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09/05/2008 - di Aleksej Balabanov - Cargo 200
09/05/2008 - di David Von Ancken - Caccia spietata
09/05/2008 - di Anthony Hopkins - Slipstream - Nella mente oscura di H.
09/05/2008 - di Sergej Bodrov - Mongol
30/04/2008 - di Wes Anderson - Il treno per Darjeeling
30/04/2008 - di Philippe Aractingi - Sotto le bombe

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a cura di Emanuele P. (del 10/05/2008 @ 09:25:45, in Al Cinema, linkato 42 volte)

Caccia spietata
(Seraphim Falls)
David Von Ancken, 2006 (Usa), 116’
uscita italiana: 9 maggio 2008
voto su C.C.
 
Un western d’altri tempi.
Seraphim Falls è questo e molto altro: paesaggi mozzafiato, una storia perfetta nella sua estrema semplicità, magistrali interpretazioni e più in generale una notevole cifra stilistica che contraddistingue ogni scena.
La storia è quella di un infinito inseguimento – che dura di fatto per tutto il film – tra due uomini, spietati, distanti, diversi, ma uniti da un comune passato e da terribili ricordi.
L’inseguito (Pierce Brosnan, alla sua migliore interpretazione di sempre) è ferito, perennemente disarmato, privato sistematicamente di mezzi di sostentamento e locomozione, ma riesce feralmente a sopravvivere. L’inseguitore (Liam Neeson, anche lui all’altezza) si accompagna con un gruppo di cacciatori di taglie, che minuto dopo minuto viene decimato dalla estenuante ricerca e, soprattutto, dal pericoloso uomo del quale seguono ogni traccia. Nonostante entrambi sembrino disposti a tutto, diventa presto palese che nessuno dei due, nella “vita precedente”, è stato un delinquente: una ferrea ed ammirevole etica regola ognuna delle loro azioni, anche le più deprecabili.
Un aspetto certamente interessante della trama è che lo spettatore ignora per la maggior parte del film il motivo che spinge Neeson a provare tanto odio per quel cacciatore, senza comprendere quale sia precisamente la "parte" dei buoni e quella dei cattivi – sempre che ci siano.
Dopo ore, letterali, di inseguimento, diviene inevitabile il confronto finale, una epica resa dei conti dall’esito significativo.
 
David Von Ancken, al primo vero film dopo tanta esperienza in serial tv e pellicole di poche pretese, compie un piccolo miracolo, dando vita ad un western perfetto (scritto con Abby Everett Jaques): asciutto, cruento, mai banale o noioso.
Il rischio quando si dispone di scenari mozzafiato come quelli sapientemente selezionati da Von Ancken e compagni, è quello di lasciare che prendano il sopravvento, divenendo meravigliosi e immobili protagonisti assoluti della scena. Il regista americano invece, avvalendosi della preziosa collaborazione di un maestro della fotografia come il due volte premio Oscar John Toll (tra gli altri, Braveheart, Vanilla Sky), sfrutta magistralmente gli eterogenei e selvatici paesaggi – che vanno dalle montagne innevate al caldo arido del deserto – come palcoscenico naturale per sequenze memorabili.
Indispensabili in un film del genere sono evidentemente le interpretazioni degli attori, in particolare dei due che di fatto si dividono la scena durante tutta la narrazione. Brosnan e Neeson regalano una grandiosa prova attoriale, entrambi forse al massimo della loro carriera, trasfigurati dalla fatica, dalle ferite, da un passato che li ha segnati profondamente.
Qui entra in gioco l’inevitabile flashback: breve, efficace, poco “invadente”, ma soprattutto chiarificatore; Von Ancken ottiene il massimo anche in questa occasione.
Cameo finale, tra allucinazione e coscienza assopita, per Anjelica Houston, improbabile venditrice di elisir in pieno deserto.
Memorabile la sequenza in cui Brosnan coglie di sorpresa uno degli scagnozzi di Neeson restando in agguato all’interno della carcassa del suo povero, defunto, cavallo.
Il confronto finale, già rimandato in più occasioni durante tutto il film, è significativo, degna conclusione di un western pressoché perfetto.
Mancano i primi piani strettissimi, la sua inimitabile genialità stilistica, ma siamo sicuri che il buon Leone, da lassù, approva.
Epico.
 
a cura di Emanuele P. (del 07/05/2008 @ 09:20:07, in Anteprime, linkato 56 volte)

88 Minutes
(88 Minutes)
Jon Avnet, 2007 (Germania, Usa), 108’
DVD Release
uscita italiana: maggio-giugno 2008
 
Perlomeno Al Pacino ha solo 88 minuti che gli restano da vivere; lo spettatore, tapino, ne deve invece sopportare 108 di un film scontato come una puntata di Un posto al sole – ma privo dei bellissimi skyline partenopei.
Quella che si cerca di raccontare è la storia di un rinomato e rispettato psichiatra forense (l’immortale Al Pacino, che a dispetto dei quasi quarant’anni di differenza, sembra più aitante di Benjamin McKenzie, redivivo eroino della serie OC), minacciato di morte a poche ore dall’esecuzione capitale di un omicida (Neal McDonough) che aveva contribuito a far condannare.
Una pletora di graziose ragazze (Amy Brenneman, Leelee Sobieski, Alicia Witt) dagli ambigui gusti sessuali e l’agente FBI tuttodiunpezzo William Forsythe completano il quadro.
Meglio non dilungarsi ulteriormente sulla trama del film, che potrebbe essere l’unico motivo utile a giustificarne la visione.
 
