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 Rossellini... di Emanuele P.
 
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Fare un film significa migliorare la vita, sistemarla a modo proprio, significa prolungare i giochi dell'infanzia.

Franįois Truffaut
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Uomini soli
a cura di Simone C. (del 29/04/2007 @ 10:10:03, in Al Cinema, linkato 1768 volte)

Quello che gli uomini non dicono
(Selon Charlie)
Nicole Garcia, 2006 (Francia), 90'
uscita italiana: 13 aprile 2007
voto su C.C.

E’ un film-formicaio.
Dentro i cunicoli della travagliata – anche quando di successo - o mediocre esistenza quotidiana di sei uomini, si staglia lo sguardo ansiogeno del piccolo Charlie – titolo originale, infatti: Selon Charlie.
Un arrembante paleontologo, un insegnante di scienze, lo stempiato sindaco della ventosa cittadina sull’Atlantico dove si svolgono i fatti, un campioncino di tennis in piena crisi adolescenziale a seguito delle prime sconfitte, un ladro idiota e un assistente di talassoterapia. Tutti formidabilmente soli. Volontariamente, testardamente isolati nel loro strampalato “progetto” individuale – a turno messo in crisi o, anche, in via di realizzazione.

In coro, secondo i classici stilemi del film ad intreccio geometrico, danno vita a quella che è anzitutto una marcata esibizione attoriale. Gli interpreti, infatti, girano quasi per proprio conto. L’esperta regista Nicole Garcia (L’avversario) li lascia fare. Segue gli uomini-soli con una fotografia secca e brumosa ma a tratti rischiarata dalle sequenze oceaniche, con inquadrature in parte proprio brutte, oppure scosse, liquide: tipo i fratelli Dardenne, ma temperati. E il film dà l’impressione – dopo un’ora in effetti un po’ soporifera - di poter andare avanti all’infinito – come tutti i film che narrano tranches de vie. Così sarebbe se non intervenisse un evento-chiave scatenato a sua volta da un oggetto-simbolo (il boomerang del piccolo e semi-muto Charlie) a rimestare nelle acque fetide dell’ambizione o frustrazione personale. A rompere il quadro incancrenito, insomma. E in effetti i sei protagonisti sono fra gli attori più virtuosi dell’attuale panorama transalpino: Jean-Pierre Bacrì, su tutti, sfodera una prestazione magnifica nei panni del vanesio, cafonozzo ed adultero sindaco. Convincente anche Vincent Lindon, nel ruolo disastrato del disattento – e adultero anch’egli: ricorre la figura dell’incrocio sessuale – papà di Charlie. E poi ancora Benoit Magimel, Benoit Poelvoorde, Patrick Pineau.

L’impressione però è che la sceneggiatura dei fedelissimi Jacques Fieschi e Frederic Bèlier punti ad un compitino un po’ troppo semplice: ricollegando le vicende dei protagonisti all’antenato Dirk, una delle ultime scoperte scientifiche del personaggio-paleontologo. Interessandosi prevalentemente del continuo parallelo fra le (presunte) vicende dell’uomo preistorico morto in solitudine durante una “spedizione” verso territori mai colonizzati e le meschine esistenze individuali. Certo: c’è l’ambizione di sottolineare l’inevitabile e mai sopita (raminga ed ancestrale) aggressività umana, nelle vicende specifiche segnata a tratti da una certa idiozia morale. Anche quando, per esempio, si colora di comica negli sprazzi del ladro cretino.

Rimane – cifra del cinema transalpino – la sempre minuta abilità di “palombari dell’anima”: soprattutto di quelle anime periferiche, provinciali, stufe e stinte. Un po’ grigie. Che hanno sempre qualcosa di universale. E che però stavolta soffre un paio di buchi forti: la prima parte del film, dal montaggio delirante: troppo frammentario anche per un film costruito secondo gli intenti patchwork. La gente non capisce. E un certo semplicismo in alcuni dei personaggi – in particolare il tennista, da tagliare. La cosa più bella sta dunque nello scambio sinfonico fra i tre/quattro personaggi principali, che tiene in piedi una pellicola altrimenti senza uscita. Dove fallisce anche l’impostazione che vorrebbe il bambino-Charlie ago della bilancia: rimane una presenza oscura che a stento ci fornisce una chiave di lettura unitaria.

collaborazione speciale di Simone C. (Popimmersion)

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