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a cura di Emanuele P. (del 02/02/2012 @ 15:38:27, in Al Cinema, linkato 40 volte)

Millennium – Uomini che odiano le donne
(The Girl with the Dragon Tattoo)
David Fincher, 2011 (USA), 160'
uscita italiana: 3 febbraio 2012
voto su C.C.

Primo episodio di Millennium, l'acclamata trilogia del fu Stieg Larsson, Uomini che odiano le donne introduce i personaggi di Mikael Blomkvist (Daniel Craig) giornalista specializzato in inchieste d'assalto e Lisbeth Salander (Rooney Mara) hacker sociopatica dall'innato talento investigativo. Per l'occasione i due si trovano ad indagare su un mistero vecchio di cinquantanni.

Qualche anno fa da queste pagine vi raccontavamo del primo, goffo, tentativo di proporre su celluloide il famigerato romanzo di Larsson. Il risultato era un film mediocre, tanto da far urlare (almeno internamente) allo scandalo venuti a conoscenza dell'idea di spremere per l'ennesima volta le opere dello scrittore svedese, che come molti colleghi ha visto la sua carriera decollare dopo una prematura dipartita. David Fincher riesce invece a dimostrare come un indiscutibile talento dietro la macchina da presa sostenuto da uno sceneggiatore capace (Steven Zaillan, nelle sale in questo periodo anche con Moneyball) può nobilitare qualsiasi storia, a maggior ragione se si tratta di una trama avvincente, con personaggi fortemente caratterizzati e l'oliato meccanismo del whodunit a garantire la giusta dose di suspense.
La consueta “mutazione” del titolo nella versione internazionale (The Girl with the Dragon Tattoo) stavolta sembra particolarmente adatta all'approccio che Fincher e colleghi hanno deciso di utilizzare: il centro della narrazione è infatti proprio la hacker tatuatissima piuttosto che gli svariati uomini con patologiche tendenze alla misoginia. Si tratta di una protagonista insolita, quasi anti-cinematografica, paradossalmente ben più capace di conquistare l'empatia dello spettatore rispetto all'eroe designato, Mikael. Oltre all'interessante caratterizzazione offerta dagli autori, buona parte del merito va senza dubbio a Rooney Mara, che interpreta magistralmente il personaggio facendo dimenticare presto le “versioni” precedenti – e candidandosi, tra l'altro, alla conquista di qualche premio.
Fincher rilegge l'opera di Larsson traducendola nel suo linguaggio personale: ogni personaggio è un paria, alla vana ricerca di un ruolo nella società e ancora prima alla ricerca del proprio equilibrio interiore; la cifra stilistica del regista di Fight Club e Seven (ma anche di The Social Network) si adatta infatti in modo molto efficace al romanzo, che dipinge una Svezia inaspettatamente eterogenea, dove ognuno sembra avere qualche demone contro cui lottare, dal vecchio Venger (notevole l'interpretazione di Christopher Plummer) sino all'ultimo dei suoi bizzarri parenti.
The Girl with the Dragon Tattoo è in ogni senso un'opera “originale”, diretta da un ottimo professionista del genere. Conquista sin dai primi istanti, quando viene svelata l'atmosfera che dominerà l'intera narrazione e riesce a non soffrire una durata senza dubbio “impegnativa”. L'inevitabile richiamo ai futuri capitoli della serie, che pende come una spada di Damocle sul finale, appare l'unica cosa fuori posto.
Nella nostra personale crociata contro l'abominio che stanno diventando i thriller, al cinema sempre più spesso trasformati in un inguardabile ibrido tra horror e paranormale, Fincher ci regala dunque una gioia. L'ennesima.
Garanzia.
 
a cura di Emanuele P. (del 27/01/2012 @ 15:10:52, in Al Cinema, linkato 82 volte)

L'arte di vincere
(Moneyball)
Bennet Miller, 2011 (USA), 126'
uscita italiana: 27 gennaio 2012
voto su C.C.

