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a cura di Emanuele P. (del 08/03/2010 @ 12:20:31, in Re per una notte, linkato 35 volte)

Con la premiazione di stanotte si è conclusa l'annuale consegna degli Oscar (82esima edizione), che pare aver vendicato in modo fin troppo evidente Kathryn Bigelow e il suo The Hurt Locker, che distrugge (grazie al cielo) ogni proposito di conquista dell'iper-sopravvalutato Avatar. Per la prima volta è il film di una donna a dominare la kermesse (6 statuette pelate su 9 nominations, vittoria in tutte le categorie che contano veramente), peccato che non la pensino allo stesso modo i distributori nostrani: il film (come già Redacted di Brian De Palma) è in anteprima solo su SKY.
Noi speravamo, ovviamente, che Tarantino in qualche modo potesse trionfare in almeno un paio delle categorie nelle quali il suo Inglorious Basterds era accreditato, ma ci accontentiamo di una meritatissima vittoria: quella dello straordinario Christoph Waltz. Come da programma trionfano anche Jeff Bridges e Sandra Bullock; tra i film oltre agli già citati The Hurt Locker (6) e Avatar (3), premiati Precious (2), Crazy Heart (2) ed Up (2).

Ecco l'elenco completo dei vincitori:

Best Picture
“The Hurt Locker”

Directing
“The Hurt Locker” Kathryn Bigelow

Writing (Adapted Screenplay)
“Precious: Based on the Novel ‘Push’ by Sapphire” Screenplay by Geoffrey Fletcher
  
Writing (Original Screenplay)
“The Hurt Locker” Written by Mark Boal

Actor in a Leading Role
Jeff Bridges in “Crazy Heart”
 
Actor in a Supporting Role
Christoph Waltz in “Inglourious Basterds”

Actress in a Leading Role
Sandra Bullock in “The Blind Side”
 
Actress in a Supporting Role
Mo’Nique in “Precious: Based on the Novel ‘Push’ by Sapphire”...

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a cura di Emanuele P. (del 06/03/2010 @ 12:39:37, in Al Cinema, linkato 75 volte)

Revanche – Ti ucciderò
(Revanche)
Götz Spielmann, 2008 (Austria), 121'
uscita italiana: 5 marzo 2010
voto su C.C.  

Nell'Austria dei nostri giorni si intrecciano drammaticamente le vite di due coppie agli antipodi. La prima, che ci viene mostrata in apertura con tanto di meraviglioso scorcio bucolico, è composta da un fin troppo zelante poliziotto di provincia (Andreas Lust) e dalla sua annoiata consorte (Ursula Strauss), angustiata da una maternità che ormai rischia di allontanarsi definitivamente (lui è sterile, lei invecchia ed ha già subito un aborto spontaneo); la seconda coppia sopravvive invece nella periferia di una Vienna fredda e disumanizzata, in un bordello nel quale lavora da tuttofare l'ingenuo Alex (Johannes Krisch), innamorato di una ragazza ucraina (Irina Potapenko) che lo ricambia clandestinamente. Le due strade s'incontrano a metà, di fronte ad una piccola banca di paese nella quale Alex tenta di portare a termine una goffa rapina “perfetta” per salvare il futuro della sua dama in pericolo, ma l'esito sarà così insospettabilmente tragico da costringerlo ad un forzato esilio in campagna, dove bramare propositi di vendetta (la revanche del titolo originale).

L'austriaco Götz Spielmann, che firma sceneggiatura e regia, dimostra una più che discreta capacità di cristallizzare le emozioni in questo suo racconto morale (la buon'anima di Rohmer ci scuserà), più favola che thriller o noir. L'evoluzione della storia infatti sorprende con l'abbandono repentino e assolutamente apprezzabile della realtà descritta con acume nella prima parte del film – degrado, indignazione, passione, persino speranza – sostituita con la dimensione fiabesca dell'ultima ora, nella quale assistiamo ad un sistematico e costante arrovellarsi del povero Alex, che la città ha reso un aspirante delinquente – come gli rinfaccia il vetusto ed arzillo nonno (Johannes Thanheiser) – non “abbastanza duro” da diventarlo realmente. Il caso lo pone di fronte all'assassino della sua amata Tamara, arma la sua mano per la prima vera volta (persino la rapina era stata compiuta con una pistola scarica), ma non riesce a cambiare la sua indole innata, a convincere la sua sonnacchiosa, ma presente, coscienza.
Il film, molto ben interpretato, dura purtroppo qualche minuto in più del necessario, quando Spielmann, sino a quel momento impeccabile anche se un po' troppo accademico – ci tiene a lasciare una sua firma esitando a lungo su scenari inanimati – pretende che dopo il significativo confronto tra i due disgraziati, a loro modo ugualmente colpevoli, ci sia anche un successivo momento chiarificatore superfluo e innaturale. La favola morale raccontata nel suo Revanche avrebbe potuto concludersi proprio pochi minuti prima, completando il proverbiale cerchio con la stessa sequenza dell'enigmatico prologo: la metafora dello specchio d'acqua che ritorna inevitabilmente al suo stato di quiete dopo che un oggetto (una allegorica pistola, come avremo modo di scoprire) ne aveva increspato la superficie generando tante piccole onde. Perché, alla fine, tutto ritorna ad una forzata normalità.
 
a cura di Emanuele P. (del 02/03/2010 @ 11:47:03, in Frames, linkato 114 volte)

Piano sequenza dal film:

La damigella d'onore
(La demoiselle d'honneur)
Claude Chabrol, Francia (2004), 110'

Un'altra straordinaria sequenza per la nostra collezione, da uno dei Maestri della Nouvelle Vague.

 
a cura di Emanuele P. (del 12/02/2010 @ 11:22:08, in Al Cinema, linkato 283 volte)

Amabili resti
(The Lovely Bones)
Peter Jackson, 2009 (Usa, Gran Bretagna, Australia), 135'
uscita italiana: 12 febbraio 2010
voto su C.C.

