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New York Stories (New York Stories) Woody Allen, Francis Ford Coppola, Martin Scorsese, 1989 (Usa), 123’
L’idea che il resto del mondo ha di New York è dovuta, perlomeno in parte, alla rappresentazione che è stata data della Grande Mela da decenni di pittoresche pellicole e capolavori senza tempo. Non c’è quindi miglior modo per omaggiarla che lasciare la libertà a tre grandi cineasti americani di allestire altrettanti episodi, aventi come fil rouge l’ambientazione (newyorkese ovviamente), che declinano in modi differenti le consuete tematiche sentimental-amorose.
L’episodio d’apertura (nonché il migliore tout court) è diretto da Martin Scorsese, che racconta delle vicissitudini di un acclamato pittore (Nick Nolte), alle prese con la tormentosa reazione che lo lega alla sua allieva Rosanna Arquette. Il secondo segmento, affidato a Francis Ford Coppola, può contare su una fiera compagine nostrana (Giancarlo Giannini, il maestro Vittorio Storaro), ed è un fiabesco divertissment sui privilegiati eredi in tenera età della elite di Manhattan, che risente fortemente delle atmosfere care alla figlia del regista, Sofia Coppola, all’epoca diciottenne, co-autrice dello script. In chiusura, e non poteva certamente mancare, c'è Woody Allen con una ispirata ma un po’ ridondante commedia sui problemi che un avvocato ebreo (Allen stesso) deve fronteggiare per “sopravvivere” alle attenzioni di una esasperante madre (Mae Questel) per nulla convinta circa la promessa sposa del figlio (Mia Farrow).
Life Lessons (curato da Scorsese) è un piccolo capolavoro. C’era sufficiente materiale tra le pagine della sceneggiatura di Richard Price da poter ottenere un lungometraggio di sicura riuscita: la storia è convincente, le interpretazioni ispirate e poi Scorsese dà il meglio di sé firmando l’episodio con la sua cifra stilistica ed una selezione dei brani quanto mai ispirata – Reality, di Richard Sanderson apre e chiude la storia, e più in generale ogni brano scelto ha ruolo fondamentale in tutta la narrazione.
Il segmento dei Coppola’s, padre, figlia e nonno (Carmine, autore della colonna sonora e di un breve cameo), Life without Zoe, è una raffinata favola, dall’accuratissima realizzazione ma dal futile script. La brillante, giovanissima protagonista, Heather McComb, all’esordio assoluto in questa pellicola, avrà davanti a se un futuro non proprio all’altezza delle aspettative (azzardiamo) nel mondo delle serie tv americane con numerosissime comparsate – anche per questo può essere interessante guardare un film a vent’anni dalla sua realizzazione e uscita…
Woody Allen propone infine una versione (forse non abbastanza) ridotta della “specialità della casa”, con tanto di consueti titoli di testa che scorrono su fondo nero accompagnati da un blues spensierato. Mancano trovate particolarmente brillanti, ma dopo la controversa e complessa storia di Scorsese e l’insolito Coppola in versione baby-sitter, non c’è niente di meglio delle risate che solo Allen può assicurare – la sua madre-matrona, che finisce magicamente col far parte della volta celeste di Manhattan, diabolicamente onnisciente e chiacchierona, ricorderà a molti spiacevoli esperienze con familiari invadenti. L’unica pecca di Oedipus Wrecks è quindi una durata forse eccessiva, non giustificata dalla quantità di “materiale” a disposizione. Poco più che un corto, ma pur sempre commedia alleniana allo stato puro.
Insomma, grazie ad un invidiabile equilibrio e all’indubbio talento dei cineasti interpellati, New York Stories rappresenta sicuramente un film da non perdere per i cinemaniaci più attenti.
Melting pot.

Brivido di sangue
(The Wisdom of Crocodiles) Po-Chih Leong, 1998 (Gran Bretagna), 98’
Fondamentalmente abbiamo due tipi di thriller da celluloide, quelli che sono scritti in modo da porre al centro della narrazione il concetto del whodunit (chi è stato?), nei quali viene dato ampio risalto alle indagini svolte dai protagonisti (poliziotti, agenti FBI, giornalisti, eroi per caso), e poi quelli in cui non esiste l’incognita circa l’identità del cattivo di turno, ma bensì è proprio la caratterizzazione di questo personaggio, la sua capacità di suscitare emozioni nello spettatore a far sì che il film sia in qualche modo interessante. Considerata la cinematografia degli ultimi anni si possono considerare Seven e Il Silenzio degli Innocenti come paradigmi più o meno puntuali di questi due “sotto-generi” – nel caso del film di Demme l’esempio non è esattamente preciso in quanto il personaggio interpretato da Hopkins non risulta realmente l’antagonista principale dei “buoni”, pur finendo col catturare radicalmente l’attenzione dello spettatore con la storia di cui è protagonista, che scorre parallelamente al plot principale (o forse secondario, a voler ben vedere).
