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18/04/2013 - di François Ozon - Nella casa

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a cura di Emanuele P. (del 10/05/2013 @ 14:38:09, in Al Cinema, linkato 156 volte)


Effetti collaterali
(Side Effects)
Steven Soderbergh, 2013 (USA), 106’
uscita italiana: 1 maggio 2013
voto su C.C.

La vita da sogno di Emily (Rooney Mara) viene bruscamente interrotta dall’arresto dell’aitante marito (Channing Tatum), colpevole di insider trading. Quando il peggio sembrerebbe passato – l’energumeno ha scontato la sua pena e tenta di reinserirsi nella società – la ragazza cade però vittima di una profonda depressione che la spinge a tentare il suicidio. Questo “grido d’allarme” viene colto dallo psichiatra (Jude Law) che si trova ad accudirla al pronto soccorso: l’uomo, intento ad arrabattarsi tra mille impieghi pur di mantenere un tenore di vita da newyorkese benestante, prende a cuore le vicende della affascinante Emily e inizia a trattarla, invano, con una serie di psicofarmaci. Grazie al consulto con una collega (Catherine Zeta-Jones) che aveva avuto precedentemente la ragazza in cura, entra in scena un farmaco miracoloso; i suoi effetti collaterali però…

Steven Soderbergh ha abituato i suoi aficionados ad una sorprendente capacità di adattarsi a generi radicalmente differenti, pur mantenendo uno stile ben definito. Con Side Effects il cineasta americano affronta una sfida piuttosto impegnativa, mettendo in scena un thriller atipico che cela la sua vera natura almeno fino a quando un inaspettato colpo di scena non sovverte il susseguirsi degli eventi – la situazione è in realtà già suggerita ambiguamente durante la sequenza iniziale. È difficile addentrarsi nella struttura della trama senza rivelare informazioni che svilirebbero questo coup de theatre: Soderbergh, con lo sceneggiatore Scott Z. Burns, costruisce infatti un complesso meccanismo fondato su bugie e mezze verità in cui (come da regola aurea) “niente è come sembra”.
Il principale contributo del regista è però l’atmosfera angosciante, da tragedia imminente, che caratterizza il film sin dai primissimi istanti, quando un lungo piano sequenza, speculare a quello che conclude la pellicola, ci introduce per la prima volta all’appartamento dei coniugi Martin – facendo tornare in mente ai più volenterosi persino l’incipit di Psycho. La fotografia ambrata (opera dallo stesso Soderbergh) contribuisce significativamente alla riuscita finale: allo spettatore sembra di galleggiare nei sogni inquieti della sfortunata protagonista, intrappolati nella “nube velenosa” della depressione.
Nonostante qualche debolezza (in particolare il significativo ricorso alla sospensione dell’incredulità di chi assiste, di fronte a situazioni piuttosto inverosimili), Side Effects si dimostra thriller avvincente, girato con capacità da un autore che riesce a non essere mai banale. Merce rara.
Farmaceutico.

 
a cura di Emanuele P. (del 19/04/2013 @ 15:42:51, in Al Cinema, linkato 212 volte)

Nella casa
(Dans la maison)
François Ozon, 2012 (Francia), 105’
uscita italiana: 18 aprile 2013
voto su C.C.

Germain (Fabrice Luchini), professore senza più stimoli, scopre tra i suoi studenti un bizzarro talento letterario: si tratta di Claude (Ernst Umhauer), sedicenne dalla situazione familiare complessa, che nei compiti assegnati racconta con brillante acume le sue esperienze da voyeur vissute spiando la famiglia apparentemente “normale” di un compagno non troppo sveglio (Bastien Ughetto). Inizia così un gioco perverso, dalle imprevedibili conseguenze.

