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	<title>pianosequenza.net, il blog in bianco e nero.</title>
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		<title><![CDATA[Kill Bill: Vol. 1]]></title>
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		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<div align="center"><embed
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/></div>
<br />
<p>Uma Thurman dal film:<br /><br /><strong>Kill Bill: Vol. 1<br /></strong>(<em>Kill Bill: Vol. 1</em>)<br />Quentin Tarantino, Usa (2003), 110'<br /><br />Pillole di <em>Tarantin-cinema</em>: il piano sequenza.]]></content>
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		<issued>2008-07-04T13:27:50+01:00</issued>
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		<title><![CDATA[Quelli della notte]]></title>
		<id>http://www.pianosequenza.net/dblog/articolo.asp?articolo=227</id>
		<created>2008-06-28T09:16:26+01:00</created>
		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<p align="center"><img alt="" src="/public/street_kings.jpg" /></p>
<div><strong>La notte non aspetta</strong><br /><i>(Street Kings)</i><br />David Ayer, 2008 (Usa), 109’</div>
<div>uscita italiana: 27 giugno 2008</div>
<div>voto su <a href="http://cinebloggers.splinder.com/"><em><strong>C.C.</strong></em></a> <img alt="" src="/public/voto_2.jpg" /></div>
<div> </div>
<div>Attenzione a <b>David Ayer</b>. Lo sceneggiatore del piccolo capolavoro <i>Training Day</i>, sta iniziando a convincersi di essere un regista: dopo il film d’esordio, l’interessante <a href="http://www.pianosequenza.net/dblog/articolo.asp?articolo=109"><em>Harsh Days</em></a>, si &egrave; lanciato in quella che sembra gi&agrave; una discreta parabola discendente. </div>
<div>Lasciando a <b>James Ellroy</b> (con <b>Kurt Wimmer</b> e <b>Jamie Moss</b>) l’<i>onere</i> dello script, Ayer si “limita” alla regia, dando vita a un poliziesco tutto spari e spacconate, magari avvincente e ben interpretato ma che sa di gi&agrave; visto in ogni sua scena.</div>
<div> </div>
<div><b>Keanu Reeves</b> &egrave; un navigato poliziotto che da piccolo aveva sicuramente nella sua cameretta un poster formato gigante dell’<i>ispettore Callahan</i>. Uccide o tortura sospettati, intimidisce cittadini, manipola verbali, il tutto sotto il bene placido del suo capo-mentore <b>Forest Whitaker</b>, che ha davanti una carriera brillante nell’LAPD. A rompere le uova nel paniere ai due, e alla loro “unit&agrave; speciale”, c’&egrave; uno zelante capitano degli affari interni – il solito <b>Hugh Laurie</b> in versione cinematografica, cio&egrave; capelli impomatati ed aria da <i>mister Bean</i> – che indaga sui loro loschi traffici oltre che sull’omicidio di un collega redento (<b>Terry Crews</b>).</div>
<div>Tra una ammazzatina e l’altra, Reeves scoprir&agrave; di non essere la pecora pi&ugrave; nera del gregge.</div>
<div> </div>
<div>Ayer rischia davvero di restare impantanato nella palude delle sue storie che si somigliano tutte, tra slang di strada, poliziotti corrotti e <i>politically uncorrect</i> d’ordinanza. <i>Training Day</i> era abbagliante ed originale – merito forse anche del regista, <b>Antoine Fuqua</b>, un altro che si &egrave; perso per strada–, <i>Harsh Times</i> interessante quanto basta, ma questo <i>Street Kings</i> colma la misura. Raccattando dalla strada interpreti del calibro di <b>Common</b>, <b>The Game</b> o <b>Cedric the Entertainer</b> (alla faccia dei nomi d’arte) e mischiandoli a divi del jet set alternativo, Ayer riesce ad ottenere un cast sicuramente all’altezza, che per&ograve; recita in una specie di lunghissimo telefilm dove tutto &egrave; scontato e prevedibile.</div>
<div>Nonostante il continuo susseguirsi di colpi di scena e sparatorie riesca a mantenere ben sveglio (e moderatamente appassionato) lo spettatore, &egrave; viva l’impressione che un buon episodio di <i>Miami Vice</i> avrebbe potuto fare tranquillamente di meglio.</div>
<div>La sceneggiatura &egrave; inaspettatamente piatta e monocorde, troppo simile all’ottimo <i>L.A. Confidential</i>, del quale non ha per&ograve; n&eacute; stile n&eacute; ambizioni; se poi la si confronta con quelle precedentemente scritte e/o dirette da Ayer si ha la netta sensazione di aver gi&agrave; visto tutto, con clich&eacute; ambulanti dei quali cambiano solo le sembianze (inutile dire che se poi Reeves deve essere paragonato a <strong>Denzel Washington</strong> il confronto &egrave; da KO per manifesta inferiorit&agrave;).</div>
<div>Uno sguardo ai prossimi progetti del regista-sceneggiatore americano ci conferma purtroppo che la previsione iniziale non &egrave; poi cos&igrave; lontana dalla realt&agrave;: Ayer sta infatti scrivendo la sceneggiatura per il prossimo <i>Fast and Furious</i>…</div>
<div>Sembra ci sia poco da fare: <em>ne abbiamo perso un altro</em>.</div>]]></content>
		<link rel="alternate" type="text/html" href="http://www.pianosequenza.net/dblog/articolo.asp?articolo=227"/>
		<issued>2008-06-28T09:16:26+01:00</issued>
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		<title><![CDATA[Cinque personaggi in cerca d'identità]]></title>
		<id>http://www.pianosequenza.net/dblog/articolo.asp?articolo=226</id>
		<created>2008-06-20T14:56:47+01:00</created>
		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<p align="center"><img src="/public/unknown.jpg" alt="" /></p>
<div><strong>Identit&agrave; sospette</strong><br /><i>(Unknown)</i><br />Simon Brand, 2006 (Usa), 98’</div>
<div>uscita italiana: 20 giugno 2008</div>
<div>voto su <a href="http://cinebloggers.splinder.com/"><strong><em>C.C.</em></strong></a> <img src="/public/voto_3.jpg" alt="" /></div>
<div> </div>
<div>Siamo ormai nel periodo dell’anno in cui vengono distribuite le pellicole “meno pubblicizzate” (per usare un eufemismo), film di scarso appeal e basso budget. Con un po’ di fortuna per&ograve;, tra un <i>14 anni vergine</i> e un <i>Hannah Montana</i>, si possono trovare opere degnissime, bistrattate ma decisamente originali.</div>
<div>È sicuramente il caso della interessante opera prima di <b>Simon Brand</b>, <i>Unknown</i>, sperimentale drama-thriller dallo svolgimento macchinoso ma efficace.</div>
<div> </div>
<div>Una provvidenziale fuga di gas – licenza che perdoniamo al capace sceneggiatore <b>Matthew Waynee</b> – lascia svenuti e privi di memoria cinque uomini, in un enorme capannone perso nel mezzo del deserto. C’&egrave; chi &egrave; in manette e gravemente ferito (<b>Jeremy Sisto</b>), chi &egrave; legato ad una sedia (<b>Joe Pantoliano</b>), chi si ritrova un naso rotto e un bel carattere fumantino (<b>Greg Kinnear</b>), chi reca ancora freschi i segni di contusioni e lividi (<b>Barry Pepper</b>) e infine chi, malgrado tutto faccia pensare il contrario, ha veramente una faccia da bravo ragazzo (<b>Jim Caviezel</b>). </div>
<div>Ben presto diventa chiaro che la loro bizzarra condizione &egrave; frutto di un rapimento andato male; peccato che nessuno abbia idea di quale sia la parte dei <i>buoni</i> e quale quella dei <i>cattivi</i>.</div>
<div>I cinque sono per&ograve; uniti dal comune intento di riuscire a salvarsi la vita, perch&eacute; in quel capannone, protetto da una sofisticata porta e da sbarre alle finestre, li raggiungeranno gli altri componenti della banda, quelli che cattivi lo sono di sicuro. Non importa che tu sia un rapitore o un rapito, l’importante &egrave; iniziare a scappare…</div>
<div> </div>
<div>Simon Brand, messi da parte i video musicali, approda al cinema con un buon film, figlio di una sceneggiatura originale e piuttosto valida oltre che di un cast sicuramente all’altezza.</div>
<div>Il principale merito dello script &egrave; infatti rappresentato dal tempismo con cui vengono svelati gradualmente i particolari che affiorano nelle menti dei protagonisti; questo contribuisce a mantenere sempre vivo l’interesse dello spettatore, senza per&ograve; anticipare troppi indizi che renderebbero scontato il finale. </div>
<div>Il film diventa quasi un’indagine sulle naturali propensioni dell’animo umano, sulle innate attitudini di ogni personaggio: si parte da un punto zero, ognuno ha rimosso – anche se momentaneamente – ogni ricordo della “vita passata” e le sue azioni sono solo frutto di istinti e sensazioni. Alla fine, si potr&agrave; scoprire come ciascun protagonista abbia agito, durante tutto il film, in modo coerente con quello che poi si riveler&agrave; essere il suo “ruolo” all’interno del complesso rapimento da cui origina tutto.</div>
<div>Nonostante l’ambientazione e le prime sequenze farebbero pensare ad un’opera ispirata alla <i>Saw generation</i> (il capannone desolato, sporco, cadente; catene, corde e volti tumefatti), <i>Unknown</i> si rivela invece essere molto pi&ugrave; vicino a film come <i>Le Iene</i> (per l’intreccio) o <i>I soliti sospetti</i>; Brand, grazie ad un buon casting davanti e dietro la cinepresa – bene montaggio e fotografia –, riesce a catturare l’attenzione dello spettatore, tenuto sempre in bilico tra pura curiosit&agrave; e discreto pathos.</div>
<div>Il cast, capeggiato dal solito (ottimo) Barry Pepper, contribuisce sicuramente alla riuscita del film, che per la maggior parte dello svolgimento &egrave; di fatto una <i>pi&egrave;ce</i> teatrale, con i cinque uomini che litigano, tramano, si disperano recitando sul palcoscenico spoglio ed enorme rappresentato dal capannone in cui sono rinchiusi.</div>
<div>Tenuti presenti i numerosi meriti di questa opera prima, si possono quindi perdonare alcuni aspetti della trama inverosimili o un po’ affrettati (vedi il gas che d&agrave; vita a tutto, la caratterizzazione dei personaggi secondari e compagnia cantando), complimentandosi con Brand e Waynee quantomeno per l’originalit&agrave; del soggetto e per la buona realizzazione tecnica.</div>