Si tratterebbe di un ibrido tra thriller e action movie, con esplosioni e sparatorie che si alternano a cervellotiche e oziose deduzioni parapsicologiche, ma 88 Minutes risulta essere solo una parodia del genere.
Il regista Jon Avnet (Pomodori verdi fritti alla fermata del treno, L’angolo rosso) riesce in un colpo solo a confermare due assiomi del cinema: che i produttori di professione debbano stare lontani quanto più possibile dalla cinepresa e, soprattutto, che in mancanza di un fantastico regista, la qualità della sceneggiatura è assolutamente decisiva.
Il povero Avnet si trova infatti a dover fare i conti con un plot (scritto da un presunto esperto del genere, Gary Scott Thompson) inconcludente e prevedibile (cosa c’è di peggio per un thriller?) che oltre a non riuscire mai a creare il giusto pathos finisce col divenire addirittura ridicolo, con personaggi palesemente creati come “diversivo-specchio per le allodole” o situazioni con sviluppi a dir poco approssimativi.
Avnet – costretto al ruolo di regista causa il forfeit (comprensibile) di James Foley –, rivestendo i panni del produttore, sceglie di "alzare" il livello dell’opera ingaggiando una star sempre all’altezza come Pacino, oltre ad notevole gruppo di protagoniste femminili, tanto per rendere la cosa più gradevole – e, se possibile, ancora meno verosimile.
Per la distribuzione europea si è scelta la strada del DVD, senza fare manco capolino nei cinema. In America e molto probabilmente anche in Italia (maggio-giugno), si avrà l’onore di “goderselo” su enormi schermi.
Perlomeno così le ragazze si vedranno meglio.
Inutile (e quasi dannoso).
 
a cura di Emanuele P. (del 03/05/2008 @ 19:48:35, in Re per una notte, linkato 194 volte)

Resi noti i film che saranno presentati alla 61esima edizione del Festival di Cannes.
Oroglio italiano per gli attesi Gomorra, di Matteo Garrone e, soprattutto, Il Divo, nuova opera dell'ottimo Paolo Sorrentino. Nella sezione Special Screenings, Marco Tullio Giordana presenterà il suo Sanguepazzo.

Tra gli altri, interesse per i nuovi film di Clint Eastwood, Woody Allen, Steven Soderbergh (quattro ore su Che Guevara, con Benicio Del Toro), Wim Wenders e Steven Spielberg (l'ennesimo Indiana Jones); un occhio anche a Synecdoche, New York, di Charlie Kaufman, con Philip Seymour Hoffman.

Ecco l'elenco completo dei film in rassegna (14-25 maggio):

The competition:

Blindness, di Fernando Meirelles (film d'apertura)
Entre les murs, di Laurent Cantet
Üç Maymun (Three Monkeys), di Nuri Bilge Ceylan
Le silence de Lorna (Lorna's Silence), di Jean-Pierre et Luc Dardenne
Un conte de Noel (A Christmas Tale), di Arnaud Desplechin
Changeling, di Clint Eastwood
Adoration, di Atom Egoyan
Waltz with Bashir, di Ari Folman
La frontiére de l'aube (Frontier of dawn), Philippe Garrel
Gomorra (Gomorrah), di Matteo Garrone
Two Lovers, di James Gray
Er shi si cheng ji (24 city), di Jia Zhangke
Synecdoche, New York, di Charlie Kaufman
My magic, Eric Khoo
La mujer sin cabeza (The headless woman), di Lucrecia Martel
Serbis, di Brillante Mendoza
Delta, di Kornel Mundruczo
Linha de passe, di Daniela Thomas, Walter Salles
Che, di Steven Soderbergh
Il Divo, di Paolo Sorrentino
Leonera, di Pablo Trapero
Palermo Shooting, di Wim Wenders
What just happened?, di Barry Levinson (film di chiusura)

Un certain regard:

Hunger, di Steve McQueen (film d'apertura)
Tokyo!, di Bong Joon Ho, Michel Gondry, Leos Carax
Afterschool, di Antonio Campos
Ting che (Parking), di Chung Mong-Hong
Soi cowboy, di Thomas Clay
La vie moderne (The modern life), di Raymond Depardon
Wolke 9 (Cloud 9), di Andreas Dresen
Tulpan, di Sergey Dvortsevoy
Los bastardos, di Amat Escalante
Je veux voir, di Joana Hadjthomas, Khalil Joreige
O' horten, di Bent Hamer
Milh hadha al-bahr (Salt of this sea), di Annemarie Jacir
Tokyo sonata, Kurosawa Kiyoshi
Ocean flame, di Liu Fen Dou
A festa da menina morta (The dead girl's feast), di Matheus Nachtergaele
De ofrivilliga (Involuntary), di Ruben Ostlund
Wendy e Lucy, di Kelly Reichardt
Johnny mad dog, di Jean-Stephane Sauvaire
Versailles, di Pierre Schoeller
Tyson, di James Toback

Fuori concorso:

Vicky Cristina Barcelona, di Woody Allen
The good, the bad, the weird, di Kim Jee-woon
Kung fu panda, di Mark Osborne, John Stevenson
Indiana Jones and the Kingdom of the Crystal Skull, di Steven Spielberg

Midnight Screenings

Maradona by Kusturica, di Emir Kusturica
Surveillance, di Jennifer Lynch
The chaser, di Na Hong-Jin

Special Screenings:

Of time and the city, di Terence Davies
Chelsea on the rocks, di Abel Ferrara
Sanguepazzo, di Marco Tullio Giordana
C'est dur d'etre aimé par des cons, di Daniel Leconte
Ashes of time redux, Wong Kar Wai
Roman Polansky: wanted and desired, di Marina Zenovich

The Jury President's Screening:

The third wave, di Alison Thompson

 
a cura di Emanuele P. (del 01/05/2008 @ 14:32:26, in Al Cinema, linkato 147 volte)

Esce oggi nelle sale italiane Il treno per Darjeeling, film presentato all'ultimo Festival di Venezia.
Vi riproponiamo la nostra recensione, pubblicata in anteprima qualche tempo fa:

Il treno per Darjeeling
(The Darjeeling Limited)
Wes Anderson, 2007 (Usa), 91’

Di Anderson in Anderson. Dopo aver parlato, pochi giorni fa, del capolavoro di Paul Thomas (There Will Be Blood) siamo di fronte all’omonimo geniale cineasta americano, Wes, che con l’ormai fidata truppa di amici e compagni di ventura (Roman Coppola, Owen Wilson, Jason Schwartzman, Anjelica Houston) mette in scena un’altra perla delle sue, piena di stile, sottile ironia e meravigliose ambientazioni

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a cura di Emanuele P. (del 28/04/2008 @ 15:32:50, in Amarcord, linkato 55 volte)

Michael Clayton
(Michael Clayton)
Tony Girloy, 2007 (Usa), 125’
 
Sono tra quelli che, al momento di comprare un libro, lo sfogliano fino ad arrivare all’ultima pagina, leggendo le parole che lo concludono. Ha un che di magico trovarsi, tempo dopo, a rileggere quelle parole interpretandole in modo totalmente diverso, conoscendo tutto ciò che c’è stato prima. Anche per questo apprezzo particolarmente le sceneggiature “circolari”, in cui il regista ci mostra alcune scene finali sin dall’inizio, per poi farcele comprendere appieno solo un’ora dopo. Michael Clayton ne è un valido esempio: Tony Girloy (regista e sceneggiatore) confeziona una equilibrata spy-story, in cui non manca l’atmosfera intensa di un buon thriller.
 