2001. Billy Beane (Brad Pitt), General Manager degli Oakland Athletics, vede la sua franchigia soccombere dopo una rocambolesca serie contro i ricchissimi New York Yankees. È la fine di un sogno durato un'intera stagione: confrontarsi, limitati da un budget risibile, con le storiche compagini del baseball professionistico americano con l'obbiettivo di vincere le ambite World Series. Dopo la delusione, tutti i principali talenti del roster vanno via, attirati da ingaggi faraonici che il buon Beane non potrà mai garantire. Convinto dell'impossibilità di gareggiare sul piano economico contro realtà consolidate da secoli di storia e primati, l'ambizioso Billy decide quindi di sposare le teorie di un giovane studente neo-laureato a Yale (Jonah Hill), secondo le quali è possibile costruire un team vincente basandosi solo su calcoli e statistiche.
L'intera storia di una delle discipline più popolari (e antiche) d'America rischia di essere rivoluzionata.

Ben pochi sport sono più indecifrabili del baseball. Persino quelli che, come chi scrive, sono patologicamente affascinati da qualsiasi evento sportivo (per lo sdegno dei radical-intellettuali) faticano ad appassionarsi guardandone un match in onda quasi per caso su una tv satellitare. Eppure Bennet Miller (Truman Capote- A sangue freddo) riesce a rendere le oltre due ore del suo Moneyball sorprendentemente coinvolgenti. Molti dei meriti vanno agli autori Stan Chervin, Steven Zaillan e Aaron Sorkin, in grado di trasporre l'omonimo romanzo di Michael Lewis con un magistrale “senso dello spettacolo”; alcuni personaggi e situazioni non rispettano fedelmente la realtà (il personaggio di Hill, Peter Brand, è di fatto una creazione degli sceneggiatori, ispirata ad alcuni collaboratori di Beane) ma l'essenza della storia, con tanto di estratti dalle vere radiocronache e filmati di repertorio, resta intatta.
Come viene ripetuto durante il film, è difficile non diventare romantici parlando di baseball, perché spesso si rivela metafora fedele delle vicissitudini di una vita. Presto si comprende che la crociata di Beane contro l'establishment della MLB (Major League Baseball) non è solo la conseguenza delle frustrazioni di un manager squattrinato, ma è motivata da ragioni ben più profonde e personali di quelle che si potrebbero credere. Da giovane, Billy rinunciò al college spinto dalle promesse degli scout di una franchigia MLB che lo prospettavano come un giocatore professionista dal brillante futuro, ma la sua carriera si rivelò un fallimento; è da questa cicatrice mai completamente sanata (con flashback a far capolino nella narrazione ogni volta che una nuova delusione si prospetta all'orizzonte) che nasce la fede, cieca, nei numeri e nelle statistiche piuttosto che nella capacità dei canuti esperti della sua squadra. In un momento significativo del film, Beane chiede a Brand come lo avrebbe valutato quando era un giovane della high school, ricevendo la conferma che i freddi numeri avrebbero predetto la sua carriera meglio del gruppo di scout “infallibili” che lo avevano giudicato. Invece di diventare un mediocre ex giocatore, con diploma e figlia a carico, sarebbe potuto essere un laureato a Stanford, forse un quarterback, con prospettive senza dubbio migliori. Ecco dunque, secondo Beane, il peccato originale del baseball a stelle e strisce: il basarsi sull'illusione dell'apparenza piuttosto che sulla sostanza delle percentuali – una rivoluzione copernicana che ha poi coinvolto l'intera MLB, convincendo anche i club più ricchi a modificare le loro strategie societarie.