Una ragazzina di quattordici anni (Saoirse Ronan) viene uccisa dall'inquietante vicino (Stanley Tucci) che colleziona case per le bambole e omicidi rituali. La faccenda, come intuibile, sconvolge i genitori (Mark Wahlberg e Rachel Weisz), la sorella più piccola (Rose McIver), il fidanzatino in pectore (Reece Ritchie), persino la nonna alcolizzata (Susan Sarandon); ma gli amabili resti dalla povera vittima costituiranno un motore immobile per nuovi e più saldi legami tra i sopravvissuti alla tragedia.

La prima cosa che salta all'occhio, guardando il nuovo film di Peter Jackson, è la improbabile pettinatura sfoggiata da Wahlberg (quasi una citazione del temibile caschetto di Bardem in No Country for Old Men), la seconda, un po' meno superficiale, è che il regista neozelandese reso celeberrimo dalla saga de Il Signore degli Anelli sembra incapace di confrontarsi con la realtà. The Lovely Bones è infatti perfetto sino a quando Jackson può affrescare con una abilità che non ha paragoni nel cinema contemporaneo (forse solo Burton e pochissimi altri) il limbo nel quale resta intrappolata la povera Susie, caratterizzato da meravigliose intuizioni, colori sgargianti, un vero paradiso di armonia e delicatezza degno di un ottimo dipinto fantasy in pieno mood anni settanta; poi, purtroppo, il regista deve farsi carico di raccontare l'altra parte della storia, quella ambientata nel crudo mondo reale. E lì fallisce, complici le sue due consuete sodali (Fran Walsh, Philippa Boyens), perché prima prova a rendere più “soft” il romanzo da cui è tratta la sceneggiatura (The Lovely Bones di Alice Sebold) quindi finisce col trasformare il mondo in cui vivono gli affranti parenti della vittima nella grottesca parodia di un film per teenager: una sorta di Ghost con protagonisti in miniatura.
Va detto che il film risulta comunque piacevole (anche se troppo lungo) e sicuramente ben diretto da Jackson, che in più di una occasione dimostra un approccio alle scene inconsueto o stilisticamente impeccabile – da segnalare la didascalica sequenza ambientata in casa del serial killer che ha come protagonista Rose McIver e il gioco di proporzioni e prospettive durante l'interrogatorio al disgustoso Tucci attraverso una casa delle bambole; diviene però evidente che questo stesso talento immaginifico si trasforma in un insormontabile ostacolo di fronte alla necessità di affrontare, con gli occhi ben aperti, la spiacevole realtà.
Incompiuto.
 
a cura di Emanuele P. (del 06/02/2010 @ 19:23:43, in Al Cinema, linkato 351 volte)

 An Education
(An Education)
Lone Scherfig, 2009 (Gran Bretagna), 100'
uscita italiana: 5 febbraio 2010
voto su C.C.

Nick Hornby aveva un debito nei confronti del Cinema dall'epoca in cui dette in pasto ad Hugh Grant il suo About a boy e pare che finalmente l'ottimo autore inglese si sia deciso ad onorarlo, adattando con grande intelligenza il memoir di Lynn Barber, An Education. Ambientata nei primi anni sessanta, è la storia di una sedicenne (interpretata magistralmente da Carey Mulligan) che sembra avere come unico obbiettivo nella vita la proverbiale ammissione ad Oxford fin quando non diviene vittima (più o meno consapevole) delle attenzioni di un uomo molto più anziano di lei (Peter Sarsgaard), un terremoto che crepa il suo grigio ma sino a quel momento granitico futuro.

Nonostante il soggetto complesso (c'è forte la sensazione che, moralismo gratuito a parte, molto di ciò che vediamo sia terribilmente “sbagliato”) la regista danese Lone Scherfig riesce a mettere in scena con grande delicatezza e sottile humor le disavventure vissute dalla capacissima Carey Mulligan; tutto il film ha infatti come fulcro la perfetta interpretazione della ventiquattrenne inglese (già nelle sale in questa stagione con Public Enemies e Brothers e destinata ad un più che discreto futuro nell'entourage della Hollywood pseudo-indipendente) che al tempo stesso si dimostra incredibilmente ingenua ma brillante e colta, imprigionata nella vita tutta conformismo e savoir-faire che i genitori (Alfred Molina e Cara Seymour) hanno costruito per lei. È perciò dirompente l'ingresso in questo mondo definito e “britannico” per definizione del playboy quarantenne, truffatore di professione, che frequenta i night club più esclusivi, accompagna la ragazza al cinema e ai concerti, le fa persino visitare l'amata Francia per la prima volta – nonostante il padre guardi con disprezzo ed addirittura terrore il Continente.
Solo grazie all'ispirata vena di Hornby la storia riesce ad essere, nonostante tutto, divertente e “leggera” nelle giuste proporzioni, lasciando allo spettatore il compito di interpretare ciò che vede. Manca infatti quel giudizio morale che avrebbe contraddistinto un registro più serioso (ma non più efficace) così come in parte manca la tanto temuta redenzione che avrebbe privato l'intera storia di tutto il suo significato.
An Education sembra essere l'ennesima dimostrazione che una ottima sceneggiatura ed attori in parte siano più che sufficienti a supportare una regia al più accademica; purtroppo si tratta di ciò che manca nella maggior parte dei casi quando si parla dell'amato Cinema nostrano.
 
a cura di Emanuele P. (del 02/02/2010 @ 16:55:29, in Re per una notte, linkato 254 volte)

Sono state rese note oggi le nomination per i premi Oscar, che verranno assegnati il 7 marzo.
Senza troppe sorprese, Avatar raccoglie il maggior numero di preferenze (9) così come l'apprezzato The Hurt Locker; ben 8 le nomination ai Bastardi senza gloria di Tarantino che distanziano Up in the air (6), Precious (6) e Up (5). Sorprendono invece, positivamente, le 4 assegnate a District 9 e quella per miglior film a The Blind Side.
L'Italia sarà rappresentata dal padovano Alessandro Camon, co-autore della sceneggiatura della pellicola The Messenger.

Ecco l'elenco completo delle nomination.

