Scorsese porta Cage al di là dell'inferno

Al di là della vita (Bringing Out the Dead)
Martin Scorsese, 2000 (Usa), 111’
Le nottate assurde di un paramedico, viste attraverso gli occhi allucinati di Martin Scorsese. Ecco un valido sottotitolo per Bringing Out the Dead (teniamo l’originale, meglio), racconto per certi versi da incubo delle avventure di Nicolas Cage che novello Taxi Driver è costretto a sopportare una infernale, notturna, New York, popolata da ubriachi, vagabondi, delinquenti, tossici, prostitute.
Ad accompagnarlo nella sua ambulanza, oltre a una colonna sonora ispirata e alla fotografia spruzzata d’acido curata dal pluri-premio Oscar Robert Richardson, ci sono individui assurdi e stereotipati: il bonario panzuto e scansafatiche (John Goodman), il nero con modi da profeta in discreta crisi di mezz’età (Ving Rhames, indimenticato boss di Pulp Fiction), il pazzo scatenato, violento e pericoloso (Tom Sizemore). Insomma si tratta di una ambulanza sulla quale non vorreste essere mai trasportati, nè da paziente, nè da semplice “ospite” – come spesso accade alla contraddittoria Rosanna Arquette, figlia di un malato senza speranza della quale si invaghisce Cage, due individui sull’orlo del baratro che finiscono col salvarsi a vicenda.
Scorsese si diverte ad utilizzare espedienti eccessivi, ritmo e situazioni sopra le righe, per caricare di grottesco la storia di questo patetico uomo, distrutto dal senso di colpa e da un lavoro a dir poco logorante. Alla lunga, la sfilza di avventure di Cage e dei suoi eterogenei colleghi diviene ridondante, troppo sopra le righe, un puro esercizio di stile che però non è sorretto da una sceneggiatura adeguata (romanzo di Joe Connelly adattato per lo schermo da Paul Schrader). Tralasciando le metafore pseudo-filosofiche scontate ed un po' banali, le due ore di proiezione sono oggettivamente troppe per un trip, che stressa lo spettatore quasi quanto lo sfatto Cage (rivedibile, come sempre); nonostante Scorsese tiri fuori dal cilindro magico atmosfere giuste ed efficaci tocchi da maestro (movimenti di camera, inquadrature, il montaggio indemoniato di Thelma Schoonmaker, la scenografia di Dante Ferretti) si attendono con scorante piacere i titoli di coda ed il prevedibile simil-lieto fine.
Eccessivo, ma godibile.
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