Miller segue il suo protagonista sempre da vicino, evidenziandone umanità e debolezze, e Pitt gli risponde con una interpretazione convincente. Con qualche ruga in più, segno che gli anni passano per tutti, l'ex viso angelico del cinema hollywoodiano si dimostra perfetto per il ruolo, tutt'altro che banale (ne sarà lusingato il vero Billy Beane, a cui quelli del casting hanno fatto un bel favore...); anche la spalla, Jonah Hill, passa indenne dalle commedie demenziali al dramma, nonostante il suo personaggio sia rischiosamente al limite della caricatura.
Come i migliori film del genere, Moneyball utilizza il linguaggio dello sport per trasmettere un messaggio universale. Perché niente può raccontare meglio la vita di una stupida partita.
Romantico.
 
a cura di Emanuele P. (del 24/01/2012 @ 15:10:53, in Re per una notte, linkato 62 volte)

Quelli dell'Academy, combattendo come al solito contro il sonno (per motivi di fuso, le nomination vengono annunciate live all'alba losangelina) hanno annunciato i candidati per la ottantaquattresima edizione dei premi Oscar.
Tra i film spiccano l'exploit dell'ultima opera di Martin ScorseseHugo (con 11 nomination) e The Artist di Michel Hazanavicius (10). Seguono, con distacco, Moneyball e War Horse (6), The Descendants e The Girl with the Dragon Tattoo (5), Midnight in Paris e The Help (4).

Ecco l'elenco completo:

Best Picture

    "The Artist" 
    "The Descendants" 
    "Extremely Loud & Incredibly Close" 
    "The Help" 
    "Hugo" 
    "Midnight in Paris" 
    "Moneyball" 
    "The Tree of Life" 
    "War Horse"


Directing

    "The Artist" Michel Hazanavicius
    "The Descendants" Alexander Payne
    "Hugo" Martin Scorsese
    "Midnight in Paris" Woody Allen
    "The Tree of Life" Terrence Malick

Actor in a Leading Role

    Demián Bichir in "A Better Life"
    George Clooney in "The Descendants"
    Jean Dujardin in "The Artist"
    Gary Oldman in "Tinker Tailor Soldier Spy"
    Brad Pitt in "Moneyball"

Actor in a Supporting Role

    Kenneth Branagh in "My Week with Marilyn"
    Jonah Hill in "Moneyball"
    Nick Nolte in "Warrior"
    Christopher Plummer in "Beginners"
    Max von Sydow in "Extremely Loud & Incredibly Close"

Actress in a Leading Role

    Glenn Close in "Albert Nobbs"
    Viola Davis in "The Help"
    Rooney Mara in "The Girl with the Dragon Tattoo"
    Meryl Streep in "The Iron Lady"
    Michelle Williams in "My Week with Marilyn"

Actress in a Supporting Role

    Bérénice Bejo in "The Artist"
    Jessica Chastain in "The Help"
    Melissa McCarthy in "Bridesmaids"
    Janet McTeer in "Albert Nobbs"
    Octavia Spencer in "The Help"

Writing (Adapted Screenplay)

    "The Descendants" by Alexander Payne and Nat Faxon & Jim Rash
    "Hugo"  by John Logan
    "The Ides of March"  by George Clooney, Grant Heslov , Beau Willimon
    "Moneyball"  by Steven Zaillian and Aaron Sorkin  Story by Stan Chervin
    "Tinker Tailor Soldier Spy"  by Bridget O'Connor & Peter Straughan

Writing (Original Screenplay)

    "The Artist" by Michel Hazanavicius
    "Bridesmaids" by Annie Mumolo & Kristen Wiig
    "Margin Call" by J.C. Chandor
    "Midnight in Paris" by Woody Allen
    "A Separation"  by Asghar Farhadi ...