Best Picture

“Avatar”
“The Blind Side”
“District 9”
“An Education”
“The Hurt Locker”
“Inglourious Basterds”
“Precious: Based on the Novel ‘Push’ by Sapphire”     
“A Serious Man”    
“Up”    
"Up in the Air”


Directing

“Avatar” James Cameron
“The Hurt Locker” Kathryn Bigelow
“Inglourious Basterds” Quentin Tarantino
“Precious: Based on the Novel ‘Push’ by Sapphire” Lee Daniels
“Up in the Air” Jason Reitman


Actor in a Leading Role

Jeff Bridges in “Crazy Heart”
George Clooney in “Up in the Air”
Colin Firth in “A Single Man”
Morgan Freeman in “Invictus”
Jeremy Renner in “The Hurt Locker”


Actor in a Supporting Role

Matt Damon in “Invictus”
Woody Harrelson in “The Messenger”
Christopher Plummer in “The Last Station”
Stanley Tucci in “The Lovely Bones”
Christoph Waltz in “Inglourious Basterds”


Actress in a Leading Role

Sandra Bullock in “The Blind Side”
Helen Mirren in “The Last Station”
Carey Mulligan in “An Education”
Gabourey Sidibe in “Precious: Based on the Novel ‘Push’ by Sapphire”
Meryl Streep in “Julie & Julia”


Actress in a Supporting Role

Penélope Cruz in “Nine”
Vera Farmiga in “Up in the Air”
Maggie Gyllenhaal in “Crazy Heart”
Anna Kendrick in “Up in the Air”
Mo’Nique in “Precious: Based on the Novel ‘Push’ by Sapphire"


Writing (Adapted Screenplay)

“District 9” Written by Neill Blomkamp and Terri Tatchell
“An Education” Screenplay by Nick Hornby
“In the Loop” Screenplay by Jesse Armstrong, Simon Blackwell, Armando Iannucci, Tony Roche
“Precious: Based on the Novel ‘Push’ by Sapphire” Screenplay by Geoffrey Fletcher
“Up in the Air” Screenplay by Jason Reitman and Sheldon Turner


Writing (Original Screenplay)

“The Hurt Locker” Written by Mark Boal
 “Inglourious Basterds” Written by Quentin Tarantino
“The Messenger” Written by Alessandro Camon & Oren Moverman
“A Serious Man” Written by Joel Coen & Ethan Coen
“Up” Screenplay by Bob Peterson, Pete Docter, Story by Pete Docter, Bob Peterson, Tom McCarthy...

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a cura di Emanuele P. (del 30/01/2010 @ 11:27:02, in Anteprime, linkato 227 volte)

Brevi interviste con uomini schifosi
(Brief Interviews with Hideous Men)
John Krasinsky, 2008 (Usa), 80’
 
Temevo questo momento. Il giorno in cui un giovane e supponente “autore” del cinema americano, probabilmente indipendente, avrebbe proposto nel pieno di un acceso brainstorming qualcosa tipo “ideona! che ne dite di un bel film tratto dai racconti di David Foster Wallace?”.
La brillante idea (considerata tale solo dai pochi incapaci di apprezzare l’assoluta genialità di DFW) è venuta a mr John Krasinsky , un attorucolo alla prima da regista, forse conosciuto per il serial tv The Office nel quale mostra da numerose stagioni il suo enorme faccione tipicamente americano.
La scelta di Brief Interviews with Hideous Men come raccolta di racconti dai quali trarre un film, mette in luce la presenza di un vero e proprio masochismo latente nelle intenzioni del povero Krasinsky, che si ritrova fra le mani un insieme confuso ed eterogeneo di istantanee sul mondo maschile (raccolte più o meno sapientemente da Wallace sotto forma di questionario), prive di un comun denominatore diverso dalla spregevolezza innata del nostro genere. Per questo il giovane americano si affanna a costruire un ipotetico fil rouge tra i vari episodi, rappresentato dall’approccio non convenzionale di una ragazza (Julianne Nicholson) ad una ricerca accademica sul femminismo, e si concede la licenza di inventare ulteriori “interviste” non presenti nella raccolta originale. Infine, con un tocco di egocentrismo che non passa inosservato, si ritaglia un personaggio cruciale nello sviluppo degli eventi (il protagonista della B.I. #20, vero e proprio capolavoro di DFW), interpretando da par suo quello che nelle intenzioni avrebbe dovuto essere l’illuminante finale della pellicola.
Ne esce però fuori solo uno sconclusionato ed a tratti estenuante susseguirsi di individui disgustosi, che perde ogni significato con la sua trasposizione cinematografica; nonostante Krasinsky provi ad utilizzare un paio di scaltre trovate stilistiche per ravvivare la narrazione (il momento migliore del film è probabilmente il segmento in “finto-flashback” nel quale recita Christopher Meloni) diventa evidente la fatica fatta per riempire gli ottanta minuti di pellicola. Alcune delle B.I. scelte non hanno alcuna attinenza con la storia, altre vengono proposte in modo così pedissequo ed approssimativo da divenire solo noiose; persino il fulcro di tutta la raccolta di Wallace, la già citata B.I. #20, viene svilita da una contestualizzazione discutibile e pretenziosa.
Krasinsky non omaggia DFW, si limita a scimmiottare i suoi personaggi o ad “adattarli” alla sciagurata logica della sceneggiatura che ha concepito, e paradossalmente (ma non tanto, a pensarci bene) riesce ad essere lontanamente brillante solo nelle sequenze originali, quelle scritte appositamente per il cinema. Speriamo lo abbia capito anche lui.
Oltraggioso.
 
a cura di Emanuele P. (del 26/01/2010 @ 13:50:11, in Re per una notte, linkato 246 volte)

Assegnati come ogni anno i premi dell'associazione nazionale dei critici americani: si tratta di un vero e proprio plebiscito per The Hurt Locker di Kathryn Bigelow, film molto apprezzato tra gli addetti ai lavori ma destinato a restare senza celebrazioni mondane - ben poco interesserà all'autrice, aggiungiamo.