Questa verbosa introduzione serve in parte a giustificare il motivo per cui un (solo discreto) film anglosassone di dieci anni fa possa meritare menzione nelle nostre pagine; Brivido di sangue è un perfetto esempio di thriller nel quale manca il minimo dubbio circa l’aspetto dell’antagonista designato (Jude Law), così come ben poca importanza hanno nello script le indagini della polizia, liquidate con poche scene e in parte ridicolizzate da una stereotipata coppia di investigatori adatti forse più ad una farsa (Timothy Spall e Jack Davenport). Tutto l'interesse è focalizzato sulla caratterizzazione del serial killer, sulle sue fobie e le sue motivazioni.
La storia è piuttosto grottesca: un avvenente ricercatore, sofferente per qualche sorta di vampirismo-emofilia non meglio definiti, ha la necessità di uccidere ogni donna con la quale inizia una storia, sperando di trovare nel loro sangue (cioè nel sangue delle tapine), pieno di amore, una cura per le sue indicibili sofferenze. La polizia indaga, inutilmente, mentre l’ultima delle vittime in pectore (Elina Löwensohn), vive la sua storia d’amore col maniaco ignara delle possibili conseguenze.
Il misterioso regista anglo-asiatico Po-Chih Leong mette in scena lo script del parimenti sconosciuto Paul Hoffman con discreta capacità ed attenzione; dopo lo choc iniziale (assolutamente necessario) col quale fa scoprire allo spettatore nel modo più macabro possibile le abitudini dell’agghiacciante Jude Law (mediocre interpretazione, ma sicuro physique du role), l’autore, nato in Inghilterra ma formatosi ad Hong Kong, mette in scena un raffinato climax discendente che ha unico picco nella auspicabile sequenza finale. Più che sulle indagini (come detto assenti) o sulle cruente abitudini del serial killer, la narrazione è incentrata sul dramma, umanissimo, del personaggio di Law, che deve fronteggiare solitudine, paure, incertezze e la sua incapacità di rapportarsi in modo “normale” con qualsiasi persona. Il risultato è un film che si avvicina per tematiche e sviluppo quasi più ad un dramma, sebbene mantenga intatti pathos e intensità nella maggior parte delle scene – comprensibili i sussulti dello spettatore durante ogni incontro tra Law e la presunta futura vittima.
A tempo perso, esercizio di stile abbastanza interessante.
Ecco l'elenco completo dei film premiati nella cerimonia di chiusura del Festival di Cannes 2009.
In Competition :
Lungometraggi:
Palme d'Or DAS WEISSE BAND (THE WHITE RIBBON) directed by Michael HANEKE
Grand Prix UN PROPHÈTE (A PROPHET) directed by Jacques AUDIARD
Award for Best Director Brillante MENDOZA for KINATAY
Award for Best Screenplay LOU Ye for CHUN FENG CHEN ZUI DE YE WAN (Spring Fever)
Award for Best Actress Charlotte GAINSBOURG in ANTICHRIST directed by Lars VON TRIER
Award for Best Actor Christoph WALTZ in INGLOURIOUS BASTERDS directed by Quentin TARANTINO
Jury Prize Ex-aequo FISH TANK directed by Andrea ARNOLD BAK-JWI (THIRST) directed by PARK Chan-Wook
Vulcain Prize for an artist technician, awarded by the C.S.T. MAP OF THE SOUNDS OF TOKYO directed by Isabel COIXET
Lifetime achievement award for his work LES HERBES FOLLES (WILD GRASS) directed by Alain RESNAIS
Cortometraggi:
Palme d'Or - Short Film ARENA directed by João SALAVIZA
Short Film Special Distinction THE SIX DOLLAR FIFTY MAN directed by Louis SUTHERLAND, Mark ALBISTON
Un Certain Regard :
Un Certain Regard Prize - Groupama Gan Foundation for Cinema KYNODONTAS (DOGTOOTH) directed by Yorgos LANTHIMOS
Jury Prize - Un Certain Regard POLITIST, ADJECTIV (POLICE, ADJECTIVE) directed by Corneliu PORUMBOIU
Un Certain Regard Special Jury Prize Ex-aequo KASI AZ GORBEHAYE IRANI KHABAR NADAREH (NO ONE KNOWS ABOUT PERSIAN CATS) directed by Bahman GHOBADI LE PÈRE DE MES ENFANTS (FATHER OF MY CHILDREN ) directed by Mia HANSEN-LØVE
Cinefondation :
1st Prize Cinéfondation BÁBA directed by Zuzana KIRCHNEROVÁ-ŠPIDLOVÁ
2nd Prize - Cinéfondation GOODBYE directed by SONG Fang
3rd Prize Cinéfondation Ex-aequo DIPLOMA directed by Yaelle KAYAM NAMMAE UI JIP (DON'T STEP OUT OF THE HOUSE) directed by JO Sung-hee
Golden Camera :
Caméra d'or SAMSON AND DELILAH directed by Warwick THORNTON
Caméra d'Or - Special Distinction AJAMI directed by Scandar COPTI, Yaron SHANI

Kobe Doin’ Work
(Kobe Doin’ Work)
Spike Lee, 2009 (Usa), 84’
Quando uno sport viene interpretato ai massimi livelli dai più grandi atleti del momento, non c’è bisogno di conoscerlo per apprezzarne lo spettacolo. Questo è il grande fascino dei playoff NBA, l’apice massimo della pallacanestro professionistica: si tratta spesso di battaglie dal sapore quasi epico, scontri tra titani inarrivabili, momenti di entertainment allo stato purissimo. Importa poco non essere un particolare esperto, restare sorpresi dai coreografici gesti degli arbitri o semplicemente far fatica a comprendere alcuni momenti dell’azione, perché tutto si svolge a una tale velocità ed intensità (e soprattutto con una tale armonia) che sembra di assistere a una studiatissima rappresentazione.
