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Non c'è niente di permanente in questo mondo malvagio, neanche i dispiaceri.

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23/07/2008 - di Christopher Nolan - Il cavaliere oscuro
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04/07/2008 - di Sérgio Machado - Lower City
27/06/2008 - di David Ayer - La notte non aspetta
27/06/2008 - di Nikita Mikhalkov - 12

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a cura di Emanuele P. (del 07/09/2008 @ 15:19:26, in Re per una notte, linkato 9 volte)

La giuria della sessantacinquesima edizione della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia presieduta da Wim Wenders (tra gli altri presente anche John Landis) premia con il Leone d'oro la nuova opera di Darren Aronofsky (Pigreco - Il teorema del delirio, Requiem for a Dream), The Wrestler, anti-biografia di un eroe del wrestling professionistico, interpretata dal redivivo Mickey Rourke.
E' Silvio Orlando a tener alto l'onore italiano, con la Coppa Volpi per la sua interpretazione ne Il papà di Giovanna.

Ecco l'elenco completo dei premi assegnati:

LEONE D’ORO per il miglior film a:
The Wrestler di Darren ARONOFSKY (Usa)

LEONE D’ARGENTO per la migliore regia a:
Aleksey German Jr. per Bumažnyj Soldat (Paper Soldier) (Russia)

PREMIO SPECIALE DELLA GIURIA a:
Teza di Haile Gerima (Etiopia, Germania, Francia)

COPPA VOLPI per la migliore interpretazione maschile a:
Silvio Orlando per Il papà di Giovanna di Pupi AVATI (Italia)

COPPA VOLPI per la migliore interpretazione femminile a:
Dominique Blanc per L’autre di Patrick Mario Bernard, Pierre Trividic (Francia)

PREMIO MARCELLO MASTROIANNI a un giovane attore o attrice emergente a:
Jennifer Lawrence per The Burning Plain di Guillermo Arriaga (Usa)

OSELLA per la migliore fotografia a:
Alisher Khamidhodjaev e Maxim Drozdov  per Bumažnyj Soldat (Paper Soldier) di Aleksey German Jr. (Russia)

OSELLA per la migliore sceneggiatura a:
Haile Gerima per Teza di Haile Gerima (Etiopia, Germania, Francia)

LEONE SPECIALE per l’insieme dell’opera a:
Werner Schroeter

PREMIO “LUIGI DE LAURENTIIS” PER LA MIGLIOR OPERA PRIMA a:
Pranzo di Ferragosto di Gianni Di Gregorio (SIC - Settimana Internazionale della Critica, Italia)

 
a cura di Emanuele P. (del 06/09/2008 @ 11:00:10, in Al Cinema, linkato 34 volte)

Redbelt
(Redbelt)
David Mamet, 2008 (Usa), 99’
uscita italiana: 5 settembre 2008
voto su C.C.
 
Probabilmente devono ancora inventare il genere in cui una interpretazione di Chiwetel Ejiofor possa sfigurare: l’attore inglese, reso famoso dal gioiello Piccoli Affari Sporchi (Stephen Frears, 2003), riesce infatti a illuminare i suoi personaggi come pochi altri colleghi; che si tratti di una commedia di Woody Allen (Melinda & Melinda), di un semi-colossal di Ridley Scott (American Gangster) o di un capolavoro d’azione di Spike Lee (Inside Man), il risultato è sempre la stessa efficacia, la medesima dimostrazione di talento. Forse è per questo che riesce difficile giudicare con particolare acrimonia Redbelt, pellicola in cui il regista e (soprattutto) sceneggiatore David Mamet concede al nostro eroe Ejiofor le luci della ribalta, con un ruolo da assoluto protagonista, dinamico, totale.
La storia è infatti tutta incentrata sul suo personaggio, un istruttore di Ju-Jitsu dai nobilissimi ideali e dalle incrollabili convinzioni, dettami che tenta di applicare anche nella vita di tutti i giorni. Nel terribile mondo “reale” però ci sono sempre pronti in agguato mascalzoni di ogni genere, pronti ad approfittare di queste apparenti debolezze: con la truffa, con l’inganno, fino a costringere l’impavido dalla cintura nera a guadagnarsi da vivere combattendo in uno dei tornei che tanto disprezza.
 
Tra una perla di filosofia zen e l’altra, Mamet (cintura viola di Ju-Jitsu) costruisce con buon ritmo ma discutibile sviluppo un discreto film, in bilico tra il drammatico e l’azione, valorizzato dal cast in parte e dalla fotografia sempre impeccabile di Robert Elswit.
La sceneggiatura subisce infatti una traumatica svolta nella mezz’ora finale, un “cambiamento di rotta” deleterio e incomprensibile; quasi rincorrendo un epilogo ad effetto, Mamet inizia a raccontare gli avvenimenti in modo confuso e frettoloso, lasciando troppo spazio a momenti di frustrato revanscismo – le ultimissime scene sono irragionevoli ed al limite del ridicolo.
Peccato perché nella prima parte della pellicola la narrazione è fluida, efficace e convincente, con personaggi secondari ma ben caratterizzati (Emily Mortimer, Alice Braga, Max Martini, Tim Allen, Joe Mantegna) e interessanti scelte stilistiche, oltre ad un soggetto che sembrerebbe piuttosto originale. Purtroppo col passare dei minuti iniziano a sgretolarsi prima la credibilità dei protagonisti, quindi la verosimiglianza della trama stessa, lasciando il promettente incipit orfano di una degna conclusione.
È qui che l’interpretazione di Chiwetel Ejiofor riesce a fare la differenza: il suo personaggio trasmette un tale vigore, una tale energia da colpire ugualmente lo spettatore, coinvolto e incuriosito dal suo mondo, distante anni luce da quello in cui vivono tutti gli altri personaggi.
Come direbbe il Califfo, tutto il resto – tra machismo ostentato e discutibili colpi di scena – è noia.
 
a cura di Emanuele P. (del 30/08/2008 @ 09:02:49, in Al Cinema, linkato 84 volte)

Sex List – Omicidio a tre
(Deception)
Marcel Langenegger, 2008 (Usa), 108’
uscita italiana: 29 agosto 2008
voto su C.C.
 
Durante l’ora e mezza di proiezione, ho cercato, invano, di ricordare almeno un altro film che potesse competere con Deception in quanto a somma di casting sbagliato+trama assurda. Persino Le verità nascoste e Red Eye devono arrendersi di fronte all’opera prima – e si spera ultima – di Marcel Langenegger.
L’idea del regista svizzero (uno specialista in grafica pubblicitaria e amenità simili) e dello sceneggiatore Mark Bomback, consiste nell’usare ogni genere di pruderie e situazione a luci rosa per giustificare una storia totalmente insensata, che fonde sciaguratamente un filmino da sala di periferia con il solito polpettonazzo d’azione hollywoodiano, in cui figurano le tre immancabili maschere (il mascalzone scaltro e spietato, il tonno che abbocca sempre, la bonazza contesa ed un po’ vittima).
Ewan McGregor interpreta uno zelante contabile che (non)vive murato nel suo ufficio, spiando invidioso le allegre esistenze del resto dell’umanità. Un giorno, per caso, incontra la sua nemesi, un avvenente avvocato (Hugh Jackman) trafficone quanto basta e disposto a far scoprire al nostro impiegato un po’ nerd i segreti della New York da bere.
Tra una partita di tennis e una serata in club da ricconi, i due iniziano a conoscersi, fin quando un fortuito scambio di telefonini consente a McGregor di ricevere chiamate un po’ “particolari”. Si sente infatti chiedere “Are you free tonight” e indicare una stanza d’albergo dove spassarsela allegramente con donne in carriera. Il tapino, lungi dal farsi qualche sana domanda a riguardo, diventa un habitué del circolo e incontra la donna della sua vita, Michelle Williams, che qualcuno potrebbe ricordare come la buzzicona di Dawson Creek.
Ovviamente sotto c’è qualcosa di losco, ma tutto si risolverà a tarallucci e vino.
 
