Florian HvD, la Nouvelle Vague del cinema tedesco - Pianosequenza.net
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 Cimino... di Emanuele P.
 
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Per me la violenza è un soggetto del tutto estetico. Dire che non ti piace la violenza al cinema è come dire che al cinema non ti piacciono le scene di ballo.

Quentin Tarantino
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\\ Ingresso : Articolo
Florian HvD, la Nouvelle Vague del cinema tedesco
a cura di Emanuele P. (del 16/04/2007 @ 01:04:54, in Al Cinema, linkato 1408 volte)

Le vite degli altri
(Das Leben der Anderen)
Florian Henckel von Donnersmarck, 2006 (Germania), 137'
uscita italiana: 6 aprile 2007
voto su C.C.

Per una volta l’Academy ha fatto centro.
Molto spesso i film premiati con l’Oscar, così come registi, attori e compagnia cantando, non sono decisamente i più “meritevoli” tra quelli dell’anno.
La scelta di premiare Le vite degli altri con l’Oscar come miglior film straniero è stata però inaspettatamente illuminata.
Il film del giovane cineasta tedesco dal nome quasi impronunciabile, ma che è d’uopo imparare a pronunciare perché probabilmente diverrà di moda tra un po’ di tempo (Florian Henckel von Donnersmarck) è un piccolo capolavoro, per sceneggiatura, regia ed interpretazioni.

1984. DDR. Berlino est. L’integerrimo capitano Gerd Wiesler (Ulrich Mühe, grande interpretazione) è un apprezzato agente dello Stasi, il servizio segreto DDR che si occupa di monitorare i cittadini, o meglio di sorvegliarli in ogni situazione, con violazioni di ogni genere sui diritti civili.
Il buon Gerd è un esperto di interrogatori (shockante la sequenza iniziale della lezione) e viene incaricato dal suo superiore Grubitz (Ulrich Tukur), sotto pressioni di un ministro un po’ magnaccia, di sorvegliare o meglio spiare la vita dello scrittore-autore Georg Dreyman (Sebastian Koch), sospettato di nascondere pericolose simpatie per l’occidente.
Ma c’è anche qualcosa di più personale; il ministro (Thomas Thieme) ha un debole per la sua bella fidanzata, la talentuosa attrice Christa-Maria Sieland (Martina Gedeck), che ovviamente non corrisponde ma che è sottomessa al potente uomo politico, dalle cui decisioni può dipendere la sua carriera.
Il capitano Wiesler, però, immerso nella altrui vita a causa di lunghe sessioni di ascolto d’intercettazioni, inizia a dubitare di quel sistema che sino a quel momento non si era mai sognato di mettere in discussione, quel sistema per cui aveva ignorato diritti e dignità di centinaia di altri sospetti.
Inizia a immedesimarsi nelle “vittime” del suo spionaggio, a manomettere i verbali, a “coprire” un piccolo tentativo sovversivo (la pubblicazione di un articolo su una nota rivista della Germania Ovest in cui si denunciano i suicidi taciuti in DDR, dipinta come un eden che tanto paradiso in realtà non è).
Le conseguenze dei suoi gesti sono inevitabili, e neanche dopo la caduta del muro riuscirà a ottenere un impiego anche solo decente; ma la consapevolezza di aver fatto la cosa giusta e un silenzioso e significativo ringraziamento varranno più di potere e denaro.

Al suo esordio, Florian Henckel von Donnersmarck scrive e dirige una storia equilibrata, densa ed emotivamente appagante.
La sua Berlino è ritratta con attenzione e poca benevolenza. La Stasi appare implacabile, onnisciente, inevitabile. Infiltrati ovunque (persino nella redazione dell’occidentale Der Spiegel), tutto sente e tutto conosce, e soprattutto tutto può fare.
Sequestra civili, li isola, li tortura con estenuanti interrogatori, sino ad ottenere il risultato voluto.
In queste apparentemente impenetrabili maglie però c’è un piccolo varco. C’è quella coscienza soggettiva che si vorrebbe annichilire con la logica del “sono ordini che arrivano dall’alto, vanno eseguiti senza farsi troppe domande”. C’è il capitano Wiesler, Ulrich Mühe espressivo e perfettamente in parte, che si lascia coinvolgere vivendo “dall’altra parte”, immedesimandosi nelle vittime dei suoi soprusi, e decidendo dunque di mettere in atto un “tradimento” in piena regola, pagando con la sua carriera e con l’annullamento di ogni sua ambizione.
Lo stile della narrazione è asciutto ed essenziale ed è particolarmente apprezzabile il contrappunto musicale, che coniuga sapientemente musica classica e appuntite melodie teutoniche.

Florian HvD (concedetemi l’abbreviazione) dirige senza voler far lezioni di storia, morale o cos’altro, e previene pericolose svolte melense nella parte finale.
E’ anzi autore di un film assolutamente pregevole, che in virtù di un ottimo soggetto-sceneggiatura e di un degnissimo cast a supporto, aspira al posto di miglior film sinora visto in quest’anno (con INLAND EMPIRE).
Per il giovane Florian un solo augurio: cento di questi film …

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# 1
lo guardo nel week-end e ripasso da qui per dirti che ne penso
buona giornata
a cura di  dome  (inviato il 18/04/2007 @ 19:10:17)
# 2
ottima scelta : - P
a cura di  Lele  (inviato il 19/04/2007 @ 12:43:29)
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