Una ragnatela di banalità
(Spider-Man 3)
Sam Raimi, 2007 (Usa), 156’
uscita italiana: 1 maggio 2007 voto su C.C. 
«Beato quel popolo che non ha bisogno di eroi», diceva Bertolt Brecht; verrebbe da aggiungere che, se proprio non possiamo stare senza, almeno non siano come lo Spidy di Sam Raimi. Non c’è, infatti, in ben due ore e mezza di (non)film, un solo elemento che possa essere salvato in questo lungometraggio, uno fra i più costosi di sempre.
Nel terzo capitolo della serie un sempre più sfigato Peter Parker (interpretato da un sempre più imbarazzante Tobey Maguire) deve fare i conti con un vasto assortimento di problemi, che svariano dalle piccole battaglie della quotidianità agli epici scontri del bene contro il male. L’idilliaco rapporto con l’incantevole Kirsten Dunst, alias M.J., retto sui sorrisi inebetiti di lui e sulle leziose stucchevolezze di lei, si incrina perché la nostra aspirante attrice è trombata a Broadway (e forse anche perché non lo è abbastanza a casa dall’aracno-demente), vedendo svanire i suoi sogni di successo. Harry (James Franco), miglior amico di Peter e figlio della buon’anima di Goblin (William Dafoe nel primo capitolo), mette il dito fra moglie e marito e contemporaneamente medita vendetta contro colui che crede essere l’assassino del padre: ma quando scoprirà, grazie ad una soffiata del maggiordomo di Batman (un vero e proprio deus ex-machina giunto a sciogliere una trama indecente), che ad ucciderlo non è stato l’aracno-demente, combatterà al suo fianco per sconfiggere altri due cattivoni (arrivano come se piovesse) di rara stupidità e malvagità, quali Mr. Sandman (uomo melmoso, fangoso e terroso, non quello cantato dalle Chordettes negli anni ’50) e Venom (fotoreporter trombato anch’esso ma dal giornale locale e bramoso di omicidio). Nel mezzo di questo potpourri di inciuci e intrallazzi, non va dimenticato il ruolo giocato da un simbionte simile a blob che viene catapultato sulla terra da una meteora e che metterà a dura prova la bontà d’animo e lo spirito scoutistico/autistico di Tobey Maguire: tale simbionte, infatti, altera la composizione del corpo ospite esaltandone le potenzialità ma allo stesso tempo accentuandone l’aggressività ed il lato oscuro. Proprio durante la convivenza con il simbionte Tobey mostrerà il suo lato più dark e più ridicolo, atteggiandosi a sciupafemmine di periferia e deteriorando la sua immacolata immagine, fin quando si libererà definitivamente del simbionte (che troverà la sua nuova casa nel corpo del giornalista trombato, dando vita a Venom).
Confesso di non essere mai stato un grande fan di Spider-Man; personalmente ho sempre preferito Batman, uomo cazzuto dai toni gotici che non ha avuto in dono alcun superpotere e che la sua fortuna di supereroe e superimprenditore se l’è costruita da solo (e non dite che è di destra, perché reinveste tutto il capitale per aiutare i più deboli, gli esclusi e gli emarginati). L’Uomo-Ragno mi ha sempre dato l’impressione di essere il classico vittimista che chiagne e fotte, baciato dalla fortuna nell’aver ricevuto dei superpoteri fighissimi ma incapace di elevare il suo status sociale e di comprarsi un appartamento in centro; un supereroe un po’ terzomondista e veltroniano, che non ha il coraggio di superare i propri complessi. Ma, d’altronde, una parte consistente del successo del fumetto è dovuta proprio all’umile umanità di Peter Parker, il supereroe della porta accanto. Purtroppo, però, nel film di Raimi l’umanità, l’umiltà e l’autoironia che caratterizzano Spidy sono del tutto assenti, lasciando il posto ad un insopportabile vittimismo autocompiaciuto incarnato perfettamente dall’inespressivo Maguire. Anche Mary Jane ne esce completamente de-sensualizzata e si dimostra artefice della sindrome da boyscout che ammorba il protagonista. La sceneggiatura è semplicemente rivoltante, peggio di una fiction Rai, mentre la fotografia è incapace di sottolineare adeguatamente l’enorme capitale monetario e tecnico speso per la realizzazione degli effetti speciali. Una città piatta, un supereroe piatto, nemici piatti, storie piatte. Un film inguardabile, stucchevole, affettato, banale, desolante, ci scappa giusto qualche risata ogni tanto, ma più per il senso del ridicolo che per umorismo. Fa eccezione solo J.J. Jameson, il direttore del giornale dove lavora Peter, che incarna perfettamente lo spirito del fumetto, riuscendo a strappare una sincera ilarità: viste le condizioni in cui versa il film, un vero e proprio eroe. Altro che aracno-deficienti assortiti.
J.J. Jameson santo subito
a cura di
deliriocinefilo
(inviato il 06/05/2007 @ 19:03:00)
D'accordo in tutto. E poi, quando è arrivato il maggiordomo a svelare che l'Uomo Ragno non aveva ucciso il padre di coso, il pubblico ha sradicato le poltroncine: "ma non poteva dirglielo prima, brutto pezzo di cretino?" Tipo che ha atteso due episodi per rivelare al suo padroncino che in realtà il papà non gliel'aveva ucciso il suo migliore amico, che lui ha provato a uccidere per quasi 4 ore di film...
eheh : )
a cura di
Mario T.
(inviato il 06/05/2007 @ 19:18:56)
Ma secondo te Stan Lee nel 1962 pensava a Veltroni?
a cura di
Jecke
(inviato il 07/05/2007 @ 10:13:17)
si, credo proprio che il buon Mario, definendo Spider-Man "veltroniano", volesse intendere che è stato il politico ad ispirare il soggetto di Stan Lee... :-|
a cura di
Lele
(inviato il 07/05/2007 @ 15:46:23)
non sono d'accordo, per me, au contraire è un bel film, non che non sia abbastanza banale, però considerato come cinema di intrattenimento non è un brutto lavoro
a cura di
dome
(inviato il 09/05/2007 @ 00:09:50)
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