Michael Clayton (il sempre affidabile George Clooney), tuttofare di un affermatissimo studio legale, è abituato a lavare i panni sporchi degli altri, nel modo meno pubblico possibile. Conosce un po’ tutti, ha agganci nella polizia – come il fratello Sean Cullen –, ma è incapace di arginare la crescente psicosi del “collega” ed amico Tom Wilkinson, che rischia di diventare sempre più pericoloso anche per il suo studio. È infatti a conoscenza di informazioni confidenziali che lederebbero uno dei principali clienti, la società diretta dalla algida ed insicura Tilda Swinton, disposta a tutto pur di mettere a tacere questa mina vagante.
Non manca un cameo per Sidney Pollack, importante socio dello studio legale.
 
Il lavoro migliore, Tony Girloy (L’avvocato del diavolo, la trilogia di Jason Bourne) lo fa curando con attenzione e capacità il montaggio. Ne sono un esempio le sequenze in cui viene mostrata Tilda Swinton mentre si prepara, tesissima, per i suoi discorsi o le memorabili scene iniziali, in cui un ipnotico monologo di Wilkinson viene accompagnato dal susseguirsi di istantanee del deserto e quasi spettrale edificio sede dello studio legale, dopo l'orario di chiusura.
Girloy si avvale poi di ottimi tecnici, come il direttore della fotografia Robert Elswit (fedele collaboratore di P.T. Anderson) o il compositore James Newton Howard (Il Sesto Senso), autore di una efficace colonna sonora, oltre che di un cast assolutamente all’altezza.
La comparsata di Sidney Pollack è quasi un lusso: con Clooney in versione film-impegnato e un gruppo di buonissimi interpreti (da segnalare la già citata Swinton, oltre a Tom Wilkinson), la pellicola raggiunge le due ore mantenendo molto alti il ritmo e la qualità.
Le dinamiche di simil-spionaggio, intricate quanto basta, sono mostrate con ottimo tempismo – e, come detto, con un magistrale uso del montaggio: tra le migliori sequenze di tutto il film ci sono infatti quelle che vedono come protagonisti l’affiatata ed efficiente coppia di spie-killer.
L’innegabile talento visivo di Girloy, già ampiamente dimostrato in The Devil’s Advocate, ha nuova conferma, con illuminanti idee come quella dei cavalli che, bellissimi e quasi irreali, salvano la vita al protagonista con la loro apparizione.
Da apprezzare anche il finale, che dribbla un pericolosissimo e quasi già scritto Tarallucci&Wine ending.
 
Prodotto dal Clooney impegnato – alter ego di quello che fa film come gli Ocean’s o In amore niente regole per accumulare pecunia spendibile in buon Cinema – Michael Clayton è un film godibile, di qualità, per quelli che sono disposti ad entrare in sala col cervello non completamente scollegato.
Da vedere, anche in DVD.
 
a cura di Emanuele P. (del 13/04/2008 @ 09:36:24, in Al Cinema, linkato 192 volte)

Interview
(Interview)
Steve Buscemi, 2007 (Usa), 81’
uscita italiana: 11 aprile 2008
voto su C.C.
 
Remake del tristemente noto film omonimo, diretto da Theo Van Gogh – regista e autore olandese assassinato nel 2004 da un fondamentalista islamico nella sua Amsterdam –, Interview vorrebbe essere un omaggio di Buscemi alla memoria dello sfortunato collega. Il film è in realtà un ozioso e lungo sketch teatrale, in cui solo la ottima vena dei protagonisti riesce a rendere la visione discretamente sopportabile.
Si tratta infatti della inusuale intervista che Pierre Peders (Steve Buscemi), giornalista specializzato in politica con mille scheletri nell’armadio, è costretto, suo malgrado, ad estorcere alla affermatissima attrice Katya (Sienna Miller). Il primo impatto è pessimo, dopo un aperitivo al ristorante sembrerebbe tutto finito; invece, complice il caso, la conversazione continua nel loft-palcoscenico dell’attricetta, in tutta la sua ambiguità. Diviene un gioco di seduzione, un logorroico inseguirsi di gatto e topo, topo e gatto. Lei recita con ingenuità, lui mente: o è forse il contrario?
 
Steve Buscemi – autore anche dello script, aiutato da David Schechter nell’arrangiamento della sceneggiatura originale, di Theodor Holman – si autodirige senza fare particolari danni, ma senza neanche riuscire a conferire la giusta intensità alla storia. Rimedia con una notevole prova attoriale, complice anche la ispirata (e ispirante) partner Sienna Miller, perfettamente a suo agio in un ruolo che le sembra cucito addosso.
Il film è però troppo spesso sospeso in situazioni oltre il limite dell’inverosimile ed in verbosi dialoghi, ridondanti e a tratti noiosi. La natura staticissima, quasi teatrale, dello script non contribuisce certo a migliorare la situazione, con quasi tutta l’azione che si svolge nell’enorme loft dell’attrice, pieno di orpelli bigotti, candele ed alcolici. Questi ultimi svolgono un ruolo fondamentale, insieme a pillole, droghe e compagnia cantante, nel disinibire i protagonisti, che litigano, si baciano ma soprattutto mentono, mentono, mentono. Unici, inanimati, testimoni sono le cineprese amatoriali dei due, che rivestiranno un ruolo cruciale nello sviluppo della storia.
Col passare dei minuti, entrambi i personaggi subiscono una lenta metamorfosi: il goffo e distaccato giornalista diventa un miserabile e scaltro "cercatore di scoop", la bella attrice si rivela invece molto meno svampita di quanto non voglia a tutti i costi dimostrare; il suo «lo sapevo», che pronuncia un po' delusa dopo aver assistito alla reazione di Buscemi, di fronte alla rivelazione dell'inconfessabile segreto della donna, è significativo in tal senso.
La svolta finale, un po’ coupe de théâtre, un po’ conclusione attesa, riesce in parte a risvegliare lo spettatore intontito dall’ora e mezza di ciarle estenuanti, conferendo alla pellicola almeno una interessante chiave di lettura. Alla fine, anche Buscemi sembra essere d’accordo: sono sempre le donne ad avere la carta vincente.
 
a cura di Emanuele P. (del 08/04/2008 @ 10:14:17, in Contenuti Speciali, linkato 94 volte)

E' online il numeroquattro (aprile 2008) della rivista digitale Rapporto Confidenziale (http://confidenziale.wordpress.com/).
Un numero enorme, pieno di interessanti contenuti: il solito grandissimo lavoro.
Presenti anche alcuni nostri contributi (The Darjeeling Limited, Juno, Abre Los Ojos vs Vanilla Sky).