<div><i>Ottimo blockbuster estivo</i>.</div>]]></content>
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		<issued>2008-06-20T14:56:47+01:00</issued>
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		<title><![CDATA[Rapporto Confidenziale - giugno]]></title>
		<id>http://www.pianosequenza.net/dblog/articolo.asp?articolo=225</id>
		<created>2008-06-17T13:11:49+01:00</created>
		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<p>E' online il numerosei (giugno 2008) della rivista digitale <em>Rapporto Confidenziale</em> (<a href="http://confidenziale.wordpress.com/">http://confidenziale.wordpress.com/</a>). <br />Il solito, gargantuesco (<em>oh, finalmente un'occasione per usare&nbsp;questo termine</em>), lavoraccio, 58 pagine cariche di contenuti mai banali.<br />Contribuiamo alla stesura&nbsp;con qualche recensione e un approfondimento, gi&agrave; apparsi su queste pagine.<br /><br />Vi rimando al blog della rivista per il sommario completo.<br />Il comandamento &egrave; sempre lo stesso:<br /><br />Diffondete, diffondete, diffondete...<br /><br /># <a href="http://confidenziale.files.wordpress.com/2008/06/rapportoconfidenziale_numerosei_high.pdf">Versione alta qualit&agrave;</a> (10,6 MB)<br /># <a href="http://confidenziale.files.wordpress.com/2008/06/rapportoconfidenziale_numerosei_low.pdf">Versione bassa qualit&agrave;</a> (6,43 MB)<br /></p>]]></content>
		<link rel="alternate" type="text/html" href="http://www.pianosequenza.net/dblog/articolo.asp?articolo=225"/>
		<issued>2008-06-17T13:11:49+01:00</issued>
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		<title><![CDATA[Discesa nei meandri dell'animo umano]]></title>
		<id>http://www.pianosequenza.net/dblog/articolo.asp?articolo=224</id>
		<created>2008-06-13T09:33:44+01:00</created>
		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<p align="center"><img src="/public/noche_girasoles.jpg" alt="" /></p>
<div><strong>La notte dei girasoli</strong><br /><i>(La noche de los girasoles)</i><br />Jorge Sánchez-Cabezudo, 2006 (Spagna, Francia, Portogallo), 123’<br />uscita italiana: 13 giugno 2008<br />voto su <a href="http://cinebloggers.splinder.com/"><strong><em>C.C.</em></strong></a> <img src="/public/voto_4.jpg" alt="" /></div>
<div> </div>
<div>In una piccola cittadina iberica, persa in mezzo al nulla, l’unico giovane del posto scopre nel bosco limitrofo l’entrata di una piccola grotta. È entusiasta, perch&eacute; questa “scoperta” potrebbe significare tanto per la sua poverissima comunit&agrave;: se fosse appurata l’importanza archeologica di quel sito, turisti e investimenti finalmente potrebbero arrivare, insieme ad un po’ di nuova linfa vitale.</div>
<div>A verificare l’effettivo interesse della caverna, giungono in paese una coppia di speleologi, lo specialista Esteban (<b>Carmelo Gómez</b>, una scoperta) e il fotografo tuttofare Pedro (<b>Mariano Alameda</b>). Li accompagna l’avvenente compagna del primo (<b>Judith Diakhate</b>), in piena crisi esistenziale. L’idillio viene spezzato quando il maniaco della zona (<b>Manuel Morón</b>, un agente di commercio col vizio dell’omicidio) aggredisce brutalmente la ragazza, lasciata sola dai due, intenti ad esplorare la grotta. Il loro prematuro ritorno, che probabilmente salva la vita alla tapina, sar&agrave; solo l’inizio di una vendetta dagli imprevedibili esiti.</div>
<div> </div>
<div>Il regista spagnolo <b>Jorge Sánchez-Cabezudo</b>, al suo primo lungometraggio, scrive e dirige un intelligentissimo noir, valorizzando con stile asciutto e preciso una sceneggiatura di gran qualit&agrave;.</div>
<div>L’aggressione che apre il film &egrave; infatti solo il primo di sei “capitoli”, attraverso cui lo spettatore pu&ograve; osservare la storia indossando i panni di tutti i protagonisti – l’aggressore, le vittime poi carnefici, l’uomo al posto sbagliato (<b>Cesáreo Est&eacute;banez</b>), il poliziotto spregevole (<b>Vicente Romero</b>), lo scemo del villaggio (<b>Walter Vidarte</b>), l’anziano e saggio capo della polizia (<b>Celso Bugallo</b>). Si tratta di un riuscito escamotage usato dal cineasta spagnolo per esplorare tutte le sfumature della realt&agrave;, che difficilmente &egrave; solo bianca o nera: ciascun personaggio cede a compromessi moralmente discutibili, coinvolto dal torrenziale svolgersi degli eventi. </div>
<div>È significativo che alla fine sia un rappresentante delle “forze dell’ordine” ad essere il personaggio pi&ugrave; spregevole dell’intera pellicola, a scapito del maniaco di passaggio. L’intreccio &egrave; infatti cos&igrave; complesso e ben costruito da svelare presto che non si sta assistendo al solito thriller un po’ horror, in cui c’&egrave; da scoprire (e temere) il terribile uomo nero; inizia una discesa – la metafora della speleologia non &egrave; casuale – nell’animo umano, negli angoli pi&ugrave; bui della coscienza di ciascun protagonista.</div>
<div>Il cast, tutto spagnolo e poco conosciuto, ha gran merito nella riuscita di questo film corale, in cui ogni interpretazione &egrave; indispensabile e significativa. È difficile non provare empatia per lo speleologo Esteban – o per la sua sfortunatissima compagna –, cos&igrave; come riesce difficile non essere colpiti dalla sorte che &egrave; riservata all’unica, vera, vittima di tutta la narrazione, il burbero contadino che paga con la vita l’essere stato al momento sbagliato nel posto sbagliato.</div>
<div>Nonostante la discreta lunghezza (due ore) e la sostanziale mancanza di veri momenti “d’azione”, l’intensit&agrave; non viene mai a mancare, grazie anche alle scelte stilistiche di Sanchez-Cabezudo che ottiene il massimo sia dal palcoscenico naturale delle montagne e del bosco (sapiente uso della fotografia, firmata da <b>Ángel Iguácel</b>) che dai polverosi e desolati interni del paese.</div>
<div> </div>
<div><i>La notte dei girasoli</i> – meriterebbe di essere visto solo per il titolo – &egrave; insomma un valido esempio di film originale e ben costruito, la somma di tanti piccoli particolari curati con attenzione.</div>
<div>L’unico rischio &egrave; che questo film possa essere venduto dai distributori nostrani come l’ennesimo thriller, dove lo spietato maniaco sgambetta in un bosco cercando giovani vittime: i cultori del “genere” lo troverebbero certamente <i>noioso</i>… </div>
<div><i>Sorprendente.</i></div>]]></content>
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		<issued>2008-06-13T09:33:44+01:00</issued>
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		<title><![CDATA[Dino Risi]]></title>
		<id>http://www.pianosequenza.net/dblog/articolo.asp?articolo=223</id>
		<created>2008-06-08T14:34:20+01:00</created>
		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<div align="center"><embed
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/></div>
<br />
<p>Vittorio Gassman e Jean-Louis Trintignant dal film:<br /><br /><strong>Il sorpasso<br /></strong>(<em>Il sorpasso</em>)<br />Dino Risi, Italia (1962), 108'<br /><br />L'unico modo che conosciamo per ricordare un altro grande Maestro del Cinema che ci lascia.<br />
<em>LA</em> commedia all'italiana.]]></content>
		<link rel="alternate" type="text/html" href="http://www.pianosequenza.net/dblog/articolo.asp?articolo=223"/>
		<issued>2008-06-08T14:34:20+01:00</issued>
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		<title><![CDATA[Il favoloso mondo di Michel Gondry]]></title>
		<id>http://www.pianosequenza.net/dblog/articolo.asp?articolo=222</id>
		<created>2008-06-07T10:01:39+01:00</created>
		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<p align="center"><img alt="" src="/public/be_kind_rewind.jpg" /></p>
<div><strong>Be Kind Rewind – Gli acchiappafilm</strong> <br /><i>(Be Kind Rewind)<br /></i>Michel Gondry, 2007 (Usa), 98’<br />uscita italiana: 23 maggio 2008</div>
<div>voto su <a href="http://cinebloggers.splinder.com/"><strong><em>C.C.</em></strong></a> <img alt="" src="/public/voto_4.jpg" /></div>
<div> </div>
<div>Se appartenete a quella popolazione di cinefili che, dopo aver visto un vhs preso a noleggio, lo riavvolgeva, con gran rispetto per ci&ograve; che quel gesto rappresentava, molto probabilmente adorerete questo film. <br /><i>Be Kind Rewind</i> recita infatti l’insegna che campeggia sullo scalcinato negozio di noleggio video del vecchio signor Fletcher (<b>Danny Glover</b>), dove con un dollaro puoi portarti via per una sera il film che preferisci – rigorosamente in nostalgici vhs.</div>
<div>Ad aiutarlo (per modo di dire) ci sono l’ “erede” Mike (<b>Mos Def</b>) e il suo fedele amico Jerry (<b>Jack Black</b>), ossessionato da teorie complottistiche e <i>naïf</i> quanto basta. Quest’ultimo, dopo l’ennesimo strambo tentativo di sabotare la vicina centrale elettrica, diventa carico di tanta energia magnetica da riuscire a rendere inutilizzabili tutte le cassette del negozio. </div>
<div>Superato l’iniziale scoramento, i due, costretti da una zelante avventrice della videoteca (<b>Mia Farrow</b>), si decidono a sostituire il vhs mancante – <i>Ghostbusters</i> – con una loro re-interpretazione. </div>
<div>Il filmino ha successo e la voce si sparge: presto ogni abitante di Passaic – ma anche forestieri arrivati addirittura da New York – vuole noleggiare la sua pellicola preferita in versione <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Be_Kind_Rewind#.22Sweding.22"><em>Sweded</em></a>, cio&egrave; rigirata dai due ragazzi e dalla loro fortuita complice (<b>Melonie Diaz</b>), con i pochissimi mezzi a loro disposizione.</div>