Come intuibile, non si può definire Deception un thriller, a meno di non voler offendere un genere nobile ed amato (considerazioni di chi scrive). In realtà di ammazzatina ce n’è una sola, ed è totalmente ai margini dello sviluppo narrativo; il fulcro della vicenda è appunto l’inganno – traduzione letterale del titolo americano – perpetrato ai danni del contabile dal mascalzone di turno. Peccato che non si faccia davvero nulla per dare alla situazione un po’ di verosimiglianza, né una parvenza di pathos: ogni scena è scontata, ogni svolta ampiamente prevedibile.
Pur volendo concedere il beneficio della “finzione scenica” a Langenegger e compagni, non si può ignorare quanto siano ridicole alcune circostanze, davvero al limite della farsa. A dare questa impressione contribuiscono certamente le interpretazioni di un cast totalmente fuori posto, poco credibile e mal calato in questi personaggi caratterizzati con l’accetta. Emblematica è la scena in cui McGregor e Jackman fumano dell’erba, delirando e ridendo a crepapelle: si tratta di una delle sequenze meno credibili (e peggio interpretate) dell’intera storia della cinematografia mondiale. Sembra quasi di stare assistendo all'ennesimo film del filone parodistico-demenziale che tanto è di moda ultimamente, invece che ad un thriller con aspirazioni da remake 70-80 troppo impegnato a prendersi tremendamente sul serio.
Lungi da me ogni intento sciovinistico, ma l’unica nota positiva dell’intera pellicola è senza dubbio la fotografia del nostro Dante Spinotti (Manhunter, L.A. Confidential), raffinata, perfetta, sprecata.
Contribuisce al malinteso la solita, criminale, distribuzione italiana, per la scelta di un titolo non solo cacofonico, ma totalmente fuori contesto. D’altronde l’unica speranza era accalappiare qualche boccalone facendo l’occhiolino a situazioni scabrose.
Ingannatore.
 
a cura di Emanuele P. (del 27/08/2008 @ 19:14:33, in Re per una notte, linkato 104 volte)

Ha inizio oggi la sessantacinquesima edizione della Mostra del Cinema di Venezia (27 agosto-6 settembre).
Ecco l'elenco dei film presentati, che completano il programma insieme ai cortometraggi della sezione Corto Cortissimo e alle pellicole de Questi fantasmi: Cinema italiano ritrovato (1946-1975), una speciale sezione monografica dedicata al cinema italiano ritrovato.

Venezia 65 - In concorso

Darren Aronofsky - The Wrestler – Usa, 105‘
Guillermo Arriaga - The Burning Plain – Usa, 147’
Pupi Avati - Il papà di Giovanna – Italia, 104’
Marco Bechis - BirdWatchers - La terra degli uomini rossi – Italia / Brasile, 108’
Patrick Mario Bernard, Pierre Trividic - L’Autre – Francia, 97’
Kathryn Bigelow - The Hurt Locker – Usa, 131’
Pappi Corsicato - Il seme della discordia – Italia, 85’
Jonathan Demme - Rachel Getting Married – Usa, 116‘
Haile Gerima - Teza – Etiopia / Germania / Francia, 140’
Aleksey German Jr. - Bumažnyj soldat (Paper Soldier) – Russia, 116’
Semih Kaplanoglu - Süt – Turchia / Francia / Germania, 102‘
Takeshi Kitano - Akires to kame (Achilles and the Tortoise) – Giappone, 119’
Hayao Miyazaki - Gake no ue no Ponyo (Ponyo on Cliff by the Sea) – Giappone, 101’
Amir Naderi - Vegas: Based on a True Story – Usa, 102‘
Mamoru Oshii - The Sky Crawlers – Giappone, 122’
Ferzan Özpetek - Un giorno perfetto – Italia, 95’
Christian Petzold - Jerichow – Germania, 93’
Barbet Schroeder - Inju, la Bête dans l’ombre – Francia, 105’
Werner Schroeter - Nuit de chien – Francia / Germania / Portogallo, 110’
Tariq Teguia - Gabbla (Inland) – Algeria / Francia, 140’
YU Lik-wai - Dangkou (Plastic City) – Brasile / Cina / Hong Kong/Cina / Giappone, 118’


Venezia 65 - Fuori concorso

Paolo Benvenuti - Puccini e la fanciulla – Italia, 84’
Joel Coen, Ethan Coen - Burn After Reading – Usa, 95’
Claire Denis - 35 Rhums – Francia / Spagna, 100‘
JIA Zhangke - Heshang aiqing (Cry me a river) (cortometraggio) – Cina / Spagna / Francia, 19’
Minoru Kawasaki - Guilala no gyakushu / Samitto kiki ippatsu! (Monster X Strikes Back: Attack the G8 Summit!) – Giappone, 98’
Abbas Kiarostami - Shirin – Iran, 92’
José Mojica Marins - Encarnação do demonio – Brasile, 90’
Mario Monicelli - Vicino al Colosseo c’è Monti (cortometraggio) – Italia, 22’
Nonzee Nimibutr - Puen yai jom sa lad (Queens of Langkasuka) – Tailandia, 147’
Manoel de Oliveira - Do Visível ao Invisível (cortometraggio) – Brasile / Portogallo, 7‘
Agnés Varda - Les Plages d’Agnès – Francia, 100’
Fabrice du Welz - Vinyan – Francia / Gran Bretagna / Belgio, 95’


Fuori Concorso - Evento Speciale

Adriano Celentano - Yuppi Du (1975) – Italia, 125’


Fuori Concorso - Eventi

Domenico Modugno - Tutto è musica (1963) – Italia, 97’
Tito Schipa Jr. - Orfeo 9 (1973) – Italia, 82’
Piero Tellini - Nel blu dipinto di blu (Volare) (1959) – Italia, 104‘
Ferrán Alberich - Bajo el Signo de las Sombras (1984) – Spagna, 31‘
Youssef Chahine - Bab el-hadid (1958) – Egitto / Francia, 90’
Vittorio De Sica - Ladri di biciclette (1948) – Italia, 93’
Lorenzo Llbobet Gracia - Vida en Sombras (1947) – Spagna, 90‘
Masahiro Makino, Hiroshi Inagaki - Kettô Takadanobaba (1937) – Giappone, 64’
Pier Paolo Pasolini, Giuseppe Bertolucci - La rabbia di Pasolini – Italia, 84‘


Orizzonti

Ramin Bahrani - Goodbye Solo – Usa, 91‘
Julio Bressane, Rosa Dias - A Erva do Rato – Brasile, 80’
Lav Diaz - Melancholia – Filippine, 450‘
Jean-Pierre Duret, Andréa Santana - Puisque nous sommes nés - Francia / Brasile, 90’
Philippe Grandrieux - Un lac – Francia, 90’
HUANG Wenhai - Women - Cina / Svizzera, 102’
Mikhail Kalatozishvili - Dikoe Pole (Wild Field) – Russia, 104‘
Mirko Locatelli - Il primo giorno d’inverno – Italia, 88’
Ross McElwee - In Paraguay – Usa, 78’
Avi Mograbi - Z32 – Israele / Francia, 81’
Bahman Motamedian - Khastegi (Tedium) – Iran, 76’
Gerardo Naranjo - Voy a explotar – Messico, 106’
Arnaud des Pallières - Parc – Francia, 149‘
Francis Xavier - Pasion Jay – Filippine, 96‘
Eugenio Polgovsky - Los Herederos – Messico, 90‘
Marco Pontecorvo - PA-RA-DA – Italia / Francia / Romania, 100‘
Gianfranco Rosi - Below Sea Level – Italia / Usa, 110‘
Andreï Schtakleff, Jonathan Le Fourn - L’Exil et le royaume – Francia, 165‘
Emily Tang - Wanmei Shenhuo (Perfect Life) – Cina / Hong Kong, 97’
Tariq Tapa - Zero Bridge – India / Usa, 96’


Orizzonti - Eventi

Laura Angiulli - Verso Est – Italia / Bosnia Erzegovina, 70‘
Pietro Balla, Monica Repetto - ThyssenKrupp Blues – Italia, 73’
Mimmo Calopresti - La fabbrica dei tedeschi – Italia, 90‘
Daniele Di Biasio - Soltanto un nome nei titoli di testa – Italia, 52’
Carlo Di Carlo - Antonioni su Antonioni – Italia, 55’
Antonello Sarno, Steve Della Casa - Venezia ‘68 – Italia, 39’
Matt Tyrnauer - Valentino: The Last Emperor – Usa, 96’


 
a cura di Emanuele P. (del 11/08/2008 @ 19:02:06, in Contenuti Speciali, linkato 86 volte)

E' online il numerosette (luglio/agosto 2008) della rivista digitale Rapporto Confidenziale (http://confidenziale.wordpress.com/).
Un numero "doppio", per congedarci prima delle meritate vacanze.
Da segnalare lo speciale su Abel Ferrara, il reportage dal Volcano Film Festival, oltre alla consueta mole di recensioni ed approfondimenti.
Contribuiamo con qualche review e due "mini-saggi".

