public/voto_2.jpg" /></div>
<div style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt">Steve (<b>Matt Damon</b>) e Sue (<b>Frances McDormand</b>) lavorano per una multinazionale interessata ad estrarre gas naturali dalle terre di alcuni <i>redneck</i> &nbsp;degli stati del sud. Tutto fila liscio finch&eacute; non si trovano a dover colonizzare un paesino all&rsquo;apparenza uguale agli altri, ma abitato da alcuni contadini fin troppo pensanti, capeggiati da un saggio professore universitario in pensione (<b>Hal Holbrook</b>). Un ambientalista (<b>John Krasinski</b>) giunger&agrave; a complicare il quadro.</div>
<div style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt"><b>Gus Van Sant</b> ci introduce nel magico mondo dei gas naturali e delle terribili conseguenze legate al loro maldestro prelievo dagli appezzamenti terrieri di ingenui abitanti. Sebbene il tema sia d&rsquo;interesse (perch&eacute; agita uno spauracchio diverso dal vostro consueto lobbista delle compagnie petrolifere) il film che ne deriva &egrave; davvero poco convincente, dal punto narrativo e persino da quello puramente &ldquo;artistico&rdquo;. <br />La sceneggiatura, affidata in modo sospetto al duo di protagonisti Damon-Krasinski, viene fuori come un compitino da classe di scrittura: banale, prevedibile ed incoerente. Steve, presentato come spietato squalo pronto ad ingannare con qualsiasi mezzo (anche il &ldquo;travestimento&rdquo; sociale) pur di strappare un dollaro in meno sul prezzo, &egrave; inevitabilmente destinato a sciogliersi tra le braccia di una newyorkese capitata per sbaglio in provincia (<b>Rosemarie DeWitt</b>) e, non serve manco dirlo, tutti sappiamo che prima dei titoli di coda si trover&agrave; a fare la proverbiale <em>cosa giusta </em>almeno per una volta. Peccato, perch&eacute; proprio sul finale la storia sembra assecondare una svolta sorprendente, di quelle che potrebbero gettare una luce tutta diversa sull&rsquo;intera faccenda, ma Van Sant e colleghi non hanno il coraggio di seguirla fino in fondo, adagiandosi su una conclusione incoerente, ben poco verosimile e forzatamente <i>bucolica</i>. <br />Il cineasta americano, che aveva interessato tutti con la giovent&ugrave;&nbsp;dei suoi pi&ugrave;&nbsp;recenti <a href="http://www.pianosequenza.net/public/post/gioventu-bruciata-169.asp"><em>Paranoid Park</em></a> e <i>Restless</i>, appare intrappolato in una storia monocorde, dalla quale &egrave; impossibile trarre il minimo pathos; cos&igrave; l&rsquo;unico punto di riferimento diventano le buone interpretazioni dei protagonisti, ciascuno provvisto di un personaggio ritagliato su misura. <br />Nessuno sembra per&ograve; tenere conto dello sfortunato spettatore.<br /><i>Occasione persa</i>.</div>]]></content>
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		<title><![CDATA[Zero Dark Thirty: Bigelow e la caccia a Bin Laden]]></title>
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		<created>2013-02-07T11:57:53+01:00</created>
		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<p style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt" align="center"><img alt="" src="/public/zero-dark-thirty_chastain.jpg" /></p>
<div style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt"><strong>Zero Dark Thirty</strong><br /><i>(Zero Dark Thirty)</i><br />Kathryn Bigelow, 2012 (USA), 157&rsquo;<br />uscita italiana: 7 febbraio 2013<br />voto su <a href="http://cinebloggerconnex.wordpress.com/"><strong><em>C.C.</em></strong></a> <img alt="" src="/public/voto_5.jpg" /></div>
<div style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt">L&rsquo;undici settembre del 2001 il mondo cambia per sempre, per tutti. In particolare quei brutali attentati stravolgono la vita ed i piani di una giovane donna, Maya (<b>Jessica Chastain</b>), che appena uscita dal college &egrave; scelta per far parte della task force mediorientale targata CIA che ha l&rsquo;incarico di rintracciare Bin Laden e i suoi pi&ugrave; preziosi alleati. Dieci anni dopo, in un <i>compound</i> di Abbottabad, la loro missione verr&agrave; portata a termine.</div>