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a cura di Emanuele P. (del 24/01/2012 @ 14:57:24, in Anteprime, linkato 49 volte)

Paradiso amaro
(The Descendants)
Alexander Payne, 2011 (USA), 110'
uscita italiana: 17 febbraio 2012

Con la sua voce fuori campo, Matt King (George Clooney) ci tiene a mettere subito le cose in chiaro: al contrario di quanto si possa pensare, la vita alle Hawaii non è un sogno ad occhi aperti.
Più che nella povertà degli indigeni (suggerita durante le primissime scene), l'infelicità alla quale si riferisce Matt va ricercata nella sua tormentata vita personale. La moglie Elizabeth (Patricia Hastie), in coma irreversibile dopo un incidente, lo ha infatti lasciato per la prima volta da solo a confrontarsi con le loro due figlie (Shailene Woodley e Amara Miller) e con i resti di un matrimonio che non si rivela felice come sembrava – in agguato c'è persino un improbabile amante (Matthew Lillard) pronto a fare capolino.
Come non bastasse, anche la vita lavorativa di Matt è piuttosto complicata. Erede, insieme ad una brigata di bizzarri cugini, di un enorme terreno a Kauai, dovrà infatti decidere a quale squalo dell'edilizia concedere il diritto di violentare quel paradiso.

Il lavoro di Alexander Payne è meno semplice di quanto possa apparire da questa breve sinossi. La storia, tratta dal racconto di Kaui Hart Hemmings, nasconde infatti numerose trappole, pronte a catapultare il film dritto tra le braccia della banalità melodrammatica. Il regista di Sideways dimostra tutto il suo talento proprio disinnescandole con cautela, una ad una, con una serie di intuizioni brillanti e l'aiuto di un cast perfetto – merita una menzione l'interpretazione di Shailene Woodley, forse l'adolescente ribelle più convincente dell'intera stagione cinematografica.
L'ambientazione è sicuramente il primo e più importante espediente che impedisce alla pellicola di prendere strade sbagliate. Si tratta di un mix tra situazioni grottesche e iperrealismo, fotografato in modo esemplare dalla sequenza nella quale Clooney, appena venuto a conoscenza dell'infedeltà della moglie, corre goffamente verso l'abitazione di una coppia di amici, non prima di aver indossato delle rumorosissime ciabatte. L'imprevedibile cielo hawaiano riassume la cifra dell'intero film, perennemente in balia di svolgimenti improbabili e situazioni paradossali. Payne, invece di guidare lo spettatore sul consueto tracciato del genere, ci lascia liberi di seguire ognuna delle piccole “sottotrame” che caratterizzano la personale odissea della famiglia King, dove non è strano incontrare una bambina che dice oscenità o un nonno (Robert Forster) pronto a tirare un pugno ad uno sconosciuto che offende la moglie. Lo sconosciuto in realtà è Sid (Nick Krause) un “imbucato” nel viaggio dei King tra le isole hawaiane alla ricerca della felicità smarrita, ragazzotto non particolarmente sveglio che oltre a rappresentare lo spunto per qualche momento di pura comicità, si rivela ben più maturo di quanto non suggerisca l'apparenza. Lo stesso Matt King è l'opposto dell'eroe hollywoodiano che ci aspetteremmo di vedere in questo genere di pellicola: sempre indeciso o sorpreso, un po' codardo, persino egoista. Eppure riesce a suscitare nello spettatore una naturale empatia, soprattutto grazie all'innegabile fascino di un Clooney ormai nel pieno della maturità artistica. È proprio l'ex medico di ER ad assicurare a Payne un film inaspettatamente (viste le tematiche trattate) “leggero”: anche nei momenti più delicati basta una sua inquadratura per dissolvere i più temibili cliché del melodramma.