Vi rimando al blog della rivista per il sommario completo.

Diffondete, diffondete, diffondete...

# Versione alta qualità (9,48 MB)
# Versione bassa qualità (4,54 MB)

 
a cura di Emanuele P. (del 07/04/2008 @ 10:15:26, in Sentieri Selvaggi, linkato 228 volte)

Quando una melodia ricorda, per qualche strofa o accordo, un’opera precedente, si è sempre pronti a gridare al plagio; se un romanzo riprende letteralmente frasi e periodi di un altro scritto, scattano le denuncie; nel cinema invece – e questo è un altro degli aspetti che ci fanno amare la settima arte – è possibile rivivere sequenze più o meno memorabili del passato in nuove pellicole, citazioni a volta involontarie, più spesso esplicite, difficilmente “in mala fede”, piccole chicche riservate ai cinemaniaci attenti.
Il tanto discusso (e amato) Quentin Tarantino è sicuramente il regista che tra quelli dell’ultima generazione ha saputo coltivare una passione per il cinema – anche quello meno “nobile” – a tratti maniacale. Il cineasta americano è una sorta di autistico della celluloide (perdonerete la definizione), che spesso si ritrova a proporre nei suoi film frammenti e sensazioni tratte da opere precedenti, senza neanche volerle citare coscientemente. Attraverso le migliaia di pellicole che ha divorato sin da giovane, Tarantino ha interiorizzato una inarrivabile quantità di immagini e situazioni, prese sia da capolavori acclamatissimi che da più beceri film di genere – è ben nota la sua passione per i cosiddetti B-movies.
Nel Cinema di Tarantino spesso scoviamo citazioni che è facile considerare “spontanee”, senza tortuose ricerche o paraculistiche intenzioni; ne è perfetto esempio il suo ultimo lavoro, Death Proof, esplicito e godibilissimo omaggio ai film di genere meno “nobili” (americani e non).
Tra le tante citazioni è possibile selezionarne alcune, paradigmatiche riguardo il concetto di omaggio tout-court, in cui Tarantino utilizza finanche la colonna sonora di quelle opere originali per sottolineare immagini di un simile contesto – ci limiteremo principalmente alle citazioni che riguardano il cinema italiano, dall’alto della consueta e mirabile ignoranza....

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a cura di Emanuele P. (del 05/04/2008 @ 09:34:06, in Al Cinema, linkato 248 volte)

Gone Baby Gone
(Gone Baby Gone)
Ben Affleck, 2007 (Usa), 114'
uscita italiana: 4 aprile 2008
voto su C.C.

Amanda, giovanissima figlia di una tossicodipendente (Amy Ryan) scompare misteriosamente dalla sua cameretta. Inizia l’inevitabile tam tam mediatico, speciali in onda 24h al giorno, curiosi e sciacalli vari che si precipitano sull’uscio di casa; gli unici parenti che sembrano realmente disperati sono lo zio Lionel (Titus Welliver) e, soprattutto, la zia Beatrice (Amy Madigan), convinti che le ricerche della polizia, coordinate dal pluridecorato capitano Doyle (Morgan Freeman), non siano sufficienti. Chiedono quindi aiuto a una insolita coppia di investigatori (il duo Casey Affleck-Michelle Monaghan), sbarbati ma con una profonda conoscenza del “territorio”. Questi, dopo le prime remore, iniziano a collaborare con due detective (Ed Harris e John Ashton), esplorando differenti piste che li conducono a sospettare di uno spacciatore (Edi Gathegi), che avrebbe agito per ottenere dalla madre snaturata un bottino sottrattogli qualche tempo prima.
Proprio quando la storia sembrerebbe scivolare in uno squallido finale, ogni cosa viene messa in discussione: nulla è davvero ciò che sembra.
 
Ben Affleck, alla sua opera prima da regista, dà vita ad un ottimo film di genere, magistralmente supportato da una sceneggiatura perfetta, adattata dallo stesso Affleck e da Aaron Stockard partendo dal soggetto di Dennis Lehane (già autore di Mystic River).
Lo sviluppo “ad orologeria” è compatto ed efficace: la storia inizia come semplice dramma ma lentamente si trasforma in avvincente e moderno thriller. C’è un momento (dopo un’ora scarsa di proiezione) in cui sembra che le luci in sala stiano per riaccendersi, in quanto il film raggiunge una tutto sommato convincente conclusione (con tanto di lapidaria voce fuori campo); si tratta invece del vero inizio dell’intreccio che sino a quel momento aveva vissuto solo un lungo ed efficace prologo. Da quell’istante in poi, lo spettatore riconsidera tutto ciò che ha già visto sotto una luce differente, smettendo di dare per scontati ruoli ed atteggiamenti prevedibili. Si susseguono serrati, ma soprattutto credibili – questo è un gran complimento – i colpi di scena, e lo svolgimento raggiunge una amara ma significativa conclusione.
Non manca un certo cinismo e una spiazzante obbiettività nel ritrarre il mondo dei media oltre al miserabile atteggiamento della madre, vittima più che delle droghe di una imbarazzante ignoranza e povertà d’animo. Agli antipodi c’è il personaggio di Casey Affleck – ottima la sua interpretazione, così come quella di Amy Ryan – quasi oppresso da enormi imperativi morali che lo spingono a dover fare sempre la scelta giusta, comandamenti remore di un passato da ragazzo difficile “salvato” dalla Chiesa. Il suo è quasi autolesionismo, che lo conduce persino a perdere la sua amata metà in nome di un discutibile bene maggiore.
Più in generale, ogni personaggio è finemente caratterizzato e ben interpretato da un cast decisamente all’altezza.
Anche Affleck (il regista, stavolta) porta avanti senza sbavature il suo compito, permettendosi qualche interessante trovata stilistica – vedi la sequenza dell’irruzione di Affleck, Harris ed Ashton nella casa di alcuni sospettati o la ambigue scene del riscatto-agguato. Persino i flashback, per una volta, non sono terribilmente stuccosi e superflui.
Penalizzato da una distribuzione ai limiti del “criminoso” (in Italia come negli States), Gone Baby Gone è un film estremamente godibile, che segnala Ben Affleck come interessante regista alle prese con un genere tutt’altro che semplice – e che ultimamente vive un discreto momento di “stanca”.
Sorpresa (graditissima).
 