François Ozon disseziona la società francese con bisturi affilato, all’altezza del miglior Chabrol. Per farlo sceglie il registro della commedia nera, con risvolti persino da thriller, nella quale sono messi a confronto due mondi agli antipodi: da una parte gli intellettuali perennemente annoiati, superbi ed un po’ bigotti (Germain e la moglie Jeanne, interpretata da Kristin Scott Thomas), dall’altra una famigliola (gli Artole, Emmanuelle Seigner e Denis Ménochet) nella quale la facciata di felicità bourgeois cela conflitti irrisolti ed ambizioni non soddisfatte. Questi due universi vengono in contatto, per interposta persona, grazie agli occhi e all’immaginazione di Claude, giovane sociopatico dalle ingenue intenzioni che s’insinua nella casa “perfetta” degli Artole. Il suo è un bisogno infantile di affetto familiare che si trasforma in qualcosa di diverso e più insidioso col passare del tempo, grazie anche alle insistenze del professor Germain, attratto dall’idea di rivivere attraverso gli scritti del ragazzo la sua gioventù da romanziere fallito. Presto il confine tra giusto e sbagliato, tra morale ed immorale, diventa più sfocato: persino Jeanne, inizialmente scettica circa l’atteggiamento del marito nei confronti della vicenda, ne diviene morbosamente appassionata. Claude è infatti diventato un irresistibile “buco della serratura” grazie al quale sbirciare la vita degli altri, celandosi dietro una presunta (ma ostentata) superiorità intellettuale – lo sprezzante sarcasmo col quale il ragazzo descrive la quotidianità degli Artole è uno dei motivi che rendono così interessanti i racconti per il suo piccolo “pubblico”.
Gli occhi di Claude diventano lo sguardo dello spettatore, che resta intrappolato nell’universo cinico e grottesco messo in scena con abilità da Ozon: realtà ed immaginazione iniziano a confondersi, fino a rendere impossibile distinguerle. Da qui prende le mosse l’ultima parte della narrazione, un crescendo piuttosto surreale che sembra fissare più chiaramente le “coordinate” del film, reso divertita ma inquietante metafora dei conflitti (culturali, sociali, economici) della società occidentale.
Impietoso.

 
a cura di Emanuele P. (del 22/03/2013 @ 14:50:50, in Cattiva Maestra Televisione, linkato 235 volte)

House of Cards

(House of Cards)
di Beau Willimon, Michael Dobbs, USA (2013) – Netflix
13 episodi da 60’

Netflix è una società americana che, con lungimiranza, ha saputo passare nell’ultimo decennio dal noleggio “materiale” di VHS e DVD a quello digitale di streaming di qualità, accessibile previo pagamento di pochi dollari/sterline. Non contenti di limitarsi alla distribuzione di contenuti prodotti da terzi, alla Netflix hanno quindi messo in campo un progetto estremamente ambizioso: dare vita ad un serial “autoctono”, in grado di rivaleggiare quanto a qualità e contenuti con i principali competitor proposti annualmente dai network più prestigiosi. Nasce così House of Cards.

Gli episodi seguono le vicissitudini quotidiane del politicante Francis Underwood (un monumentale Kevin Spacey), che lavora a Washington elevando ad arte l’inciucio e la minaccia, nell’ambizione di scalare, un passo alla volta, la piramide sino ad un posto nel ticket democratico per il successivo mandato. Persino la sua vita familiare, condivisa con la moglie Claire (Robin Wright), è indissolubilmente legata agli intrighi della politica. Completa (e complica) il quadro la giovane reporter Zoe Barnes (Kate Mara), disposta a tutto pur di pubblicare lo scoop di una vita; prevedibilmente, il suo destino si legherà a quello dell’ineffabile Frank.

Il soggetto di House of Cards è liberamente tratto da una miniserie britannica dei primi anni novanta (adattamento dell’omonimo romanzo di Michael Dobbs) ed affidato per un restyling a stelle e strisce allo sceneggiatore Beau Willimon, che già con Le idi di marzo si era dimostrato particolarmente a suo agio nel tratteggiare i lineamenti di tutti gli ambigui personaggi che si aggirano dietro le quinte della politica americana. David Fincher figura come padre “artistico” del progetto nonché come sponsor appetibile per un’ampia platea di cinefili moderatamente esigenti e, sebbene siano pochi gli episodi effettivamente griffati dal talentuoso regista di Seven e Fight Club, è possibile notare nella cifra stilistica dell’intero serial la stessa atmosfera decadentemente postmoderna diventata negli anni distintiva per il Cinema di Fincher – tra i registi degli episodi figurano anche Joel Schumacher e James Foley.