Col passare del tempo gli enormi interessi dietro la possibile vendita del terreno di famiglia mettono in mostra il vero volto del branco di cugini che Matt deve affrontare. Dietro sorrisi amichevoli e camicie fiorate ognuno di loro nasconde una natura tutt'altro che accomodante (in particolare, godetevi il cugino Hugh, Beau Bridges); come ricorda la voce fuori campo, troppo invadente nei primi minuti della pellicola, si tratta dell'ennesimo modo per confermare una assioma indubitabile: anche il paradiso, se lo guardi più da vicino, è pieno di problemi.
 
a cura di Emanuele P. (del 16/01/2012 @ 14:15:35, in Re per una notte, linkato 40 volte)

Sono stati resi noti, nella nottata italiana, i vincitori dell'ultima edizione dei Golden Globe Awards.
Ecco la lista completa:

Best Motion Picture - Drama
The Descendants

Best Performance by an Actress in a Motion Picture - Drama
Meryl Streep – Iron Lady

Best Performance by an Actor in a Motion Picture - Drama
George Clooney – The Descendants

Best Motion Picture - Comedy Or Musical
The Artist

Best Performance by an Actress in a Motion Picture - Comedy Or Musical
Michelle Williams – My Week With Marilyn

Best Performance by an Actor in a Motion Picture - Comedy Or Musical
Jean Dujardin – The Artist

Best Director - Motion Picture
Martin Scorsese – Hugo

Best Screenplay - Motion Picture
Woody Allen - Midnight In Paris

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a cura di Emanuele P. (del 01/01/2012 @ 12:19:02, in Contenuti Speciali, linkato 150 volte)
Come da tradizione, ecco la summa delle nostre recensioni sui film usciti nelle sale italiane durante l'anno che sta finendo. Vi auguriamo un Buon Natale e uno spettacolare 2012.
I voti sono quelli segnalati sulla Cineblogger Connection.

 Il cigno nero

 Carnage

 Midnight in Paris

 Singolarità di una ragazza bionda

 Enter the Void...

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a cura di Emanuele P. (del 19/12/2011 @ 12:00:04, in Al Cinema, linkato 370 volte)

Le Idi di marzo
(The Ides of March)
George Clooney, 2011 (USA), 101'
uscita italiana: 16 dicembre 2011
voto su C.C.

Ammettiamolo: passata un po' di sbornia da yeswecan chi è che non vorrebbe vedere George Clooney come candidato dei democratici alle presidenziali americane; a maggior ragione trattandosi di un Clooney particolarmente “di sinistra” con qualche idea da visionario ed il solito carisma magnetico. È proprio l'ex villeggiante lariano ad avverare i nostri sogni (almeno su celluloide) nel suo ultimo film da regista-interprete, trasformandosi in Mike Morris, candidato in lotta sul filo dei voti con un agguerrito rivale ben meno affascinante (Michael Mantell) per la nomination democratica. Dietro questi due totem si muovono altrettanti panciuti burattinai d'eccezione: si tratta di Philip Seymour Hoffmann e Paul Giamatti, al servizio rispettivamente di Morris e del suo rivale, pronti a tutto pur di far trionfare il loro “cavallo”. Ma il vero protagonista del film, a dispetto delle apparenze, è la nuova speranza del cinema americano (simil-indipendente) Ryan Gosling, che interpreta un brillante consulente per i media della campagna pro-Morris, combattuto tra qualche dilemma etico e l'avvenente mascella di Evan Rachel Woods. Attenzione, perché il “thriller” politico è dietro l'angolo.

Tratto da una piece teatrale (Farraguth North, di Beau Willimon, co-autore della sceneggiatura con Grant Heslov e lo stesso regista) The Ides of March è un film piacevole, ben scritto e soprattutto magistralmente interpretato. Clooney si conferma infatti un validissimo “direttore di attori”: nella sua regia un'espressione o un gesto sono sempre enfatizzati più di un superfluo movimento di camera; anzi spesso è proprio il protagonista della scena a “determinarne” la cifra stilistica, come nell'emblematica sequenza in cui P.S. Hoffmann viene liquidato.
L'ottimo cast messo a disposizione dalla macchina produttiva del film (dove c'è persino la longa manus di Di Caprio), straripante di attori notoriamente “impegnati” ben lieti di partecipare all'happening cinematografico più radical-chic della stagione, è dunque valorizzato dalle scelte del Clooney regista, che pare particolarmente a suo agio nel raccontare con gran ritmo ed un occhio attento alla suspense questa storia ricca di tradimenti e svolte inaspettate. Dietro la trama si nasconde una morale un po' demagogica, con la nostra famigerata antipolitica che sembra far capolino anche oltreoceano. Persino l'amato George può dimostrarsi in privato ben diverso dal superuomo che appare, in stile Warhol, sui manifesti.
Intrattenimento intellettualmente accettabile.
 
