
Gran Torino
(Gran Torino)
Clint Eastwood, 2008 (Usa), 116’
uscita italiana: 13 marzo 2009
Prendete Joe, il burbero pistolero che in Per un pugno di dollari riusciva a rivoluzionare la faida tra due famiglie in lotta da generazioni, e lasciatelo a mollo in una botte d’aceto per sessant’anni. Ciò che ne verrà fuori è Walt Kowalski (chissà se il nome è una involontaria citazione di un altro film con protagonisti “bulli e motori”, Vanishing Point): veterano della guerra in Corea, devoto ex operaio della Ford, repubblicano fino al midollo, malmostoso pensionato senza peli sulla lingua.
Ovviamente ad interpretarlo c’è ancora Clint Eastwood, che sceglie un personaggio col quale, indirettamente, prendersi gioco di tutti gli uomini di ferro che si è trovato ad impersonare durante la sua decennale carriera – da Callahan in giù.
Questo eroe, forse anacronistico ma estremamente carismatico, deve fare i conti con una America ben diversa da quella cui era abituato: giovani debosciati, figli che da grandi sono diventati degli estranei, un quartiere in cui è rimasto l’unico a non avere gli occhi a mandorla. Ormai solo (il film inizia con il funerale della amata moglie), Walt inizia a confrontarsi con i suoi “bizzarri” vicini di etnia Hmong, prima col solito fare scostante, quindi divenendo un vero e proprio paladino, grazie ad eroiche reazioni alle angherie della gang di turno. Diventerà un padre per il giovane Thao (Bee Vang) e persino un buon credente grazie al pedulante e inesperto parroco Christopher Carley; ma un finale crudo (e un po’ scaltro), alla Eastwood insomma, non può mancare.
La Ford Gran Torino del 1972 che dà il titolo al film (e alla ballata che lo conclude) apparendo costantemente in tutta la sua bellezza, sembra il simbolo di un’epoca ormai lontana anni luce, nella quale Walt è rimasto, suo malgrado, intrappolato. Eppure dietro i modi bruschi e il razzismo esasperato si nasconde un uomo pieno di rimpianti che sa di avere ancora poco tempo a disposizione per “chiudere i conti” con la vita. L’occasione è proprio il casuale scontro con una civiltà che all’apparenza è agli antipodi rispetto la sua, ma con la quale in realtà, abbandonando qualche pregiudizio, scopre di condividere molti più valori di quelli che riconosce nei suoi, ingrati, figli – significativa la scena del barbecue in casa dei vicini, quando Eastwood, guardandosi allo specchio, si sconvolge nell’ammettere questa improbabile verità.
La regia del quasi ottantenne Clint punta come sempre a togliere più che aggiungere: pochi, distintivi, tratti bastano per dipingere personaggi e situazioni; senza tante esasperazioni affronta tematiche importanti ed attuali, riuscendo a regalare anche diversi sorrisi allo spettatore. Walt è sempre sopra le righe, ma quelli che sembrerebbero insulti non nascondono mai intenzioni feroci: dalla narrazione escono di certo molto peggio i figli (e rispettivi nipoti), vittime del loro tempo più che il misantropo ex militare.
Non si tratta certo del miglior film di Eastwood, e neanche di un capolavoro indimenticabile, ma senza dubbio siamo di fronte ad un film ben girato, compatto, convincente. Con in più una memorabile interpretazione (fatta spesso di grugniti e smorfie, più che di parole) e l’enorme “mestiere” di un veterano d’acciaio del cinema americano che, con un po’ d’orgoglio, possiamo dire di avere inventato noi italiani (Sergio Leone, da lassù, ci concederà il privilegio di farlo).
Inossidabile.