Spike Lee adora il basket (come testimonia anche il suo ottimo He Got Game, nel quale recitava da protagonista proprio una stella nascente e futuro campione della NBA, Ray Allen). Frustrato dalle recenti imprese dei suoi New York Knicks si è quindi rivolto, pare ai limiti della supplica, a quello che al momento è uno dei più rappresentativi esponenti dell’amato sport: Kobe Bryant. Pluricampione grazie al sodalizio (finito malaccio) con l’enorme Shaquille O’Neal, Kobe è finalmente tornato ai fasti di un tempo nella passata stagione, meritandosi il titolo di Mvp della lega (miglior giocatore) e arrivando ad un passo dalla vittoria finale con i suoi Los Angeles Lakers.
L’idea di Lee è geniale: seguire il neo Mvp durante una intera partita (piuttosto importante, la decisiva gara di semifinale contro i campioni uscenti) con l’ausilio di un numero enorme di camere dedicate oltre al privilegio dell’accesso al sancta sanctorum dello spogliatoio, spiando insomma per intero una “giornata lavorativa” di Kobe, dal pre-partita sino ai festeggiamenti finali – sembra un po’ la versione cestistica di Shine the Light del maestro Scorsese. Così facendo, il cineasta newyorkese ci svela, accompagnato dallo stesso Bryant che commenta le scene fuori campo (ironicamente lo stesso giorno in cui ha “regalato” agli amati Knicks di Spike Lee il numero record di 61 punti), un mondo affascinante, in cui il leader dei Lakers incita i compagni, li guida, scherza con arbitri ed avversari, sbraita, esulta. Si vive la partita dal campo, dando significato a centinaia di piccole cose (intercalari, termini, tecnicismi) che si rivelano in tutta la loro semplicità: si tratta di un gioco, e Kobe sembra divertirsi un mondo. È un eterno Peter Pan che non lascerà mai la sua isola felice.
In campo il fuoriclasse è logorroico, sempre pronto a dare un consiglio o un incoraggiamento (anche in italiano all’ex Udine Vujacic, ricordando i suoi anni vissuti qui da noi), capace di analizzare con freddezza e sorprendente acume tattico ogni frangente di quel gioco che conosce come le sue tasche.
Il docu-film, girato per la ESPN, coinvolge totalmente lo spettatore, anche quello che non ha mai visto una partita di basket prima di allora, grazie ad un montaggio curatissimo e all’efficacia della inedita e quasi totale “copertura” del campo di gioco – inutile dire che i fan della pallacanestro a stelle e strisce lo apprezzeranno ancora di più.
Suono e immagini, fusi insieme in perfetta armonia, un vero e proprio regalo di Spike Lee al suo pubblico (e all’amato sport): pura arte, puro spettacolo. D'altronde loro lo ripetono sempre, questa è la NBA, where amazing happens...

Soffocare (Choke) Clark Gregg, 2008 (Usa), 89’
uscita italiana: 13 maggio 2009 voto su C.C. 
Victor Mancini (Sam Rockwell) è un eroico perdente. Sessuomane, studente di medicina fallito (ma per nobili motivi), lavora, indossando vestiti ridicoli, come figurante in un parco a tema dove il tempo si è fermato al 1700 e si guadagna da vivere contando sulla riconoscenza (!) di tutti quelli che lo hanno salvato da un finto soffocamento. Il suo unico scopo nella vita è diventato accudire la madre (Anjelica Huston), nonostante questa abbia ormai corpo e mente devastati dall’età e dalle droghe, e gli abbia rovinato l’intera vita con le sue assurde teorie sul caos sociale, sulla protesta anticonformista. L’unico amico di Victor è Denny (Brad William Henke), anche lui afflitto da dipendenze imbarazzanti ma dotato di ciò che manca allo stralunato compare: la speranza. Gli basta innamorarsi di una spogliarellista che si chiama come un cocktail (Gillian Jacobs) per iniziare una metamorfosi verso la normalità con la quale Victor non riesce a convivere, afflitto da mille dubbi sulle sue vere origini. C’è infatti una dottoressa (Kelly Macdonald), nella clinica dove è internata la madre, che è convinta lui sia in qualche modo il nuovo Messia, un clone di Gesù…
Questa sproporzionata sinossi non riesce a rendere lontanamente ragione alla geniale opera di Chuck Palahniuk (vedi Fight Club) da cui è tratto il film. Purtroppo però chi decide di vedere Soffocare non trova sul suo sediolino, al cinema, una copia del romanzo da poter apprezzare, ma si affida alle infide mani di Clark Gregg (da attore, prezzemolino in serial e film, da sceneggiatore, autore del raccapricciante script de Le verità nascoste) cui viene dato il triplice compito di adattare, dirigere e interpretare, con poco più che un cameo, lo scritto di Palahniuk.