a cura di Emanuele P. (del 16/12/2011 @ 13:53:27, in Re per una notte, linkato 132 volte)

Ecco l'elenco completo dei nominati per l'edizione 2012 dei Golden Globe Awards, il premio assegnato dalla Hollywood Foreign Press Association. La cerimonia si terrà il 15 gennaio.

Best motion picture, drama
The Descendants
The Help
Hugo
The Ides of March
Moneyball
War Horse

Best motion picture, musical or comedy
50/50
The Artist
Bridesmaids
Midnight in Paris
My Week with Marilyn

Best director
Woody Allen, Midnight in Paris
George Clooney, The Ides of March
Michel Hazanavicius, The Artist
Alexander Payne, The Descendants
Martin Scorsese, Hugo

Best actress in a motion picture, drama
Glenn Close, Albert Nobbs
Viola Davis, The Help
Rooney Mara, The Girl with the Dragon Tattoo
Meryl Streep, The Iron Lady
Tilda Swinton, We Need to Talk About Kevin

Best actor in a motion picture, drama
George Clooney, The Descendants
Leonardo DiCaprio, J Edgar
Michael Fassbender, Shame
Ryan Gosling, The Ides of March
Brad Pitt, Moneyball

Best performance by an actor in a musical or comedy
Jean Dujardin, The Artist
Brendan Gleeson, The Guard
Joseph Gordon-Levitt, 50/50
Ryan Gosling, Crazy, Stupid, Love.
Owen Wilson, Midnight in Paris

Best performance by an actress in a musical or comedy
Jodie Foster, Carnage
Charlize Theron, Young Adult
Kristen Wiig, Bridesmaids
Michelle Williams, My Week with Marilyn
Kate Winslet, Carnage...

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a cura di Emanuele P. (del 15/12/2011 @ 19:13:14, in Al Cinema, linkato 187 volte)

Enter the Void
(Enter the Void)
Gaspar Noé, 2009 (Canada, Francia, Germania, Italia), 154'
uscita italiana: 9 dicembre 2011
voto su C.C.

Oscar (Nathaniel Brown), in fuga da un passato spiacevole, sopravvive a Tokyo spacciando stupefacenti. È persino riuscito a mettere da parte abbastanza da acquistare un biglietto per il Giappone anche per l'adorata sorella Linda (Paz de la Huerta), alla quale è legato da un rapporto profondissimo e piuttosto ambiguo. Durante una retata della polizia il giovane dovrà però confrontarsi con la principale incognita del mestiere: una pallottola in pieno petto.