<div>C’&egrave; per&ograve; una missione pi&ugrave; grande da svolgere: salvare il negozio dalla imminente demolizione; forse un corale (e fittizio) documentario su <b>Fats Waller</b>, pianista jazz da sempre considerato uno del posto, riuscir&agrave; a compiere il miracolo.</div>
<div> </div>
<div>Le opere di <b>Michel Gondry</b> (<i>Eternal Sunshine of the Spotless Mind</i>, <i>L’arte del sogno</i>) non sono mai banali. Che siano corti, clip musicali o film, l’autore francese dimostra sempre una tale, inesauribile, verve creativa da essere paradossalmente molto spesso incompreso, o comunque non apprezzato a sufficienza. <i>Be Kind Rewind</i> ne &egrave; un palese esempio: avvalendosi di un cast molto valido – Jack Black &egrave; una scossa elettrica che percorre tutto il film – Gondry inventa una favola surreale e divertente, che ha le radici nella sua pi&ugrave; grande passione: le immagini in movimento, catturate da una camera. Non importa che si tratti di costosissimi macchinari di una produzione hollywoodiana o di una cinepresa d’antan che registra direttamente su vhs, la magia &egrave; la stessa.</div>
<div>Cos&igrave; possiamo assistere alle imprese di Black e Def, che con la loro camera reinventano i cult del passato, da <i>2001: Odissea nello spazio</i> a <i>Rush Hour</i>. Con improbabili ed ingegnosissimi effetti speciali, i due rivelano allo spettatore come siano l’inventiva e l’estro a fare davvero la differenza; e non importa se qualche Major &egrave; subito pronta a schiacciare (letteralmente) le loro ambizioni: nessuno potr&agrave; privarli della creativit&agrave;. Nasce cos&igrave; quella piccola chicca rappresentata dal finto-documentario sulla vita di Fats Waller, mosaico di tante, ingenue, bugie, in grado forse di far sciogliere anche il cuore del <i>palazzinaro</i> che vuole cacciarli – ma niente tarallucci e vino finale, non temete.</div>
<div>Gondry si diverte a scherzare sulla “sacralit&agrave;” del cinema (quello vero, quello serio) concedendosi un’ora e mezzo di puro esercizio ludico, con una storia surreale ed un po’ nostalgica.</div>
<div>E lo spettatore non pu&ograve; fare a meno di seguirlo (merita sicuramente una visita anche il sito del film, <a href="http://www.bekindrewind-themovie.com">www.bekindrewind-themovie.com</a>, dove potrete scoprire tutti i segreti dello <i>Sweeding</i>...).</div>
<div><i>Pifferaio magico.</i></div>]]></content>
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		<issued>2008-06-07T10:01:39+01:00</issued>
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		<title><![CDATA[Sorrentino, il vero Divo del nostro cinema]]></title>
		<id>http://www.pianosequenza.net/dblog/articolo.asp?articolo=221</id>
		<created>2008-06-04T12:01:19+01:00</created>
		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<p align="center"><img alt="" src="/public/il_divo.jpg" /></p>
<div><strong>Il Divo</strong><br /><i>(Il Divo)</i><br />Paolo Sorrentino, 2008 (Italia), 110&rsquo;<br />uscita italiana: 28 maggio 2008<br />voto su <a href="http://cinebloggers.splinder.com/"><em><strong>C.C.</strong></em></a> <img alt="" src="/public/voto_5.jpg" /></div>
<div><br />Non &egrave; mai facile parlare dei film del proprio regista preferito. C&rsquo;&egrave; il timore che non si riesca ad esprimere al meglio quanto siano, <i>oggettivamente</i>, stupendi, e soprattutto c&rsquo;&egrave; il rischio di prendersela enormemente a male con chiunque proponga non solo opinioni differenti, ma osi addirittura sollevare delle critiche. Visto che per&ograve; da qualche parte bisogna iniziare, partiamo con qualche premessa.</div>
<div><i>Il Divo</i> non &egrave; una biografia, n&eacute; una elegia, n&eacute; un docu-film, n&eacute; una fiction. &Egrave; un film grottesco, di maniera, sul potere, o meglio sull&rsquo;uomo di potere &ndash; &egrave; <b>Andreotti</b>, sarebbe potuto essere Kissinger, Churchill o qualsiasi altro &ldquo;grande vecchio&rdquo; &ndash; e per questo deve essere valutato pi&ugrave; che sul merito del contenuto, sul modo in cui questo contenuto &egrave; proposto.</div>
<div><b>Paolo Sorrentino</b> (<a href="http://www.pianosequenza.net/dblog/articolo.asp?articolo=25"><em>L&rsquo;uomo in pi&ugrave;</em></a>, <a href="http://www.pianosequenza.net/dblog/articolo.asp?articolo=73"><em>Le conseguenze dell&rsquo;amore</em></a>, <a href="http://www.pianosequenza.net/dblog/articolo.asp?articolo=77"><em>L&rsquo;amico di famiglia</em></a>), che racconta di aver preso familiarit&agrave; col personaggio di Andreotti sin da piccolo grazie ad una sua vecchia zia, incredibilmente somigliante all&rsquo;allora Presidente del Consiglio, sceglie di raccontarci frammenti della <i>spettacolare vita</i> &ndash; cos&igrave; come la definisce nel sottotitolo &ndash; del Divo Giulio (interpretato dal solito, inappuntabile, <b>Toni Servillo</b>), dalle sue reazioni all&rsquo;omicidio Moro al sogno sfumato della presidenza della Repubblica, passando per il suo rapporto con la moglie (<b>Anna Bonaiuto</b>, perfetta) e coi colleghi (<b>Flavio Bucci</b>, <b>Carlo Buccirosso</b>, <b>Giorgio Colangeli</b>, <b>Alberto Cracco</b>, <b>Aldo Ralli</b>), oltre che con la pletora di personaggi che ogni giorno si trova ad incontrare.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Il registro stilistico di Sorrentino &egrave; originale ed assolutamente distintivo. C&rsquo;&egrave; un grandissimo gusto nella scelta di ogni inquadratura, cos&igrave; come nella selezione dei brani utilizzati nella soundtrack (il geniale <i>Rossetto e cioccolata</i> de <i>Le conseguenze dell&rsquo;amore; I migliori anni della nostra vita</i> in questo film, come sottofondo di una delle scene pi&ugrave; significative dell&rsquo;intera pellicola). Nei primi minuti de <i>Il Divo</i> a farla da padrone sono infatti immagini e musica, senza parole. Il grottesco si insinua lentamente nella narrazione, ma in modo sempre pi&ugrave; evidente: l&rsquo;irresistibile <b>Cirino Pomicino</b> di Buccirosso &egrave;, insieme alla sequenza in cui uno skateboard attraversa un gremito corridoio del Parlamento, facendo da transizione alle immagini della strage di Capaci, vero emblema dello stile scelto dal cineasta napoletano per raccontarci questa storia.</div>
<div>&Egrave; evidente poi l&rsquo;intento di rendere il film &ldquo;comprensibile&rdquo; dalla maggior fetta possibile di pubblico, utilizzando didascaliche premesse e definizioni che aprono e chiudono il film, oltre ad accompagnare la comparsa sullo schermo di ciascun personaggio.</div>
<div>Toni Servillo merita un discorso a parte. &Egrave; stato proprio grazie a Sorrentino che il cinema italiano ha potuto conoscere questo straordinario attore campano (da sempre in teatro), che come pochi riesce a unire comico e tragico &ndash; vedi il ragionier Titta di Girolamo per ulteriori spiegazioni.</div>
<div>Il suo era un compito tutt&rsquo;altro che facile: la figura di Andreotti &egrave; assolutamente caratteristica, oltre che incredibilmente nota, ed il rischio di diventare un personaggio del Bagaglino poteva essere dietro l&rsquo;angolo. Servillo non lo &ldquo;imita&rdquo;, ma prova ad impersonarlo, pur avvalendosi di un lungo e complicatissimo trucco che lo rende fisicamente simile al <i>Fanciullo</i> (cos&igrave; come lo chiama Cirino Pomicino). Si tratta di una recitazione fatta tutta di piccoli gesti, di poche ed affilatissime parole quasi sussurrate, che riesce in pieno a rendere l&rsquo;idea dell&rsquo;influenza ma anche della innata abilit&agrave; di quell&rsquo;uomo politico, che sembra rivelare il suo lato &ldquo;umano&rdquo; solo nel rapporto con la moglie e nelle atroci sofferenze causate da un&rsquo;emicrania perennemente presente.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Ovviamente sono subito sorte critiche strumentali sul film, cieche di fronte alle implicite premesse gi&agrave; citate (non si tratta certo di un documentario), che vorrebbero additare Sorrentino come autore di un&rsquo;opera diffamatoria nei confronti di Andreotti, accusato di ogni possibile nefandezza accaduta negli ultimi trent&rsquo;anni. Quando (e se mai) capiranno che lo stile che caratterizza ogni singola sequenza &egrave; proprio la pi&ugrave; grande delle assicurazioni sul &ldquo;tono&rdquo; con cui questa storia viene raccontata, sar&agrave; certamente troppo tardi. Peggio per loro.<br /><i>Il nostro miglior regista. Punto.</i></div>]]></content>
		<link rel="alternate" type="text/html" href="http://www.pianosequenza.net/dblog/articolo.asp?articolo=221"/>
		<issued>2008-06-04T12:01:19+01:00</issued>
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		<title><![CDATA[Dillinger è morto. Noi?]]></title>
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		<created>2008-06-03T00:12:25+01:00</created>
		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<p align="center"><img alt="" src="/public/dillingeremorto.jpg" /></p>
<div><strong>Dillinger &egrave; morto</strong><br /><i>(Dillinger &egrave; morto)</i></div>