a cura di Emanuele P. (del 04/04/2008 @ 11:04:09, in Al Cinema, linkato 151 volte)

Esce oggi nelle sale italiane Juno, il film vincitore del RomaFilmFest.
Vi riproponiamo la nostra recensione, presentata in anteprima qualche tempo fa:

Juno
(Juno)
Jason Reitman, 2007 (Usa), 92’
anteprima italiana: 26 ottobre 2007 (RomaFilmFest)
uscita italiana: 4 aprile 2008

Proprio nella settimana in cui Moccia si propone come regista (si, avete capito bene, r-e-g-i-s-t-a) della pellicola tratta dal suo ultimo “libro”, è giusto parlare di Juno, meraviglioso film vincitore dell’ultima Festa del Cinema di Roma che uscirà tra qualche mese nelle sale italiane...

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a cura di Emanuele P. (del 28/03/2008 @ 23:23:46, in Al Cinema, linkato 346 volte)

Un bacio romantico – My Blueberry Nights
(My Blueberry Nights)
Wong Kar-wai, 2007 (Francia, Cina, Hong Kong), 111’
uscita italiana: 28 marzo 2008
voto su C.C.
 
Quando si dice: tutto stile e niente contenuto. Il nuovo film di Wong Kar-wai, primo scritto e recitato in inglese, è un superbo esercizio di stile reso noioso e a tratti quasi irritante dall’ampollosità di una sceneggiatura (alla cui stesura ha partecipato anche Lawrence Block) che punta tutto su infiniti ed allusivi dialoghi oltre che sullo svolgimento lineare e “circolare”, con un viaggio di presunta maturazione che inizia a finisce nello stesso posto, davanti alla stessa torta di mirtilli (blueberry).
Si tratta infatti del pellegrinaggio di una mite ed ingenua ragazza (Norah Jones, convincente l’esordio come attrice) che dopo aver rotto con il fidanzato fedifrago, decide di cambiare vita girando per il paese. Ma né il tragico incontro con la coppia in crisi David Strathairn-Rachel Weisz, né quello con l’abbagliante e controversa pokerista Natalie Portman, riusciranno a chiarirle le idee più della platonica relazione con il gestore di una caffetteria, Jude Law. Il viaggio della Jones inizia e finisce proprio nel suo locale, dove tornerà (forse) più matura, pronta a giustificare il titolo scelto per la distribuzione italiana.
 
La cifra stilistica di Wong Kar-wai (In the Mood for Love) è notevolissima: magistrale uso della camera, scorci degni di un quadro impressionista – colti grazie alla ispirata fotografia di Darius Khondji –, grande attenzione nel costruire in modo ambiguo ed accattivante alcune situazioni.
Tutto questa abbondanza viene però in parte rovinata da una storia che non regge, a causa del discutibile filo conduttore che la percorre e soprattutto di una, a momenti, stucchevole retorica del paesaggio americano, tutto cadillac, diners e torte di frutta.
I dialoghi sono ridondanti e spesso al limite del tedioso – vedi quello tra la Weisz e Norah Jones circa a metà del film –, incastonati in situazioni da (citando l’ottimo Valerio Caprara, critico de Il Mattino) «compitino melò» poco convincente.
Le magistrali interpretazioni dei protagonisti contribuiscono, con lo stile, a mantenere comunque alto il livello della pellicola; in particolare spicca quella di Natalie Portman: il film si illumina al momento della sua comparsa, e l’ “episodio” che la vede protagonista è senza dubbio il più convincente dell’ora e mezza di proiezione.
Tra uno sbadiglio e l’altro (potrebbero scappare), non si deve fare a meno di concedere uno sguardo ammiratissimo a My Blueberry Nights, controversa ma affascinante opera di un cineasta dall’indiscutibile talento.
 
a cura di Emanuele P. (del 24/03/2008 @ 09:00:54, in Sentieri Selvaggi, linkato 237 volte)

Apri gli occhi
(Abre los ojos)
Alejandro Amenábar, 1997 (Francia, Spagna), 117'

Vanilla Sky
(Vanilla Sky)
Cameron Crowe, 2001 (Usa), 120'

Premessa: il testo contiene spoiler più o meno gratuiti riguardo passaggi chiave della vicenda. È consigliato a chi non avesse ancora visto i film di interrompere la lettura, provvedendo prima a colmare la lacuna – e preferendo rigorosamente l’originale spagnolo.
 
Quando Tom Cruise vide per la prima volta il film spagnolo Abre Los Ojos, di Alejandro Amenábar, rimase folgorato. In parte da una giovane attrice (Penelope Cruz), che avrebbe avuto modo di conoscere biblicamente in seguito, proprio durante le riprese del “suo” remake; ma soprattutto fu travolto dalla bellezza e dalla originalità del soggetto, magistralmente scritto – con la collaborazione di Mateo Gil – e diretto da un promettentissimo regista spagnolo, divenuto poi celebre anche in America grazie al suo successivo capolavoro, Mar adentro (Mare Dentro).
Reclutando una truppa di conniventi “professionisti” del cinema americano, Cruise decise di girare un remake di quel film, a pochi anni (1997-2001) dall’uscita della pellicola in Spagna. Fu scelto come regista il manipolabile Cameron Crowe e si optò per un cast di “nomi” da proporre in pasto al botteghino – Cameron Diaz, Kurt Russell, oltre allo stesso Cruise e alla rediviva Penelope Cruz, a cui fu affidato lo stesso ruolo interpretato nell’originale.
Il risultato, come accade per la maggior parte dei remake copia-incolla, è un film sbiadito, poco incisivo, che fatica enormemente a reggere il paragone con il “genitore” spagnolo, causa soprattutto interpretazioni al limite della decenza e una inguaribile tendenza all’americanismo, nell’accezione più negativa del termine....