Tutto ciò che rende il romanzo imperdibile diviene nel film insensato, confuso, inutile. Rockwell è straordinario (e la cosa non sorprende), ma questo davvero non basta considerata la realizzazione quasi amatoriale della pellicola, persino dal punto di vista tecnico – la fotografia (di Tim Orr) sembra quella di una soap opera, con perenne totale esposizione, a tratti abbagliante.
Con il suo script, Gregg non valorizza buone parti della storia, abbozza sviluppi e situazioni, prediligendo il particolare scabroso o il momento simil comico (emblematica la scelta di "inventarsi" la sequenza del soffocamento nel ristorante cinese, una scena totalmente superflua che leva probabilmente spazio ad altre più importanti lasciate nel dimenticatoio); solo grazie all’assoluta originalità della storia il film mantiene comunque un certo interesse e riesce ad arrivare al gran colpo di scena finale immune da sbadigli e borbottii. Resta però evidente, a chi ha anche solo lontanamente apprezzato le potenzialità del romanzo, che si poteva ottenere molto di più (a maggior ragione considerando il cast di primissimo ordine, che si concede il lusso della grandiosa coppia d’interpreti Huston-Rockwell).
Palahniuk forse dormiva mentre gli mostravano il film?
Gran peccato.
E' iniziato oggi il Festival di Cannes (13-24 maggio), aperto dal film (in 3d) targato Disney Pixar, Up diretto da Pete Docter. La compagine italiana è piuttosto esigua, ma tutta la nostra attenzione è, ovviamente, rivolta all'attesissimo Inglorius Basterds del messia Quentin Tarantino. Interesse anche per le nuove opere di Gilliam, Amenabar, Gondry, Loach, Almodovar e Haneke.
Ecco l'elenco completo dei film proposti:
Competition:
À L'ORIGINE (IN THE BEGINNING) directed by Xavier GIANNOLI ANTICHRIST directed by Lars VON TRIER BAK-JWI (THIRST) directed by PARK Chan-Wook BRIGHT STAR directed by Jane CAMPION CHUN FENG CHEN ZUI DE YE WAN (Spring Fever) directed by LOU Ye DAS WEISSE BAND (THE WHITE RIBBON) directed by Michael HANEKE ENTER THE VOID directed by Gaspar NOÉ FISH TANK directed by Andrea ARNOLD INGLOURIOUS BASTERDS directed by Quentin TARANTINO KINATAY directed by Brillante MENDOZA LES HERBES FOLLES (WILD GRASS) directed by Alain RESNAIS LOOKING FOR ERIC directed by Ken LOACH LOS ABRAZOS ROTOS (BROKEN EMBRACES) directed by Pedro ALMODÓVAR MAP OF THE SOUNDS OF TOKYO directed by Isabel COIXET TAKING WOODSTOCK directed by Ang LEE THE TIME THAT REMAINS directed by Elia SULEIMAN UN PROPHÈTE (A PROPHET) directed by Jacques AUDIARD VENGEANCE directed by Johnnie TO VINCERE directed by Marco BELLOCCHIO VISAGE (FACE) directed by TSAI Ming-Liang
Un certain regard:
À DERIVA (ADRIFT) directed by Heitor DHALIA AMINTIRI DIN EPOCA DE AUR (TALES FROM THE GOLDEN AGE) directed by Hanno HÖFER, Razvan MARCULESCU, Cristian MUNGIU, Constantin POPESCU, Ioana URICARU DEMAIN DÈS L'AUBE (TOMORROW AT DAWN) directed by Denis DERCOURT EYES WIDE OPEN (EINAYM PKUHOT) (EYES WIDE OPEN) directed by Haim TABAKMAN INDEPENDENCIA (Independencia) directed by Raya MARTIN IRÈNE (IRENE) directed by Alain CAVALIER KASI AZ GORBEHAYE IRANI KHABAR NADAREH (NO ONE KNOWS ABOUT PERSIAN CATS) directed by Bahman GHOBADI KUKI NINGYO (AIR DOLL) directed by KORE-EDA Hirokazu KYNODONTAS (DOGTOOTH) directed by Yorgos LANTHIMOS LE PÈRE DE MES ENFANTS (FATHER OF MY CHILDREN ) directed by Mia HANSEN-LØVE LOS VIAJES DEL VIENTO (THE WIND JOURNEYS) directed by Ciro GUERRA MORRER COMO UM HOMEM (TO DIE LIKE A MAN) directed by João Pedro RODRIGUES MOTHER directed by BONG Joon-Ho NANG MAI (NYMPH) directed by Pen-Ek RATANARUANG POLITIST, ADJECTIV (POLICE, ADJECTIVE) directed by Corneliu PORUMBOIU PRECIOUS directed by Lee DANIELS SAMSON AND DELILAH directed by Warwick THORNTON SKAZKA PRO TEMNOTU (TALE IN THE DARKNESS) directed by Nikolay KHOMERIKI THE SILENT ARMY directed by Jean VAN DE VELDE TZAR directed by Pavel LOUNGUINE