Ecco l'elenco dei premi:

Best Picture:
The Hurt Locker

Best Foreign-Language Film:
Summer Hours - L'heure d'été (France)

Best Non-Fiction Film:
The Beaches of Agnes

Best Director:
Kathryn Bigelow, The Hurt Locker

Best Actor:
Jeremy Renner, The Hurt Locker

Best Actress:
Yolande Moreau, Seraphine

Best Supporting Actor (parimerito):
Christoph Waltz, Inglourious Basterds, and Paul Schneider, Bright Star

Best Supporting Actress:
Mo’Nique, Precious: Based on the novel ‘Push’ by Sapphire

Best Screenplay:
Joel and Ethan Coen, A Serious Man

Best Cinematography:
Christian Berger, The White Ribbon

Best Production Design:
Nelson Lowry, Fantastic Mr. Fox

 
a cura di Emanuele P. (del 22/01/2010 @ 15:20:47, in Al Cinema, linkato 307 volte)

Sherlock Holmes
(Sherlock Holmes)
Guy Ritchie, 2009 (Usa, Gran Bretagna, Australia), 128'
uscita italiana: 25 dicembre 2009
voto su C.C.

Finalmente Guy Ritchie è tornato a dirigere un film sui suoi sorprendenti standard (Lock and Stock, Snatch), dopo essersi inaridito nelle vesti di Mr. Ciccone e aver collezionato una serie di insuccessi che rischiavano di frustrare le capacità creative di uno dei registi più interessanti della sua generazione. Paradossalmente l’autore britannico è riuscito nell’impresa proprio girando il più “rischioso” dei film possibili, ispirato ad una vera e propria icona inglese del secolo scorso, in decine di occasioni chiamata in causa dalla celluloide: Sherlock Holmes. La più grande intuizione di Ritchie (e soprattutto della sua truppa di sceneggiatori: Johnson, Peckham, Kinberg e Wigram) è quella di allontanarsi dal consueto approccio cinematografico utilizzato per raccontare le avventure dell’eroe inventato da sir Arthur Conan Doyle, che troppo spesso si risolveva in un semplicistico bivio tra l’accurata verosimiglianza o la commedia forzata (miglior esempio di quest’ultimo registro è La vita privata di Sherlock Holmes, scritto e diretto da Billy Wilder).
Questo Sherlock Holmes infatti, pur ispirandosi alle vicende narrate dal medico scozzese, ne modernizza personaggi e rapporti, rendendo la coppia di investigatori quasi più simile ad un consolidato duo di eroi da graphic novel. E l’espediente funziona. In questo contesto la cifra stilistica di Ritchie (montaggio serrato, slow motion, uso personalissimo della linea temporale) viene valorizzata al meglio, così come la coppia di interpreti Robert Downey Jr-Jude Law, che rende i protagonisti pienamente consoni allo spirito del film. Anche la storia, originale, contribuisce a creare il giusto mix di azione e ragionamento, vedendo Holmes e Watson alle prese con le macchinazioni di un Lord (Mark Strong) intenzionato ad impossessarsi del potere utilizzando la magia nera. Ovviamente, essendo il nostro protagonista uno dei paladini del positivismo, ogni cosa potrà essere spiegata razionalmente.
 
I cultori del Canone (ovvero i quattro romanzi e i cinquantasei racconti attribuiti ufficialmente a Conan Doyle che raccontano delle avventure dell’investigatore più famoso di tutti i tempi) potrebbero storcere il naso di fronte ad un Holmes succube dei sentimenti che prova per una donna (sebbene sia la celebre Irene Adler, interpretata nel film da Rachel McAdams), o che partecipa per puro divertimento a dei combattimenti clandestini, ma queste “licenze” che Ritchie e compagni si concedono sono più che tollerabili di fronte all’intelligente lavoro di caratterizzazione che accompagna ogni personaggio. Finalmente anche Watson, alter ego di Conan Doyle e sempre ritratto (dal cinema) come maldestro e un po’ tonto, diventa prestante, atletico e soprattutto consapevole: non è vittima della eccentrica intelligenza del suo caro amico, bensì ne risulta essere il completamento ideale – pragmatismo, esperienza sul campo, buon senso. E proprio il rapporto tra i due (incrinato dalla presenza di un terzo incomodo, la donna della quale Watson è innamorato, Kelly Reilly) risulta essere il principale fulcro dell’intero film, insieme alla vocazione da action movie che Ritchie ha deciso di conferire alla storia. Ognuna delle concitate sequenze può avvalersi poi del palcoscenico ideale rappresentato da una Londra meravigliosamente stilizzata e ricostruita con le più avanzate tecniche di computer grafica, oltre che del puntuale contrappunto musicale curato dal sempre affidabile Hans Zimmer (Il Gladiatore, Il cavaliere oscuro).
Robert Downey Jr., all'ennesima rinascita, è perfetto per il ruolo di protagonista; il suo Sherlock Holmes è tanto lontano dall’iconografia classica del celebre berretto e dell’immancabile lente d’ingrandimento, quanto vicino all’essenza vera e propria dell’eroe ideato da Conan Doyle.
Probabilmente ulteriori episodi sono già in cantiere (non a caso appare sulla scena lo storico antagonista di Holmes, il professor Moriarty) e c’è solo da sperare che la provvidenziale “furbizia” dimostrata da Ritchie e compagni in questo capitolo li accompagni anche in futuro.
Ispirato.
 
a cura di Emanuele P. (del 18/01/2010 @ 13:02:14, in Re per una notte, linkato 308 volte)

Annunciati nella notte i vincitori della 67esima edizione dei Golden Globe Awards, premi assegnati dalla Hollywood Foreign Press Association.
Il sopravvalutatissimo Avatar raccoglie i maggiori consensi con due globi dorati (miglior film e regia), insieme a Crazy Heart (film in cui splende Jeff Bridges ancora inedito in Italia); solo un premio a fronte delle sei nomination per Up in the Air (miglior sceneggiatura per Reitman e Turner) e nessuno per l'atteso Nine, nonostante le cinque candidature. Il nostro amato Quentin Tarantino si consola con il meritatissimo premio a Christoph Waltz (miglior attore non protagonista in film drammatico). Niente da fare per Ba'aria, nella categoria film stranieri trionfa Haneke; ci consoliamo con la inossidabile Sofia Loren.
Dexter e Mad Men raccolgono consensi nell'ambito serial tv.