Vi rimando al blog della rivista per il sommario completo.
Il comandamento è sempre lo stesso:

Diffondete, diffondete, diffondete...

# Versione alta qualità (13,4 MB)
# Versione bassa qualità (5,5 MB)

da questo mese "sfogliabile" anche online a questo indirizzo.

A settembre!

 
a cura di Emanuele P. (del 02/08/2008 @ 10:02:45, in Al Cinema, linkato 167 volte)

Nella rete del serial killer
(Untraceable)
Gregory Hoblit, 2008 (Usa), 100’
uscita italiana: 1 agosto 2008
voto su C.C.
 
In una intervista piuttosto recente, rilasciata a Sky Cinema in concomitanza con la prima del suo Redacted, il maestro Brian De Palma, accigliato e un po’ supponente, faceva notare alla sua interlocutrice che ormai nel cinema thriller c’è ben poco da inventare: girare un film di quel genere è diventato quasi noioso, scontato. Pronunciata da colui che, nei primi anni ottanta, rivitalizzò il modo di dirigerli quei film, con una serie di opere memorabili (Blow Out, Vestito per uccidere, Omicidio a luci rosse, tanto per fare qualche nome) questa pessimistica previsione può essere considerata non priva di un qualche fondamento.
In realtà la situazione non è poi così nera, ma certamente il processo (che sembra inarrestabile) di deriva del thriller verso una ibridazione con horror-splatter e grand guignol sta nocendo enormemente al genere.
Gregory Hoblit (Schegge di Paura) osa fare quasi di peggio: miscelare una sorta di Saw poco coraggioso con massicce dosi di qualunquismo, degne del miglior talk show condotto da Massimo Giletti. Il risultato è il suo Untraceable, un modesto thriller innalzato sopra il limite della decenza solo dalla convincente interpretazione di Diane Lane.
 
In quel di Portland uno psicopatico (Joseph Cross) si diverte a torturare in streaming su internet prima animali e poi uomini, lasciando al voyeurismo degli americani ogni colpa delle sue nefandezze. Le uccisioni risultano infatti tanto più veloci quanti più utenti sono online a guardarle.
Alla specialista dell’FBI Marsh (Diane Lane), vedova con prole, spetta il compito di fermare il capacissimo killer, barcamenandosi tra IP, gateway e paroloni simili.
 
Sin dalle primissime scene è palese l’attaccamento (un po’ morboso) di Hoblit e della sua allegra compagnia nei confronti di ogni cliché del genere, anche quelli più beceri e scontati.
Mentre gli si perdona il montaggio decisamente “furbo” delle prime sequenze – un click sul computer che diventa una porta sfondata, con tanto di salterello sulla poltrona per l’ignaro spettatore – proprio non si può fare a meno di notare come, da quell’istante in poi, ogni svolta della trama ed ogni artificio usato siano quanto di più scontato e banale ci si potesse aspettare.
Il papocchio inizia dalla fotografia (di Anastas Michos), che fa un criminale uso dell’oscurità in modo continuato e fastidioso, e termina in quasi tutte le scelte stilistiche di Hoblit, colpevole di non riuscire ad ottenere pathos neanche nel confronto finale – forse perché ben prevedibile sin dal primo minuto del film.
La scelta di rivelare le sembianze del killer neanche a metà pellicola è poi quantomeno discutibile: oltre a non essere utile allo sviluppo narrativo in alcun modo, la mancanza del classico meccanismo del whodunit fa svanire anche gli ultimi barlumi di interesse nei confronti della storia – eppure c’è voluto un notevole trust di cervelli per scriverla, ben tre autori.
Come detto, la sola a salvarsi è Diane Lane, brava a trarre dall’ennesimo cliché ambulante (la donna resa vedova dalla morte in servizio dell’eroico marito poliziotto, con figlia minacciata dal cattivone di turno) qualche aspetto interessante e credibile.
Vero tocco di classe è senza dubbio il qualunquismo strisciante che permea tutto il film, quella sottile (ma mica tanto) critica al macabro voyeurismo degli utenti della Rete oltre che agli scarsissimi mezzi a disposizione per controllarlo. Peccato che poi sia la stessa opera di Hoblit a risultare un esempio emblematico di quel gusto per l’orrido così strenuamente osteggiato, con corpi decomposti, mutilati, sciolti nell’acido.
Assecondando le tesi dello psicopatico protagonista, il fatto che Untraceable sia finito nelle sale cinematografiche è soprattutto colpa di chi lo andrà a vedere.
Nel mio piccolo, chiedo scusa al mondo.
Demagogico.
 
a cura di Emanuele P. (del 29/07/2008 @ 09:03:41, in Al Cinema, linkato 282 volte)

Il cavaliere oscuro
(The Dark Knight)
Christopher Nolan, 2008 (Usa), 152’
uscita italiana: 23 luglio 2008
voto su C.C.
 
Se c’è un “genere” che detesto più dei peplum (o di ogni altro film interpretato da ignari personaggi che indossano costumi desueti), è sicuramente il filone dei supereroi in calzamaglia, o più in generale tutte le inutili riproduzioni su celluloide di novel celeberrime. A maggior ragione se si parla di Batman, che per i cinefili si scrive (e legge) Tim Burton.
Era poi dai tempi di Memento che si attendeva un ritorno in grande stile per quel talentuoso regista che risponde al nome di Christopher Nolan, scivolato con gli anni sempre più in produzioni discutibili e dannose – non fa eccezione il precedente Batman Begins.
Mio malgrado, la profezia si avvera nel secondo capitolo da lui diretto dedicato all’uomo pipistrello, coraggioso quasi fino all’oltraggio sin dalla scelta del titolo, che campeggia sulle locandine fieramente privo del “Batman” d’ordinanza.
 
Il principale fiore all’occhiello dell’opera è certamente uno script brillante, frutto del lavoro dell’immancabile Jonathan Nolan (co-sceneggiatore col fratello regista) oltre che di David S. Goyer, autore del soggetto; dimenticate quasi completamente le “avventure” precedenti – Maggie Gyllenhaal sostituisce Katie Holmes –, si lascia che la scena sia dominata dai pretenziosi ma sopportabili problemi moral-etici dei protagonisti, saggiamente intervallati da un continuum di straordinari effetti speciali, ben mixati dal magistrale montaggio di Lee Smith.
Nonostante lo sciagurato doppiaggio italiano (il buon Santamaria si dedichi di più a Rino Gaetano e meno a mr. Wayne), le illuminanti prove attoriali di Eckhart, Bale e Ledger, autore di una interpretazione postuma con un che di agghiacciante, sono l’altro grande punto di forza de Il cavaliere oscuro; le due ore e mezza di proiezione sono dominate da scontri, duetti, confronti oltre a continui e cervellotici colpi di scena.
Nolan riesce a mantenere su livelli altissimi l’adrenalina durante tutta la narrazione, lasciando che le immagini, più che la musica o le parole, possano prendere il sopravvento. Volendosi smarcare quasi completamente dal suo illustre predecessore Burton, il regista di Memento sceglie la via dell’iperrealismo: non c’è niente di grottesco o eccessivamente stilizzato, dallo skyline di Gotham al tripudio di hitech che caratterizza l’equipaggiamento dell’uomo pipistrello. Il Joker risulta ancora più sconvolgente proprio grazie ad un trucco che lo rende sciatto, trasandato, reale – al contrario del teatrale personaggio di Nicholson –, così come tutte le sequenze con climax d’azione, realizzate avvalendosi di effetti speciali al limite del fotorealismo.
Il cast “di supporto” è di gran lusso, con i soliti Freeman e Caine ancora al meglio in ruolo di fidati e saggi consiglieri dell’eroe, travolto da amletici dubbi e precarie certezze sul suo ruolo e sulla sua etica. Wayne sceglie di essere Batman non in virtù di superpoteri arrivati dal nulla, ma sacrifica la sua vita da giovane e “normale” milionario per salvare la città che ama e onorare la memoria dei genitori, filantropi morti in una banale rapina – il Joker c’entrerebbe qualcosa, ma Nolan sceglie saggiamente di lasciare caotiche e “nebulose” le origini, prendendo ad emblema la leggenda della sua ferita, aperta in un “sorriso”, una storia diversa ogni volta che la racconta.
Tutte le elucubrazioni simil filosofiche che vengono proposte durante il film, gli interrogativi sul ruolo dell’eroe in quanto emblema di un ideale o semplice strumento a cui non si può rinunciare, sono frutto di un attento lavoro sulla psicologia dei personaggi, figure speculari che quasi si completano a vicenda.
Più banalmente, tralasciato ogni cervellotico ragionamento, ci si può “limitare” a godersi oltre due ore di puro, totale, spettacolo: il cinema è anche (e soprattutto?) questo.
Rinato.
 