<div>Marco Ferreri, 1969 (Italia), 95’ <br /><br />Un ingegnere-designer di mezza et&agrave; (<b>Michel Piccoli</b>), realizzato e benestante, rientra a casa dopo una giornata di lavoro, passata a presentare la sua ultima ideazione (una maschera antigas) e ad ascoltare le deliranti tesi di un collega dalla demagogia facile (<strong>Gino Lavagetto</strong>). L&igrave; trova la sonnolenta ed annoiata moglie (<b>Anita Pallenberg</b>) ed una cena ormai fredda che lo attira poco. Inizia a cucinare, accompagnato dalla radio che trasmette le hit di qualche tempo prima, ma gli manca una spezia indispensabile. Ricercandola nella dispensa, si imbatte in un oggetto, incartato con i giornali che raccontavano delle ultime ore di Dillinger, il pericoloso bandito. Vi trova una pistola, ormai arrugginita, e la porta in cucina insieme alla spezia che stava cercando. Inizia quindi a smontarla, la olia, e, consumato un pasto soddisfacente, la rimonta mentre guarda qualche filmino delle sue vacanze in Spagna, provando ad interagire con le immagini, proiettate sul muro di casa, rivivendo quei momenti felici. Mentre lascia che la pistola – ormai ricomposta e funzionante – si asciughi dalla vernice con cui la ha ricolorata (rossa a pois bianchi, una vera opera pop) l’ingegnere cerca invano un po’ di calore umano prima dalla moglie, narcotizzata dalle medicine per il mal di testa, e quindi dalla cameriera (<b>Annie Girardot</b>), licenziosa quanto basta. Sempre pi&ugrave; annoiato, sempre meno lucido, riprende il suo revolver a pois e, dopo averci giocato un po’ tra gli specchi e i quadri della sua pittoresca casa, uccide l’ignara moglie. Come se fosse la cosa pi&ugrave; naturale del mondo, fruga tra i suoi gioielli, prende una vistosissima collana e si allontana dalla casa – ormai &egrave; l’alba.</div>
<div>Arriva quindi al mare e, dopo aver indossato la collana, si tuffa, avvicinandosi a una nave ancorata poco a largo. È in tempo per assistere al frettoloso funerale del cuoco di bordo, una occasione imperdibile per lui, con l’hobby della cucina. L’ultimo, assurdo, baratto (la sua collana in cambio del lavoro) e l’annoiato ingegnere pu&ograve; salpare, finalmente libero, finalmente vivo, verso Tahiti.</div>
<div> </div>
<div>Si tratta di un film geniale.</div>
<div>Solitamente evitiamo di soffermarci particolarmente sulla trama di un’opera, ma in questo caso non poteva essere altrimenti. È possibile trovare numerosissime chiavi di lettura per quello che &egrave; il pi&ugrave; grande capolavoro di <b>Marco Ferreri</b> – l’estraniazione sociale, l’inguaribile apatia dell’uomo moderno, l’immancabile presenza dei nuovi mezzi di comunicazione (radio, tv) che riempiono lo spazio lasciato vuoto dalle parole e dagli affetti –, ma non si pu&ograve; fare a meno di constatare che il suo film &egrave; innanzitutto uno straordinario esercizio di stile cinematografico. </div>
<div>Sono diversi i momenti memorabili, le sequenze geniali. Nella notte, dall’atmosfera perfetta, in quella casa cos&igrave; particolare (merito delle scenografie di <b>Nicola Tamburo</b> e della fotografia di <b>Mario Vulpiani</b>) dove ogni cassetto ed ogni angolo nasconde qualcosa con cui giocare, ha luogo una lunga metamorfosi, frutto dell’estremo isolamento e della noia del povero Piccoli, che tenta invano di ridare vita ai filmini delle vacanze, ricordo di una passata vitalit&agrave;. Si imbatte anche in una ipnotica sequenza, con abili e velocissime dita che sembrano ballare a tempo di musica, in affascinanti evoluzioni. Quelle stesse mani che usa ogni giorno per il suo estraniante lavoro di designer, e che user&agrave; poco dopo per togliere la vita alla moglie.</div>
<div>Non manca una grande dose di humor in tutta la narrazione, con Piccoli e la Girardot che contribuiscono magnificamente a costruire un mondo grottesco che gira tutto intorno a quella singolare abitazione.</div>
<div>Ferreri mantiene alta l’intensit&agrave; in tutto il film, nonostante la presenza di lunghe e simboliche sequenze mute, in cui sono protagonisti musica e rumori – momenti all’altezza del miglior <i>Blow-up</i>.</div>
<div>Pi&ugrave; in generale siamo di fronte ad una convincente metafora: l’ingegnere, guardando quelle foto di Dillinger e ricordando le sue “imprese”, si rende conto di essere in realt&agrave; pi&ugrave; morto del buon gangster passato a miglior vita tanto tempo prima; seppellito in una vita senza affetti, sempre uguale, ormai priva di senso.<br /><br /></div>
<div>Anche se si decide di evitare pretenziose trattazioni di sociologia, e ci si limita ad apprezzare <i>Dillinger &egrave; morto</i> solo per il suo inarrivabile impatto visivo, non si fa certo torto a Ferreri. E si resta di sasso di fronte ad un film che, sprezzante dei quasi quarant’anni di et&agrave;, &egrave; ancora straordinariamente attuale; anzi oggi &egrave; forse ancora <i>pi&ugrave; </i>attuale.<br /><i>Abbagliante.</i></div>]]></content>
		<link rel="alternate" type="text/html" href="http://www.pianosequenza.net/dblog/articolo.asp?articolo=220"/>
		<issued>2008-06-03T00:12:25+01:00</issued>
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		<title><![CDATA[Gomorra, Italia]]></title>
		<id>http://www.pianosequenza.net/dblog/articolo.asp?articolo=219</id>
		<created>2008-05-30T09:11:26+01:00</created>
		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<p align="center"><img alt="" src="/public/vele_gomorra.jpg" /></p>
<div><strong>Gomorra</strong><br /><i>(Gomorra)</i><br />Matteo Garrone, 2008 (Italia), 135’<br />uscita italiana: 16 maggio 2008<br />voto su <a href="http://cinebloggers.splinder.com/"><strong><em>C.C.</em></strong></a> <img alt="" src="/public/voto_4m.jpg" /></div>
<div> </div>
<div>Purtroppo, subito prima dei titoli di coda, non appare la solita dicitura “ogni riferimento a fatti o persone esistenti &egrave; puramente casuale”. <i>Gomorra</i> &egrave; un pugno nello stomaco che colpisce con forza: <b>Garrone</b> sceglie di non nascondere nulla allo spettatore, con una camera sempre pronta e in movimento, che segue da vicino lo svolgimento dell’azione.</div>
<div>Prendendo le mosse dall’omonimo libro di <b>Roberto Saviano </b>(ma certo non tentando di esserne una copia su celluloide), il film ci propone diverse storie di ordinario degrado, ambientate nell’hinterland napoletano, che hanno come comun denominatore solo la stretta soffocante della criminalit&agrave;.</div>
<div>Ci sono le prime “esperienze” di alcuni ragazzini con il <i>sistema</i> – da cani sciolti o da inconsapevoli pedine di una sanguinosa guerriglia –, c’&egrave; lo spietato camorrista in giacca e cravatta (<b>Toni Servillo</b>), che violenta la sua terra riempiendola di ogni genere di rifiuto tossico (rigorosamente importato dalla legalitaria <i>Padania</i>), c’&egrave; il povero sarto (<b>Salvatore Cantalupo</b>) che vede frustrata ogni ambizione e buttato al vento tutto il suo incredibile talento, a causa di un sistema che lo schiavizza. E c’&egrave; infine il tapino porta-buste (<b>Gianfelice Imparato</b>), una vita trascorsa al servizio del clan, che si ritrova in mezzo ad una guerra che non vuole – e non ha il coraggio – di combattere, finendo col vendersi a chi pu&ograve; salvargli la vita.</div>
<div> </div>
<div>Forse adesso che <i>le Vele</i> di Scampia – gli enormi edifici che sono veri e propri protagonisti di buona parte della narrazione – sono arrivate fino a Cannes, oltre a qualche comparsa in rari programmi di approfondimento tv, la coscienza di qualcuno potrebbe avere un po’ di sano turbamento.</div>
<div>Garrone &egrave; abilissimo nel lasciar parlare le immagini e il suono in presa diretta – a farla da padrone canzoni neomelodiche e dialetto partenopeo – senza abusare di facili clich&eacute; o di moralismo spiccio.</div>
<div>C’&egrave; ben poco di romanzato in ci&ograve; che ci viene mostrato, e prendendo spunto da alcune storie riportate da Saviano nel suo romanzo – emblematica quella del sarto – il regista romano riesce a conferire al film una fortissima componente di verosimiglianza, creando una sorta di docu-film.</div>
<div>Tutti gli interpreti sono capacissimi ed in alcuni momenti tolgono il fiato. Su tutti l’ormai <i>prezzemolino</i> Servillo (che interpreta forse il personaggio pi&ugrave; disgustoso dell’intero film) e gli ottimi Cantalupo e Imparato.</div>
<div>È proprio dall’episodio che vede come protagonista Servillo che sembra arrivare l’unica apertura verso la speranza di tutta la pellicola, quando il suo “portaborse”, il giovane Roberto (nome probabilmente non casuale) sceglie di abbandonarlo, seppur consapevole di lasciarsi alle spalle un’agiatezza economica che non potr&agrave; altrimenti avere. Guardando la sua terra, ben conscio di cosa sta contribuendo a causare, decide di ribellarsi e lasciare da solo Servillo, che gli sputa contro tutto il suo ignobile disprezzo (Non credere di essere meglio di me).</div>
<div>La nostra speranza, invece, &egrave; che questo film possa contribuire a mettere sotto la luce dei riflettori tutta una serie di personaggi e contesti che adorano l’ombra dell’indifferenza. E che magari la visione abbia anche fatto vergognare qualche delinquente "insospettabile". </div>
Ma forse stiamo dando al cinema un potere che, purtroppo, non ha.<br /><em>Necessario.</em>]]></content>
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		<title><![CDATA[Sydney Pollack]]></title>
		<id>http://www.pianosequenza.net/dblog/articolo.asp?articolo=218</id>
		<created>2008-05-27T11:20:56+01:00</created>
		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<p align="center"><img src="/public/SydneyPollack.jpg" alt="" /></p>
<p>Si &egrave; spento ieri, nella sua casa di Los Angeles, <strong>Sydney Pollack</strong>.<br />Regista (tra gli altri <em>Tre giorni del Condor</em>, <em>Tootsie</em>,&nbsp;<em>Out of Africa</em>, il pi&ugrave; recente <em>The Interpreter</em>) di cinema e tv, produttore (oltre quartanta pellicole) e attore, in&nbsp;tanti ruoli, quasi mai in primo piano, ma sempre impeccabile &ndash; tra gli ultimi, una parte in <a href="http://www.pianosequenza.net/dblog/articolo.asp?articolo=209"><em>Michael Clayton</em></a>.<br />Facendoci caso, vi capiter&agrave; di incontrare il suo volto in tantissimi film che avete amato, magari in ruoli secondari, magari senza farsi notare pi&ugrave; di tanto (<em>Eyes Wide Shut</em>).<br />Ci mancher&agrave;.</p>]]></content>