Fuori concorso:
AGORA (AGORA) directed by Alejandro AMENABAR COCO CHANEL & IGOR STRAVINSKY directed by Jan KOUNEN DRAG ME TO HELL directed by Sam RAIMI L'ARMÉE DU CRIME (THE ARMY OF CRIME) directed by Robert GUÉDIGUIAN NE TE RETOURNE PAS (DON'T LOOK BACK) directed by Marina DE VAN PANIQUE AU VILLAGE (A TOWN CALLED PANIC) directed by Vincent PATAR, Stéphane AUBIER THE IMAGINARIUM OF DOCTOR PARNASSUS directed by Terry GILLIAM UP directed by Pete DOCTER
Special screenings:
CENDRES ET SANG (ASHES AND BLOOD) directed by Fanny ARDANT JAFFA (JAFFA) directed by Keren YEDAYA L'ÉPINE DANS LE COEUR (The thorn in the heart) directed by Michel GONDRY MANILA (Manila) directed by Adolfo ALIX, JR., Raya MARTIN MIN YE ... (" TELL ME WHO YOU ARE") directed by Souleymane CISSE MY NEIGHBOR, MY KILLER directed by Anne AGHION NO MEU LUGAR (EYE OF THE STORM) directed by Eduardo VALENTE PETITION (PETITION) directed by Zhao LIANG PORTRAIT DE GROUPE AVEC ENFANTS ET MOTOCYCLETTES (GROUP PORTRAIT WITH KIDS AND MOTORCYCLES) directed by Pierre-William GLENN UNE VIE TOUTE NEUVE (A BRAND NEW LIFE) directed by Ounie LECOMTE
Cinefondation:
#1 directed by Noamir CASTÉRA BÁBA directed by Zuzana KIRCHNEROVÁ - ŠPIDLOVÁ BY THE GRACE OF GOD directed by Ralitza PETROVA CHAPA directed by Thiago RICARTE DIPLOMA directed by Yaelle KAYAM EL BOXEADOR (THE BOXER) directed by Juan Ignacio POLLIO GOODBYE directed by SONG Fang GUTTER directed by Dan Ransom DAY IL NATURALISTA (THE NATURALIST) directed by Giulia BARBERA, Gianluca LO PRESTI, Federico PARODI, Michele TOZZI KASIA directed by Elisabet LLADÓ LE CONTRETEMPS (THE SETBACK) directed by Dominique BAUMARD MALZONKOWIE (SIGNIFICANT OTHERS) directed by Dara VAN DUSEN NAMMAE UI JIP (DON'T STEP OUT OF THE HOUSE) directed by JO Sung-hee SEGAL directed by Yuval SHANI SYLFIDDEN (THE SYLPPHID) directed by Dorte BENGTSON THE HORN directed by YIM Kyung-dong TRAVERSER directed by Hugo FRASSETTO

Star System - Se non ci sei non esisti (How To Lose Friends & Alienate People)Robert B. Weide, 2008 (Gran Bretagna), 110' uscita italiana: 8 maggio 2009 voto su C.C. Simon Pegg è una sorta di guru della commedia demenziale inglese. Nel resto del mondo (e in particolare da noi) è pressoché sconosciuto, o forse lontanamente ricordato per il suo lavoro meglio distribuito, l’esilarante Hot Fuzz; si tratta insomma di una sorta d’icona dell’anti-mainstream cinematografico: stupido, goffo, ma per qualche incomprensibile ragione anche un po’ radical chic.
Per questo Pegg è perfetto nell’interpretare il bizzarro Sidney Young, redattore di una insulsa rivista inglese cui viene offerto il lavoro (segretamente) bramato da una vita, un incarico nella cosmopolita New York che gli consentirebbe di entrare nel mondo patinatissimo del jet set sognato sin da bambino.
Il suo mentore è addirittura il redivivo Jeff Bridges (impagabile) e le interpreti femminili sono le abbaglianti Megan Fox e Kirsten Dunst, cosa vorreste di più?
Forse di più vorreste una trama che non sia stupida o scontata, e allora sarebbe meglio evitare questo film. Infatti il romanzo di Toby Young (qui co-produttore) da cui è tratta la pellicola è una sorta de Il Diavolo veste Prada in salsa demenziale, nel quale è enfatizzata per ovvi motivi la complessa vita pseudo sentimentale di Pegg, che ad un certo punto si trova a dover scegliere se conoscere (biblicamente) la Fox o tuffarsi in una romantica storia con la Dunst. Mica male.