a cura di Emanuele P. (del 11/07/2008 @ 11:10:47, in Al Cinema, linkato 631 volte)

Funny Games
(Funny Games)
Michael Haneke, 2007 (UK, Usa, Francia, Austria, Germania, Italia), 111’
uscita italiana: 11 luglio 2008
voto su C.C.  
 
Ci sono due modi per terrorizzare lo spettatore: mostrargli sangue, arti smembrati, seghe elettriche, catene e orpelli vari, usando la stessa delicatezza con la quale si può fare BUH ad un bambino col singhiozzo; oppure angosciarlo subdolamente, rendendo implicita ogni violenza, lasciando che l’immaginazione di chi guarda faccia il resto.
Ormai la prima strada è l’unica percorsa – esordi di Shyamalan a parte – e i risultati sono, quando va bene, disturbanti. Il regista austriaco Michael Haneke, al suo primo film in lingua inglese, sceglie di mostrare ai colleghi d’oltreoceano come si possa essere sadici ed estenuanti senza ricorrere ai soliti desueti cliché. Lo fa col remake del suo omonimo film (uscito nel 1997) proposto al pubblico americano in una versione praticamente identica all’originale, fatta eccezione per il cast, che strizza ovviamente l’occhio ad Hollywood. Insomma, qualcosa di simile allo Psycho di Gus Van Sant – ma senza scomodare Hitchcock ed ottenere quindi una cosa totalmente inutile, oltre che dannosa.
 
Una famigliola tipo della classe medio-alta americana – padre (Tim Roth), madre (Naomi Watts), figlioletto (Devon Gearhart) con cagnolino al seguito – si reca nella pacifica casetta al lago, dove passare le vacanze tra un putt imbucato e una gita in barca a vela, in compagnia degli amici di sempre.
L’idillio finisce presto, quando due giovanotti dalla faccia pulita e gli impeccabili modi (Michael Pitt e Brady Corbet), entrati in casa con una banalissima scusa, iniziano un perverso gioco fatto di minacce, violenza ed intimidazioni di ogni genere.
 
La prima cosa da fare è chiarire che ogni riferimento ad Arancia Meccanica non si limita ad essere “puramente casuale”, ma aggiungeremmo totalmente inesistente. Il film di Kubrick, troppo spesso tirato in ballo ogni volta che si parla di violenza cinematografica, aveva intenti ben più ampi ed articolati del semplicistico “scandalizzare/spaventare lo spettatore”, ma sono bastati i primi venti minuti per bollarlo con una infamante (ed eterna) lettera scarlatta.
Non è però questo il momento di parlarne, quindi fatta salva la premessa mettiamo da parte il rancoroso pamphlet e ritorniamo a Funny Games.
Haneke è sadicamente abile nello sconvolgere chi guarda i suoi film, con estenuanti piani sequenza e camere fisse che rendono lo spettatore un testimone involontario di qualsiasi nefandezza. A dire il vero dal 1997 – anno in cui uscì per la prima volta Funny Games – , il regista austriaco ha dimostrato di riuscire a fare anche di meglio (vedi Cachè), senza arrivare agli eccessi dei suoi psicopatici dall’impeccabile bon ton. Haneke, forse consapevole di queste esasperazioni, stigmatizza violenza e situazioni abbattendo l’invalicabile muro della finzione scenica: Pitt, la mente del duo pseudo-criminale, prima si rivolge direttamente in camera, parlando allo spettatore, poi arriva addirittura ad usare un telecomando per riavvolgere la pellicola, quando qualcosa va storto nel suo piano. Sono espedienti che non hanno nulla di moralistico (della serie: è tutto finto, don’t try this at home) ma una utilità estremamente pratica, aumentando l’angoscia dello spettatore che viene quasi minacciato dal buon Paul – «Sei dalla loro parte (della famigliola ndr), vero? Su chi scommetti?», riferendosi ai macabri intenti della loro “spedizione”.
Nonostante tutte le violenze avvengano fuori campo, Haneke le fa vivere, con ancor più efficacia, attraverso gli sguardi, i rumori, le reazioni. Una continua operazione terroristica mirata a sfiancare lo spettatore, che alla fine quasi si augura una veloce dipartita dell’allegra famigliola; ancor più efficace è la perenne sensazione di nonsense che permea tutta la vicenda: quando vengono chiesti ai ragazzi i motivi dei loro gesti, le risposte sono solo un insieme di sarcastici luoghi comuni – famiglia disagiata, inciuci, droghe e quant’altro. Tutto ciò che succede è inspiegabile, "strano" (altra possibile traduzione dell’inglese “funny”), ma brutalmente reale.
Ed è proprio questa la parola d’ordine, il vero motivo per cui Haneke riesce a far breccia nello stomaco di chi guarda i suoi film: l’immedesimazione diventa presto totale e le situazioni, per quanto siano grottesche, sono verosimili e dunque agghiaccianti. La recitazione credibilissima di Roth e della Watts contribuisce ad aumentare questa sensazione di normale (e banale) quotidianità, stravolta da un inesorabile imprevisto, così come le facce d’angelo di Pitt e Corbet, forse meno carismatici dei loro predecessori europei, ma sicuramente adatti al ruolo – merita di essere menzionato anche Darius Khondji, autore di una fotografia validissima, elegante, quasi patinata ma sicuramente incisiva.
 
Senza perdere nulla della forza originale, Funny Games sbarca negli Stati Uniti (e quindi anche nel resto del mondo) con forza e capacità di sconvolgere intatte. Resta però il dubbio che un supplizio del genere possa non essere la più piacevole delle sensazioni che si può provare al cinema.
Estenuante.
 
a cura di Emanuele P. (del 04/07/2008 @ 13:27:50, in Frames, linkato 151 volte)

Uma Thurman dal film:

Kill Bill: Vol. 1
(Kill Bill: Vol. 1)
Quentin Tarantino, Usa (2003), 110'

Pillole di Tarantin-cinema: il piano sequenza.

 
a cura di Emanuele P. (del 28/06/2008 @ 09:16:26, in Al Cinema, linkato 382 volte)

La notte non aspetta
(Street Kings)
David Ayer, 2008 (Usa), 109’
uscita italiana: 27 giugno 2008
voto su C.C.
 
Attenzione a David Ayer. Lo sceneggiatore del piccolo capolavoro Training Day, sta iniziando a convincersi di essere un regista: dopo il film d’esordio, l’interessante Harsh Days, si è lanciato in quella che sembra già una discreta parabola discendente.
Lasciando a James Ellroy (con Kurt Wimmer e Jamie Moss) l’onere dello script, Ayer si “limita” alla regia, dando vita a un poliziesco tutto spari e spacconate, magari avvincente e ben interpretato ma che sa di già visto in ogni sua scena.
 
