
Paranoid Park
(Paranoid Park)
Gus Van Sant, 2007 (Francia, Usa), 85’
uscita italiana: 7 dicembre 2007
Ormai ci siamo quasi completamente disabituati a vedere qualcosa di originale quando andiamo al cinema. Generalizzare è sempre sbagliato, ma è indubbio che il trend, soprattutto per quanto riguarda Hollywood, sia questo: film in serie, girati in modo impersonale, magari anche ben interpretati ma banali, ripetitivi, già visti.
Anche per questo, Paranoid Park sembra ancora più abbagliante in tutta la sua quasi “coraggiosa” originalità stilistica. Gus Van Sant, decisamente più interessante quando dirige pellicole low budget (Elephant, Last Days) piuttosto che rare produzioni maggiormente ambiziose – devo ancora riprendermi dall’inutile remake di Psycho che girò qualche annetto fa –, convince con questo suo ritratto generazionale, storia drammatica ed attuale con tragico risvolto “giallo”.
La vita del giovane Alex (Gabe Nevins), skater convinto dalla complessa situazione familiare, viene in parte sconvolta dalla morte di un agente avvenuta nei pressi del malfamato Paranoid Park, luogo di ritrovo per sbandati di ogni tipo e per fanatici dello skate.
L’incidente che aveva causato la morte dell’agente era stato fortuitamente causato dal ragazzo e, tra ondivaghi sensi di colpa e ambigue relazioni sociali, Alex si troverà a confessare l’accaduto solo in una lettera che non sarà mai letta da nessuno.
Gus Van Sant, fresco vincitore del premio per la regia al Festival di Cannes, si avvale, come detto, di un registro stilistico piuttosto originale. Facendo largo uso dello slow motion, delle dissolvenze e di un curatissimo montaggio, Van Sant riesce a coniugare abilmente riprese “tradizionali” ed in digitale, indispensabili per poter ritrarre al meglio le coreografiche esibizioni degli skater - davvero prezioso il lavoro alla fotografia di Christopher Doyle e Kathy Li.
Anche il sonoro è curatissimo, combinazione di una interessante soundtrack e di significativi momenti di silenzio – da segnalare la scena in cui Alex subisce la sfuriata della fidanzatina (Taylor Momsen) che aveva deciso di lasciare, sequenza nella quale non udiamo le parole del diverbio ma solo la soave musica di sottofondo.
Nel film non si tenta mai di offrire un quadro completo della situazione o di proporre un giudizio su ciò che viene raccontato: Van Sant si limita a proporci una serie di “impressioni”, di frammenti della vita quotidiana di Alex da cui si evince una critica nei confronti delle famiglie – assenti, disinteressate, distanti – piuttosto che riguardo le azioni dei giovani e sfrenati virgulti. Tutto sommato l’unica loro ossessione è lo skate: niente droghe, niente strane trasgressioni; anche quando lentamente il senso di colpa per ciò di terribile che il ragazzo aveva vissuto – ed in parte causato – inizia a scomparire, nella sua mente restano solo le plastiche esibizioni di giovani assi dello skate.
Scene piene di armonia e leggerezza, in assoluta distonia con un contesto tutt’altro che rassicurante.