<div style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt"><b>Kathryn Bigelow</b> (<i>The Hurt Locker</i>) e lo sceneggiatore <b>Mark Boal</b> avevano iniziato a lavorare su un progetto cinematografico dedicato alla caccia a Bin Laden gi&agrave; prima che l&rsquo;attualit&agrave; prendesse il sopravvento sulla finzione. Pur non modificando le certezze degli autori, gli eventi del maggio 2011 hanno per&ograve; contribuito a creare intorno a <i>Zero Dark Thirty</i> un significativo polverone di insinuazioni e polemiche. Quando si affrontano argomenti del genere, a maggior ragione se ancora cos&igrave; freschi nella memoria di tutti, &egrave; infatti facile dimenticare la ben demarcata linea che divide il documentario dalla finzione, il reale dal verosimile: cos&igrave; la Bigelow si &egrave; trovata coinvolta (anche a causa di dichiarazioni spesso discutibili e contraddittorie) in un contenzioso che spazia dal politico sino al sociale e all&rsquo;etico, accusata di aver fornito una &ldquo;apologia&rdquo; della tortura o di aver persino violato il segreto di stato. Per quanto possano essere interessanti i dibattiti che il suo film ha suscitato (soprattutto in patria, per di pi&ugrave; nelle vicinanze di una scadenza elettorale), non &egrave; questa la sede per esprimere giudizi o valutazioni a riguardo; piuttosto si tratta di prendere atto che, come ogni opera d&rsquo;arte degna di questo nome, <i>Zero Dark Thirty</i> rappresenta almeno un motivo di discussione, un mezzo (potente) per portare in auge tematiche importanti e ormai dimenticate dall&rsquo;opinione pubblica. Tutte queste polemiche, spesso oziose e strumentali, rischiano per&ograve; di far perdere di vista un aspetto cruciale: quello di Kathryn Bigelow &egrave; un film eccellente, tra i migliori (se non <i>il</i> migliore) dell&rsquo;intera annata cinematografica.<br /><br />L&rsquo; architettura&nbsp;narrativa, probabilmente concepita prima che si avesse un chiaro &ldquo;epilogo&rdquo; per gli eventi descritti, verte tutta sul lavoro di intelligence &ldquo;sotterraneo&rdquo; necessario per scovare l&rsquo;uomo pi&ugrave; ricercato del mondo, ma nonostante questo si rivela caratterizzata da un ammirevole senso dello spettacolo, lasciando alla regista diverse occasioni per mettere in luce il suo talento &ndash; tra tutte &egrave; da segnalare la sequenza, che toglie il fiato, dell&rsquo;attentato a Camp Chapman. La Bigelow fa ampio uso di una camera agile e mobile, in modo da entrare letteralmente nell&rsquo;azione, rendendo lo spettatore parte integrante dello scenario mostrato. Il climax, raggiunto prevedibilmente durante i venti minuti del raid pakistano, &egrave; perfetto esempio di questo stile asciutto ed efficace (ma non per questo povero di idee) che pu&ograve; avvalersi di tutti i pregi in termini di resa e mobilit&agrave; garantiti dalla tecnologia digitale. Sorprendentemente durante l&rsquo;intera sequenza, fotografata per la maggior parte del tempo con una verdastra &ldquo;visione notturna&rdquo;, il palcoscenico viene concesso tutto alle coordinate gesta dei militari in azione, senza i prevedibili stacchi per catturare le emozioni di Maya (che sta seguendo l&rsquo;operazione al sicuro della sua tenda), quasi a voler mantenere fino alla fine separati il lavoro &ldquo;sul campo&rdquo; e quello di spionaggio. Si tratta degli unici momenti nei quali Jessica Chastain non domina la scena. L&rsquo;attrice americana fornisce infatti una interpretazione magistrale, grazie alla quale gli autori riescono a caratterizzare un personaggio complesso pur concedendo pochissimi momenti di introspezione: basta uno solo sguardo per raccontarne speranze, emozioni e paure. Maya &egrave; solo una delle tante donne che hanno un ruolo cruciale nell&rsquo;individuazione di Bin Laden, e riesce a portare a termine l&rsquo;obbiettivo grazie ad una ostinazione e ad una caparbiet&agrave; che sembra mancare a molti dei virili personaggi che la circondano: questo &egrave; forse l&rsquo;unico messaggio veramente <i>politico</i> che Kathryn Bigelow cerca di mandare con il suo ottimo film.</div>]]></content>