Keanu Reeves è un navigato poliziotto che da piccolo aveva sicuramente nella sua cameretta un poster formato gigante dell’ispettore Callahan. Uccide o tortura sospettati, intimidisce cittadini, manipola verbali, il tutto sotto il bene placido del suo capo-mentore Forest Whitaker, che ha davanti una carriera brillante nell’LAPD. A rompere le uova nel paniere ai due, e alla loro “unità speciale”, c’è uno zelante capitano degli affari interni – il solito Hugh Laurie in versione cinematografica, cioè capelli impomatati ed aria da mister Bean – che indaga sui loro loschi traffici oltre che sull’omicidio di un collega redento (Terry Crews).
Tra una ammazzatina e l’altra, Reeves scoprirà di non essere la pecora più nera del gregge.
 
Ayer rischia davvero di restare impantanato nella palude delle sue storie che si somigliano tutte, tra slang di strada, poliziotti corrotti e politically uncorrect d’ordinanza. Training Day era abbagliante ed originale – merito forse anche del regista, Antoine Fuqua, un altro che si è perso per strada–, Harsh Times interessante quanto basta, ma questo Street Kings colma la misura. Raccattando dalla strada interpreti del calibro di Common, The Game o Cedric the Entertainer (alla faccia dei nomi d’arte) e mischiandoli a divi del jet set alternativo, Ayer riesce ad ottenere un cast sicuramente all’altezza, che però recita in una specie di lunghissimo telefilm dove tutto è scontato e prevedibile.
Nonostante il continuo susseguirsi di colpi di scena e sparatorie riesca a mantenere ben sveglio (e moderatamente appassionato) lo spettatore, è viva l’impressione che un buon episodio di Miami Vice avrebbe potuto fare tranquillamente di meglio.
La sceneggiatura è inaspettatamente piatta e monocorde, troppo simile all’ottimo L.A. Confidential, del quale non ha però né stile né ambizioni; se poi la si confronta con quelle precedentemente scritte e/o dirette da Ayer si ha la netta sensazione di aver già visto tutto, con cliché ambulanti dei quali cambiano solo le sembianze (inutile dire che se poi Reeves deve essere paragonato a Denzel Washington il confronto è da KO per manifesta inferiorità).
Uno sguardo ai prossimi progetti del regista-sceneggiatore americano ci conferma purtroppo che la previsione iniziale non è poi così lontana dalla realtà: Ayer sta infatti scrivendo la sceneggiatura per il prossimo Fast and Furious
Sembra ci sia poco da fare: ne abbiamo perso un altro.
 
a cura di Emanuele P. (del 20/06/2008 @ 14:56:47, in Al Cinema, linkato 423 volte)

Identità sospette
(Unknown)
Simon Brand, 2006 (Usa), 98’
uscita italiana: 20 giugno 2008
voto su C.C.
 
Siamo ormai nel periodo dell’anno in cui vengono distribuite le pellicole “meno pubblicizzate” (per usare un eufemismo), film di scarso appeal e basso budget. Con un po’ di fortuna però, tra un 14 anni vergine e un Hannah Montana, si possono trovare opere degnissime, bistrattate ma decisamente originali.
È sicuramente il caso della interessante opera prima di Simon Brand, Unknown, sperimentale drama-thriller dallo svolgimento macchinoso ma efficace.
 
Una provvidenziale fuga di gas – licenza che perdoniamo al capace sceneggiatore Matthew Waynee – lascia svenuti e privi di memoria cinque uomini, in un enorme capannone perso nel mezzo del deserto. C’è chi è in manette e gravemente ferito (Jeremy Sisto), chi è legato ad una sedia (Joe Pantoliano), chi si ritrova un naso rotto e un bel carattere fumantino (Greg Kinnear), chi reca ancora freschi i segni di contusioni e lividi (Barry Pepper) e infine chi, malgrado tutto faccia pensare il contrario, ha veramente una faccia da bravo ragazzo (Jim Caviezel).
Ben presto diventa chiaro che la loro bizzarra condizione è frutto di un rapimento andato male; peccato che nessuno abbia idea di quale sia la parte dei buoni e quale quella dei cattivi.
I cinque sono però uniti dal comune intento di riuscire a salvarsi la vita, perché in quel capannone, protetto da una sofisticata porta e da sbarre alle finestre, li raggiungeranno gli altri componenti della banda, quelli che cattivi lo sono di sicuro. Non importa che tu sia un rapitore o un rapito, l’importante è iniziare a scappare…
 
Simon Brand, messi da parte i video musicali, approda al cinema con un buon film, figlio di una sceneggiatura originale e piuttosto valida oltre che di un cast sicuramente all’altezza.
Il principale merito dello script è infatti rappresentato dal tempismo con cui vengono svelati gradualmente i particolari che affiorano nelle menti dei protagonisti; questo contribuisce a mantenere sempre vivo l’interesse dello spettatore, senza però anticipare troppi indizi che renderebbero scontato il finale.
Il film diventa quasi un’indagine sulle naturali propensioni dell’animo umano, sulle innate attitudini di ogni personaggio: si parte da un punto zero, ognuno ha rimosso – anche se momentaneamente – ogni ricordo della “vita passata” e le sue azioni sono solo frutto di istinti e sensazioni. Alla fine, si potrà scoprire come ciascun protagonista abbia agito, durante tutto il film, in modo coerente con quello che poi si rivelerà essere il suo “ruolo” all’interno del complesso rapimento da cui origina tutto.
Nonostante l’ambientazione e le prime sequenze farebbero pensare ad un’opera ispirata alla Saw generation (il capannone desolato, sporco, cadente; catene, corde e volti tumefatti), Unknown si rivela invece essere molto più vicino a film come Le Iene (per l’intreccio) o I soliti sospetti; Brand, grazie ad un buon casting davanti e dietro la cinepresa – bene montaggio e fotografia –, riesce a catturare l’attenzione dello spettatore, tenuto sempre in bilico tra pura curiosità e discreto pathos.
Il cast, capeggiato dal solito (ottimo) Barry Pepper, contribuisce sicuramente alla riuscita del film, che per la maggior parte dello svolgimento è di fatto una pièce teatrale, con i cinque uomini che litigano, tramano, si disperano recitando sul palcoscenico spoglio ed enorme rappresentato dal capannone in cui sono rinchiusi.
Tenuti presenti i numerosi meriti di questa opera prima, si possono quindi perdonare alcuni aspetti della trama inverosimili o un po’ affrettati (vedi il gas che dà vita a tutto, la caratterizzazione dei personaggi secondari e compagnia cantando), complimentandosi con Brand e Waynee quantomeno per l’originalità del soggetto e per la buona realizzazione tecnica.
Ottimo blockbuster estivo.
 
a cura di Emanuele P. (del 17/06/2008 @ 13:11:49, in Contenuti Speciali, linkato 209 volte)

E' online il numerosei (giugno 2008) della rivista digitale Rapporto Confidenziale (http://confidenziale.wordpress.com/).
Il solito, gargantuesco (oh, finalmente un'occasione per usare questo termine), lavoraccio, 58 pagine cariche di contenuti mai banali.
Contribuiamo alla stesura con qualche recensione e un approfondimento, già apparsi su queste pagine.

Vi rimando al blog della rivista per il sommario completo.
Il comandamento è sempre lo stesso:

Diffondete, diffondete, diffondete...

# Versione alta qualità (10,6 MB)
# Versione bassa qualità (6,43 MB)

 
a cura di Emanuele P. (del 13/06/2008 @ 09:33:44, in Al Cinema, linkato 443 volte)

La notte dei girasoli
(La noche de los girasoles)
Jorge Sánchez-Cabezudo, 2006 (Spagna, Francia, Portogallo), 123’
uscita italiana: 13 giugno 2008
voto su C.C.
 