Il regista Robert B. Weide tenta in vari modi di nobilitare la sceneggiatura, ammiccando in continuazione a felliniana memoria (lo ringraziamo sentitamente) e costruendo con attenzione quasi superflua alcune scene, ma s’imbatte inevitabilmente nel nulla cosmico che caratterizza la sua storia. Pegg di fatto lo salva, tenendo in piedi l’intero film con la solita brillante interpretazione (il suo sorriso è a dir poco coinvolgente). Un esempio è la impagabile sequenza in cui resta per un minuto intero con la mandibola che rasenta il suolo mentre guarda Megan Fox che gli si avvicina sguazzando in una piscina, da novella Anita Ekberg.
Insomma, in giro c’è senza dubbio di peggio, molto di peggio (chi ha detto l’horror di San Valentino, per qualche strano motivo uscito nelle sale a maggio?).
Annacquato.
La frase. «Who sends people dead fish?»
«The mafia.»
PS. A tempo perso, qualcuno mi spieghi il senso del titolo italiano (non che l'originale fosse 'sto capolavoro).

Bianciardi! (Bianciardi!)
Massimo Coppola, 2007 (Italia), 60'
Se c’è una cosa buona venuta fuori da MTV in tutta la storia della rete, questa è senza dubbio la trasmissione cult Avere Ventanni, di Massimo Coppola (già autore, per la stessa emittente, dell’innovativo Brand: New più tardi distrutto dall’opera dell’inutile e sopravvalutato Infascelli). Lo stesso gruppo di sapienti pensatori, che annovera tra le sue fila anche Giovanni Giommi e Alberto Piccinini, ha poi dato alla luce – dopo l’esordio ad MTV – anche una serie di notevoli documentari, trasmessi (e seppelliti) da La7, su temi cruciali spesso poco considerati dalla tv generalista.
Con Bianciardi!, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia del 2007, Coppola e compagni dimostrano ancora una volta le loro notevoli capacità, essendo in grado di unire ad una ricercatissima cifra stilistica contenuti di prim’ordine e mai banali.
Si tratta infatti di un documentario dedicato a Luciano Bianciardi, controverso giornalista, scrittore, meglio dire intellettuale, che visse a metà del novecento. Noto al grande pubblico per il romanzo La vita agra – racconto parzialmente autobiografico della sua fuga a Milano dalle miniere di Ribolla, inizialmente giustificata da una “vendetta” per le vittime di un terribile incidente, ma che vede poi sbiadire ideali, convinzioni e sogni annullati dai condizionamenti della grande città – Bianciardi fu autore mirabile e dissacrante. Coppola non ricerca l’apologia ma si limita a percorrere lo stesso viaggio, dalla Toscana all’esilio volontario in Liguria, passando per la Lombardia, che lo scrittore nato a Grosseto compì sessant’anni prima. Aiutato dai ricordi della figlia, e di tanti amici e conoscenti (spesso illustri), Coppola e Piccinini costruiscono un ritratto completo e convincente di una personalità assai complessa, schiacciata dalle sue stesse contraddizioni – divenuta “schiava” della città che aveva promesso di “distruggere”, con la famigerata minaccia di una bomba con la quale abbattere il Pirellone, simbolo della spregiudicatezza e dell’ingiustizia del potere economico e politico.
Coppola sceglie di essere interlocutore “invisibile” (sempre fuori campo) degli intervistati, lasciando tutto lo spazio ai protagonisti del suo documentario e, soprattutto, alla storia che cerca di raccontare. Lo stile è originale e ricercato – come intuibile già dalla interessantissima sequenza dei titoli di testa – ma non mette per questo in secondo piano la narrazione, vero fulcro di tutta l’opera. Frammenti di vecchie interviste rilasciate da Bianciardi, brevi sequenze filmate (tratte anche dal film, La vita agra, in cui lo scrittore fu interpretato da Ugo Tognazzi) e testimonianze dei conoscenti si fondono sapientemente per dar vita ad un validissimo esempio di documentario – che ha dignità artistica quantomeno pari ad un film di eccellente qualità.
Piccolo, ma brillante, gioiello.

Disastro a Hollywood(What Just Happened)Barry Levinson, 2008 (Usa), 107’ uscita italiana 17 aprile 2009 voto su C.C. 
Il mondo dei produttori hollywoodiani è tutto basato sul potere – come viene metaforicamente mostrato nella sequenza che apre e chiude il film: che si tratti di acquisirne o semplicemente di barcamenarsi pur di mantenere il proprio status quo. Questo è ciò che tenta di fare Ben (il miglior Robert De Niro degli ultimi anni), produttore di discreto successo alle prese con due problemi grotteschi e diverse incertezze sentimentali. Infatti è costretto, pur di non perdere credibilità e guadagni, a convincere un estroso regista britannico (Michael Wincott) a evitare la truculenta morte di un cane nel prossimo film d’azione di Sean Penn (pellicola della quale nella realtà manco avrebbe letto la sceneggiatura, aggiungiamo), e a costringere in qualche modo Bruce Willis (il solito mattacchione) a perdere qualche chilo e soprattutto una improbabile barba che fa ormai crescere da sei mesi, nonostante le preghiere del suo psicolabile agente (John Turturro, con tanto di mutande con bandiera italiana sopra…).