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		<title><![CDATA[Looper: l'ispirato noir-fantascientifico di Rian Johnson]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<p style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt" align="center"><img alt="" src="/public/looper-movie-willis-gordon-levitt.jpg" /></p>
<div style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt"><strong>Looper - In fuga dal passato</strong><br /><i>(Looper)</i><br />Rian Johnson, 2012 (USA), 119’<br />uscita italiana: 31 gennaio 2013<br />voto su <a href="http://cinebloggerconnex.wordpress.com/"><em><strong>C.C.</strong></em></a> <img alt="" src="/public/voto_4.jpg" /></div>
<div style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt">2044. Il futuro sembra tanto un polveroso e deprimente passato. In una cittadina americana i sicari della principale organizzazione criminale si chiamano Looper ed hanno il compito di uccidere degli sconosciuti incappucciati che gli vengono spediti da un futuro remoto, dove grazie ad un macchinario illegale i viaggi nel tempo sono diventati possibili. Si tratta di un impiego estremamente lucrativo e privo di pericoli (perch&eacute; i Looper si sbarazzano di personaggi che non esistono nel loro tempo) ma funestato da una clausola infida: un giorno, il killer dovr&agrave; eliminare se stesso, trent’anni pi&ugrave; vecchio, per far scomparire ogni scomodo testimone. L’ultimo “lavoro” chiude questo cerchio macchinoso (definito appunto <i>loop</i>) ed &egrave; remunerato con una ricompensa significativa, tale da permettere di vivere le successive tre decadi agiatamente, con la consapevolezza di avere stampata sulla propria esistenza una indelebile data di scadenza. Quando Joe (<b>Joseph Gordon-Levitt</b>), Looper come tanti altri, indugia prima di uccidere la futura versione di se stesso (<b>Bruce Willis</b>), sembra commettere un errore imperdonabile. Lo smaliziato alter ego infatti riesce a fuggire, mettendo in discussione tutto l’oliato meccanismo. Ma possiamo giustificarlo: &egrave; in missione per salvare il <i>suo</i> mondo.</div>
<div style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt">Prima di poter apprezzare <i>Looper</i> sono necessari alcuni minuti, durante i quali si &egrave; chiamati ad accettare il pasticcio ordito ai danni di Gordon-Levitt, reso irriconoscibile da naso e smorfie innaturali volte a farlo diventare sufficientemente simile ad un giovane Willis. Superata questa indubbia distrazione, &egrave; possibile lasciare che <b>Rian Johnson</b> ci trasporti nella sua arida versione del futuro, cos&igrave; privo di speranza ed umanit&agrave; da apparire spaventosamente realistico, sulle tracce dei due “Joe”. Il vero <i>turning point</i>, almeno dal punto di vista visivo, arriva quando l’autore sceglie di lasciare l’ambientazione cittadina (e con questa le memorie di <i>Blade Runner</i> e <i>Terminator</i>) per farci conoscere la giovane Sara (<b>Emily Blunt</b>) madre-single dal passato tormentato, che sopravvive tutta sola col suo precocissimo bambino (<b>Pierce Gagnon</b>) in una casa immersa in un mare di spighe di grano, avendo come unica compagnia un fucile Remington caricato con pallottole di sale. C’&egrave; qualcosa di meraviglioso nella luce che brucia queste immagini, tale da premiare la scelta quasi reazionaria fatta da Johnson di girare il suo noir-fantascientifico sulla vecchia e romantica celluloide, invece che con una delle nuove e sempre pi&ugrave; efficaci camere digitali. D’altronde, nonostante si parli di viaggi nel tempo e di telecinesi, gli effetti speciali occupano una parte marginale della narrazione, lasciando il palcoscenico all’ammirevole