Zodiac: l'ossessione per il killer

Zodiac (Zodiac) David Fincher, 2007 (Usa), 158' uscita italiana: 18 maggio 2007 voto su C.C. 
I numerosi e sanguinolenti casi irrisolti della storia più o meno recente rappresentano spesso fertile humus per la coltivazione di film, romanzi e compagnia cantando, non sempre particolarmente apprezzabili (Jack lo Squartatore docet …). Zodiac però è una felice eccezione; David Fincher (Seven, Fight Club, Panic Room), supportato da una sceneggiatura perfetta (di James Vanderbilt e tratta dal libro di Robert Graysmith, Jake Gyllenhaal nel film) porta a compimento un perfetto e forse un po’ prolisso - due ore e mezza di durata - esercizio di stile, intenso “finto” thriller, in cui più che del solito serial killer mezzo pazzo si preferisce parlare di tutte le persone la cui vita viene sconvolta dalle gesta dell’enigmatico Zodiac.
San Francisco e dintorni, 1968. Con una lettera ai tre principali quotidiani della città, un uomo, che si fa chiamare Zodiac, rivendica alcuni omicidi avvenuti nella zona. Sembra essere solo l’inizio di una lunga serie di delitti ma, in realtà, Zodiac si rivela essere più “caso mediatico” che inquietante minaccia. E' infatti minaccia soprattutto per la sanità mentale di un paio di baldi (chi più, chi meno) uomini, le cui vite sono travolte dal serial killer dello zodiaco. C’è l’ispettore Dave Toschi (Mark Ruffalo), che prima di decidersi ad abbandonare l’indagine lustri dopo, impazzisce tentando di coordinare le indagini condivise da tre diverse giurisdizioni e finisce con l’essere incriminato (e poi assolto come scopriremo dai titoli di coda) in quanto presunto intralcio alle sue stesse indagini; c’è il cronista Paul Avery, perennemente ubriaco e fieramente autolesionista (Robert Downey Jr., vita che imita l’arte, o viceversa?) e c’è il mediocre vignettista Robert Graysmith (Jake Gyllenhaal), boy scout troppo cresciuto, il cui unico scopo dell’esistenza diventa essere poter “guardare negli occhi” il famigerato Zodiac. Alla fine il caso è irrisolto, e come tale ci viene raccontato, ma la dura legge del cinema spinge sempre a fare ficcanti supposizioni, rigorosamente smussate dalle immancabili (e, una tantum, giustificabili) precisazioni finali scritte su glabro fondo nero.
David Fincher dimostra ancora una volta di possedere una più che discreta dose di talento, e nel panorama filmico odierno non è certo poco. Lo stile di questo suo Zodiac è impeccabile: come già mostrato in Seven l’ottimo David riesce a inquietare lo spettatore senza usufruire dei soliti ed abusati cliché, preferisce mostrare poco, lasciar supporre, sfruttare gli ambienti e l’atmosfera (la scena di Gyllenhaal nello scantinato di un presunto Zodiac è magistrale, così come quelle degli omicidi). L’ossessione è il vero perno cui ruota intorno questo “thriller non thriller”, il vignettista Graysmith dedica tutta la sua vita alla ricerca, a tratti maniacale, di Zodiac, coinvolgendo goffamente i figli e ignorando la dolce e paziente moglie (Chloe Sevigny). La figura del serial killer è infatti paradossalmente messa in secondo piano, quasi solo pretesto per raccontare le tante storie che si intrecciano intorno a questi spiacevoli accadimenti (scelta giustificata anche dalla fondamentale ambiguità del soggetto, che tratta di un caso ancora aperto e probabilmente destinato a restare irrisolto considerato il tempo passato e gli inadeguati mezzi della polizia all'epoca dei fatti). Il cast è assolutamente in parte, e contribuisce a conferire al film lo stile che Fincher ha saggiamente deciso di utilizzare; in particolare perfette sono le interpretazioni di Gyllenhaal, Ruffalo e Downey Jr. È proprio il personaggio interpretato da quest’ultimo a essere l’unico punto di relativa debolezza di Zodiac: si sarebbe infatti potuto approfondire di più la intrigante personalità di Paul Avery, magari ritagliando lo spazio necessario privando in qualche passo la trama di momenti non assolutamente necessari. Nonostante le due ore e mezza abbondanti di durata, Fincher riesce a dirigere un film intenso e mai sotto tono; particolarmente apprezzabile poi la trovata di scandire in modo ossessivo (questa è la parola chiave di tutta la pellicola) il passare del tempo, con intervalli temporali che vanno da "pochi minuti" a "sette anni dopo".