Barry Levinson (Rain Man, Bugsy, Sleepers), con lo sceneggiatore Art Linson (autore del libro da cui è tratto il film), riesce ad allestire una commedia senza tante pretese ma abbastanza originale e ben interpretata da essere a tratti anche discretamente divertente. Con una bella dose di autoironia dedica infatti l’attenzione al mondo dietro la celluloide, fatto tutto di interessi, pressioni e condizionato dalle stramberie delle star. De Niro, produttore di mezza età in perenne ritardo, riesce a brillare sufficientemente da valorizzare l’intera pellicola, che sarebbe per larghi tratti troppo sopra le righe; contribuiscono alla riuscita anche le altre star (quelle vere) pronte a non prendersi troppo sul serio – segnaliamo l’orazione funebre del barbuto Willis al funerale di un agente.
Levinson cerca di mantenere alto il ritmo della narrazione (azzerando i tempi morti con interessanti “avanzamenti veloci”, come durante gli spostamenti di De Niro che è sempre di fretta e sempre con l’auricolare wireless in funzione), lasciando ai singoli interpreti spazio per i siparietti che sono probabilmente la miglior cosa del film – come la seduta di psicoterapia anti-coppia cui partecipano Ben e la sua ex moglie, interpretata da Robin Wright Penn.
What Just Happened (meglio evitare commenti sul titolo italiano…) è una pellicola di sicuro appeal, considerato il cast e l’interessante ambientazione, che però ha come unico, vero, motivo d’interesse la ricomparsa sullo schermo di un De Niro finalmente di nuovo presentabile.
Patinato.

Bianco e nero (Bianco e nero) Cristina Comencini, 2007 (Italia), 100’
Da sempre sono convinto (e orgoglioso) portabandiera di una causa nobilissima: il vilipendio verso una certa parte del cinema italiano – che con un po’ di qualunquismo si potrebbe riassumere nella famiglia Muccino –, allo stesso tempo mezzo e causa della scarsa qualità media dei film che proponiamo ogni anno. Questo paradossalmente finisce con l’instaurare nella impressionabile mente dell’uomo/donna della strada la convinzione che una pellicola made in Italy quasi non valga la pena di essere vista al cinema (pagando, persino) quando in tivvù ne è disponibile un surrogato quasi-gratuito e di simile qualità (la fiction).
Mettendo però da parte pamphlet polemici che ci porterebbero troppo lontano, torniamo a questa presunta commedia molto politically correct.
Fabio Volo (meglio quando interpreta il giovane nei programmi per finti giovani) e Aïssa Maïga sono una coppia multietnica di amanti alle prese con un ridicolo e stereotipato “scontro tra culture” oltre che con i sentimenti mai dimenticati verso i vecchi compagni (Ambra Angiolini, Eriq Ebouaney).
Cristina Comencini è l’arma di distruzione del cinema italiano più sottovalutata dell’intera storia. C’è chi pretendeva di scortarla addirittura agli Oscar (per il deprimente La bestia nel cuore), chi la considera una delle nostre registe più affermate.
Con questo film ha dimostrato, una volta ancora, la subdola pericolosità delle sue opere: mentre infatti i vari Muccino, Veronesi, Brizzi e compagnia sono degni e consapevoli autori di un certo genere di pellicole (che, seppur disprezzabili, sono permeate da una sana “onestà intellettuale”), la Comencini tenta di camuffare i suoi film con una patina di simil rispettabilità, scomodando tematiche importanti e/o situazioni pseudo-realistiche.
Bianco e Nero è una pellicola che sarebbe stata (forse) originale se girata durante gli anni sessanta, in prossimità di quell’ Indovina chi viene a cena che per certi versi tenta di scimmiottare. Ambientata però ai giorni nostri, la storia diviene un’accozzaglia di anacronistici e (francamente) preoccupanti luoghi comuni che dicono molto di più circa gli sceneggiatori – ben tre, Giulia Calenda, Maddalena Ravagli, Cristina Comencini – piuttosto che riguardo il tempo in cui viviamo.
Alcune sequenze sono raccapriccianti, e riescono nell’arduo compito di offendere contemporaneamente entrambe le “civiltà” coinvolte (questa si che è uguaglianza); quando queste geniali trovate vengono a mancare, allora il film naviga in un noioso mare di finto perbenismo – c’è da segnalare il personaggio del genero di Volo, Franco Branciaroli, che interpreta una sorta di avventuriero con la fissazione per le donne africane, mania ampiamente appagata negli anni di colonialismo sessuale trascorsi nel “continente nero”. Si, meglio stendere un velo pietoso.
In questo contesto, possono ben poco gli attori (tra i quali spicca Billo Thiernothian, che qualcuno ricorderà come il Billo! del quale Teo Mammucari si prendeva gioco quando faceva ancora dei programmi divertenti), intrappolati nei più classici cliché e senza spazio per situazioni realmente interessanti o lontanamente originali.