		<link rel="alternate" type="text/html" href="http://www.pianosequenza.net/dblog/articolo.asp?articolo=218"/>
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	<entry>
		<title><![CDATA[Festival di Cannes 2008: Vincitori]]></title>
		<id>http://www.pianosequenza.net/dblog/articolo.asp?articolo=217</id>
		<created>2008-05-26T10:32:25+01:00</created>
		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<p>Come da attesa, premiati entrambi i principali&nbsp;film italiani presentati al Festival, <em>Il Divo</em>, di <strong>Paolo Sorrentino</strong> e <em>Gomorra</em>, di <strong>Matteo Garrone</strong> (premio e gran premio della giuria).<br />Palma d'Oro a <em>Entres les murs</em>, di <strong>Laurent Cantet</strong>, film-documentario sulla scuola francese, interpretato da attori non professionisti selezionati tra studenti e professori. Premio per la miglior regia a <strong>Nuri Bilge Ceylan</strong> per il suo <em>&Uuml;&ccedil; Maymun</em>; mentre quello per la miglior sceneggiatura &egrave; andato ai fratelli <strong>Dardenne</strong> per il loro <em>Le Silence de Lorna</em>.<br />Tra gli attori, premiati&nbsp;<strong>Benicio Del Toro</strong> (per il film&nbsp;<em>Che</em>) e <strong>Sandra Corveloni</strong> (<em>Linha de passe</em>).<br /><br />Ecco l'elenco completo dei premi assegnati:<br /><br /><u><em>In Competition (lungometraggi):</em></u></p>
<p><strong>Palme d'Or</strong><br /><em>ENTRE LES MURS,</em> di Laurent Cantet</p>
<p><strong>Grand Prix</strong><br /><em>GOMORRA</em> di Matteo Garrone</p>
<p><strong>Prize of the 61st Festival de Cannes ex-aequo</strong><br />Catherine Deneuve&nbsp;per <em>UN CONTE DE NO&Euml;L</em> di Arnaud DESPLECHIN<br />Clint Eastwood&nbsp;per <em>THE EXCHANGE</em></p>
<p><strong>Award for the Best Director</strong><br /><em>&Uuml;&Ccedil; MAYMUN</em> (<em>Three Monkeys</em> ) di Nuri Bilge Ceylan</p>
<p><strong>Jury Prize</strong><br /><em>IL DIVO</em> di Paolo Sorrentino</p>
<p><strong>Prix d'interpr&eacute;tation masculine</strong><br />Benicio Del Toro per <em>CHE </em>di Steven SODERBERGH</p>
<p><strong>Best Performance for an Actress</strong><br />Sandra Corveloni per <em>LINHA DE PASSE</em> di Walter SALLES, Daniela THOMAS</p>
<p><strong>Award for the Best Screenplay<br /></strong><em>LE SILENCE DE LORNA</em> di Jean-Pierre et Luc DARDENNE</p>
<p><br /><u><em>In Competition (corti):</em></u></p>
<p><strong>Palme d'Or</strong><br /><em>MEGATRON</em> di Marian Crisan</p>
<p><strong>Jury Prize</strong><br /><em>JERRYCAN</em> di Julius Avery</p>
<p><br /><em><u>Camera d'Or:</u></em></p>
<p><em>HUNGER</em> di Steve McQueen <br /><br /><strong>Mention Sp&eacute;ciale Cam&eacute;ra d'Or<br /></strong><em>VSE UMRUT A JA OSTANUS</em> di Valeria Ga&iuml; GUERMANIKA <br /><br /><br /><u><em>Un certain regard:</em></u></p>
<p><strong>Un Certain Regard Prize</strong><br /><em>TULPAN</em>&nbsp; di Sergey Dvortsevoy</p>
<p><strong>Jury Prize</strong><br /><em>TOKYO SONATA</em> di Kurosawa Kiyoshi</p>
<p><strong>Heart Throb Jury Prize</strong><br /><em>WOLKE 9</em>&nbsp; di Andreas Drese</p>
<p><strong>The Knockout of Un Certain Regard</strong><br /><em>TYSON</em> di James Toback</p>
<p><strong>Prize of Hope</strong><br /><em>JOHNNY MAD DOG</em>&nbsp;di Jean-St&eacute;phane SAUVAIRE<br /><br /><br /></p>
<p><em><u>Cinefondation:</u></em></p>
<p><strong>First Cin&eacute;fondation Prize</strong><br /><em>HIMNON</em> di Elad Keidan (The Sam Spiegel Film and TV School, Isra&euml;l)</p>
<p><strong>Second Cin&eacute;fondation Prize<br /></strong><em>FORBACH</em> di Claire Burger (La f&eacute;mis, France)</p>
<p><strong>Third Cin&eacute;fondation Prize<br /></strong><em>STOP </em>di Park Jae-ok (The Korean Academy of Film Arts, Cor&eacute;e du Sud)<br /><em>KESTOMERKITSIJ&Auml;T</em>&nbsp;di Juho Kuosmanen (University of Art and Design Helsinki, Finlande)<br /></p>]]></content>
		<link rel="alternate" type="text/html" href="http://www.pianosequenza.net/dblog/articolo.asp?articolo=217"/>
		<issued>2008-05-26T10:32:25+01:00</issued>
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	<entry>
		<title><![CDATA[Giallo ad Oxford, tra elucubrazioni e omicidi]]></title>
		<id>http://www.pianosequenza.net/dblog/articolo.asp?articolo=216</id>
		<created>2008-05-24T09:22:31+01:00</created>
		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<p align="center"><img alt="" src="/public/oxford_murders.jpg" /></p>
<div><strong>Oxford Murders &ndash; Teorema di un delitto</strong><br /><i>(The Oxford Murders)<br /></i>&Aacute;lex De la Iglesia, 2008 (Francia, Spagna), 110&rsquo;<br />uscita italiana: 11 aprile 2008</div>
<div>voto su <a href="http://cinebloggers.splinder.com/"><strong><em>C.C.</em></strong></a> <img alt="" src="/public/voto_3.jpg" /></div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Nella prima scena di <i>The Oxford Murders</i> assistiamo ad una specie di improbabile flashback in cui un giovanissimo Ludwig Wittgenstein &ndash; probabilmente il filosofo pi&ugrave; odiato dagli studenti &ndash; &egrave; intento a scrivere su un suo taccuino alcune elucubrazioni nonostante si trovi in piena trincea, durante una guerra mondiale. Questa sequenza, seguita da un&rsquo;altra, verbosissima, in cui <b>John Hurt</b> pontifica sulle teorie del prima citato pensatore tedesco, &egrave; un po&rsquo; l&rsquo;emblema di un film piuttosto originale, cervellotico quanto basta e discretamente diretto dal panzuto regista spagnolo <b>&Aacute;lex de la Iglesia</b> &ndash; con tanto di laurea in filosofia appesa in ufficio.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Si tratta di un vero e proprio giallo &ndash; scene d&rsquo;azione ridotte ai minimi termini, molteplici sospettati pi&ugrave; o meno credibili, qualche <i>coup de th&eacute;&acirc;tre</i> ben congegnato &ndash; ambientato, come suggerito dal titolo, in quel di Oxford, dove misteriose morti si sommano intorno al giovane studente <b>Elijah Wood</b> ed al suo mentore Hurt, rinomato e machiavellico professore.</div>
<div>A complicare il tutto ci sono le numerose spasimanti del giovane &ndash; <b>Leonor Watling </b>(<i>Parla con lei</i>), <b>Julie Cox</b> &ndash; oltre che un enigma da risolvere, banale nella sua complessit&agrave;. </div>
<div>I colpi di scena sono dietro l&rsquo;angolo.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>&Aacute;lex de la Iglesia (<i>La Comunidad</i>, <i>Crimen Perfecto</i>), da sempre scambiato, per sembianze e stile al messicano Guillermo Del Toro, dirige con buon gusto e grande intelligenza il suo film &ndash; riadattato, partendo dal racconto di <b>Guillermo Martinez</b>, con l&rsquo;aiuto di <b>Jorge Guerricaechevarr&iacute;a</b> &ndash; che appartiene ad un genere sempre pi&ugrave; desueto (ahim&egrave;): il giallo vecchia maniera.</div>
<div>Nonostante lo script sia un po&rsquo; macchinoso ed in alcuni momenti poco convincente, la struttura portante (enigma-sofismi-ambiguit&agrave;) regge bene e de la Iglesia si dimostra capace di mantenere costante intensit&agrave; ed interesse. Non manca qualche preziosismo, come l&rsquo;ottimo piano sequenza che precede il ritrovamento del primo corpo, e pi&ugrave; in generale il regista spagnolo sembra a suo agio nel raccontarci questa singolare storia.</div>
<div>Gli si pu&ograve; quindi perdonare il giovane che pensa alla matematica anche mentre gioca a squash, le numerose sequenze con esasperanti speculazioni sul nulla, alcune improbabili e fortunatissime coincidenze oltre a tutte le altre pecche di una sceneggiatura non entusiasmante.</div>
<div>Anche il cast contribuisce alla buona riuscita della pellicola (molto bene Hurt, l&rsquo;ex <i>hobbit</i> Wood e l'imprescindibile Leonor Watling), insieme ad una interessante atmosfera che caratterizza ogni scena, parzialmente frutto della fotografia giallastra di <b>Kiko de la Rica</b>.</div>
<div>Considerato il genere, fin troppo bistrattato, e l&rsquo;evidente budget non milionario, possiamo dire che <i>The Oxford Murders</i> &egrave; un film pi&ugrave; che discreto, che sfrutta appieno &ndash; e un po&rsquo; nobilita &ndash; uno script certamente non entusiasmante.</div>]]></content>
		<link rel="alternate" type="text/html" href="http://www.pianosequenza.net/dblog/articolo.asp?articolo=216"/>
		<issued>2008-05-24T09:22:31+01:00</issued>
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	</entry>
	<entry>
		<title><![CDATA[Focus on: Gordon Willis, The Prince of Darkness]]></title>
		<id>http://www.pianosequenza.net/dblog/articolo.asp?articolo=215</id>
		<created>2008-05-20T14:23:16+01:00</created>
		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<p align="center"><img alt="" src="/public/gordon_willis.jpg" /></p>
<div>Quando, nel 1982, ricevette finalmente la sua prima nomination all&rsquo;Oscar per il suo lavoro nel film <i>Zelig</i>, <b>Gordon Willis</b> si disse &laquo;onorato&raquo;. E dopo una breve pausa aggiunse, non senza una certa dose di sarcasmo: &laquo;ma sono anche sorpreso&raquo;.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Willis avrebbe infatti potuto interpretare tranquillamente per la <i>Academy</i> il ruolo di &ldquo;uomo invisibile&rdquo; durante tutti gli anni Settanta: sebbene poco acclamato, il suo lavoro era per&ograve; ben visibile agli occhi di tutti gli amanti del Cinema. Egli, in quella decade, fu direttore della fotografia di alcuni capolavori assoluti come <i>Il Padrino</i> (parte prima e seconda, 1972-74), <i>Tutti gli uomini del presidente</i> (1976), <i>Io &amp; Annie</i> (1977), <i>Manhattan</i> (1979), solo per citare i pi&ugrave; acclamati.</div>