gusto col quale il regista mette in scena ogni situazione – c’&egrave; persino l’ammiccante close-up delle bollicine in una tazza di caff&egrave;, omaggio all’anarchico Godard. <br />Il principale merito di Johnson sta nell’aver costruito un continuum di grandiosa intensit&agrave;, tale da non concedere mai allo spettatore il tempo di farsi troppe domande su ci&ograve; che ha appena visto; come afferma anche Willis in una scena piuttosto surreale del film, molto del fascino di <i>Looper</i> &egrave; infatti perso se si tenta di ricostruirne i dettagli con ragionamento analitico o con qualche complesso diagramma. Questa scelta non priva la sceneggiatura di forza o unit&agrave;, ma al contrario consente all’autore di ritagliare (tra le sequenze d’azione pura) sufficiente spazio per tratteggiare i lineamenti di personaggi per nulla banali. <br />La storia &egrave; profondamente influenzata dai concetti di ciclicit&agrave; e destino, interpretati per&ograve; secondo il dettame tipicamente americano per cui c’&egrave; sempre la possibilit&agrave; per un uomo di determinare il proprio futuro e, in particolar modo nel cinema, di influenzare con un atto eroico quello dell’intera umanit&agrave;. Cos&igrave; nel finale, dopo l’inevitabile resa dei conti (nella quale si potr&agrave; ammirare per l’ennesima volta lo sguardo “da vendetta” che Willis concesse per la prima volta armato di katana) Johnson mette a segno la sua ultima stoccata, legando con una riuscitissima dissolvenza passato, presente e futuro. In quei pochi istanti, e nel silenzio che segue, c’&egrave; tutta la magia del cinema.</div>]]></content>
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		<title><![CDATA[Flight: Zemeckis e Washington per il film quasi perfetto]]></title>
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		<created>2013-01-22T14:49:51+01:00</created>
		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<p style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt" align="center"><img alt="" src="/public/flight_denzel_washington.jpg" /></p>
<div style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt" align="center"><em><font size="1">I choose to drink.</font></em></div>
<div style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt"><strong>Flight</strong><br /><i>(Flight)</i><br />Robert Zemeckis, 2012 (USA), 138’<br />uscita italiana: 24 gennaio 2013<br />voto su <a href="http://cinebloggerconnex.wordpress.com/"><em><strong>C.C.</strong></em></a> <img alt="" src="/public/voto_4.jpg" /></div>
<div style="MARGIN-BOTTOM: 0cm">
<div style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt">
<div style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt">Un comunissimo volo Orlando-Atlanta precipita a causa di un danno meccanico, provocando la morte di sei persone tra equipaggio e passeggeri; solo una geniale e coraggiosa manovra del capitano “Whip” Whitaker (<b>Denzel Washington</b>) evita che la tragedia possa trasformarsi in disastro epocale. Si tratta della storia perfetta di un eroe americano, penserete voi. Ma c’&egrave; un piccolo dettaglio da considerare nel quadro generale: Whip &egrave; un alcolista convinto e la mattina dell’incidente era, come spesso gli capita, sotto l’effetto di droga ed alcool. Le indagini delle autorit&agrave; sono destinate a scoprirlo, malgrado gli sforzi di un abile azzeccagarbugli (un ottimo <b>Don Cheadle</b>) .</div>