Ecco l'elenco completo delle nomination. I vincitori sono segnalati in grassetto.

Cecil B. DeMille Award
Martin Scorsese


Best Motion Picture - Drama
Avatar
The Hurt Locker
Inglourious Basterds
Precious: Based On The Novel Push By Sapphire
Up In The Air


Best Motion Picture - Comedy Or Musical
The Hangover
(500) Days Of Summer
It's Complicated
Julie & Julia
Nine


Best Director - Motion Picture
James Cameron – Avatar
Kathryn Bigelow – The Hurt Locker
Clint Eastwood – Invictus
Jason Reitman – Up In The Air
Quentin Tarantino – Inglourious Basterds


Best Performance by an Actress in a Motion Picture - Drama
Sandra Bullock – The Blind Side
Emily Blunt – The Young Victoria
Helen Mirren – The Last Station
Carey Mulligan – An Education
Gabourey Sidibe – Precious: Based On The Novel Push By Sapphire


Best Performance by an Actor in a Motion Picture - Drama
Jeff Bridges – Crazy Heart
George Clooney – Up In The Air
Colin Firth – A Single Man
Morgan Freeman – Invictus
Tobey Maguire – Brothers


Best Performance by an Actress in a Motion Picture - Comedy Or Musical
Meryl Streep – Julie & Julia
Sandra Bullock – The Proposal
Marion Cotillard – Nine
Julia Roberts – Duplicity
Meryl Streep – It's Complicated


Best Performance by an Actor in a Motion Picture - Comedy Or Musical
Robert Downey Jr. – Sherlock Holmes
Matt Damon – The Informant!
Daniel Day-Lewis – Nine
Joseph Gordon-Levitt – (500) Days Of Summer
Michael Stuhlbarg – A Serious Man...

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a cura di Emanuele P. (del 11/01/2010 @ 23:31:56, in Contenuti Speciali, linkato 321 volte)

Sequenza tratta dal film

L'amore il pomeriggio
(L'amour l'après midi)
Eric Rohmer, Francia (1972), 105' (98')

L'ultimo saluto ad un altro grande Maestro che ci lascia.
 
a cura di Emanuele P. (del 07/01/2010 @ 10:15:30, in Amarcord, linkato 499 volte)

Il Disprezzo
(Le mépris)
Jean-Luc Godard, 1963 (Francia, Italia), 103’ (84’ IT)
 
Tra tutti i film di Jean-Luc Godard, Il Disprezzo è stato uno dei meno apprezzati da critica e pubblico, soprattutto nostrani. I baroni del nostro giornalismo specializzato hanno osteggiato oltremodo questa pellicola forse anche perché il cineasta francese (tra i più illustri “genitori” della Nouvelle Vague) scelse di riadattare, con qualche licenza di troppo, un racconto di Alberto Moravia per trasformarlo in sceneggiatura; inoltre una vera e propria mutilazione fu messa in atto ai danni dell’opera originale da parte della distribuzione italiana (produttore Carlo Ponti), stravolgendo il film e comunque privandolo di quella forza figurativa che rappresenta significativamente la cifra stilistica del “primo” Godard.

Una delle peculiarità de Il Disprezzo, che contribuì senza dubbio al suo scarso appeal sul pubblico, è rappresentata dalla totale secondarietà della trama rispetto alla forma: una blasfemia per lo spettatore tipo che vede l’apostata transalpino proporre minuti e minuti di dialoghi privi di spessore o di alcun fine narrativo; dopo il passaggio cruciale dalla surreale sequenza iniziale (tanto cult da divenire pane per scaltri pubblicitari decenni dopo) all’episodio che cambia ineluttabilmente l’equilibrio della precaria coppia Piccoli-Bardot, ognuna delle scene diviene un ridondante esercizio di stile, superfluo, verboso, nel quale spicca solo un memorabile e provocatorio eloquio di oscenità che la Bardot scandisce con simulatissimo candore. Infatti poco importa quanto Paul (Michel Piccoli) tenti di sforzarsi per recuperare la fiducia (e l’amore) della bella Camille (Brigitte Bardot) perché lei lo disprezza, lo disprezza dopo aver compreso quanto sia “sacrificabile” per l’uomo in vista di un possibile guadagno – Piccoli, regista in difficoltà, quasi incoraggia le attenzioni un po’ troppo evidenti che un produttore (Jack Palance) rivolge alla sua giovane moglie.
L’eterno litigio tra i due diviene una coreografica rappresentazione, nella quale più delle parole (vuote), contano le immagini e la loro componente puramente estetica (lo stesso Piccoli, col suo cappello e il sigaro sempre in bocca, sembra una caricatura del regista di felliniana memoria); non a caso questo battibecco itinerante passa dal curatissimo ma sgombro interno di un loft fino al mare e alla costa di Capri, attingendo così alla preziosa bellezza del paesaggio naturale. La “scusa” è quella di un film da girare (e quale altrimenti), affiancando Fritz Lang, che interpreta se stesso, incapace di ultimare con profitto le riprese di un’ennesima trasposizione delle gesta di Ulisse. L’escamotage mitologico consente anche divagazioni, ancora una volta inutili ma indispensabili, su arte e scenari, su scultorei busti di pietra e il blu splendente del mare che circonda la fittizia Itaca. Ad accompagnare la maggior parte delle scene è presente uno stupendo contrappunto musicale, il Theme de Camille di Georges Delerue, che sembra vivere in perfetta simbiosi con le immagini sin dalla prima sequenza-manifesto del film (i titoli di testa “recitati”), e che conferisce al lavoro di Godard una terza dimensione altrimenti inarrivabile.