In America è stato un mezzo flop, e questo può solo deporre a suo favore. Da vedere.
Proprio l'irresolutezza del caso secondo me ha giocato a favore della sostanziale aria pessimista del film. Eccellente davvero. Ottima disamina
a cura di
Noodles
(inviato il 24/05/2007 @ 22:56:19)
correrò a vederlo... per chi non lo ha ancora visto io consiglio un ripassino sul cinema dei serial killer (o con i serial killer): MANHUNTER di di Michael Mann, 1986. Ha vent'anni ma sembra girato ieri.
a cura di
Orson
(inviato il 27/05/2007 @ 00:43:36)
come al solito sei un buongustaio  anche io sono un assoluto adoratore di Manhunter, di cui scrissi anche qualcosa un po' di tempo fa (http://www.pianosequenza.net/dblog/articolo.asp?articolo=51) a presto
a cura di
Lele
(inviato il 27/05/2007 @ 19:30:18)
Sì, ma un piccolissimo colpo di teatro che ci scuota dal torpore?
a cura di
Bond57
(inviato il 27/05/2007 @ 22:19:09)
Lungo,noioso,ricerca strutture,come lo scandrie del tempo, che non sono nelle sue corde scadendo in un mero intelletualismo,prende il peggio di ogni genere e soprassiede alla valenza sociale che la storia di Zodiac aveva rappresentato nell'America di allora:che cosa abbiamo fatto di male per meritarci ciò? Troppe scelte facili, vuole fuggire il thriller sanguinolento americano e incontra il peggiore Ejzenstejn...una serata gettata al vento...
[Lungo,noioso,ricerca strutture,come lo scandrie del tempo, che non sono nelle sue corde scadendo in un mero intelletualismo]
Permettimi di dire che il mero intellettualismo più che nella pellicola di Fincher lo riscontro in questo tuo commento: Zodiac non è di certo un capolavoro assoluto, ma rapportato al panorama del cinema americano attuale è un film decisamente apprezzabile. Sul suo essere noioso non posso contraddirti, è un criterio troppo soggettivo.. per la lunghezza invece posso dirti che è il tempo necessario per proporre una storia che in realtà è "una e doppia", gli assassinii sono solo un pretesto e (qui mi riferisco alla seconda parte del tuo discorso) servono per 'giustificare' l'impatto che hanno su una ristretta cerchia di persone (e non tutta l'America, non credo fosse nelle intenzioni di Fincher fare questo tipo di film). Si parla di detective, giornalisti e compagnia cantando, non delle congiunture socio politiche americane degli anni settanta. Ed è proprio lo scandire ossessivo del tempo, che al contrario di te ho trovato molto apprezzabile, che serve a dare sin dai primi istanti il giusto ritmo alla narrazione ma soprattutto che contribuisce a conferire la giusta atmosfera di "ossessione diffusa". Il vignettista, da ingenuo e pacioso ex boy scout si trasforma in un uomo pedante, autolesionista, a tratti addirittura coraggioso, il cui unico senso della vita (bonolis ne sarebbe orgoglioso) è sapere di più del Killer, anche quando ormai più nessuno se ne interessa.
Evidentemente Fincher non è riuscito ad ossessionare anche te... pazienza..
a presto
a cura di
Lele
(inviato il 30/05/2007 @ 15:50:39)
Disclaimer L'indirizzo IP del mittente viene registrato, in ogni caso si raccomanda la buona educazione.
|