In una piccola cittadina iberica, persa in mezzo al nulla, l’unico giovane del posto scopre nel bosco limitrofo l’entrata di una piccola grotta. È entusiasta, perché questa “scoperta” potrebbe significare tanto per la sua poverissima comunità: se fosse appurata l’importanza archeologica di quel sito, turisti e investimenti finalmente potrebbero arrivare, insieme ad un po’ di nuova linfa vitale.
A verificare l’effettivo interesse della caverna, giungono in paese una coppia di speleologi, lo specialista Esteban (Carmelo Gómez, una scoperta) e il fotografo tuttofare Pedro (Mariano Alameda). Li accompagna l’avvenente compagna del primo (Judith Diakhate), in piena crisi esistenziale. L’idillio viene spezzato quando il maniaco della zona (Manuel Morón, un agente di commercio col vizio dell’omicidio) aggredisce brutalmente la ragazza, lasciata sola dai due, intenti ad esplorare la grotta. Il loro prematuro ritorno, che probabilmente salva la vita alla tapina, sarà solo l’inizio di una vendetta dagli imprevedibili esiti.
 
Il regista spagnolo Jorge Sánchez-Cabezudo, al suo primo lungometraggio, scrive e dirige un intelligentissimo noir, valorizzando con stile asciutto e preciso una sceneggiatura di gran qualità.
L’aggressione che apre il film è infatti solo il primo di sei “capitoli”, attraverso cui lo spettatore può osservare la storia indossando i panni di tutti i protagonisti – l’aggressore, le vittime poi carnefici, l’uomo al posto sbagliato (Cesáreo Estébanez), il poliziotto spregevole (Vicente Romero), lo scemo del villaggio (Walter Vidarte), l’anziano e saggio capo della polizia (Celso Bugallo). Si tratta di un riuscito escamotage usato dal cineasta spagnolo per esplorare tutte le sfumature della realtà, che difficilmente è solo bianca o nera: ciascun personaggio cede a compromessi moralmente discutibili, coinvolto dal torrenziale svolgersi degli eventi.
È significativo che alla fine sia un rappresentante delle “forze dell’ordine” ad essere il personaggio più spregevole dell’intera pellicola, a scapito del maniaco di passaggio. L’intreccio è infatti così complesso e ben costruito da svelare presto che non si sta assistendo al solito thriller un po’ horror, in cui c’è da scoprire (e temere) il terribile uomo nero; inizia una discesa – la metafora della speleologia non è casuale – nell’animo umano, negli angoli più bui della coscienza di ciascun protagonista.
Il cast, tutto spagnolo e poco conosciuto, ha gran merito nella riuscita di questo film corale, in cui ogni interpretazione è indispensabile e significativa. È difficile non provare empatia per lo speleologo Esteban – o per la sua sfortunatissima compagna –, così come riesce difficile non essere colpiti dalla sorte che è riservata all’unica, vera, vittima di tutta la narrazione, il burbero contadino che paga con la vita l’essere stato al momento sbagliato nel posto sbagliato.
Nonostante la discreta lunghezza (due ore) e la sostanziale mancanza di veri momenti “d’azione”, l’intensità non viene mai a mancare, grazie anche alle scelte stilistiche di Sanchez-Cabezudo che ottiene il massimo sia dal palcoscenico naturale delle montagne e del bosco (sapiente uso della fotografia, firmata da Ángel Iguácel) che dai polverosi e desolati interni del paese.
 
La notte dei girasoli – meriterebbe di essere visto solo per il titolo – è insomma un valido esempio di film originale e ben costruito, la somma di tanti piccoli particolari curati con attenzione.
L’unico rischio è che questo film possa essere venduto dai distributori nostrani come l’ennesimo thriller, dove lo spietato maniaco sgambetta in un bosco cercando giovani vittime: i cultori del “genere” lo troverebbero certamente noioso
Sorprendente.
 
a cura di Emanuele P. (del 08/06/2008 @ 14:34:20, in Frames, linkato 271 volte)

Vittorio Gassman e Jean-Louis Trintignant dal film:

Il sorpasso
(Il sorpasso)
Dino Risi, Italia (1962), 108'

L'unico modo che conosciamo per ricordare un altro grande Maestro del Cinema che ci lascia.
LA commedia all'italiana.

 
a cura di Emanuele P. (del 07/06/2008 @ 10:01:39, in Al Cinema, linkato 406 volte)

Be Kind Rewind – Gli acchiappafilm
(Be Kind Rewind)
Michel Gondry, 2007 (Usa), 98’
uscita italiana: 23 maggio 2008
voto su C.C.
 
Se appartenete a quella popolazione di cinefili che, dopo aver visto un vhs preso a noleggio, lo riavvolgeva, con gran rispetto per ciò che quel gesto rappresentava, molto probabilmente adorerete questo film.
Be Kind Rewind recita infatti l’insegna che campeggia sullo scalcinato negozio di noleggio video del vecchio signor Fletcher (Danny Glover), dove con un dollaro puoi portarti via per una sera il film che preferisci – rigorosamente in nostalgici vhs.
Ad aiutarlo (per modo di dire) ci sono l’ “erede” Mike (Mos Def) e il suo fedele amico Jerry (Jack Black), ossessionato da teorie complottistiche e naïf quanto basta. Quest’ultimo, dopo l’ennesimo strambo tentativo di sabotare la vicina centrale elettrica, diventa carico di tanta energia magnetica da riuscire a rendere inutilizzabili tutte le cassette del negozio.
Superato l’iniziale scoramento, i due, costretti da una zelante avventrice della videoteca (Mia Farrow), si decidono a sostituire il vhs mancante – Ghostbusters – con una loro re-interpretazione.
Il filmino ha successo e la voce si sparge: presto ogni abitante di Passaic – ma anche forestieri arrivati addirittura da New York – vuole noleggiare la sua pellicola preferita in versione Sweded, cioè rigirata dai due ragazzi e dalla loro fortuita complice (Melonie Diaz), con i pochissimi mezzi a loro disposizione.
C’è però una missione più grande da svolgere: salvare il negozio dalla imminente demolizione; forse un corale (e fittizio) documentario su Fats Waller, pianista jazz da sempre considerato uno del posto, riuscirà a compiere il miracolo.
 
Le opere di Michel Gondry (Eternal Sunshine of the Spotless Mind, L’arte del sogno) non sono mai banali. Che siano corti, clip musicali o film, l’autore francese dimostra sempre una tale, inesauribile, verve creativa da essere paradossalmente molto spesso incompreso, o comunque non apprezzato a sufficienza. Be Kind Rewind ne è un palese esempio: avvalendosi di un cast molto valido – Jack Black è una scossa elettrica che percorre tutto il film – Gondry inventa una favola surreale e divertente, che ha le radici nella sua più grande passione: le immagini in movimento, catturate da una camera. Non importa che si tratti di costosissimi macchinari di una produzione hollywoodiana o di una cinepresa d’antan che registra direttamente su vhs, la magia è la stessa.
Così possiamo assistere alle imprese di Black e Def, che con la loro camera reinventano i cult del passato, da 2001: Odissea nello spazio a Rush Hour. Con improbabili ed ingegnosissimi effetti speciali, i due rivelano allo spettatore come siano l’inventiva e l’estro a fare davvero la differenza; e non importa se qualche Major è subito pronta a schiacciare (letteralmente) le loro ambizioni: nessuno potrà privarli della creatività. Nasce così quella piccola chicca rappresentata dal finto-documentario sulla vita di Fats Waller, mosaico di tante, ingenue, bugie, in grado forse di far sciogliere anche il cuore del palazzinaro che vuole cacciarli – ma niente tarallucci e vino finale, non temete.
Gondry si diverte a scherzare sulla “sacralità” del cinema (quello vero, quello serio) concedendosi un’ora e mezzo di puro esercizio ludico, con una storia surreale ed un po’ nostalgica.
E lo spettatore non può fare a meno di seguirlo (merita sicuramente una visita anche il sito del film, www.bekindrewind-themovie.com, dove potrete scoprire tutti i segreti dello Sweeding...).
Pifferaio magico.
 
a cura di Emanuele P. (del 04/06/2008 @ 12:01:19, in Al Cinema, linkato 622 volte)

Il Divo
(Il Divo)
Paolo Sorrentino, 2008 (Italia), 110’
uscita italiana: 28 maggio 2008
voto su C.C.