Prendete l'adorabile Lost in Translation e guardatelo, in loop, persi tra i fumi dell'alcol e provvisti di acidi d'ogni genere. Dopo qualche giorno forse sarete pronti per l'ultima opera di Gaspar Noé (reso già famigerato da Irreversible): un trip, una peculiare indagine su ciò che c'è dopo la morte, arricchita da luci stroboscopiche, arditi movimenti di camera e qualsiasi orpello narrativo in grado di far storcere il naso al bacchettone di turno.
Il cineasta argentino ci rivela sin dai primi minuti della pellicola quello che sarà il menù per i successivi centocinquanta: si tratta dell'approssimativa sinossi che l'arruffato Alex (unico personaggio lontanamente “normale” dell'intero film, interpretato da Cyril Roy) propone ad Oscar circa il contenuto del Libro Tibetano dei Morti. Infatti, dopo la lunga introduzione nella quale la camera mutua fedelmente il punto di vista del protagonista, possiamo assistere alla sua morte ed all'inizio di un interminabile viaggio che rispetta con rigore sorprendente ognuna delle tappe descritte nel Libro. Lo “spirito” di Oscar vaga su una Tokyo perennemente notturna, fluttua tra sottilissime pareti abbagliata dagli immancabili neon che dominano lo skyline, spia tutte le reazioni alla sua tragica dipartita, con il distacco e l'assenza di empatia che solo uno stato di completa separazione dalla vita possono giustificare. Questa è la ragione per cui la crudezza di numerose sequenze diventa artisticamente “accettabile”: non si tratta di semplici provocazioni (o almeno così vogliamo credere), piuttosto di un modo estremamente diretto per rendere evidente il distacco dal mondo terreno che succede alla morte e dipingere così con brusche pennellate un limbo in cui le emozioni ed i sentimenti non esistono, un punto d'osservazione asettico, quasi “clinico”, dal quale si assiste senza alcun coinvolgimento alle vicissitudini degli altri, i superstiti.
Come prescritto dal Libro, Oscar può quindi rivivere tutta la sua vita (e noi con lui), segnata dall'incidente d'auto nel quale morirono i genitori. Questo ricordo, che irrompe provocando inevitabilmente un sobbalzo, è l'unico in grado di risvegliare dal torpore metafisico che caratterizza tutta la narrazione: pur facendo di nuovo capolino sin troppo spesso durante il resto del film, mantiene buona parte del suo impatto proprio perché si tratta del solo momento in cui il protagonista (o ciò che ne resta) sembra provare un reale coinvolgimento per quello a cui assiste. Nonostante tutto, l'amore divenuto quasi patologico che lega Oscar alla sorella gli rende impossibile allontanarsi definitivamente dalla vita, ed ecco che l'ultima parte del viaggio può avere inizio: un bad trip, interminabile incubo funestato da tutte le più terribili paure del ragazzo, al termine del quale potrà finalmente tornare, reincarnandosi, al fianco di Linda.

Lasciando da parte gli innumerevoli indizi di complessi e forzature sparsi nella trama, sicuramente tali da incuriosire parecchio Freud, non si può fare a meno di ammirare l'intento di Noé e cercare di comprendere quell'imperativo che lo spinge a sfruttare il suo medium in un modo inconsueto, mai banale – ciò è evidente sin dai titoli di testa, che meritano di essere visti anche da chi poi abbandonerà la sala, maledicendo il regista. Questa ricerca in diverse occasioni tradisce l'autore, così come altri rappresentanti tra i più apprezzati registi “d'avanguardia” (von Trier, Aronofsky), perché li stimola a cercare la provocazione ad ogni costo, quasi sentissero il dovere di tener fede al motto
épater le bourgeois tanto caro a Baudelaire. Si tratta di un costo che però un cinefilo deve essere disposto a pagare, pur di trovarsi di fronte ad un'opera che tenti di comunicare qualcosa, ed in un modo insolito.
Noé, che dice di avere in Kubrick il suo punto di riferimento, è stato omaggiato di illustri paragoni con il Maestro per la sequenza finale di questo
Enter the Void (si parla addirittura di 2001); guardandoci bene dal bestemmiare, suggeriamo invece di trovare proprio in una risposta di Kubrick un ottimo scudo per la pioggia di critiche ricevute: “in ogni mio film c'è una quantità di verità sicuramente sufficiente a scandalizzare qualcuno”.
Esperienza.
 
 
a cura di Emanuele P. (del 24/11/2011 @ 13:13:55, in Anteprime, linkato 267 volte)

Midnight in Paris
(Midnight in Paris)
Woody Allen, 2011 (Spagna, USA), 94'
uscita italiana: 2 dicembre 2011
voto su C.C.

