
Nella valle di Elah
(In the Valley of Elah)
Paul Haggis, 2007 (Usa), 124’
uscita italiana: 30 novembre 2007
Da qualche anno a questa parte, in quel dell’
Academy Awards, c’è sempre una statuetta pronta per
Paul Haggis. Evitando di ribadire quanto poco la vittoria di un Oscar possa essere considerata un “vanto” per un cineasta, è indubbio che il fido sceneggiatore dei film di Eastwood (
Million Dollar Baby, Flags of our fathers, Letters from Iwo Jima) giunto al successo come regista grazie all’ottimo
Crash – miglior film dell’anno 2006 alla faccia di
Brokeback Mountain – sia uno dei più interessanti autori americani del momento.
Nella valle di Elah non fa altro che confermare questa convinzione, dimostrando una volta ancora la notevole abilità di Haggis nello scrivere e raccontare storie importanti, con stile sempre impeccabile.
Hank Deerfield (un rigiderrimo Tommy Lee Jones), veterano dell’Army ossessionato dal patriottismo e maniaco dell’ordine, indaga sulla sparizione di suo figlio Mike, reduce dal conflitto in Iraq e di fatto mai tornato a casa.
Nella sua caparbia ricerca del figlio – aiutato dall’ispettore Emily Sanders (Charlize Theron, bravissima), donna-madre continuamente vessata sul lavoro da colleghi incapaci – il sergente di ferro dovrà confrontarsi con un Esercito molto diverso da quello che aveva servito con orgoglio. La stessa fervente convinzione che lo aveva condotto a “sacrificare” alla causa i suoi due figli (anche il maggiore era morto, in guerra) e che la moglie Joan (Susan Sarandon) non riesce a perdonargli, inizia a vacillare, venendo infine meno nella simbolica sequenza finale.
Haggis enfatizza come al solito con grandissima abilità l’aspetto emotivo della storia e, avvalendosi di una costruzione narrativa perfetta e di uno stile delicato ma incisivo, riesce a colpire sapientemente l’animo dello spettatore. Niente effetti strani, niente cervellotici sviluppi; anche la musica è praticamente assente, tranne che per alcune sequenze in cui la melodia irrompe con vigore, accompagnando le immagini – vedi l’unica sequenza “d’azione” del film, in cui un breve inseguimento è sottolineato da un entusiasmante crescendo d’archi.
Il cast “stellare” mantiene ogni aspettativa: Tommy Lee Jones è probabilmente alla migliore interpretazione della sua carriera, in un ruolo che sembra scolpito sui suoi durissimi lineamenti, ed è brillantemente supportato dalla Theron, sempre credibile e mai sopra le righe.
La scelta di affrontare un’altra tematica centrale nell’America dei nostri giorni – dopo il razzismo o meglio l’antirazzismo, di cui Crash è manifesto– è vincente: Haggis ci propone una terribile visione del militarismo, in parte figlia del clima socio-politico che si respira negli States. Una visione lucida ed inquietante che difficilmente si riesce a sopportare.
Quello che manca è il passo successivo, una riflessione sulla deriva delle forze armate, la descrizione di un quadro d’insieme su cui non si può accettare una eccessiva generalizzazione.
E si può anche criticare il regista americano perchè reo di avere una certa tendenza all’essere (perdonate il francesismo) un po’ paraculo, puntando molto – come già visto in Million Dollar Baby e co. – sulle scene ad effetto e su storie decisamente tristi dall’empatia immediata.
Ma riguardo una cosa non c’è alcun dubbio: a Los Angeles una bella schiera di omini dorati è pronta ad accogliere, ancora una volta, Paul Haggis. Uno dei migliori cantastorie del cinema americano.