Non è mai facile parlare dei film del proprio regista preferito. C’è il timore che non si riesca ad esprimere al meglio quanto siano, oggettivamente, stupendi, e soprattutto c’è il rischio di prendersela enormemente a male con chiunque proponga non solo opinioni differenti, ma osi addirittura sollevare delle critiche. Visto che però da qualche parte bisogna iniziare, partiamo con qualche premessa.
Il Divo non è una biografia, né una elegia, né un docu-film, né una fiction. È un film grottesco, di maniera, sul potere, o meglio sull’uomo di potere – è Andreotti, sarebbe potuto essere Kissinger, Churchill o qualsiasi altro “grande vecchio” – e per questo deve essere valutato più che sul merito del contenuto, sul modo in cui questo contenuto è proposto.
Paolo Sorrentino (L’uomo in più, Le conseguenze dell’amore, L’amico di famiglia), che racconta di aver preso familiarità col personaggio di Andreotti sin da piccolo grazie ad una sua vecchia zia, incredibilmente somigliante all’allora Presidente del Consiglio, sceglie di raccontarci frammenti della spettacolare vita – così come la definisce nel sottotitolo – del Divo Giulio (interpretato dal solito, inappuntabile, Toni Servillo), dalle sue reazioni all’omicidio Moro al sogno sfumato della presidenza della Repubblica, passando per il suo rapporto con la moglie (Anna Bonaiuto, perfetta) e coi colleghi (Flavio Bucci, Carlo Buccirosso, Giorgio Colangeli, Alberto Cracco, Aldo Ralli), oltre che con la pletora di personaggi che ogni giorno si trova ad incontrare.
 
Il registro stilistico di Sorrentino è originale ed assolutamente distintivo. C’è un grandissimo gusto nella scelta di ogni inquadratura, così come nella selezione dei brani utilizzati nella soundtrack (il geniale Rossetto e cioccolata de Le conseguenze dell’amore; I migliori anni della nostra vita in questo film, come sottofondo di una delle scene più significative dell’intera pellicola). Nei primi minuti de Il Divo a farla da padrone sono infatti immagini e musica, senza parole. Il grottesco si insinua lentamente nella narrazione, ma in modo sempre più evidente: l’irresistibile Cirino Pomicino di Buccirosso è, insieme alla sequenza in cui uno skateboard attraversa un gremito corridoio del Parlamento, facendo da transizione alle immagini della strage di Capaci, vero emblema dello stile scelto dal cineasta napoletano per raccontarci questa storia.
È evidente poi l’intento di rendere il film “comprensibile” dalla maggior fetta possibile di pubblico, utilizzando didascaliche premesse e definizioni che aprono e chiudono il film, oltre ad accompagnare la comparsa sullo schermo di ciascun personaggio.
Toni Servillo merita un discorso a parte. È stato proprio grazie a Sorrentino che il cinema italiano ha potuto conoscere questo straordinario attore campano (da sempre in teatro), che come pochi riesce a unire comico e tragico – vedi il ragionier Titta di Girolamo per ulteriori spiegazioni.
Il suo era un compito tutt’altro che facile: la figura di Andreotti è assolutamente caratteristica, oltre che incredibilmente nota, ed il rischio di diventare un personaggio del Bagaglino poteva essere dietro l’angolo. Servillo non lo “imita”, ma prova ad impersonarlo, pur avvalendosi di un lungo e complicatissimo trucco che lo rende fisicamente simile al Fanciullo (così come lo chiama Cirino Pomicino). Si tratta di una recitazione fatta tutta di piccoli gesti, di poche ed affilatissime parole quasi sussurrate, che riesce in pieno a rendere l’idea dell’influenza ma anche della innata abilità di quell’uomo politico, che sembra rivelare il suo lato “umano” solo nel rapporto con la moglie e nelle atroci sofferenze causate da un’emicrania perennemente presente.
 
Ovviamente sono subito sorte critiche strumentali sul film, cieche di fronte alle implicite premesse già citate (non si tratta certo di un documentario), che vorrebbero additare Sorrentino come autore di un’opera diffamatoria nei confronti di Andreotti, accusato di ogni possibile nefandezza accaduta negli ultimi trent’anni. Quando (e se mai) capiranno che lo stile che caratterizza ogni singola sequenza è proprio la più grande delle assicurazioni sul “tono” con cui questa storia viene raccontata, sarà certamente troppo tardi. Peggio per loro.
Il nostro miglior regista. Punto.
 
a cura di Emanuele P. (del 03/06/2008 @ 00:12:25, in Amarcord, linkato 382 volte)

Dillinger è morto
(Dillinger è morto)
Marco Ferreri, 1969 (Italia), 95’

Un ingegnere-designer di mezza età (Michel Piccoli), realizzato e benestante, rientra a casa dopo una giornata di lavoro, passata a presentare la sua ultima ideazione (una maschera antigas) e ad ascoltare le deliranti tesi di un collega dalla demagogia facile (Gino Lavagetto). Lì trova la sonnolenta ed annoiata moglie (Anita Pallenberg) ed una cena ormai fredda che lo attira poco. Inizia a cucinare, accompagnato dalla radio che trasmette le hit di qualche tempo prima, ma gli manca una spezia indispensabile. Ricercandola nella dispensa, si imbatte in un oggetto, incartato con i giornali che raccontavano delle ultime ore di Dillinger, il pericoloso bandito. Vi trova una pistola, ormai arrugginita, e la porta in cucina insieme alla spezia che stava cercando. Inizia quindi a smontarla, la olia, e, consumato un pasto soddisfacente, la rimonta mentre guarda qualche filmino delle sue vacanze in Spagna, provando ad interagire con le immagini, proiettate sul muro di casa, rivivendo quei momenti felici. Mentre lascia che la pistola – ormai ricomposta e funzionante – si asciughi dalla vernice con cui la ha ricolorata (rossa a pois bianchi, una vera opera pop) l’ingegnere cerca invano un po’ di calore umano prima dalla moglie, narcotizzata dalle medicine per il mal di testa, e quindi dalla cameriera (Annie Girardot), licenziosa quanto basta. Sempre più annoiato, sempre meno lucido, riprende il suo revolver a pois e, dopo averci giocato un po’ tra gli specchi e i quadri della sua pittoresca casa, uccide l’ignara moglie. Come se fosse la cosa più naturale del mondo, fruga tra i suoi gioielli, prende una vistosissima collana e si allontana dalla casa – ormai è l’alba.
Arriva quindi al mare e, dopo aver indossato la collana, si tuffa, avvicinandosi a una nave ancorata poco a largo. È in tempo per assistere al frettoloso funerale del cuoco di bordo, una occasione imperdibile per lui, con l’hobby della cucina. L’ultimo, assurdo, baratto (la sua collana in cambio del lavoro) e l’annoiato ingegnere può salpare, finalmente libero, finalmente vivo, verso Tahiti.
 
Si tratta di un film geniale.
Solitamente evitiamo di soffermarci particolarmente sulla trama di un’opera, ma in questo caso non poteva essere altrimenti. È possibile trovare numerosissime chiavi di lettura per quello che è il più grande capolavoro di Marco Ferreri – l’estraniazione sociale, l’inguaribile apatia dell’uomo moderno, l’immancabile presenza dei nuovi mezzi di comunicazione (radio, tv) che riempiono lo spazio lasciato vuoto dalle parole e dagli affetti –, ma non si può fare a meno di constatare che il suo film è innanzitutto uno straordinario esercizio di stile cinematografico.
Sono diversi i momenti memorabili, le sequenze geniali. Nella notte, dall’atmosfera perfetta, in quella casa così particolare (merito delle scenografie di Nicola Tamburo e della fotografia di Mario Vulpiani) dove ogni cassetto ed ogni angolo nasconde qualcosa con cui giocare, ha luogo una lunga metamorfosi, frutto dell’estremo isolamento e della noia del povero Piccoli, che tenta invano di ridare vita ai filmini delle vacanze, ricordo di una passata vitalità. Si imbatte anche in una ipnotica sequenza, con abili e velocissime dita che sembrano ballare a tempo di musica, in affascinanti evoluzioni. Quelle stesse mani che usa ogni giorno per il suo estraniante lavoro di designer, e che userà poco dopo per togliere la vita alla moglie.
Non manca una grande dose di humor in tutta la narrazione, con Piccoli e la Girardot che contribuiscono magnificamente a costruire un mondo grottesco che gira tutto intorno a quella singolare abitazione.
Ferreri mantiene alta l’intensità in tutto il film, nonostante la presenza di lunghe e simboliche sequenze mute, in cui sono protagonisti musica e rumori – momenti all’altezza del miglior Blow-up.
Più in generale siamo di fronte ad una convincente metafora: l’ingegnere, guardando quelle foto di Dillinger e ricordando le sue “imprese”, si rende conto di essere in realtà più morto del buon gangster passato a miglior vita tanto tempo prima; seppellito in una vita senza affetti, sempre uguale, ormai priva di senso.