Gil Pender (Owen Wilson), sceneggiatore di successo, giunge a Parigi insieme alla promessa sposa Inez (Rachel McAdams) ed ai futuri suoceri (Mimi Kennedy, Kurt Fuller). Tutto sembra procedere normalmente finché una notte, dopo aver bevuto qualche bicchiere di troppo, Gil inizia a vagabondare tra le incantevoli viuzze parigine. Quando le campane di una chiesa scandiscono la mezzanotte una Peugeot degli anni Venti si ferma per dargli un passaggio: si tratta di un viaggio nel tempo che cambierà la sua vita.

Come spesso gli è accaduto nella sua decennale carriera, Woody Allen sembra divertirsi a celare tra numerose produzioni di nicchia (talvolta persino mediocri) dei veri e propri gioielli. Lasciata finalmente quella Gran Bretagna che, Match Point a parte, sembra non essere una Musa sufficientemente stimolante per il cineasta americano, Allen trova a Parigi la brillantezza dei vecchi tempi, divertendosi con una storia che sembra scritta apposta per raccontarci di uno dei suoi sogni più irrealizzabili. Pender soffre di quella che il pedante “amico” della fidanzata, Paul (personaggio irresistibile, interpretato da Micheal Sheen) definisce come la Golden Age Syndrome: è cioè incapace di confrontarsi con il presente, convinto che in una dorata epoca precedente la sua vita sarebbe stata migliore. Quando la magia della mezzanotte parigina traghetta Gil nel suo mondo ideale (gli anni '20) tutto diventa perfetto. Può andare alle feste dei Fitzgerald, parlare con Hemingway di narrativa, guerra e donne, far giudicare il suo manoscritto (manco a dirlo, ambientato in un Nostalgia Shop) da Gertrude Stein e soprattutto può conoscere l'affascinante Adriana (Marion Cotillard), già amante di Picasso e Modigliani, il suo ideale di donna, diversa com'è dalla fidanzata Rachel (viziata, materialista, egocentrica).
La Peugeot che diventa “macchina del tempo” è un espediente formidabile col quale Allen si concede di esplorare un mondo del quale (sospettiamo) avrebbe voluto far parte: ne conosce ogni personaggio, ogni location, ogni canzone e ce le propone con una passione viscerale, sempre evidente durante tutta la narrazione. Diventa impossibile non immedesimarsi in Gil Pender da Pasadena, capo scout che non ha finito il corso di letteratura al college, a cui viene magicamente donata l'occasione di confrontarsi con Hemingway, Fitzgerald e T.S. Eliot, o persino consentito di suggerire la trama per un nuovo film (L'angelo sterminatore) al giovane Buñuel pur di far colpo su una bella ragazza – sembra quasi di rivedere Troisi che prova a conquistare una giovane del Rinascimento appropriandosi delle canzoni di Lennon e Modugno. Così l'intero film diviene anche spunto per mostrarci, alla maniera di Allen, tutta una serie di personaggi dei quali, quando va bene, conosciamo soltanto il nome: con la “scusa” dei patemi romantici che affliggono il nostro eroe ci viene somministrata una dose omeopatica di cultura del primo Novecento, non priva di qualche caricatura esilarante – assolutamente da segnalare quella di Salvador Dalì, a cui presta i lineamenti Adrien Brody.
Come ogni sogno, anche quello di Pender è destinato a finire. E come ogni buona favola anche questa ha la sua morale pronta a fare capolino tra le righe del finale. Nelle ultime scene, a rassicurarci più d'ogni altra cosa, c'è però il sorriso di Gabrielle (Léa Seydoux): sembra fare il paio con quello, dello stesso Allen, che concludeva Manhattan trentanni fa. Perché dimostra che, tutto sommato, ci è ancora concesso di guardare al passato con un po' di nostalgia. Soprattutto se si tratta di un passato che non abbiamo vissuto.
Godibile.

«Wow! I don't know what it is about this city!
It's like, I've got to write a note to the Chamber of Commerce.»
 


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