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a cura di Emanuele P. (del 18/03/2008 @ 08:14:30, in Al Cinema, linkato 276 volte)

I padroni della notte
(We Own the Night)
James Gray, 2007 (Usa), 117’
uscita italiana: 14 marzo 2008
voto su C.C.
 
Alcune scene valgono un intero film.
Circa a metà di We Own the Night assistiamo a uno straordinario inseguimento-sparatoria, sotto l’incessante e torrenziale pioggia che, insieme a un sapiente uso della camera, conferisce alla sequenza un inaspettato vigore e grandissimo impatto visivo. Si tratta dell’emblema del film, una storia non particolarmente originale ma raccontata in modo così convincente da nobilitare l’intera opera.
 
I fratelli Robert (Joaquin Phoenix) e Joseph (Mark Wahlberg), uniti dal sangue ma separati dalla vita, hanno reagito in modo molto diverso alla presenza di un integerrimo e pluridecorato padre (Robert Duvall) nella loro infanzia. Mentre il secondo ha scelto di seguirne le orme, divenendo capitano della NYPD, il primo, ruspante e ribelle, ha deciso di intraprendere una discutibile carriera da gestore di night club. Sotto la pesante influenza della mafia russa, Robert vive ed agisce come uno qualsiasi dei delinquenti che il fratello e il padre combattono da sempre, accompagnato dalla avvenente fidanzata Amada (Eva Mendes, wow). Quando i due mondi collidono – un narcotrafficante russo guerreggia contro l’intera polizia di New York, attentando alla vita di Joseph e uccidendo il loro padre – il figliol prodigo Robert sceglierà di schierarsi col fratello, dalla parte dei “buoni”.
 
James Gray torna ancora una volta sul luogo del delitto. Come già nelle sue due precedenti opere, Little Odessa e The Yards, si rivela a suo agio nel raccontare la onnipresente mafia dell’est, oltre a traumatiche storie di redenzione e riscatto sociale. Con l'opera prima Little Odessa (1994), l’allora giovanissimo regista americano aveva impressionato la critica, ricevendo una pioggia di elogi e numerosi riconoscimenti, tra cui il Leone d’argento a Venezia.
La sensazione è che Gray sia rimasto un po’ intrappolato nelle stesse ambientazioni e nello stesso contesto che aveva contribuito a garantirgli un buon periodo di celebrità, senza il coraggio (o la voglia) di affrontare storie diverse o più originali. Sembra un gran peccato, perché il talento c’è, e We Own the Night ne è chiaro esempio: nonostante uno script non entusiasmante, Gray riesce infatti a trascinare lo spettatore in due godibili ore di buon cinema, nobilitate da sequenze davvero molto interessanti – oltre alla già citata scena dell’inseguimento, merita una citazione anche quella finale, ambientata in uno sterminato campo di grano.
Gli interpreti sono validissimi (Duvall su tutti) e conferiscono ottimo impatto emotivo a una storia dal non particolarmente originale sviluppo – contrasto, tragedia, redenzione. Interessante la metamorfosi del personaggio interpretato da Phoenix, che occupa l’intero film, e il suo rapporto-scontro con padre e fratello, così distanti all’apparenza ma a cui in realtà è profondamente legato.

Si tratta insomma di una mezza occasione sprecata, del talento di un regista che rischia di sfiorire senza trovare brillante compimento. Ma c’è ancora speranza – magari con la sua prossima opera, in produzione, che sembra dall’ambientazione finalmente diversa: quando si ha talento, il resto diviene più facile.

La frase.
«I don't need any more guns in my life, that's for sure.
But you should have one to be safe.
It's better to be judged by twelve than carried by six.»
 
a cura di Emanuele P. (del 14/03/2008 @ 08:59:09, in Al Cinema, linkato 269 volte)
Esce oggi nelle sale italiane Onora il padre e la madre - Before the Devil Knows You're Dead, il nuovo film di Sidney Lumet presentato in anteprima al RomaFilmFest.
Vi riproponiamo la nostra recensione:

Onora il padre e la madre
(Before the Devil Knows You’re Dead)
Sidney Lumet, 2007 (Usa), 123’
anteprima italiana: 22 ottobre 2007 (RomaFilmFest)
 
L’ormai ottantatreenne Sidney Lumet, autore di capolavori come 12 angry man, Serpico, Quel pomeriggio di un giorno da cani, ha raggiunto un momento della carriera in cui può permettersi di osare con i suoi film, libero da ogni remora o pressione dei distributori.

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a cura di Emanuele P. (del 10/03/2008 @ 09:15:03, in Anteprime, linkato 385 volte)

Il treno per Darjeeling
(The Darjeeling Limited)
Wes Anderson, 2007 (Usa), 91’
anteprima italiana: 3 settembre 2007 (Festival di Venezia)
uscita italiana: 30 aprile 2008
voto su C.C.

Di Anderson in Anderson. Dopo aver parlato, pochi giorni fa, del capolavoro di Paul Thomas (There Will Be Blood) siamo di fronte all’omonimo geniale cineasta americano, Wes, che con l’ormai fidata truppa di amici e compagni di ventura (Roman Coppola, Owen Wilson, Jason Schwartzman, Anjelica Houston) mette in scena un’altra perla delle sue, piena di stile, sottile ironia e meravigliose ambientazioni. Dopo I Tenenbaum e Le Avventure Acquatiche di Steve Zissou, l’ottimo Wes sceglie di mantenere parte del suo cast preferito (c’è anche un cameo per Bill Murray, che “apre” il film) e trasferirsi nella mistica India. Il risultato è una delle sue opere più riuscite.
 
I fratelli Whiteman, Francis (Owen Wilson), Peter (Adrien Brody) e Jack (Jason Schwartzman, cantante fallito, tra gli autori dello script), intraprendono un viaggio spirituale attraverso l’India per provare a ricucire il loro rapporto, che negli anni si è deteriorato. La traumatica morte del padre e la fuga della madre – divenuta una asceta e vera causa del viaggio – hanno spinto infatti i tre fratelli a separarsi, finendo col non avere più fiducia l’uno nell’altro. A bordo del fatiscente e pittoresco Darjeeling Limited ed in giro per l’India i Whiteman vivono una serie di avventure ed esperienze assurde che li condurranno a raggiungere la sfuggente madre (Anjelica Houston) e infine a ritrovare il perduto feeling.
 