Il serial è impreziosito da alcune intuizioni decisamente originali, su tutte l’idea di abbattere la proverbiale quarta parete concedendo al personaggio di Kevin Spacey la possibilità di rivolgersi direttamente allo spettatore; questo espediente, diventato motivo di marketing virale con la nascita di innumerevoli parodie sparse sul web, punteggia con formidabile efficacia la narrazione, garantendo una giusta dose di humor ma anche ulteriore empatia nei confronti dello spregevole deputato Underwood.
La principale e più significativa novità che arriva da House of Cards è però insita nel format stesso e più in particolare nel nuovo modo in cui lo spettatore si rapporta con il medium televisivo: l’intera prima stagione del serial (tredici episodi)  è infatti stata rilasciata “in blocco” su Netflix, rendendo possibili maratone lunghissime e poco salutari per tutti i fan rimasti invischiati nella ragnatela del carismatico Frank. Come definito dallo stesso Fincher, House of Cards è di fatto un “film con interruzioni” più che un insieme omogeneo di episodi, e questo ha considerevoli conseguenze anche sul modo nel quale le singole puntate sono concepite, mancando la necessità del consueto cliffhanger (colpo di scena) indispensabile per mantenere nel tempo l’interesse prima del successivo appuntamento. Si tratta di un continuum narrativo che scorre fluidamente da un episodio all’altro, lasciando all’utente la possibilità di interromperlo quando lo ritiene più opportuno: un approccio innovativo ed estremamente moderno, che guarda con attenzione all’evoluzione verso l’on demand destinata a coinvolgere nel prossimo futuro il mondo dei media.
Ovviamente tutte le brillanti intuizioni di produttori ed autori verrebbero vanificate se House of Cards non fosse un prodotto valido innanzitutto da un punto di vista televisiv-cinematografico: sono un perfetto casting e l’attento lavoro di sceneggiatura a garantire ore di intrattenimento di qualità decisamente al di sopra della media. La speranza è che prima o poi si possa apprezzare anche dalle nostre parti.
Rivoluzionario.

 
a cura di Emanuele P. (del 05/03/2013 @ 15:37:06, in Al Cinema, linkato 316 volte)

Il lato positivo – Silver Linings Playbook
(Silver Linings Playbook)
David O. Russell, USA (2012), 117’
uscita italiana: 7 marzo 2013
voto su C.C.
Pat (Bradley Cooper) torna a vivere con i genitori (Jacki Weaver e Robert De Niro) dopo aver parzialmente scontato una condanna per l'aggressione all’amante della moglie. Solo dopo l’incidente gli è stato diagnosticato un disturbo bipolare, che rende difficoltoso il suo reinserimento nella società: una canzone lo tormenta, contrattempi anche piccoli provocano eccessi d’ira e l’ossessione per l’amata moglie è tutt’altro che scomparsa. L’incontro con Tiffany (Jennifer Lawrence), giovane vedova condizionata dai sensi di colpa, gli cambierà la vita.
Sin dai tempi di Spellbound (Io ti salverò, 1945) quello della donna disposta a tutto pur di redimere e/o cambiare l’amato è stato uno dei temi più gettonati del cinema “romantico”, ma con Silver Linings Playbook il regista e sceneggiatore David O. Russell (The Fighter) riesce a declinarlo in modo diverso, brillante ed originale.
La storia, tratta dal romanzo di Matthew Quick, affronta infatti con leggerezza anche lo spinoso problema della malattia mentale; come suggerisce il titolo l’ottimismo diventa la lente attraverso la quale filtrare ogni situazione. L’apparente semplicità della struttura narrativa nasconde numerosi spunti di riflessione: vengono affrontate le difficoltà del rapporto padre-figlio, la complessa elaborazione di un lutto inaspettato, e soprattutto viene raccontato l’infinito (persino commuovente) amore di una famiglia nei confronti del suo figliol prodigo.
La fama di ottimo direttore di attori che circonda David O. Russell, pur assolutamente meritata (le performance e i premi dei “suoi” protagonisti sono lì a dimostrarlo) non deve mettere in discussione un indubbio talento cinematografico, messo in luce da scelte registiche mai banali che garantiscono alla narrazione ritmo invidiabile ed una estetica appagante. La parte finale del film è un valido esempio: l’intera sequenza del “dance contest” , magistralmente girata, è architettata con grande cura (oltre ad una certa furbizia) e culmina nella brillante performance dei due eroi, pronti a dare vita ad una scena musicale che vale un posto nell’Olimpo del genere, in compagnia del twist ballato al Jack Rabbit’s Slim dalla coppia Thurman-Travolta. Con l’impegnativa esibizione danzereccia il duo di protagonisti sigilla una brillante prova attorale, costruita su un infinito rincorrersi, litigare, chiedere scusa: si tratta di un amore a prima vista, del quale solo Pat sembra non accorgersi. Nasce così una complicità tra autore e spettatore (al quale più di una volta, celatamente, vengono mostrati particolari chiarificatori) che intensifica il pathos e garantisce al climax finale una prevedibile ma spettacolare riuscita.
 