<div>Dieci anni che, per molti, sarebbero valsi un&rsquo;intera carriera; e sembra davvero incomprensibile il motivo per cui sino al 1982 non abbia potuto vantare neanche una nomination &ndash; pu&ograve; consolarlo il fatto di essere stato in ottima compagnia, con Hitchcock e Kubrick, nel club degli snobbati dagli Oscar.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>La sua scarsa popolarit&agrave; durante i <i>seventies</i>&nbsp;pu&ograve; essere, semplicemente, spiegata dal fatto che Willis &egrave; stato un eminente rappresentante della contro-cultura hollywoodiana: fu infatti pioniere di un nuovo modo di intendere la fotografia, con rivoluzionarie tecniche visive di narrazione, come la tendenza ad utilizzare, per creare atmosfera, una inedita illuminazione sempre meno marcata &ndash; da qui il suo soprannome, <i>The Prince of Darkness</i>. La luce era per&ograve; libera di esplodere, attraverso una finestra, in tutta la sua lucentezza e luminosit&agrave;, con immagini sovraesposte e, in generale, conferendo un alterato e particolarissimo stile ad ogni scena.</div>
<div>Willis era a capo di quella nuova ondata di direttori della fotografia che stava cambiando radicalmente la loro arte. Ne <i>Il Padrino</i>, ad esempio, decise di nascondere gli occhi di <b>Marlon Brando</b>, in modo da impedire agli spettatori di comprenderne i suoi reali sentimenti e sensazioni.</div>
<div>&laquo;<i>Ancora non mi capacito delle reazioni</i>&raquo; disse Brando &laquo;<i>le persone si meravigliano: &lsquo;Non riesco a vedere i suoi occhi!&rsquo;</i>&raquo;. In effetti gli occhi non sono visibili solo nel dieci percento del film, ma in quei momenti Willis decide, come con uno schioccar di dita, di impedire l&rsquo;accesso ai pensieri e all&rsquo;anima del padrino. Una scelta a dir poco rivoluzionaria.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Ma questa non &egrave; l&rsquo;unica caratteristica che rende Willis &ldquo;diverso&rdquo; dagli altri operatori hollywoodiani: vive sulla East Coast, dove ha realizzato alcuni dei suoi migliori lavori, ed &egrave; convinto che la figura del direttore della fotografia non debba essere solo &ldquo;di contorno&rdquo;, ma possa invece ritagliarsi un ruolo da protagonista in un film &ndash; <i>Manhattan</i> ne &egrave; un clamoroso esempio.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Molti direttori della fotografia della vecchia scuola lo hanno sempre considerato &ldquo;fortunato&rdquo;, perch&eacute; libero di fare scelte estreme che in molti casi sarebbero valse solo un licenziamento&hellip; ma il tempo &egrave; stato galantuomo, e dopo aver ricevuto il prestigioso premio alla carriera della ASC (<i>American Society of Cinematographers</i>), &egrave; stato acclamato come &laquo;<i>il miglior direttore della fotografia che lavora in America oggi. </i><i>Nessuna discussione</i>&raquo; [<i>Masters of Light</i>, 1984, Dennis Schaefer, Larry Salvato].</div>
<div>Una opinione soggettiva, certo, ma &egrave; indubbio che Willis abbia influenzato significativamente l&rsquo;arte della fotografia cinematografica, e la sua realizzazione tecnica. Mentre girava <i>Il Padrino</i>, ad esempio, Willis cre&ograve; una patina dorata divenuta di fatto parte integrante della struttura del film. Insieme ai costumi e all&rsquo;ostentata ricchezza, l&rsquo;atmosfera che riusc&igrave; ad inventare divenne una efficace metafora visiva per l&rsquo;epoca in cui il film era ambientato.</div>
<div>Willis non ha mai avuto l&rsquo;arroganza di sostenere che il &ldquo;concetto artistico&rdquo; fosse tutto nella fotografia: il lavoro manuale &egrave; la vera base della sua professione. Come egli stesso ha detto: &laquo;<i>L&rsquo;arte viene dal lavoro manuale&hellip;per esempio, puoi anche avere un&rsquo;idea geniale per un dipinto, ma poi, sei in grado di trasformarla, praticamente, in un quadro? Se dici di no, la tua idea &egrave; senza valore perch&eacute; non c&rsquo;&egrave; modo di realizzarla. &Egrave; la capacit&agrave; di mettere in pratica le tue idee che ti rende libero</i>&raquo;.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Willis &egrave; letteralmente cresciuto nell&rsquo;industria cinematografica. Abbandonato presto il fisiologico sogno di divenire un attore, inizi&ograve; ad interessarsi alla luce ed al set design. Dopo aver partecipato alla Guerra di Corea, da documentarista <i>embedded</i>, come diremmo oggi, nel 1956 torn&ograve; a New York dove inizi&ograve; la sua carriera nel fiorente mondo della TV. Tra una pubblicit&agrave; ed un documentario (esperienze che lo formarono profondamente), il suo talento inizi&ograve; ad essere notato, esordendo come direttore della fotografia nel lungometraggio <i>End of the Road</i> (1969).</div>
<div>Questo film fu un vero spartiacque nella sua carriera, tanto che nei successivi tre anni lavor&ograve; in ben nove progetti, l&rsquo;ultimo dei quali fu proprio <i>Il Padrino</i>, di <b>Francis Ford Coppola</b>.</div>
<div>Come affermato dallo stesso Willis: &laquo;<i>Gli studenti a volte mi chiedono come ho iniziato, e io gli rispondo che, certo, la fortuna &egrave; una fattore importante, ma devi essere in grado di approfittare della tua fortuna&hellip;</i>&raquo;.</div>
<div>Nonostante avesse gi&agrave; realizzato diverse opere interessanti prima de <i>Il Padrino</i>, con quest&rsquo;ultimo raggiunse le luci della ribalta. La pellicola, che inizialmente avrebbe dovuto solo essere un <i>film d'exploitation</i> ispirato all&rsquo;opera di <b>Mario Puzo</b>, si trasform&ograve; presto, grazie al talento di Coppola, in un capolavoro del cinema tout-court. Un classico.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Willis ottenne la sua seconda nomination all&rsquo;Oscar proprio grazie alla terza, e sicuramente meno riuscita, parte de <i>Il Padrino</i> (1990), quasi come risarcimento per i mancati riconoscimenti ai primi due film della trilogia. La fotografia infatti fu fedele a quella delle precedenti pellicole, ma l&rsquo;attesa era enorme, &laquo;<i>come chiedere a Michelangelo di riaffrescare la Cappella Sistina</i>&raquo;.</div>
<div>Per primo Willis aveva cambiato l&rsquo;uso dei punti di luce e dei contrasti, come nella sequenza che passa dalla briosa, luminosissima scena del matrimonio a quella cupa e minacciosa ambientata all&rsquo;interno dello studio del padrino, che siede nell&rsquo;oscurit&agrave;. </div>
<div>Nella terza parte, utilizz&ograve; gli stessi contrasti di luce ed ombra, rendendo la camera spesso uno spettatore immobile dell&rsquo;azione. Scelse poi di contenere le immagini in uno spazio stretto, utilizzando lenti focali da 40 a 75mm.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Oltre a quella con Coppola, anche la collaborazione con <b>Woody Allen</b> fu decisamente fruttuosa (otto pellicole, tra il 1977 e il 1985). Come dice Willis: &laquo;<i>Allen aveva spesso una idea ben precisa, io mi sono solo limitato a realizzarle per lui</i>&raquo;. Fu infatti di Allen l&rsquo;idea di girare Manhattan in bianco e nero, mentre Willis lo convinse ad alzare ulteriormente &ldquo;l&rsquo;asticella&rdquo;, girando il film in formato widescreen.</div>
<div>&laquo;<i>Il bianco e nero era appropriato. Si tratta di una storia romantica, ambientata nella realt&agrave;. La nostra percezione di Manhattan era basata su idee ispirate dalla musica di George Gershwin. Usammo la stessa logica nell&rsquo;ideare l&rsquo;atmosfera de </i>Una commedia sexy in una notte di mezza estate<i>. Era una calda luce estiva, per questo la tenemmo piuttosto giallastra</i>&raquo;.</div>
<div>Oltre a Manhattan, il connubio Allen-Willis produsse altri film (come <i>Zelig </i>e <i>Stardust Memory</i>) in bianco e nero, adeguati per ambientazione e tematiche ad un look &acirc;g&eacute;. </div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Willis, che si &egrave; ormai &ldquo;ritirato&rdquo; dal cinema (<i>L&rsquo;ombra del diavolo</i>, 1997, &egrave; l&rsquo;ultimo film a cui ha collaborato), oggi insegna tenendo lezioni per giovani aspiranti, ma la sua filosofia &egrave; la stessa che aveva definito anni prima, dopo quella famosa nomination all&rsquo;Oscar: &laquo;<i>Abilit&agrave; manuale ed arte sono inseparabili. Se non stai pensando al perch&eacute; fai qualcosa, qualcosa di importante sicuramente viene perso nel processo&hellip; devi essere consapevole di quale sia la tua idea in ogni ripresa</i>&raquo;.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>&nbsp;</div>
<span style="FONT-SIZE: 12pt"><font size="1">Adattamento italiano dell&rsquo;articolo <i>Willis Receives ASC Lifetime Achievement Award</i>, </font><a href="http://www.theasc.com"><font size="1">www.theasc.com</font></a><font size="1">.</font></span>]]></content>
		<link rel="alternate" type="text/html" href="http://www.pianosequenza.net/dblog/articolo.asp?articolo=215"/>
		<issued>2008-05-20T14:23:16+01:00</issued>
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		<title><![CDATA[Rapporto Confidenziale - maggio]]></title>
		<id>http://www.pianosequenza.net/dblog/articolo.asp?articolo=214</id>
		<created>2008-05-15T12:29:26+01:00</created>
		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<p>E' online il numerocinque (maggio 2008) della rivista digitale <em>Rapporto Confidenziale</em> (<a href="http://confidenziale.wordpress.com/">http://confidenziale.wordpress.com/</a>). <br />Tra i pi&ugrave; &quot;voluminosi&quot; di sempre, costato ai <em>masochisti</em> ideatori un lavoraccio immane.<br />Presente anche un nostro contributo, l'<a href="http://www.pianosequenza.net/dblog/articolo.asp?articolo=205">approfondimento</a> su <em>Death Proof</em> di Quentin Tarantino.<br /><br />Vi rimando al blog della rivista per il sommario completo.<br />Il comandamento&nbsp;&egrave; sempre lo stesso:<br /><br />Diffondete, diffondete, diffondete...<br /><br /># <a href="http://confidenziale.files.wordpress.com/2008/05/rapportoconfidenziale_numerocinque_high.pdf">Versione alta qualit&agrave;</a> (7,15 MB)<br /># <a href="http://confidenziale.files.wordpress.com/2008/05/rapportoconfidenziale_numerocinque_low.pdf">Versione bassa qualit&agrave;</a> (4,80 MB)<br /></p>]]></content>