Il cinema di Wes Anderson è assolutamente caratteristico: il singolare gusto per le ambientazioni e per ogni altro minimo particolare (meravigliosi i costumi della nostra Milena Canonero); le storie surreali, quasi fiabesche, ironiche ma mai prive di una certa di malinconia; le interpretazioni sopra le righe dei protagonisti, sono il comune fil rouge che collega tutte le sue originalissime opere.
The Darjeeling Limited (no comment per il titolo italiano…) è l’esasperazione di questo stile, una specie di opera d’arte post moderna che quasi si allontana dal cinema come siamo abituati a concepirlo.
Come ne Le Avventure Acquatiche di Steve Zissou, Anderson si diverte a costruire uno straordinario mezzo di trasporto-palcoscenico su cui far recitare i suoi protagonisti: il Darjeeling Limited non è meno bizzarro ed articolato del sottomarino che ha come capitano Bill “Cousteau” Murray. E il giovane regista utilizza ogni occasione per mostrarcene tutti gli angoli, ogni curatissimo dettaglio – buon esempio la carrellata-sogno a cui assistiamo durante la comunicazione “muta” tra i fratelli e la rediviva madre, in cui possiamo scorgere tra i diversi mini-set oltre al già citato Murray anche Natalie Portman, protagonista con Schwartzman del corto/prologo Hotel Chevalier, proiettato prima del film.
Accompagnati da una immancabile vagonata di valigie griffatissime – appartenute al defunto padre – i fratelli viaggiano in lungo e in largo per l’India, mostrandoci scorci meravigliosi e cordialissimi indigeni. Anderson muove la camera magistralmente, fa uso continuo dello zoom e adopera con saggezza il sempre “pericoloso” effetto slow motion. Accompagnato da un altro fidato collaboratore (il direttore della fotografia Robert Yeoman) e da squadre di capacissimi scenografi-carpentieri e set designer, l’ottimo Wes riesce a costruire le consuete originalissime ambientazioni, esotiche e stilizzate.
Anche la soundtrack è molto ricercata, e vive grazie all'ipod munito di casse perennemente portato a spasso da Schwartzman (già autore della canzone-sigla del telefilm OC, per cui andrà all'inferno).
I tre protagonisti stanno bene al gioco e ci regalano alcuni siparietti davvero esilaranti – come la loro mania per i medicinali indiani, che si scambiano e utilizzano in continuazione o la perenne lite sul possesso degli averi, materialissimi, del padre – coinvolti in discorsi spesso assurdi o incredibilmente infantili.
Anderson, semplicemente unico nel suo genere, è uno di quei registi da tutto o niente: o lo ami, o lo odi. Noi lo adoriamo.
Imperdibile.
 
a cura di Emanuele P. (del 08/03/2008 @ 15:39:02, in Contenuti Speciali, linkato 155 volte)

E' online il numerotre (marzo 2008) della rivista digitale Rapporto Confidenziale (http://confidenziale.wordpress.com/).
Tanti, tanti, tanti contenuti, e come al solito un gran lavoro dietro. Nel nostro piccolo abbiamo contribuito con qualche recensione e l'approfondimento sul serial tv Dexter.
Vi rimando al blog della rivista per il sommario completo.

Diffondete, diffondete, diffondete...

# Versione alta qualità (6,43 MB)
# Versione bassa qualità (4,75 MB)

 
a cura di Emanuele P. (del 07/03/2008 @ 08:01:07, in Al Cinema, linkato 278 volte)

Il Petroliere
(There Will Be Blood)
Paul Thomas Anderson, 2007 (Usa), 158’
uscita italiana: 15 febbraio 2008
voto su C.C.

Nei primi venti minuti di There Will Be Blood non c’è spazio per le parole.
Un’epica colonna sonora sostiene meravigliose immagini dalla forza travolgente, che hanno echi, neanche tanto lontani, di kubrickiana memoria. Prima nel buio pesto di una cava, quindi nell’abbagliante luminosità del deserto. C’è la genesi del capitalismo moderno, l’intuizione del valore di un “nuovo” oro: quello nero e viscido che viene dalle profondità della terra; per estrarlo ogni rischio è accettabile, i corpi degli uomini sono fusi con la terra e con il fango.
Solo quel genio naif che risponde al nome di Paul Thomas Anderson (Boogie Nights, Magnolia) poteva dare vita a questo spiazzante film: crudo, cruento, spettacolare, visivamente appagante ma al tempo stesso così distante dal resto del cinema a cui siamo tutti abituati. Una specie di albero della cuccagna per noi cinefili con la puzza sotto il naso.
 
Il cercatore d’argento Daniel Plainview (uno strepitoso Daniel Day Lewis) ha una geniale intuizione: capisce infatti che la terra può offrire qualcosa di più remunerativo di qualche pagliuzza incastonata in una pietra, qualcosa che con un po’ di intelligenza ed ambizione può far diventare presto ricchissimi. Siamo agli inizi del novecento, e quel qualcosa è il petrolio. Diviene quindi un oil man (o petroliere, quasi giustificando il titolo italiano) e, accompagnato dal figliastro di cui conosceremo solo le iniziali, HW (Dillon Freasier), gira i deserti americani in cerca di terreni da trivellare. Grazie alla soffiata di un giovane (Paul Dano, che interpreta anche il pastore d’anime Ely, alter ego di Plainview), il petroliere mette le mani su diversi appezzamenti strategici, con i quali diventa presto milionario. Ma la tragedia che coinvolge il figlio, diventato sordo in un incidente, oltre alla sua natura tremendamente misantropa – che prende sempre più il sopravvento – , condurranno il nostro uomo del petrolio ad una fine miserabile.
 