a cura di Emanuele P. (del 26/02/2013 @ 15:37:43, in Re per una notte, linkato 244 volte)

Archiviata anche l'edizione numero ottantacinque degli Oscars, i riconoscimenti assegnati annualmente dalla Academy of motion picture arts and sciences. Spumeggiante presentatore il nostro pupillo (da prima che divenisse di moda) Seth MacFarlane che tra una gag e un intonata performance musicale ha saputo griffare l'estenuante show con la sua personalissima cifra. I premi sono all'insegna del compiaciuto auto-elogio da americani bacchettoni, con Argo che sbanca (miglior film) ed il sopravvalutatissimo Life of Pi pronto a garantire ad Ang Lee addirittura il titolo di miglior regista, forse grazie al suo innocuo (e conformabile) esotismo. Tarantino guadagna la seconda statuetta della carriera, sempre in veste di sceneggiatore, mentre il formidabile Zero Dark Thirty resta ben lontano nelle retrovie (Jessica Chastain soffrirà per il premio di miglior protagonista strappatole dalla Lawrence) insieme all'altro miglior film della stagione, Moonrise Kingdom.

Bando alle ciance, ecco l'elenco completo dei vincitori:

BEST PICTURE
"Argo"

BEST ACTOR
Daniel Day-Lewis for "Lincoln"

BEST ACTRESS
Jennifer Lawrence for "Silver Linings Playbook"

BEST SUPPORTING ACTRESS
Anne Hathaway for "Les Miserables"

BEST SUPPORTING ACTOR
Christoph Waltz for "Django Unchained"

BEST DIRECTOR
Ang Lee for "Life of Pi"

BEST ADAPTED SCREENPLAY
"Argo"

BEST ORIGINAL SCREENPLAY
"Django Unchained"...

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a cura di Emanuele P. (del 15/02/2013 @ 14:17:29, in Al Cinema, linkato 215 volte)

Promised Land
(Promised Land)
Gus Van Sant, 2012 (USA), 106’
uscita italiana: 14 febbraio 2013
voto su C.C.
Steve (Matt Damon) e Sue (Frances McDormand) lavorano per una multinazionale interessata ad estrarre gas naturali dalle terre di alcuni redneck  degli stati del sud. Tutto fila liscio finché non si trovano a dover colonizzare un paesino all’apparenza uguale agli altri, ma abitato da alcuni contadini fin troppo pensanti, capeggiati da un saggio professore universitario in pensione (Hal Holbrook). Un ambientalista (John Krasinski) giungerà a complicare il quadro.
Gus Van Sant ci introduce nel magico mondo dei gas naturali e delle terribili conseguenze legate al loro maldestro prelievo dagli appezzamenti terrieri di ingenui abitanti. Sebbene il tema sia d’interesse (perché agita uno spauracchio diverso dal vostro consueto lobbista delle compagnie petrolifere) il film che ne deriva è davvero poco convincente, dal punto narrativo e persino da quello puramente “artistico”.
La sceneggiatura, affidata in modo sospetto al duo di protagonisti Damon-Krasinski, viene fuori come un compitino da classe di scrittura: banale, prevedibile ed incoerente. Steve, presentato come spietato squalo pronto ad ingannare con qualsiasi mezzo (anche il “travestimento” sociale) pur di strappare un dollaro in meno sul prezzo, è inevitabilmente destinato a sciogliersi tra le braccia di una newyorkese capitata per sbaglio in provincia (Rosemarie DeWitt) e, non serve manco dirlo, tutti sappiamo che prima dei titoli di coda si troverà a fare la proverbiale cosa giusta almeno per una volta. Peccato, perché proprio sul finale la storia sembra assecondare una svolta sorprendente, di quelle che potrebbero gettare una luce tutta diversa sull’intera faccenda, ma Van Sant e colleghi non hanno il coraggio di seguirla fino in fondo, adagiandosi su una conclusione incoerente, ben poco verosimile e forzatamente bucolica.
Il cineasta americano, che aveva interessato tutti con la gioventù dei suoi più recenti Paranoid Park e Restless, appare intrappolato in una storia monocorde, dalla quale è impossibile trarre il minimo pathos; così l’unico punto di riferimento diventano le buone interpretazioni dei protagonisti, ciascuno provvisto di un personaggio ritagliato su misura.
Nessuno sembra però tenere conto dello sfortunato spettatore.
Occasione persa.
 