Il Disprezzo è, insomma, un puro esercizio di stile, che non vuole però ricostruire i canoni di un genere (come il precedente Fino all’ultimo respiro) ma essere invece un inno alla bellezza, un vero e proprio trattato sull’estetica – dal corpo di B.B. all’ideale classico delle sculture, sino ai palcoscenici mozzafiato sui quali si svolgono le ultime sequenze del film, come la pittoresca Villa Malaparte, a Capri. Più che ammiccare con malizia, Godard illumina con la passione di un critico d’arte, prova a mostrare invece di spiegare, lascia all’occhio dello spettatore (e non forse alla mente) il giudizio ultimo sul suo lavoro. Ed è per questo che a quarant’anni dall’uscita, Il Disprezzo mantiene ancora intatta tutta la sua forza ed espressività, slegato com’è dai consueti canoni dell’intreccio cinematografico: potere alle immagini, alla loro forza evocativa. Cosa è il Cinema, se non questo?
 
a cura di Emanuele P. (del 02/01/2010 @ 11:28:04, in Contenuti Speciali, linkato 674 volte)
Come consuetudine, ecco tutte le recensioni proposte dei film usciti in Italia nell'anno solare 2009.
Non tantissime le "soddisfazioni", ma sicuramente un discreto numero di pellicole sopra la media.
Voti segnalati su Cinebloggers Connection.

The Wrestler di Darren Aronofsky

 Bastardi senza gloria di Quentin Tarantino

A Serious Man di Ethan e Joel Coen

 Gli abbracci spezzati di Pedro Almodóvar

Lasciami entrare di Tomas Alfredson

 Revolutionary Road di Sam Mendes

 Gran Torino di Clint Eastwood

 Kobe Doin' Work di Spike Lee

 District 9 di Neill Blomkamp

 Basta che funzioni di Woody Allen

 Parnassus di Terry Gilliam

 Sherlock Holmes di Guy Ritchie...

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a cura di Emanuele P. (del 24/12/2009 @ 14:51:37, in Contenuti Speciali, linkato 446 volte)
«Quanto odio i festeggiamenti di capodanno... tutti vogliono disperatamente divertirsi, cercando di festeggiare in qualche misera patetica maniera! Festeggiare che cosa?... Un altro passo verso la tomba?
Ecco perchè non lo dirò mai abbastanza... qualunque amore riusciate a dare e ad avere... qualunque felicità riusciate a rubacchiare o a procurare; qualunque temporanea elargizione di grazia... Basta che Funzioni...!»


dal film Whatever Works, Woody Allen (2009)


A tutti i lettori, auguri di Buon Natale e Felice 2010!


PS.
Come da tradizione, abbiamo aperto un nuovo sondaggio sul film favorito tra le produzioni italiane dell'anno che sta per finire. 
Il Divo è stato il preferito della scorsa stagione cinematografica, seguito da Gomorra.
 
a cura di Emanuele P. (del 11/12/2009 @ 11:24:55, in Frames, linkato 488 volte)

Maurice Ronet dal film

Fuoco Fatuo
(Le feu follet)
Louis Malle, Francia (1963), 110'

 
a cura di Emanuele P. (del 05/12/2009 @ 18:56:10, in Al Cinema, linkato 681 volte)

Moon
(Moon)
Duncan Jones, 2009 (Gran Bretagna), 97’
uscita italiana: 4 dicembre 2009
voto su C.C.

Sono davvero pochi gli attori in grado di interpretare con intelligenza e (soprattutto) talento il difficile ruolo costruito ad arte da Duncan Jones (e Nathan Parker): un perenne monologo impreziosito da diabolici sdoppiamenti della personalità. Per fortuna del giovane regista inglese (all’esordio) e di noi spettatori, Sam Rockwell è fra questi. Interpreta Sam Bell, operaio che in un lontano futuro viene relegato sulla “dark side of the moon” per supervisionare all’estrazione di un prezioso combustibile dal suolo lunare. Il suo mandato dura tre anni, tre anni nei quali avere come unico interlocutore simil-umano un sofisticato computer (al quale Kevin Spacey dà la voce nella versione originale). Un incidente metterà tutto in discussione.
 
Duncan Jones (finalmente libero dalla ingombrante ombra paterna) sceglie di interpretare in modo personale un genere troppo spesso condizionato da enormi produzioni e sofisticati effetti speciali, nel quale sempre meno attenzione viene dedicata allo sviluppo di soggetti interessanti o alla cura formale con la quale queste storie sono proposte al pubblico. Il suo Moon fa sì riferimento a 2001: Odissea nello Spazio, ma non nel modo banale che una prima impressione potrebbe suggerire (il computer umanizzato, il bianco accecante, l’alienazione dell’astronauta): Jones sposa l’ispirazione di Kubrick, la sua filosofia, il suo approccio sovversivo ai consueti meccanismi narrativi. Le disavventure del povero (o dei poveri?) Sam divengono un mezzo per proporre riflessioni più profonde sull’umanità dell’individuo e sulle sue disposizioni “naturali”, ma anche sui dilemmi moraleggianti che sopraggiungono inevitabilmente di fronte all’evoluzione selvaggia della scienza.
In questo contesto spicca l’interpretazione di Rockwell, uno dei più talentuosi attori della sua generazione, che viene valorizzato esponenzialmente dalla storia (in senso letterale) e può mostrare in pieno tutte le sue capacità. L’ostacolo tecnico rappresentato dalla “moltiplicazione” dei Rockwell in scena viene superato agilmente da Jones e compari, così come è scongiurata col giusto pragmatismo la pericolosa tendenza alla ridondanza di tutta la narrazione, resa scorrevole da intelligenti dissolvenze e colpi di scena ben architettati – molto efficace anche l’inesorabile count-down che punteggia tutto il film e garantisce coordinate temporali oltre che un ulteriore motivo di tensione narrativa.
Nonostante tutti i numerosi pregi di questa apprezzabile opera prima, manca quel tocco di incisività nella storia che avrebbe potuto rendere Moon qualcosa di molto simile ad un film spartiacque per il suo genere – come fu 2001 decenni prima. Ma siamo sicuramente sulla buona strada.
Sorprendente.
 
 
a cura di Emanuele P. (del 02/12/2009 @ 15:33:34, in Al Cinema, linkato 585 volte)

(500) Giorni Insieme
((500) Days of Summer)
Marc Webb, 2009 (USA), 96’
uscita italiana: 27 novembre 2009
voto su C.C.
 