Anche se si decide di evitare pretenziose trattazioni di sociologia, e ci si limita ad apprezzare Dillinger è morto solo per il suo inarrivabile impatto visivo, non si fa certo torto a Ferreri. E si resta di sasso di fronte ad un film che, sprezzante dei quasi quarant’anni di età, è ancora straordinariamente attuale; anzi oggi è forse ancora più attuale.
Abbagliante.
 
a cura di Emanuele P. (del 30/05/2008 @ 09:11:26, in Al Cinema, linkato 392 volte)

Gomorra
(Gomorra)
Matteo Garrone, 2008 (Italia), 135’
uscita italiana: 16 maggio 2008
voto su C.C.
 
Purtroppo, subito prima dei titoli di coda, non appare la solita dicitura “ogni riferimento a fatti o persone esistenti è puramente casuale”. Gomorra è un pugno nello stomaco che colpisce con forza: Garrone sceglie di non nascondere nulla allo spettatore, con una camera sempre pronta e in movimento, che segue da vicino lo svolgimento dell’azione.
Prendendo le mosse dall’omonimo libro di Roberto Saviano (ma certo non tentando di esserne una copia su celluloide), il film ci propone diverse storie di ordinario degrado, ambientate nell’hinterland napoletano, che hanno come comun denominatore solo la stretta soffocante della criminalità.
Ci sono le prime “esperienze” di alcuni ragazzini con il sistema – da cani sciolti o da inconsapevoli pedine di una sanguinosa guerriglia –, c’è lo spietato camorrista in giacca e cravatta (Toni Servillo), che violenta la sua terra riempiendola di ogni genere di rifiuto tossico (rigorosamente importato dalla legalitaria Padania), c’è il povero sarto (Salvatore Cantalupo) che vede frustrata ogni ambizione e buttato al vento tutto il suo incredibile talento, a causa di un sistema che lo schiavizza. E c’è infine il tapino porta-buste (Gianfelice Imparato), una vita trascorsa al servizio del clan, che si ritrova in mezzo ad una guerra che non vuole – e non ha il coraggio – di combattere, finendo col vendersi a chi può salvargli la vita.
 
Forse adesso che le Vele di Scampia – gli enormi edifici che sono veri e propri protagonisti di buona parte della narrazione – sono arrivate fino a Cannes, oltre a qualche comparsa in rari programmi di approfondimento tv, la coscienza di qualcuno potrebbe avere un po’ di sano turbamento.
Garrone è abilissimo nel lasciar parlare le immagini e il suono in presa diretta – a farla da padrone canzoni neomelodiche e dialetto partenopeo – senza abusare di facili cliché o di moralismo spiccio.
C’è ben poco di romanzato in ciò che ci viene mostrato, e prendendo spunto da alcune storie riportate da Saviano nel suo romanzo – emblematica quella del sarto – il regista romano riesce a conferire al film una fortissima componente di verosimiglianza, creando una sorta di docu-film.
Tutti gli interpreti sono capacissimi ed in alcuni momenti tolgono il fiato. Su tutti l’ormai prezzemolino Servillo (che interpreta forse il personaggio più disgustoso dell’intero film) e gli ottimi Cantalupo e Imparato.
È proprio dall’episodio che vede come protagonista Servillo che sembra arrivare l’unica apertura verso la speranza di tutta la pellicola, quando il suo “portaborse”, il giovane Roberto (nome probabilmente non casuale) sceglie di abbandonarlo, seppur consapevole di lasciarsi alle spalle un’agiatezza economica che non potrà altrimenti avere. Guardando la sua terra, ben conscio di cosa sta contribuendo a causare, decide di ribellarsi e lasciare da solo Servillo, che gli sputa contro tutto il suo ignobile disprezzo (Non credere di essere meglio di me).
La nostra speranza, invece, è che questo film possa contribuire a mettere sotto la luce dei riflettori tutta una serie di personaggi e contesti che adorano l’ombra dell’indifferenza. E che magari la visione abbia anche fatto vergognare qualche delinquente "insospettabile".
Ma forse stiamo dando al cinema un potere che, purtroppo, non ha.
Necessario.
 
a cura di Emanuele P. (del 27/05/2008 @ 11:20:56, in Contenuti Speciali, linkato 250 volte)

Si è spento ieri, nella sua casa di Los Angeles, Sydney Pollack.
Regista (tra gli altri Tre giorni del Condor, TootsieOut of Africa, il più recente The Interpreter) di cinema e tv, produttore (oltre quartanta pellicole) e attore, in tanti ruoli, quasi mai in primo piano, ma sempre impeccabile – tra gli ultimi, una parte in Michael Clayton.
Facendoci caso, vi capiterà di incontrare il suo volto in tantissimi film che avete amato, magari in ruoli secondari, magari senza farsi notare più di tanto (Eyes Wide Shut).
Ci mancherà.

 
a cura di Emanuele P. (del 26/05/2008 @ 10:32:25, in Re per una notte, linkato 991 volte)

Come da attesa, premiati entrambi i principali film italiani presentati al Festival, Il Divo, di Paolo Sorrentino e Gomorra, di Matteo Garrone (premio e gran premio della giuria).
Palma d'Oro a Entres les murs, di Laurent Cantet, film-documentario sulla scuola francese, interpretato da attori non professionisti selezionati tra studenti e professori. Premio per la miglior regia a Nuri Bilge Ceylan per il suo Üç Maymun; mentre quello per la miglior sceneggiatura è andato ai fratelli Dardenne per il loro Le Silence de Lorna.
Tra gli attori, premiati Benicio Del Toro (per il film Che) e Sandra Corveloni (Linha de passe).

Ecco l'elenco completo dei premi assegnati:

In Competition (lungometraggi):

Palme d'Or
ENTRE LES MURS, di Laurent Cantet

Grand Prix
GOMORRA di Matteo Garrone

Prize of the 61st Festival de Cannes ex-aequo
Catherine Deneuve per UN CONTE DE NOËL di Arnaud DESPLECHIN
Clint Eastwood per THE EXCHANGE

Award for the Best Director
ÜÇ MAYMUN (Three Monkeys ) di Nuri Bilge Ceylan

Jury Prize
IL DIVO di Paolo Sorrentino

Prix d'interprétation masculine
Benicio Del Toro per CHE di Steven SODERBERGH

Best Performance for an Actress
Sandra Corveloni per LINHA DE PASSE di Walter SALLES, Daniela THOMAS

Award for the Best Screenplay
LE SILENCE DE LORNA di Jean-Pierre et Luc DARDENNE


In Competition (corti):

Palme d'Or
MEGATRON di Marian Crisan

Jury Prize
JERRYCAN di Julius Avery


Camera d'Or:

HUNGER di Steve McQueen

Mention Spéciale Caméra d'Or
VSE UMRUT A JA OSTANUS di Valeria Gaï GUERMANIKA


Un certain regard:

Un Certain Regard Prize
TULPAN  di Sergey Dvortsevoy

Jury Prize
TOKYO SONATA di Kurosawa Kiyoshi

Heart Throb Jury Prize
WOLKE 9  di Andreas Drese

The Knockout of Un Certain Regard
TYSON di James Toback

Prize of Hope
JOHNNY MAD DOG di Jean-Stéphane SAUVAIRE


Cinefondation:

First Cinéfondation Prize
HIMNON di Elad Keidan (The Sam Spiegel Film and TV School, Israël)

Second Cinéfondation Prize
FORBACH di Claire Burger (La fémis, France)

Third Cinéfondation Prize
STOP di Park Jae-ok (The Korean Academy of Film Arts, Corée du Sud)
KESTOMERKITSIJÄT di Juho Kuosmanen (University of Art and Design Helsinki, Finlande)

 


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