a cura di Emanuele P. (del 07/02/2013 @ 11:57:53, in Al Cinema, linkato 367 volte)

Zero Dark Thirty
(Zero Dark Thirty)
Kathryn Bigelow, 2012 (USA), 157’
uscita italiana: 7 febbraio 2013
voto su C.C.
L’undici settembre del 2001 il mondo cambia per sempre, per tutti. In particolare quei brutali attentati stravolgono la vita ed i piani di una giovane donna, Maya (Jessica Chastain), che appena uscita dal college è scelta per far parte della task force mediorientale targata CIA che ha l’incarico di rintracciare Bin Laden e i suoi più preziosi alleati. Dieci anni dopo, in un compound di Abbottabad, la loro missione verrà portata a termine.
Kathryn Bigelow (The Hurt Locker) e lo sceneggiatore Mark Boal avevano iniziato a lavorare su un progetto cinematografico dedicato alla caccia a Bin Laden già prima che l’attualità prendesse il sopravvento sulla finzione. Pur non modificando le certezze degli autori, gli eventi del maggio 2011 hanno però contribuito a creare intorno a Zero Dark Thirty un significativo polverone di insinuazioni e polemiche. Quando si affrontano argomenti del genere, a maggior ragione se ancora così freschi nella memoria di tutti, è infatti facile dimenticare la ben demarcata linea che divide il documentario dalla finzione, il reale dal verosimile: così la Bigelow si è trovata coinvolta (anche a causa di dichiarazioni spesso discutibili e contraddittorie) in un contenzioso che spazia dal politico sino al sociale e all’etico, accusata di aver fornito una “apologia” della tortura o di aver persino violato il segreto di stato. Per quanto possano essere interessanti i dibattiti che il suo film ha suscitato (soprattutto in patria, per di più nelle vicinanze di una scadenza elettorale), non è questa la sede per esprimere giudizi o valutazioni a riguardo; piuttosto si tratta di prendere atto che, come ogni opera d’arte degna di questo nome, Zero Dark Thirty rappresenta almeno un motivo di discussione, un mezzo (potente) per portare in auge tematiche importanti e ormai dimenticate dall’opinione pubblica. Tutte queste polemiche, spesso oziose e strumentali, rischiano però di far perdere di vista un aspetto cruciale: quello di Kathryn Bigelow è un film eccellente, tra i migliori (se non il migliore) dell’intera annata cinematografica.

L’ architettura narrativa, probabilmente concepita prima che si avesse un chiaro “epilogo” per gli eventi descritti, verte tutta sul lavoro di intelligence “sotterraneo” necessario per scovare l’uomo più ricercato del mondo, ma nonostante questo si rivela caratterizzata da un ammirevole senso dello spettacolo, lasciando alla regista diverse occasioni per mettere in luce il suo talento – tra tutte è da segnalare la sequenza, che toglie il fiato, dell’attentato a Camp Chapman. La Bigelow fa ampio uso di una camera agile e mobile, in modo da entrare letteralmente nell’azione, rendendo lo spettatore parte integrante dello scenario mostrato. Il climax, raggiunto prevedibilmente durante i venti minuti del raid pakistano, è perfetto esempio di questo stile asciutto ed efficace (ma non per questo povero di idee) che può avvalersi di tutti i pregi in termini di resa e mobilità garantiti dalla tecnologia digitale. Sorprendentemente durante l’intera sequenza, fotografata per la maggior parte del tempo con una verdastra “visione notturna”, il palcoscenico viene concesso tutto alle coordinate gesta dei militari in azione, senza i prevedibili stacchi per catturare le emozioni di Maya (che sta seguendo l’operazione al sicuro della sua tenda), quasi a voler mantenere fino alla fine separati il lavoro “sul campo” e quello di spionaggio. Si tratta degli unici momenti nei quali Jessica Chastain non domina la scena. L’attrice americana fornisce infatti una interpretazione magistrale, grazie alla quale gli autori riescono a caratterizzare un personaggio complesso pur concedendo pochissimi momenti di introspezione: basta uno solo sguardo per raccontarne speranze, emozioni e paure. Maya è solo una delle tante donne che hanno un ruolo cruciale nell’individuazione di Bin Laden, e riesce a portare a termine l’obbiettivo grazie ad una ostinazione e ad una caparbietà che sembra mancare a molti dei virili personaggi che la circondano: questo è forse l’unico messaggio veramente politico che Kathryn Bigelow cerca di mandare con il suo ottimo film.
 