<div style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt">A prima vista, il nuovo film di <b>Robert Zemeckis</b> potrebbe sembrare un film d’azione incompiuto. Proprio quando tutti i dettagli sembrano apparecchiati (il misterioso guasto, la presunta congiura, l’eroico salvataggio) la storia prende per&ograve; una deriva sorprendentemente diversa, diventando intensissimo dramma messo in scena con una cura per la suspense che molti thriller degli ultimi tempi dovrebbero invidiare.<br />Due scene colpiscono pi&ugrave; delle altre e mettono in luce la magistrale abilit&agrave; di Zemeckis, apparso poche volte cos&igrave; efficace: una trasformer&agrave; in incubo tutti i vostri futuri viaggi in aereo, l’altra &egrave; destinata a far sobbalzare chiunque la stia guardando. La sequenza dello schianto &egrave; tanto originale quanto riuscita, uno studiato crescendo che raggiunge il climax qualche istante prima dell’effettivo impatto con il suolo, quando uno spaventoso e iperrealistico silenzio s’impadronisce del palcoscenico. Lo spettatore verr&agrave; precipitato (&egrave; il caso di dirlo) in un simile stato d’angoscia circa un’ora dopo, quando si trover&agrave; in compagnia dell’ombra di Whip di fronte al primissimo piano di una bottiglietta di vodka: situazione apparentemente innocua che catalizza per&ograve; attenzione e pathos grazie al contesto, abilmente allestito dallo sceneggiatore <strong>John Gatins</strong>, e alla brillante intuizione di Zemeckis che affronta l’intera sequenza come si trattasse della pi&ugrave; classica tra le scene “madre” del vostro thriller preferito, con tanto di porte cigolanti, tenebre infide ed una rassicurante guardia del corpo in bella vista, tanto per prendere ancora di pi&ugrave; alla sprovvista l’ignaro spettatore.</div>
<div style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt"><i>Flight</i> &egrave; un film potente, sull’abisso della dipendenza ma anche sulla speranza che la redenzione sia in qualche misura sempre possibile, nonostante la strada per raggiungerla appaia lastricata di tentazioni. Questo &egrave; il percorso sul quale vediamo zoppicare Whip (alcolista “per scelta”, come afferma con tutta la presunzione che lo ha reso un formidabile pilota) ma anche camminare a piccoli passi Nicole (<b>Kelly Reilly</b>) tossicodipendente in <i>rehab</i>. Per entrambi il momento dello schianto &egrave; in qualche modo significativo, perch&eacute; rappresenta l’inizio del viaggio verso la salvezza: mentre per la ragazza una overdose suoner&agrave; come finale campanello d’allarme, il capitano riuscir&agrave; ad aprire gli occhi solo affrontando le conseguenze delle sue continue menzogne sulla memoria della donna che amava (<strong>Nadine Velazquez</strong>). Contribuiscono alla riuscita del film proprio le validissime interpretazioni di questa inedita coppia; in particolare Washington, con il suo fascino rassicurante ed un’anima oscura sempre minacciosamente pronta ad apparire, regala una prestazione monumentale, che non gli varr&agrave; i giusti riconoscimenti solo perch&eacute; in lizza con il prevedibile “asso pigliatutto” Daniel Day-Lewis (<em>Lincoln</em>). Ma si sa, le statuette contano poco.<br />Uscendo dalla sala resteranno delusi solo quelli giunti in cerca di qualche esplosione o di un machiavellico complotto; per tutti gli altri l’unica preoccupazione sar&agrave; osservare, con circospezione, il pilota del prossimo volo sul quale saliranno.   </div>
</div>
</div>]]></content>
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		<title><![CDATA[Django: Tarantino e lo spaghetti western]]></title>
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		<created>2013-01-16T15:09:05+01:00</created>
		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<p style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt" align="center"><img alt="" src="/public/Django-Unchained-Waltz-and-Foxx.jpg" /></p>
<div style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt"><strong>Django Unchained</strong><br /><i>(Django Unchained)</i><br />Quentin Tarantino, 2012 (USA), 165’<br />uscita italiana: 17 gennaio 2013<br />voto su <a href="http://cinebloggerconnex.wordpress.com/"><em><strong>C.C.</strong></em></a> <img alt="" src="/public/voto_4m.jpg" /></div>