		<link rel="alternate" type="text/html" href="http://www.pianosequenza.net/dblog/articolo.asp?articolo=214"/>
		<issued>2008-05-15T12:29:26+01:00</issued>
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		<title><![CDATA[Von Ancken fa rivivere il vecchio West]]></title>
		<id>http://www.pianosequenza.net/dblog/articolo.asp?articolo=213</id>
		<created>2008-05-10T09:25:45+01:00</created>
		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<p align="center"><img alt="" src="/public/seraphim-falls.jpg" /></p>
<div><strong>Caccia spietata</strong><br /><i>(Seraphim Falls)</i><br />David Von Ancken, 2006 (Usa), 116&rsquo;<br />uscita italiana: 9 maggio 2008</div>
<div>voto su <a href="http://cinebloggers.splinder.com/"><strong><em>C.C.</em></strong></a> <img alt="" src="/public/voto_4m.jpg" /></div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Un western d&rsquo;altri tempi.</div>
<div><i>Seraphim Falls</i> &egrave; questo e molto altro: paesaggi mozzafiato, una storia perfetta nella sua estrema semplicit&agrave;, magistrali interpretazioni e pi&ugrave; in generale una notevole cifra stilistica che contraddistingue ogni scena.</div>
<div>La storia &egrave; quella di un infinito inseguimento &ndash; che dura di fatto per tutto il film &ndash; tra due uomini, spietati, distanti, diversi, ma uniti da un comune passato e da terribili ricordi.</div>
<div>L&rsquo;inseguito (<b>Pierce Brosnan</b>, alla sua migliore interpretazione di sempre) &egrave; ferito, perennemente disarmato, privato sistematicamente di mezzi di sostentamento e locomozione, ma riesce feralmente a sopravvivere. L&rsquo;inseguitore (<b>Liam Neeson</b>, anche lui all&rsquo;altezza) si accompagna con un gruppo di cacciatori di taglie, che minuto dopo minuto viene decimato dalla estenuante ricerca e, soprattutto, dal pericoloso uomo del quale seguono ogni traccia. Nonostante entrambi sembrino disposti a tutto, diventa presto palese che nessuno dei due, nella &ldquo;vita precedente&rdquo;, &egrave; stato un delinquente: una ferrea ed ammirevole etica regola ognuna delle loro azioni, anche le pi&ugrave; deprecabili.<br />Un aspetto certamente interessante della trama &egrave; che lo spettatore ignora per la maggior parte del film il motivo che spinge Neeson a provare tanto odio per quel cacciatore, senza comprendere quale sia precisamente la &quot;parte&quot; dei <em>buoni</em> e quella dei <em>cattivi </em>&ndash; sempre che ci siano.<br />Dopo ore, letterali, di inseguimento, diviene inevitabile il confronto finale, una epica resa dei conti dall&rsquo;esito significativo.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div><b>David Von Ancken</b>, al primo vero film dopo tanta esperienza in serial tv e pellicole di poche pretese, compie un piccolo miracolo, dando vita ad un western perfetto (scritto con <b>Abby Everett Jaques</b>): asciutto, cruento, mai banale o noioso.</div>
<div>Il rischio quando si dispone di scenari mozzafiato come quelli sapientemente selezionati da Von Ancken e compagni, &egrave; quello di lasciare che prendano il sopravvento, divenendo meravigliosi e immobili protagonisti assoluti della scena. Il regista americano invece, avvalendosi della preziosa collaborazione di un maestro della fotografia come il due volte premio Oscar <b>John Toll</b> (tra gli altri, <i>Braveheart</i>, <i>Vanilla Sky</i>), sfrutta magistralmente gli eterogenei e selvatici paesaggi &ndash; che vanno dalle montagne innevate al caldo arido del deserto &ndash; come palcoscenico naturale per sequenze memorabili.</div>
<div>Indispensabili in un film del genere sono evidentemente le interpretazioni degli attori, in particolare dei due che di fatto si dividono la scena durante tutta la narrazione. Brosnan e Neeson regalano una grandiosa prova attoriale, entrambi forse al massimo della loro carriera, trasfigurati dalla fatica, dalle ferite, da un passato che li ha segnati profondamente.</div>
<div>Qui entra in gioco l&rsquo;inevitabile flashback: breve, efficace, poco &ldquo;invadente&rdquo;, ma soprattutto chiarificatore; Von Ancken ottiene il massimo anche in questa occasione.</div>
<div>Cameo finale, tra allucinazione e coscienza assopita, per <b>Anjelica Houston</b>, improbabile venditrice di elisir in pieno deserto.</div>
<div>Memorabile la sequenza in cui Brosnan coglie di sorpresa uno degli scagnozzi di Neeson restando in agguato all&rsquo;interno della carcassa del suo povero, defunto, cavallo.</div>
<div>Il confronto finale, gi&agrave; rimandato in pi&ugrave; occasioni durante tutto il film, &egrave; significativo, degna conclusione di un western pressoch&eacute; perfetto.</div>
<div>Mancano i primi piani strettissimi, la sua inimitabile genialit&agrave; stilistica, ma siamo sicuri che il buon Leone, da lass&ugrave;, approva.</div>
<div><i>Epico</i>.</div>]]></content>
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		<issued>2008-05-10T09:25:45+01:00</issued>
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		<title><![CDATA[88 Minutes, sottotitolo: tempo sprecato]]></title>
		<id>http://www.pianosequenza.net/dblog/articolo.asp?articolo=212</id>
		<created>2008-05-07T09:20:07+01:00</created>
		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<p align="center"><img alt="" src="/public/88_minutes.jpg" /></p>
<div><strong>88 Minutes</strong><br /><i>(88 Minutes)</i></div>
<div>Jon Avnet, 2007 (Germania, Usa), 108’<br />DVD Release<br />uscita italiana: maggio-giugno 2008</div>
<div> </div>
<div>Perlomeno <b>Al Pacino</b> ha solo 88 minuti che gli restano da vivere; lo spettatore, tapino, ne deve invece sopportare 108 di un film scontato come una puntata di <i>Un posto al sole</i> – ma privo dei bellissimi <i>skyline</i> partenopei.</div>
<div>Quella che si cerca di raccontare &egrave; la storia di un rinomato e rispettato psichiatra forense (l’immortale Al Pacino, che a dispetto dei quasi quarant’anni di differenza, sembra pi&ugrave; aitante di <b>Benjamin McKenzie</b>, redivivo eroino della serie <i>OC</i>), minacciato di morte a poche ore dall’esecuzione capitale di un omicida (<b>Neal McDonough</b>) che aveva contribuito a far condannare.</div>
<div>Una pletora di graziose ragazze (<b>Amy Brenneman</b>, <b>Leelee Sobieski</b>, <b>Alicia Witt</b>) dagli ambigui gusti sessuali e l’agente FBI tuttodiunpezzo <b>William Forsythe</b> completano il quadro.</div>
<div>Meglio non dilungarsi ulteriormente sulla trama del film, che potrebbe essere l’unico motivo utile a giustificarne la visione.</div>
<div> </div>
<div>Si tratterebbe di un ibrido tra thriller e action movie, con esplosioni e sparatorie che si alternano a cervellotiche e oziose deduzioni parapsicologiche, ma <i>88 Minutes</i> risulta essere solo una parodia del genere. </div>
<div>Il regista <b>Jon Avnet</b> (<i>Pomodori verdi fritti alla fermata del treno</i>, <i>L’angolo rosso</i>) riesce in un colpo solo a confermare due assiomi del cinema: che i produttori di professione debbano stare lontani quanto pi&ugrave; possibile dalla cinepresa e, soprattutto, che in mancanza di un fantastico regista, la qualit&agrave; della sceneggiatura &egrave; assolutamente decisiva.</div>
<div>Il povero Avnet si trova infatti a dover fare i conti con un plot (scritto da un presunto esperto del genere, <b>Gary Scott Thompson</b>) inconcludente e prevedibile (cosa c’&egrave; di peggio per un thriller?) che oltre a non riuscire mai a creare il giusto pathos finisce col divenire addirittura ridicolo, con personaggi palesemente creati come “diversivo-specchio per le allodole” o situazioni con sviluppi a dir poco approssimativi.</div>
<div>Avnet – costretto al ruolo di regista causa il forfeit (comprensibile) di <strong>James Foley</strong> –, rivestendo i panni del produttore, sceglie di "alzare" il livello dell’opera ingaggiando una star sempre all’altezza come Pacino, oltre ad notevole gruppo di protagoniste femminili, tanto per rendere la cosa pi&ugrave; gradevole – e, se possibile, ancora meno verosimile.</div>
<div>Per la distribuzione europea si &egrave; scelta la strada del DVD, senza fare manco capolino nei cinema. In America e molto probabilmente anche in Italia (maggio-giugno), si avr&agrave; l’onore di “goderselo” su enormi schermi.</div>
<div>Perlomeno cos&igrave; le ragazze si vedranno meglio.</div>
<div><i>Inutile (e quasi dannoso).</i></div>]]></content>
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		<issued>2008-05-07T09:20:07+01:00</issued>
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		<title><![CDATA[Festival di Cannes 2008: i film]]></title>
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		<created>2008-05-03T19:48:35+01:00</created>