a cura di Emanuele P. (del 30/01/2013 @ 13:54:52, in Al Cinema, linkato 323 volte)

Looper - In fuga dal passato
(Looper)
Rian Johnson, 2012 (USA), 119’
uscita italiana: 31 gennaio 2013
voto su C.C.
2044. Il futuro sembra tanto un polveroso e deprimente passato. In una cittadina americana i sicari della principale organizzazione criminale si chiamano Looper ed hanno il compito di uccidere degli sconosciuti incappucciati che gli vengono spediti da un futuro remoto, dove grazie ad un macchinario illegale i viaggi nel tempo sono diventati possibili. Si tratta di un impiego estremamente lucrativo e privo di pericoli (perché i Looper si sbarazzano di personaggi che non esistono nel loro tempo) ma funestato da una clausola infida: un giorno, il killer dovrà eliminare se stesso, trent’anni più vecchio, per far scomparire ogni scomodo testimone. L’ultimo “lavoro” chiude questo cerchio macchinoso (definito appunto loop) ed è remunerato con una ricompensa significativa, tale da permettere di vivere le successive tre decadi agiatamente, con la consapevolezza di avere stampata sulla propria esistenza una indelebile data di scadenza. Quando Joe (Joseph Gordon-Levitt), Looper come tanti altri, indugia prima di uccidere la futura versione di se stesso (Bruce Willis), sembra commettere un errore imperdonabile. Lo smaliziato alter ego infatti riesce a fuggire, mettendo in discussione tutto l’oliato meccanismo. Ma possiamo giustificarlo: è in missione per salvare il suo mondo.
Prima di poter apprezzare Looper sono necessari alcuni minuti, durante i quali si è chiamati ad accettare il pasticcio ordito ai danni di Gordon-Levitt, reso irriconoscibile da naso e smorfie innaturali volte a farlo diventare sufficientemente simile ad un giovane Willis. Superata questa indubbia distrazione, è possibile lasciare che Rian Johnson ci trasporti nella sua arida versione del futuro, così privo di speranza ed umanità da apparire spaventosamente realistico, sulle tracce dei due “Joe”. Il vero turning point, almeno dal punto di vista visivo, arriva quando l’autore sceglie di lasciare l’ambientazione cittadina (e con questa le memorie di Blade Runner e Terminator) per farci conoscere la giovane Sara (Emily Blunt) madre-single dal passato tormentato, che sopravvive tutta sola col suo precocissimo bambino (Pierce Gagnon) in una casa immersa in un mare di spighe di grano, avendo come unica compagnia un fucile Remington caricato con pallottole di sale. C’è qualcosa di meraviglioso nella luce che brucia queste immagini, tale da premiare la scelta quasi reazionaria fatta da Johnson di girare il suo noir-fantascientifico sulla vecchia e romantica celluloide, invece che con una delle nuove e sempre più efficaci camere digitali. D’altronde, nonostante si parli di viaggi nel tempo e di telecinesi, gli effetti speciali occupano una parte marginale della narrazione, lasciando il palcoscenico all’ammirevole gusto col quale il regista mette in scena ogni situazione – c’è persino l’ammiccante close-up delle bollicine in una tazza di caffè, omaggio all’anarchico Godard.
Il principale merito di Johnson sta nell’aver costruito un continuum di grandiosa intensità, tale da non concedere mai allo spettatore il tempo di farsi troppe domande su ciò che ha appena visto; come afferma anche Willis in una scena piuttosto surreale del film, molto del fascino di Looper è infatti perso se si tenta di ricostruirne i dettagli con ragionamento analitico o con qualche complesso diagramma. Questa scelta non priva la sceneggiatura di forza o unità, ma al contrario consente all’autore di ritagliare (tra le sequenze d’azione pura) sufficiente spazio per tratteggiare i lineamenti di personaggi per nulla banali.
La storia è profondamente influenzata dai concetti di ciclicità e destino, interpretati però secondo il dettame tipicamente americano per cui c’è sempre la possibilità per un uomo di determinare il proprio futuro e, in particolar modo nel cinema, di influenzare con un atto eroico quello dell’intera umanità. Così nel finale, dopo l’inevitabile resa dei conti (nella quale si potrà ammirare per l’ennesima volta lo sguardo “da vendetta” che Willis concesse per la prima volta armato di katana) Johnson mette a segno la sua ultima stoccata, legando con una riuscitissima dissolvenza passato, presente e futuro. In quei pochi istanti, e nel silenzio che segue, c’è tutta la magia del cinema.
 