<div style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt">Il dottor King Schultz (<b>Christoph Waltz</b>), cacciatore di taglie, libera lo schiavo Django (<b>Jamie Foxx</b>) perch&eacute; unico a conoscere l’aspetto di tre dei suoi preziosi obbiettivi. Presto per&ograve; questa collaborazione si trasforma in qualcosa di molto simile ad una amicizia, e cos&igrave; il teutonico <em>bounty hunter</em> ha modo di scoprire la straziante storia di Broomhilda (<b>Kerry Washington</b>), amata moglie dalla quale Django era stato brutalmente separato in seguito ad un tentativo di fuga dalla loro piantagione.  <br />È l’inizio di un’odissea, nel tentativo di strappare la donna dalle grinfie dello schiavista Calvin Candie (<b>Leonardo DiCaprio</b>).</div>
<div style="MARGIN: 0cm 0cm 10pt">Nell’idea di intrattenimento con la quale <b>Quentin Tarantino</b> si confronta da sempre, hanno un ruolo fondamentale non solo i classici della cultura western americana (da Ford a Peckinpah) e i loro diretti “consanguinei” nipponici (come i samurai di Kurosawa) ma anche tutti quei film, spesso definiti <i>B-movie</i>, che hanno radici meno nobili pur conservando una dignit&agrave; cinematografica altissima. Sono un esempio le produzioni made in Hong Kong dello <b>Shaw Brothers Studio</b> dalle quali il regista americano ha attinto a piene mani per il “gargantuesco” (citazione per amatori) <a href="http://www.pianosequenza.net/dblog/articolo.asp?articolo=228"><em>Kill Bill</em></a> o i poliziotteschi italiani che riecheggiano nel pi&ugrave; recente <a href="http://www.pianosequenza.net/dblog/articolo.asp?articolo=205"><em>Death Proof</em></a>; con <i>Django Unchained</i> Tarantino ha modo di omaggiare il mondo degli spaghetti western, da cui come sempre “ruba” l’atmosfera (il cameo di <b>Franco Nero</b>, gi&agrave; interprete del “nostro” <i>Django</i>, le melodie di <b>Morricone</b> tratte da <i>I Crudeli</i> di <b>Corbucci</b>) pur mantenendo intatta una cifra stilistica divenuta da decenni vero e proprio marchio di fabbrica. <br />Il regista di <i>Reservoir Dogs</i> ha ormai raggiunto un livello di consapevolezza e conoscenza del medium tale da trascendere i consueti confini del cinema, dando vita a vere e proprie opere d'arte <em>pop</em>. La bellezza di alcune sequenze (il fiore di cotone intriso di sangue, la stereotipata danza con la quale la servit&ugrave; apparecchia la tavola per i “padroni”) va ben oltre la loro effettiva importanza narrativa: il linguaggio cinematografico diventa semplicemente un mezzo per suscitare emozioni in chi guarda. È per questo che le tre ore di <i>Django Unchained</i> trascorrono avvolte da un’aura di epica sospensione, mentre la storia cambia forma muovendosi con agilit&agrave; tra stili e generi diversi – chi altri se non Tarantino avrebbe potuto immaginare l’hip hop nella soundtrack di un “western”; l’avventura dei due protagonisti <i>deve</i> essere lunghissima e contrastata, perch&eacute; solo in questo modo pu&ograve; rendere giusto merito all’eroismo dei suoi interpreti. Al pari del solito Christoph Waltz (una garanzia), Leonardo DiCaprio si rivela eccezionale caratterista, nel ruolo di un eccentrico proprietario terriero la cui crudelt&agrave; &egrave; forse giustificata dall’ambiente nel quale &egrave; stato cresciuto. Jamie Foxx completa il trittico di protagonisti maschili ed, idealmente, conclude il suo percorso da <em>maschio alpha</em> afroamericano che aveva iniziato col ruolo in <i>Any Given Sunday</i> (Oliver Stone, 1999) regalando una prestazione convincente (e divertita). Nel cast c’&egrave; spazio anche per uno storico sodale di Tarantino (<b>Samuel L. Jackson</b>) che interpreta l'unico personaggio della storia imperdonabilmente negativo: l’attempato maggiordomo del <i>monsieur</i> Candie, divenuto negriero quasi pi&ugrave; sadico del padrone.<br />Pur indulgendo, nel finale, in un crescendo di violenza molto pulp (<i>pure troppo</i>) Tarantino reinventa ancora una volta il suo Cinema, adattandolo ad una nuova ambientazione e a nuove dinamiche senza rinunciare ad un tocco inconfondibile. Che colpisce ogni volta come fosse la prima.<br /><i>Arte</i>.</div>]]></content>
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