Un giovane architetto (Joseph Gordon-Levitt), costretto per sopravvivere ad ideare biglietti d’auguri, trascorre cinquecento giorni diviso tra felicità, tristezza, bramosia e depressione a causa delle riluttanze che l’affascinante Summer (Zooey Deschanel) mostra nel considerarlo effettivamente l’amore della sua vita. La relazione tra i due diviene frustrante: come affermato a mo’ di “disclaimer” nei minuti iniziali del film, non si tratta di una storia d’amore, ma semplicemente di un ragazzo che incontra una ragazza.
 
Marc Webb esporta in toto il suo bagaglio “artistico” da regista di videoclip per girare questa commedia romantica, piena di spunti interessanti ma svilita da un’eccessiva quantità di cliché sfacciatamente rubati al presunto cinema indipendente americano. Volendo dimenticare gli insulsi personaggi secondari – la bambina iper-matura e giudiziosa, onnisciente in quanto a relazioni sociali, i due “simpatici” amici piombati dritti dritti da una serie tv degli anni novanta – possiamo identificare nelle interpretazioni dell’ottimo Gordon-Levitt (Sguardo nel vuoto) e della enigmatica/a tratti intollerabile Deschanel il principale punto di forza della pellicola di Webb, sempre pronto ad ammiccare verso lo spettatore con citazioni più o meno raffinate o con divertite licenze stilistiche – il momento musical, quello cartoon, la geniale sequenza in split-screen nella quale si confrontano realtà ed aspettative del protagonista. Lo scontro tra le speranze del povero peluche Levitt e gli impenetrabili occhi azzurri della Deschanel, che accompagnano sempre un sorriso a metà tra dolce e beffardo, occupa disordinatamente la narrazione, un continuum di situazioni dalle quali appare evidente che il martirio emotivo del nostro protagonista è per la maggior parte del tempo coscientemente auto inflitto. Alla storia manca uno sguardo più approfondito su quello che senza dubbio è il personaggio più interessante della coppia (la fuggevole Deschanel), liquidata con la superficiale etichetta di donna incapace d’amare, forse a causa di traumatiche esperienze familiari – non basta davvero il Coup de Theatre finale.
Montaggio serrato, ottimo gusto per la soundtrack (un po’ troppo ripetitiva ma orecchiabile) e la discreta distanza dalle consuete commedie romantiche fanno comunque di (500) Days of Summer un’opera più che sopportabile.
Stagionale.
 
a cura di Emanuele P. (del 29/11/2009 @ 19:08:56, in Al Cinema, linkato 562 volte)

Segreti di famiglia
(Tetro)
Francis Ford Coppola, 2009 (USA, Argentina, Spagna, Italia), 127’
uscita italiana: 20 novembre 2009
voto su C.C.  
 
Dopo aver girato la terza (inutile) parte de Il Padrino, Francis Ford Coppola deve aver fatto un qualche solenne giuramento a se stesso che lo obbligava, appena raggiunta l’età della saggezza, a dedicare ciò che restava della sua carriera al cinema indipendente, introspettivo, persino troppo d’essay. Da questo punto di vista, Tetro è considerabile il film-manifesto del “nuovo” modo di intendere il suo lavoro.
Coppola infatti, inciampando spesso in autobiografia ed esperienze personali, ci racconta la storia di Angelo Tetrocini (Vincent Gallo), divenuto per tutti “Tetro” dopo il suo volontario e misterioso esilio in Argentina, col quale aveva lasciato il padre (Klaus Maria Brandauer) compositore di straordinario successo, e il fratello minore Bennie (Alden Ehrenreich), che da sempre lo aveva visto come modello da seguire. Proprio la visita a Buenos Aires del giovane fratello prodigo porterà alla luce le spiacevoli verità della vita passata di Tetro.
 
Coppola sembra cercare ogni espediente per rendere quanto più distante dal mainstream hollywoodiano la sua ultima opera: sceglie il bianco e nero (col prezioso aiuto di Mihai Malaimare Jr., autore della fotografia), affronta tematiche particolarmente complesse, dilata tempi e situazioni sino all’eccesso. L’innegabile maestria con la quale mette in scena la sua tormentata versione di un dramma familiare, riesce a far dimenticare momenti morti e (soprattutto) le numerose lacune della trama, troppo spesso incoerente ed enigmatica. Il palese coinvolgimento emotivo di Coppola nel raccontare questa storia, fa sì che il regista italo-americano perda la proverbiale “giusta distanza” indispensabile per mantenere equilibrio ed efficacia: nelle (dis)avventure di Gallo non è difficile notare gli spettri della vita passata del grande regista. Paradossalmente l’investimento in termini di emozione e intensità non viene ripagato dal suo film, che in alcuni momenti diventa impersonale, freddo, quasi puro esercizio di stile – di grande valore artistico gli intermezzi “a colori”, inconsueti flashback accompagnati da citazioni e ricercati balletti che fanno rivivere il passato di Tetro. Ogni manchevolezza è però resa dimenticabile dalla magistrale qualità con la quale sono concepite e girate tutte le scene, anche quelle meno apprezzabili dal punto di vista puramente narrativo – non fa eccezione la sequenza finale.
Merita di essere menzionata l’interpretazione di Maribel Verdú, compagna di Vincent Gallo nella finzione, vero fiore all’occhiello di un cast composto da attori poco noti (lo stesso Gallo è per definizione una star del cinema indipendente) ma sicuramente capaci.
Espiazione.
 
a cura di Emanuele P. (del 14/11/2009 @ 11:24:36, in Al Cinema, linkato 673 volte)


Un alibi perfetto
(Beyond a Reasonable Doubt)
Peter Hyams, 2009 (USA), 105’
uscita italiana: 13 novembre 2009
voto su C.C.