a cura di Emanuele P. (del 22/01/2013 @ 14:49:51, in Al Cinema, linkato 317 volte)

I choose to drink.
Flight
(Flight)
Robert Zemeckis, 2012 (USA), 138’
uscita italiana: 24 gennaio 2013
voto su C.C.
Un comunissimo volo Orlando-Atlanta precipita a causa di un danno meccanico, provocando la morte di sei persone tra equipaggio e passeggeri; solo una geniale e coraggiosa manovra del capitano “Whip” Whitaker (Denzel Washington) evita che la tragedia possa trasformarsi in disastro epocale. Si tratta della storia perfetta di un eroe americano, penserete voi. Ma c’è un piccolo dettaglio da considerare nel quadro generale: Whip è un alcolista convinto e la mattina dell’incidente era, come spesso gli capita, sotto l’effetto di droga ed alcool. Le indagini delle autorità sono destinate a scoprirlo, malgrado gli sforzi di un abile azzeccagarbugli (un ottimo Don Cheadle) .
A prima vista, il nuovo film di Robert Zemeckis potrebbe sembrare un film d’azione incompiuto. Proprio quando tutti i dettagli sembrano apparecchiati (il misterioso guasto, la presunta congiura, l’eroico salvataggio) la storia prende però una deriva sorprendentemente diversa, diventando intensissimo dramma messo in scena con una cura per la suspense che molti thriller degli ultimi tempi dovrebbero invidiare.
Due scene colpiscono più delle altre e mettono in luce la magistrale abilità di Zemeckis, apparso poche volte così efficace: una trasformerà in incubo tutti i vostri futuri viaggi in aereo, l’altra è destinata a far sobbalzare chiunque la stia guardando. La sequenza dello schianto è tanto originale quanto riuscita, uno studiato crescendo che raggiunge il climax qualche istante prima dell’effettivo impatto con il suolo, quando uno spaventoso e iperrealistico silenzio s’impadronisce del palcoscenico. Lo spettatore verrà precipitato (è il caso di dirlo) in un simile stato d’angoscia circa un’ora dopo, quando si troverà in compagnia dell’ombra di Whip di fronte al primissimo piano di una bottiglietta di vodka: situazione apparentemente innocua che catalizza però attenzione e pathos grazie al contesto, abilmente allestito dallo sceneggiatore John Gatins, e alla brillante intuizione di Zemeckis che affronta l’intera sequenza come si trattasse della più classica tra le scene “madre” del vostro thriller preferito, con tanto di porte cigolanti, tenebre infide ed una rassicurante guardia del corpo in bella vista, tanto per prendere ancora di più alla sprovvista l’ignaro spettatore.
Flight è un film potente, sull’abisso della dipendenza ma anche sulla speranza che la redenzione sia in qualche misura sempre possibile, nonostante la strada per raggiungerla appaia lastricata di tentazioni. Questo è il percorso sul quale vediamo zoppicare Whip (alcolista “per scelta”, come afferma con tutta la presunzione che lo ha reso un formidabile pilota) ma anche camminare a piccoli passi Nicole (Kelly Reilly) tossicodipendente in rehab. Per entrambi il momento dello schianto è in qualche modo significativo, perché rappresenta l’inizio del viaggio verso la salvezza: mentre per la ragazza una overdose suonerà come finale campanello d’allarme, il capitano riuscirà ad aprire gli occhi solo affrontando le conseguenze delle sue continue menzogne sulla memoria della donna che amava (Nadine Velazquez). Contribuiscono alla riuscita del film proprio le validissime interpretazioni di questa inedita coppia; in particolare Washington, con il suo fascino rassicurante ed un’anima oscura sempre minacciosamente pronta ad apparire, regala una prestazione monumentale, che non gli varrà i giusti riconoscimenti solo perché in lizza con il prevedibile “asso pigliatutto” Daniel Day-Lewis (Lincoln). Ma si sa, le statuette contano poco.
Uscendo dalla sala resteranno delusi solo quelli giunti in cerca di qualche esplosione o di un machiavellico complotto; per tutti gli altri l’unica preoccupazione sarà osservare, con circospezione, il pilota del prossimo volo sul quale saliranno.   
 