		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<p>Resi noti i film che saranno presentati alla 61esima edizione del <em>Festival di Cannes</em>.<br />Oroglio italiano per gli attesi <em>Gomorra</em>, di <strong>Matteo Garrone</strong> e, soprattutto, <em>Il Divo</em>, nuova opera dell'ottimo <strong>Paolo Sorrentino</strong>. Nella sezione <em>Special Screenings</em>, <strong>Marco Tullio Giordana</strong> presenter&agrave; il suo <em>Sanguepazzo</em>.<br /><br />Tra gli altri, interesse per i nuovi film di Clint Eastwood, Woody Allen, Steven Soderbergh&nbsp;(quattro ore su Che Guevara, con Benicio&nbsp;Del Toro), Wim Wenders&nbsp;e Steven Spielberg (l'ennesimo Indiana Jones); un occhio anche a <em>Synecdoche, New York</em>, di Charlie Kaufman, con Philip Seymour Hoffman.<br /><br />Ecco l'elenco completo&nbsp;dei film in rassegna (14-25 maggio):<br /><br /><u><em>The competition:<br /></em></u><br /><em>Blindness</em>, di Fernando Meirelles (film d'apertura)<br /><em>Entre les murs</em>, di Laurent Cantet<br /><em>&Uuml;&ccedil; Maymun (Three Monkeys)</em>, di Nuri Bilge Ceylan <br /><em>Le silence de Lorna (Lorna's Silence)</em>, di Jean-Pierre et Luc Dardenne<br /><em>Un conte de Noel (A Christmas Tale),</em> di Arnaud Desplechin <br /><em>Changeling</em>, di Clint Eastwood<br /><em>Adoration</em>, di Atom Egoyan<br /><em>Waltz with Bashir</em>, di Ari Folman<br /><em>La fronti&eacute;re de l'aube (Frontier of dawn),</em> Philippe Garrel<br /><strong><em>Gomorra (Gomorrah),</em> di Matteo Garrone<br /></strong><em>Two Lovers</em>, di James Gray<br /><em>Er shi si cheng ji (24 city)</em>, di Jia Zhangke<br /><em>Synecdoche, New York</em>, di Charlie Kaufman<br /><em>My magic</em>, Eric Khoo<br /><em>La mujer sin cabeza (The headless woman),</em> di Lucrecia Martel<br /><em>Serbis</em>, di Brillante Mendoza<br /><em>Delta</em>, di Kornel Mundruczo<br /><em>Linha de passe</em>, di Daniela Thomas, Walter Salles<br /><em>Che</em>, di Steven Soderbergh<br /><strong><em>Il Divo</em>, di Paolo Sorrentino</strong><br /><em>Leonera</em>, di Pablo Trapero<br /><em>Palermo Shooting</em>, di Wim Wenders<br /><em>What just happened?,</em> di Barry Levinson (film di chiusura)<br /><br /><em><u>Un certain regard:</u></em><br /><br /><em>Hunger</em>, di Steve McQueen (film d'apertura)<br /><em>Tokyo!,</em> di Bong Joon Ho, Michel Gondry, Leos Carax<br /><em>Afterschool</em>, di Antonio Campos<br /><em>Ting che (Parking),</em> di Chung Mong-Hong<br /><em>Soi cowboy</em>, di Thomas Clay<br /><em>La vie moderne (The modern life),</em> di Raymond Depardon<br /><em>Wolke 9 (Cloud 9),</em> di Andreas Dresen<br /><em>Tulpan</em>, di Sergey Dvortsevoy<br /><em>Los bastardos</em>, di Amat Escalante<br /><em>Je veux voir</em>, di Joana Hadjthomas, Khalil Joreige<br /><em>O' horten</em>, di Bent Hamer<br /><em>Milh hadha al-bahr (Salt of this sea),</em> di Annemarie Jacir<br /><em>Tokyo sonata</em>, Kurosawa Kiyoshi<br /><em>Ocean flame</em>, di Liu Fen Dou<br /><em>A festa da menina morta (The dead girl's feast),</em> di Matheus Nachtergaele<br /><em>De ofrivilliga (Involuntary),</em> di Ruben Ostlund<br /><em>Wendy e Lucy</em>, di Kelly Reichardt<br /><em>Johnny mad dog,</em> di Jean-Stephane Sauvaire<br /><em>Versailles,</em> di Pierre Schoeller<br /><em>Tyson</em>, di James Toback<br /><br /><u><em>Fuori concorso:<br /></em></u><br /><em>Vicky Cristina Barcelona</em>, di Woody Allen<br /><em>The good, the bad, the weird</em>, di Kim Jee-woon<br /><em>Kung fu panda</em>, di Mark Osborne, John Stevenson<br /><em>Indiana Jones and the Kingdom of the Crystal Skull</em>, di Steven Spielberg<br /><br /><u><em>Midnight Screenings</em></u><br /><br /><em>Maradona by Kusturica</em>, di Emir Kusturica<br /><em>Surveillance,</em> di Jennifer Lynch<br /><em>The chaser</em>, di Na Hong-Jin<br /><br /><em><u>Special Screenings:<br /></u></em><br /><em>Of time and the city</em>, di Terence Davies<br /><em>Chelsea on the rocks</em>, di Abel Ferrara<br /><strong><em>Sanguepazzo</em>, di Marco Tullio Giordana</strong><br /><em>C'est dur d'etre aim&eacute; par des cons</em>, di Daniel Leconte<br /><em>Ashes of time redux</em>, Wong Kar Wai<br /><em>Roman Polansky: wanted and desired</em>, di Marina Zenovich<br /><br /><em><u>The Jury President's Screening:<br /></u></em><br /><em>The third wave</em>, di Alison Thompson<br /><br /></p>]]></content>
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		<issued>2008-05-03T19:48:35+01:00</issued>
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		<title><![CDATA[Il treno per Darjeeling - The Darjeeling Limited]]></title>
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		<created>2008-05-01T14:32:26+01:00</created>
		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<p>Esce oggi nelle sale italiane <em>Il treno per Darjeeling</em>, film presentato all'ultimo <em>Festival di Venezia</em>.<br />Vi riproponiamo la nostra recensione, pubblicata in anteprima qualche tempo fa:<br /><br /><strong>Il treno per Darjeeling<br /></strong><i>(The Darjeeling Limited)</i><br />Wes Anderson, 2007 (Usa), 91’<br /><br />Di Anderson in Anderson. Dopo aver parlato, pochi giorni fa, del capolavoro di Paul Thomas (<a href="http://www.pianosequenza.net/dblog/articolo.asp?articolo=197"><em>There Will Be Blood</em></a>) siamo di fronte all’omonimo geniale cineasta americano, Wes, che con l’ormai fidata truppa di amici e compagni di ventura (<b>Roman Coppola</b>, <b>Owen Wilson</b>, <b>Jason Schwartzman</b>, <b>Anjelica Houston</b>) mette in scena un’altra perla delle sue, piena di stile, sottile ironia e meravigliose ambientazioni</p>
<p><a href="http://www.pianosequenza.net/dblog/articolo.asp?articolo=199">continua a leggere...</a><br /></p>]]></content>
		<link rel="alternate" type="text/html" href="http://www.pianosequenza.net/dblog/articolo.asp?articolo=210"/>
		<issued>2008-05-01T14:32:26+01:00</issued>
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	<entry>
		<title><![CDATA[Michael Clayton: la spy story d'autore]]></title>
		<id>http://www.pianosequenza.net/dblog/articolo.asp?articolo=209</id>
		<created>2008-04-28T15:32:50+01:00</created>
		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<p align="center"><img src="/public/michaelclayton.jpg" alt="" /></p>
<div><strong>Michael Clayton</strong></div>
<div><i>(Michael Clayton)</i></div>
<div>Tony Girloy, 2007 (Usa), 125’</div>
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<div>Sono tra quelli che, al momento di comprare un libro, lo sfogliano fino ad arrivare all’ultima pagina, leggendo le parole che lo concludono. Ha un che di magico trovarsi, tempo dopo, a rileggere quelle parole interpretandole in modo totalmente diverso, conoscendo tutto ci&ograve; che c’&egrave; stato prima. Anche per questo apprezzo particolarmente le sceneggiature “circolari”, in cui il regista ci mostra alcune scene finali sin dall’inizio, per poi farcele comprendere appieno solo un’ora dopo. <i>Michael Clayton</i> ne &egrave; un valido esempio: <b>Tony Girloy</b> (regista e sceneggiatore) confeziona una equilibrata spy-story, in cui non manca l’atmosfera intensa di un buon thriller.</div>
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<div>Michael Clayton (il sempre affidabile <b>George Clooney</b>), tuttofare di un affermatissimo studio legale, &egrave; abituato a lavare i panni sporchi degli altri, nel modo meno pubblico possibile. Conosce un po’ tutti, ha agganci nella polizia – come il fratello <b>Sean Cullen</b> –, ma &egrave; incapace di arginare la crescente psicosi del “collega” ed amico <b>Tom Wilkinson</b>, che rischia di diventare sempre pi&ugrave; pericoloso anche per il suo studio. È infatti a conoscenza di informazioni confidenziali che lederebbero uno dei principali clienti, la societ&agrave; diretta dalla algida ed insicura <b>Tilda Swinton</b>, disposta a tutto pur di mettere a tacere questa mina vagante.</div>
<div>Non manca un cameo per <b>Sidney Pollack</b>, importante socio dello studio legale.</div>
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<div>Il lavoro migliore, Tony Girloy (<i>L’avvocato del diavolo</i>, la trilogia di <i>Jason Bourne</i>) lo fa curando con attenzione e capacit&agrave; il montaggio. Ne sono un esempio le sequenze in cui viene mostrata Tilda Swinton mentre si prepara, tesissima, per i suoi discorsi o le memorabili scene iniziali, in cui un ipnotico monologo di Wilkinson viene accompagnato dal susseguirsi di istantanee del deserto e quasi spettrale edificio sede dello studio legale, dopo l'orario di chiusura. </div>
<div>Girloy si avvale poi di ottimi tecnici, come il direttore della fotografia <b>Robert Elswit</b> (fedele collaboratore di <b>P.T. Anderson</b>) o il compositore <b>James Newton Howard</b> (<i>Il Sesto Senso</i>), autore di una efficace colonna sonora, oltre che di un cast assolutamente all’altezza.</div>
<div>La comparsata di Sidney Pollack &egrave; quasi un lusso: con Clooney in versione <i>film-impegnato</i> e un gruppo di buonissimi interpreti (da segnalare la gi&agrave; citata Swinton, oltre a Tom Wilkinson), la pellicola raggiunge le due ore mantenendo molto alti il ritmo e la qualit&agrave;.</div>
<div>Le dinamiche di simil-spionaggio, intricate quanto basta, sono mostrate con ottimo tempismo – e, come detto, con un magistrale uso del montaggio: tra le migliori sequenze di tutto il film ci sono infatti quelle che vedono come protagonisti l’affiatata ed efficiente coppia di spie-killer.</div>
<div>L’innegabile talento visivo di Girloy, gi&agrave; ampiamente dimostrato in <i>The Devil’s Advocate</i>, ha nuova conferma, con illuminanti idee come quella dei cavalli che, bellissimi e quasi irreali, salvano la vita al protagonista con la loro apparizione.</div>
<div>Da apprezzare anche il finale, che dribbla un pericolosissimo e quasi gi&agrave; scritto <i>Tarallucci&Wine ending</i>.</div>
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<div>Prodotto dal Clooney impegnato – alter ego di quello che fa film come gli <i>Ocean’s</i> o <i>In amore niente regole</i> per accumulare pecunia spendibile in buon Cinema – <i>Michael Clayton</i> &egrave; un film godibile, di qualit&agrave;, per quelli che sono disposti ad entrare in sala col cervello non completamente scollegato.</div>
<i>Da vedere, anche in DVD</i>.]]></content>
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