Lo stile di Anderson convince appieno: accompagnata dalla quasi costante colonna sonora di Jonny Greenwood, la narrazione procede vitale e ridondante, fondata sulla magistrale interpretazione di Day Lewis che condivide col regista americano, oltre al nome “triplo”, una grandissima dedizione ed innegabile talento.
Lo script, parzialmente tratto dal romanzo Oil! di Upton Sinclair, è reinventato dallo stesso Anderson, che si concede anche alcune provocazioni d’autore come l’utilizzo di un solo attore (l’ottimo Paul Dano) per interpretare il ruolo dei due fratelli Sunday – provocazione che complica un po’ l’approccio con la storia, contribuendo a rendere piuttosto confusi i primi minuti della pellicola.
Il personaggio di Day Lewis (che perde qualcosa con lo sbiadito doppiaggio italiano), addirittura più estremo del pastore combattente interpretato in Gangs of New York, è spaventoso ma estremamente carismatico, con la sua crescente follia che esplode nella grandguignolesca sequenza finale – ambientata nella pista da bowling che Plainview si è fatto costruire in casa – in cui assistiamo all'ultimo confronto con il machiavellico pastore Ely.
Da menzionare la fotografia di Robert Elswit, perfetta in condizioni estreme (luce assente o sin troppo presente) e l’accuratissimo contrappunto sonoro che caratterizza ogni scena – i rumori, le esplosioni, gli assordanti momenti di assoluto silenzio.
Un altro capolavoro (dopo quello dei fratelli Coen) che entra di diritto tra i migliori film degli ultimi anni – e non solo…
Visionario.
 
a cura di Emanuele P. (del 03/03/2008 @ 12:10:58, in Amarcord, linkato 195 volte)

La ragazza del lago
(La ragazza del lago)
Andrea Molaioli, Italia (2006), 95’
 
L’esordio alla regia da solista di Andrea Molaioli (scuola morettiana, già assistente in Palombella Rossa, Caro Diario, Aprile, La stanza del figlio) segue la strada del “nuovo” cinema italiano giallo-thriller che, orfano di una particolare genialità visiva, propone storie ben confezionate e dirette con precisione.
 
Nella ormai consueta provincia del nord-est, un apparentemente inspiegabile delitto sconvolge la tranquilla routine del paese. Viene infatti ritrovato sulle rive di un lago il corpo senza vita di una ragazza (Alessia Piovan), ex campionessa di hockey dal futuro promettente.
Il commissario Sanzio (Toni Servillo, una garanzia) indaga sulla vicenda.
 
Considerato il tema e il periodo d’uscita, viene quasi spontaneo paragonare il film di Molaioli con quello presentato all’ultimo RomaFilmFest da Carlo Mazzacurati, La giusta distanza. Le due pellicole infatti condividono in parte l’ambientazione (una sonnacchiosa provincia, un po’ bigotta, un po’ xenofoba) e la tendenza a costruire capri espiatori fittizi ad hoc per la fantasia degli spettatori poco avvezzi al genere. Mentre Mazzacurati pone la lente d’ingrandimento sulla questione dell’integrazione (il suo lupo cattivo è un extracomunitario) e risolve la storia con quasi affrettata frenesia, Molaioli sembra non aver paura di dilatare, fin troppo, le sequenze e i silenzi.
Toni Servillo, dalla flemma ben nota (vedi il ragionier Titta di Girolamo ne Le conseguenze dell’amore), è perfetto interprete di questo personaggio quasi “televisivo”, burbero ma pieno di umanità, esperto e mai avventato.
Il film finisce però col rallentare sin quasi a fermarsi troppe volte, e lo stesso Molaioli indugia colpevolmente più del dovuto in movimenti di camera ripetitivi e quasi fastidiosi – già detesto l’effetto giro-giro-tondo; ma il giovane regista romano esagera riproponendolo decine di volte solo nella prima mezz’ora della pellicola.
Detto questo, si deve affermare che la storia, tratta dal libro di Karin Fossum e riadattata da Sandro Petraglia e dallo stesso Molaioli, è convincente e tutto sommato ben interpretata da un cast con qualche alto (il già citato Servillo, il cameo di Valeria Golino) e diversi bassi (la madre della bimba che si crede scomparsa nun se po guardà); e che più in generale l’intero film risulta compatto e piuttosto convincente.
Promessa da mantenere
 
a cura di Emanuele P. (del 29/02/2008 @ 09:10:57, in Al Cinema, linkato 213 volte)
Esce oggi nelle sale italiane Rendition - Detenzione illegale, film presentato in anteprima al RomaFilmFest.
Vi riproponiamo la recensione:

Rendition - Detenzione illegale
(Rendition)
Gavin Hood, 2007 (Usa, Sudafrica), 120’
anteprima italiana: 21 ottobre 2007 (RomaFilmFest)

La “extraordinary rendition” è una procedura che comporta la cattura e successiva deportazione...

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a cura di Emanuele P. (del 25/02/2008 @ 12:30:45, in Re per una notte, linkato 371 volte)

Senza (tante) sorprese il capolavoro dei fratelli Coen, No Country for Old Men si accaparra il maggior numero di Oscar (4), tra cui i più significativi come miglior regia e miglior film.
Solo le briciole all'altro ottimo film del 2007, There Will Be Blood di P.T. Anderson, con due statuette tra cui la prevedibilissima premiazione di Daniel Day Lewis come miglior attore protagonista della stagione cinematografica appena trascorsa.
Sorprendono gli Oscar a Tilda Swinton (unico riconoscimento per Michael Clayton) e Marion Cotillard, molto meno i meritatissimi i premi per Javier Bardem e Diablo Cody, per la meravigliosa sceneggiatura di Juno.
A bocca asciutta gli altri capolavori "in concorso", Eastern Promises, Into the wild e Le scaphandre et le papillon.

Solita parentesi di campanile per segnalare i due Oscar ai nostri conterranei Dario Marianelli (per la colonna sonora di Atonement, già vincitore del Golden Globes) e Dante Ferretti, che insieme a Francesca Lo Schiavo ha trasformato in scenografia le idee di Tim Burton in Sweeney Todd. Si conclude senza la proverbiale "ciliegina sulla torta" l'avventura di Andrea Jublin che con il suo corto Il Supplente, vincitore di un concorso di Sky era riuscito ad arrivare fino alla nomination in quel di Los Angeles.
Ben tre le statuette attribuite a The Bourne Ultimatum (?!?!?!) in categorie tecniche.

Ecco l'elenco completo dei vincitori, qui le nomination.

Performance by an actor in a leading role
Daniel Day-Lewis in “There Will Be Blood”

Performance by an actor in a supporting role
Javier Bardem in “No Country for Old Men”

Performance by an actress in a leading role
Marion Cotillard in “La Vie en Rose”

Performance by an actress in a supporting role
Tilda Swinton in “Michael Clayton”

Achievement in directing
Joel Coen and Ethan Coen “No Country for Old Men”

Best motion picture of the year
“No Country for Old Men”...

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12/05/2008 @ 3.34.35
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