a cura di Emanuele P. (del 16/01/2013 @ 15:09:05, in Al Cinema, linkato 531 volte)

Django Unchained
(Django Unchained)
Quentin Tarantino, 2012 (USA), 165’
uscita italiana: 17 gennaio 2013
voto su C.C.
Il dottor King Schultz (Christoph Waltz), cacciatore di taglie, libera lo schiavo Django (Jamie Foxx) perché unico a conoscere l’aspetto di tre dei suoi preziosi obbiettivi. Presto però questa collaborazione si trasforma in qualcosa di molto simile ad una amicizia, e così il teutonico bounty hunter ha modo di scoprire la straziante storia di Broomhilda (Kerry Washington), amata moglie dalla quale Django era stato brutalmente separato in seguito ad un tentativo di fuga dalla loro piantagione.  
È l’inizio di un’odissea, nel tentativo di strappare la donna dalle grinfie dello schiavista Calvin Candie (Leonardo DiCaprio).
Nell’idea di intrattenimento con la quale Quentin Tarantino si confronta da sempre, hanno un ruolo fondamentale non solo i classici della cultura western americana (da Ford a Peckinpah) e i loro diretti “consanguinei” nipponici (come i samurai di Kurosawa) ma anche tutti quei film, spesso definiti B-movie, che hanno radici meno nobili pur conservando una dignità cinematografica altissima. Sono un esempio le produzioni made in Hong Kong dello Shaw Brothers Studio dalle quali il regista americano ha attinto a piene mani per il “gargantuesco” (citazione per amatori) Kill Bill o i poliziotteschi italiani che riecheggiano nel più recente Death Proof; con Django Unchained Tarantino ha modo di omaggiare il mondo degli spaghetti western, da cui come sempre “ruba” l’atmosfera (il cameo di Franco Nero, già interprete del “nostro” Django, le melodie di Morricone tratte da I Crudeli di Corbucci) pur mantenendo intatta una cifra stilistica divenuta da decenni vero e proprio marchio di fabbrica.
Il regista di Reservoir Dogs ha ormai raggiunto un livello di consapevolezza e conoscenza del medium tale da trascendere i consueti confini del cinema, dando vita a vere e proprie opere d'arte pop. La bellezza di alcune sequenze (il fiore di cotone intriso di sangue, la stereotipata danza con la quale la servitù apparecchia la tavola per i “padroni”) va ben oltre la loro effettiva importanza narrativa: il linguaggio cinematografico diventa semplicemente un mezzo per suscitare emozioni in chi guarda. È per questo che le tre ore di Django Unchained trascorrono avvolte da un’aura di epica sospensione, mentre la storia cambia forma muovendosi con agilità tra stili e generi diversi – chi altri se non Tarantino avrebbe potuto immaginare l’hip hop nella soundtrack di un “western”; l’avventura dei due protagonisti deve essere lunghissima e contrastata, perché solo in questo modo può rendere giusto merito all’eroismo dei suoi interpreti. Al pari del solito Christoph Waltz (una garanzia), Leonardo DiCaprio si rivela eccezionale caratterista, nel ruolo di un eccentrico proprietario terriero la cui crudeltà è forse giustificata dall’ambiente nel quale è stato cresciuto. Jamie Foxx completa il trittico di protagonisti maschili ed, idealmente, conclude il suo percorso da maschio alpha afroamericano che aveva iniziato col ruolo in Any Given Sunday (Oliver Stone, 1999) regalando una prestazione convincente (e divertita). Nel cast c’è spazio anche per uno storico sodale di Tarantino (Samuel L. Jackson) che interpreta l'unico personaggio della storia imperdonabilmente negativo: l’attempato maggiordomo del monsieur Candie, divenuto negriero quasi più sadico del padrone.
Pur indulgendo, nel finale, in un crescendo di violenza molto pulp (pure troppo) Tarantino reinventa ancora una volta il suo Cinema, adattandolo ad una nuova ambientazione e a nuove dinamiche senza rinunciare ad un tocco inconfondibile. Che colpisce ogni volta come fosse la prima.
Arte.
 


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