C’è una cosa che possiamo affermare, “al di là di ogni ragionevole dubbio”: meglio non far mai incontrare remake, figli d’arte e sceneggiatori incompetenti. Perché il risultato potrebbe essere qualcosa di molto simile a Beyond a Reasonable Doubt.
La buon’anima di Douglas Morrow purtroppo non ha potuto ribellarsi allo scempio che è stato ordito ai danni della sua sceneggiatura originale del 1956 (regia di Fritz Lang) da Peter Hyams, registucolo da trent’anni in bilico tra TV e cinema di cassetta; affidandosi al “nome” di Michael Douglas e a qualche inutile e lunghissima sequenza in automobile, l’ultimo film americano del grande autore tedesco è stato trasformato in mediocre fiction – non dubitiamo che un buon episodio di CSI possa avere miglior resa.
La storia è quella di giovane reporter “d’assalto” (Jesse Metcalfe) convinto di poter ottenere lo scoop della carriera smascherando un procuratore distrettuale (Douglas) che vince ogni suo caso di omicidio falsificando le prove del DNA ai danni dell’imputato. Il piano del giornalista consiste nel farsi accusare di un delitto del quale può dimostrare con certezza la sua innocenza, in modo da evidenziare la diabolica alterazione delle prove operata dall'accusa. È ovvio che tutto non sarà così semplice, così come è ovvia la presenza di una storia sentimentale, tra un’assistente del procuratore (Amber Tamblyn) e il suddetto giornalista. Colpo di scena nel finale.

Sarebbe quasi irriguardoso citare ulteriormente l'opera di Lang, ma basti solo aggiungere che l’idea alla base di entrambi i film (un D.A. che non rende onore alla “Giustizia”) aveva ben altre implicazioni nella pellicola del ’56, in quanto si poneva anche come una non tanto velata critica nei confronti della pena di morte. Nel caso dell’opera di Hyams invece il soggetto diviene solo un pretesto per poter mettere in scena quasi due ore di banalità, sequenze mal concepite e tanta cattiva recitazione. Quando il film dovrebbe iniziare ad ingranare si spegne, arrivando alla completa morte celebrale durante una inconcepibile ed infinita scena che vede Amber Tamblyn (del lotto, decisamente la più vicina a sembrare un’attrice) ostaggio di una rombante automobile in un parcheggio sotterraneo: per interminabili minuti si nasconde dietro un pilone e il suo demente antagonista (Lawrence P. Beron) si rifiuta di scendere dalla macchina per aggredirla, e preferisce continuare a girare in tondo compromettendo seriamente (sospettiamo) le sospensioni del bolide.
Questa sequenza è il manifesto di una pellicola ai limiti della decenza, nella quale anche la più brillante e sottile delle idee originarie si perde, inevitabilmente. Douglas, salvato in precedenti remake dalla altrui recitazione (vedi Delitto Perfetto), sembra un pupazzo pronto al tanto agognato pensionamento; lo sbarbato Metcalfe invece ha l’aria perfetta per gironzolare sul bordo piscina in un video per teenager, ma sicuramente nulla di più – già meglio, ma ci accontentiamo di poco, il suo partner Joel Moore, chiamato a fare il simpaticone della situazione.
Film da evitare.
 
a cura di Emanuele P. (del 13/11/2009 @ 10:53:20, in Al Cinema, linkato 790 volte)

Gli abbracci spezzati
(Los Abrazos Rotos)
Pedro Almodóvar, 2009 (Spagna), 129’
uscita italiana: 13 novembre 2009
voto su C.C.
 
L’ultimo film di Pedro Almodóvar dimostra ancora una volta come il regista spagnolo sia uno dei pochissimi cineasti europei in grado di rivaleggiare con le patinate produzioni hollywoodiane (per interpretazioni, qualità tecnica, appeal mediatico), pur senza rinunciare ad un inconfondibile e personalissimo modo d’intendere il cinema.
La narrazione salta agilmente dal 2008 al 1994, raccontandoci delle vicende di un regista di successo (Lluís Homar), divenuto cieco in seguito ad un incidente stradale, e della sua primadonna ed amante (Penelope Cruz), contesa ad un ricco e spietato imprenditore (José Luis Gómez).
 
Ovviamente, ridotta ad una breve sinossi, la storia sembrerebbe “semplice”, quasi lineare o scontata, mentre invece grazie alla cifra stilistica di Almodóvar (anche autore della sceneggiatura), raggiunge una ammirabile complessità, divenendo prima strutturato melodramma, quindi svagata commedia, infine avvincente giallo d'ispirazione hitchcockiana.
In un mondo dai colori vivacissimi, frutto del sapiente lavoro di un maestro della fotografia come Rodrigo Prieto (La 25ma Ora, Brokeback Mountain, 21 grammi, giusto per citare qualcuno dei film nobilitati dalla sua opera), vengono lentamente alla luce verità celate per anni, misteriosi personaggi difficilmente definibili; sfruttando il navigato escamotage del metacinema, Almodóvar reinterpreta con grande abilità i cliché del genere e regala allo spettatore un godibilissimo divertissement, ricco di citazioni (la più evidente Viaggio in Italia, di Rossellini), di brio, d’equilibrio, di sconfinato amore per il cinema – emblematica la sequenza finale, nella quale possiamo chiaramente identificare il protagonista con lo stesso regista iberico quando afferma che i film vanno terminati, qualsiasi sia la condizione dell'autore.
Grazie alla brillante coppia d’interpreti Homar-Cruz ogni scena diviene intensa e credibile, in particolare la Cruz (che a tratti, come spesso le accade durante gli ultimi anni, ricorda incredibilmente Anna Magnani) illumina la scena, artefice di continue e sorprendenti metamorfosi che la vedono diventare ingenua Audrey Hepburn o terribile femme fatale col solo cambiare di una parrucca. Il grande pregio di Los Abrazos Rotos diventa anche il suo unico limite: quella leggerezza e quella radiosa forza che ne caratterizzano ogni scena possono far dubitare sull’effettiva “sostanza” della storia raccontata. Ma nel momento in cui iniziano a scorrere i titoli di coda, questo sembra importare davvero poco.
Prezioso.
 


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