
L'uomo dell'anno
(Man of the Year)
Barry Levinson, 2006 (Usa), 115'
uscita italiana: 11 maggio 2007
voto su C.C. 
Una mia personalissimo teoria (già esposta in occasione della recensione de La Terra) afferma che i primissimi e gli ultimi minuti di un film siano rivelatori riguardo lo stile e la qualità molto di più che il restante, e rispettabilissimo, tempo.
Nel caso della pellicola di Rubini questo teorema mi permetteva di affermare quanto il film fosse assolutamente godibile e dotato di un notevole stile; stavolta però, guardando i primi minuti (ed anche gli ultimi a dire il vero) de L’uomo dell’anno mi sono sembrate palesi tutte quelle mancanze e anche quegli errori piuttosto evidenti di un’opera che nasce come interessante commedia politica ma finisce troppo velocemente col diventare un ridicolo pseudo thriller fieramente dietrologo (nei primi istanti di narrazione si passa dalla fittizia intervista “a fatto concluso” alla scontata e onnipresente voce fuori campo… mancava solo qualche frase introduttiva scritta su fondo nero e poi eravamo al completo con i luoghi comuni da evitare in un film).
Tom Dobbs (Robin Williams) è un comico di successo, esimio collega di Letterman, Leno e co. in quanto conduttore di un late show particolarmente apprezzato.
Tra una battuta e l’altra, si ritrova ad essere investito a furor di popolo della candidatura per un posto alla Casa Bianca.
Il suo agente (Christopher Walken, in un ruolo ridicolo), un fumatore incallito con il vizio delle pedanti analogie, dapprima è scettico ma poi si convince della possibilità che Mr. Dobbs vada realmente a Washington.
Con spumeggianti interventi, Tom riesce a ridicolizzare i concorrenti alla presidenza, e guadagnare sempre maggiori consensi.
Ovviamente non gli sarebbe bastato il 17% di preferenze che tutti i sondaggi gli accreditano (ma mai far fede ai sondaggi, e noi italiani ne sappiamo qualcosa), ed infatti per far si che divenga il più votato delle elezioni ci si mette un bug nel nuovissimo programma di votazioni brevettato dalla Delacroy, che scambia in modo ridicolo il numero dei voti con l’ordine alfabetico delle consonanti doppie inserite nel cognome del candidato (!!!). Dunque DoBBs, con due B, batte KeLLoGG (no, non c’entra con i cereali) con due L e due G, e MiLLs porello lui solo due L (mi chiedo cosa avesse fumato il buon Levinson al momento di sceneggiare questi sagaci particolari, a questo punto era meglio glissare sulla origine del bug e andare avanti facendo finta di nulla …).
A lavorare per la Delacroy però c’è Eleanor Green (Laura Linney), mezza psicopatica e idealista fino all’autolesionismo che, dopo essersi fatta licenziare avendo minacciato di rivelare al mondo intiero le falle del lucroso sistema di voto computerizzato, riesce a confidarsi col comico ormai divenuto presidente in pectore, e immancabilmente se ne innamora, ricambiata.
Inutile dire che alla Delacroy la cosa non va per nulla a genio, e dunque giù con minacce, inseguimenti e tutta la solita gamma di angherie standard.
Ed è altrettanto inutile dire che alla fine i cattivoni finiscono in galera, i comici a fare di nuovo i comici felicemente innamorati e l’affidabile ex presidente democratico a veder confermato il vecchio mandato, governando persino un po’ meglio di prima.
Un happy end che non si nega a nessuno.
Barry Levinson (Rain man, Bugsy, Sleepers) dirige un film inconcludente, e spesso involontariamente ridicolo.
Invece di lasciare spazio allo straripante Williams, finisce col tarpargli le ali, quasi spaventato che la pellicola possa diventare un solo continuum di battute e ammiccamenti. E lasciatemi dire che il risultato sarebbe stato decisamente migliore.
Levinson sceglie infatti la strada del luogo comune facile, denunciando i soliti poteri occulti dietro le candidature presidenziali (perlomeno negli USA i finanziamenti sono palesi), cavalcando un crescente disincanto nei confronti della politica tradizionale (ma che siamo in Italia??) ed abbozzando senza ragioni un risibile thriller fantapolitico, con un complotto di fatto involontario, in cui il cattivo non è il candidato che falsa le elezioni, ma la società che fornisce il servizio di voto telematico che, a causa di un errore di cui la programmatrice si accorge solo a tre giorni dall’election day, si ritrova ad alterare i veri risultati elettorali ed è dunque costretta a insabbiare la faccenda.
D’altronde, come dice lo stesso avvocato-factotum della Delacroy (Jeff Goldblum, tra i pochi a salvarsi), l’importante è che si sia convinti che il proprio voto è andato al giusto candidato, poi chi viene realmente eletto conta poco…
Insomma, a tener su la baracca, quando glielo consentono, è il solo Williams con il suo innato e straripante talento.
Il resto sono solo noia e risate di scherno per tanta fantapolitica mal inventata.
Inutile.
Qualche battuta, di quelle che tentano di salvare la situazione…
“Papa Benedetto ha deciso il riarmo della Guardia Svizzera e ha detto: questa mia scelta la faccio per Chiesa e per la Crante Cermania”
“Mi sono fatto una lampada … volevo somigliare a Kennedy ma l’ hanno regolata su George Hamilton…”
“I politici somigliano ai pannolini: bisogna cambiarli spesso, e per lo stesso motivo…”
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