Shutter Island: dove ogni pietra nasconde un cliché ed un sussulto - Pianosequenza.net
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 Fellini ....... di Emanuele P.
 
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Il western è un pretesto per raccontare i miei fantasmi ed il sentimento dell'amicizia che per me è molto importante. Posso così descrivere le mie sensazioni personali, simboliche e soprattutto fare riflettere.

Sergio Leone
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Shutter Island: dove ogni pietra nasconde un cliché ed un sussulto
a cura di Emanuele P. (del 28/03/2010 @ 19:29:40, in Al Cinema, linkato 412 volte)

Shutter Island
(Shutter Island)
Martin Scorsese, USA (2010), 138'
uscita italiana: 5 marzo 2010
voto su C.C.

Iniziamo con una criminosa meta-citazione: a proposito di Shutter Island, Anthony Lane (New Yorker) ci ricorda un saggio firmato Umberto Eco nel quale si dice, riguardo Casablanca «Due cliché fanno ridere. Cento cliché commuovono. Perché si avverte oscuramente che i cliché stanno parlando tra loro e celebrano l'essersi ritrovati». Questo aforisma si adatta perfettamente alla più recente opera di un coraggioso Martin Scorsese, intento a nobilitare con le sue capacità ognuna delle peculiari caratteristiche proprie dei cosiddetti B-movie.
Il protagonista di questo thriller con una divertita vena horror è l'attore feticcio dell'ultimo decennio scorsesiano, Leonardo DiCaprio, che interpreta un agente federale incaricato di indagare insieme al collega Mark Ruffalo sulla misteriosa sparizione di una donna dal manicomio-penitenziario di Shutter Island, atollo sperduto nella baia di Boston. Siamo nel 1954 e l'unico collegamento con il resto del mondo è rappresentato da un diabolico traghetto (che si trova a passare solo quando serve alla trama) oltre che da linee telefoniche provvidenzialmente interrotte. L'ennesima variante dell'enigma “omicidio in camera chiusa dall'interno” è pronto ad essere affrontato, con tanto di insospettabili e cervellotici colpi di scena.

Quello di Scorsese è un intelligente bluff: il maestro americano attinge sì con straordinaria verve all'immaginario proprio dei film di infima categoria (utilizzando ognuno dei cliché a sua disposizione in modo ammirevole) ma lo fa avvalendosi di una maestosa macchina produttiva che gli mette a disposizione tecnici del calibro di Dante Ferretti (scenografia), Robert Richardson (fotografia), la aficionado Thelma Schoonmaker (montaggio), oltre ad un cast di primissimo ordine, nel quale anche i ruoli secondari sono affidati a “nomi” come Ben Kingsley, Max von Sydow o l'emergente Michelle Williams. Nessuno dei famigerati registi di B-movie avrà mai pensato di potersi permettere un film lungo più di due ore, con una lista di produttori che supera quella dei personaggi principali; è altresì certo che, allo stesso modo, nessuno era stato benedetto con un decimo del talento concesso a Scorsese, e il nostro amato Martin dimostra ancora una gran voglia di sperimentare, di sorprendere – al contrario di molti suoi affermatissimi, e spesso più giovani, colleghi. La caratteristica ambientazione è il principale punto di forza dell'intera opera, incarnando un paradosso: quello della claustrofobia “a cielo aperto”. Nonostante la maggior parte delle scene abbia luogo in esterni, non manca mai un senso di angoscia inevitabile, dato dal tempo inclemente e dall'atmosfera che si respira incessantemente nella enigmatica Shutter Island, dove ogni pietra nasconde un cliché ed un sussulto.
La cifra stilistica di Scorsese si adatta magistralmente alla trasposizione del romanzo di Dennis Lehane (già “prestato” al cinema con gli ottimi Mystic River e Gone Baby Gone), che lascia molto spazio creativo al regista, concedendogli la licenza di “mentire” allo spettatore in funzione d'un più efficace colpo di scena finale – fu proprio Hitchcock col suo Paura in Palcoscenico uno dei primi, criticatissimi, ad utilizzare questo tipo di stratagemma, proposto più recentemente in film come Il Sesto Senso e The Others. La trama diventa sempre più tortuosa col passare dei minuti, quasi seguendo l'involuzione del nostro alter ego (un DiCaprio che sembra aver trovato piena realizzazione in questi ruoli di uomo tormentato) e può indurre qualcuno a storcere un po' il naso, perché insofferente all'attesa di una scena con maceti insanguinati e maniaci incontrollabili. In quel caso il tapino potrebbe essersi solo perso nel suo multisala di fiducia.
Ammirevole.
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# 1
Beh... in linea di massima sono daccordo con te: buon film di intrattenimento, non annoia, attori assolutamente bravi, crea suspense, il colpo di scena finale (anche se gia visto, come ricordavi) funziona. Ma siamo proprio sicuri che da un film di Scorsese ci dobbiamo attendere solo un prodotto che funzioni? Tu dicevi: "se solo i registi dei b-movies avessero avuto il talento di Scorsese"... in questo film c'è? Dov'è? Personalmente da questo incredibile cineasta ci si aspetta (è il rovescio della medaglia) la pietra miliare non il meccanismo che intrattiene, anche se senza intoppi. Questo era dato per scontato...
a cura di  Francesco  (inviato il 24/04/2010 @ 11:51:15)
# 2
Credo che attualmente uno dei principali complimenti che si possano fare a Scorsese è proprio quello relativo al suo "coraggio" dimostrato nello sperimentare con registri e tematiche sicuramente non usuali. In questo film magari non possiamo trovare le stigmate del genio che c'erano nelle sue primissime opere o in quelle più riuscite ma non sono d'accordo che si tratti solo di un "meccanismo ad ingranaggi": ci sono tante, piccole, trovate dalle quali i registi di horror e thriller farebbero bene ad imparare.

A presto,
a cura di  Lele  (inviato il 10/05/2010 @ 09:21:02)
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