Insomma, per noi è molto più pericolosa Cristina Comencini del tanto vituperato (ed ormai spedito all'estero) Gabriele Muccino. Meglio accorgersene prima che sia troppo tardi.
Imbarazzante.

Con piacere vi segnialiamo lo spettacolo Rosa di ghiaccio, Ricordi di Romy Schneider, che sarà in scena il 23 aprile 2009, alle ore 21, presso il Teatro Ridotto di Bologna. La compagnia il Teatro della Rabbia si confronta con la memoria personale e collettiva di una grande diva del passato. Frammenti di video, canzoni dal vivo in tedesco e francese, scene recitate tratte dai film concorrono a restituire un’immagine a tutto tondo della bellissima attrice che l’anno scorso avrebbe compiuto settant’anni se non fosse andata incontro ad una tragica e prematura morte.
Con Fabiola Ricci e Nicola Fabbri
Voci recitanti: Nicola Fabbri, Fabio Farnè, Anita Giovannini, Antonio Koch, Edoardo Migliore, Valentina Palmieri, Fabiola Ricci
Contributi audio nei filmati, arrangiamento basi: Riccardo Nanni
Regia video e musiche originali: Roberto Passuti
Marketing e promozione: Nicola Fabbri
Ufficio stampa: Eleonora Buratti
Grafica locandine: Mauro De Ciuceis
Drammaturgia e regia: Francesca Migliore
Per ulteriori informazioni e per le prenotazioni ecco alcuni recapiti utili: contacts@teatrodellarabbia.com (fino al 22 aprile) www.teatrodellarabbia.com
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La partita lenta (La partita lenta)di Paolo Sorrentino, Italia (2009), 10' Anche il nostro regista italiano di riferimento, l'ottimo Paolo Sorrentino, contribuisce con il suo corto al progetto perFiducia, insieme ai colleghi Olmi e Salvatores. Ne approfittiamo per affermare: w il rugby!

Two Lovers(Two Lovers)James Gray, 2008 (Usa), 100’ uscita italiana: 27 marzo 2009 voto su C.C. 
Senza dubbio James Gray ha una forte allergia al modo prettamente hollywoodiano di intendere il cinema. Lo aveva dimostrato già con il suo primo film, Little Odessa, e quindi confermato con diverse altre opere (ultima delle quali il discreto I padroni della notte); l’unica obbiezione sollevabile riguardo queste pellicole era una certa tendenza al rimanere intrappolato in una nicchia di situazioni e protagonisti (immigrati ebrei con innato senso della famiglia) spesso troppo simili. Con Two Lovers, Gray vira su un genere totalmente diverso – la simil commedia romantica – ma utilizza il medesimo approccio, quasi “poliziesco”, nella composizione della storia e nella caratterizzazione dei personaggi; il risultato è un film convincente, che pecca forse in una compiaciuta ed un po’ eccessiva vena di improbabile finzione scenica.
Joaquin Phoenix (validissimo attore-feticcio di Gray) è un aspirante suicida afflitto da imprecisate turbe emotive, causate da una dolorosa separazione, che si trova a vivere per qualche tempo con suoi apprensivi genitori (la nostra Isabella Rossellini e Moni Moshonov) nell’appartamento dell’infanzia. Nonostante questa situazione non lo renda esattamente lo scapolo più interessante di New York, Phoenix si ritrova combattuto tra le affettuose avances di Vinessa Shaw (la bella figlia di un negoziante, sposa promessa) e l’infatuazione per la stralunata Gwyneth Paltrow, nuova vicina di casa con problemi di droga e tumultuosa vita da amante di un influente avvocato (Elias Koteas).
L’improbabile intreccio avrà interessanti sviluppi.
Mettendo da parte le remore sulla verosimiglianza di tutta la storia (sceneggiata dallo stesso Gray e da Richard Menello), che potrebbe sembrare l’incerta trasposizione di una piece teatrale, è giusto evidenziare l’innegabile talento col quale il regista americano riesce a costruire ogni sequenza ed ogni inquadratura. Valorizzando al massimo un brillante (ed inedito) trio di attori, Gray ottiene scene coinvolgenti anche quando la situazione sembrerebbe grottesca o un po’ troppo sopra le righe.
Phoenix in particolare regala una interpretazione magistrale, calandosi perfettamente nei panni di questo trent’enne candido e ingenuo più di un adolescente, che si trova d’un tratto a misurarsi con un improbabile triangolo amoroso – da segnalare i cento piccoli gesti, l’andatura incerta o anche solo l’atteggiamento goffo col quale affronta l’imbarazzante cena a tre con la Paltrow e Koteas.
La scelta in assoluto più felice di Gray è quella relativa alla soundtrack, quanto mai varia e puntuale, che riesce ad “alleggerire” alcune sequenze e in generale a liberare il film da una pericolosa patina di esasperata angoscia.
Fino all’ultimo nello spettatore resta vivo il dubbio sull’esito di questa contesa sentimentale (anche se, conoscendo un po’ il regista, si può intuire qualcosa) e comunque l’intensità dei dialoghi e l’attenta composizione di ogni scena garantisce al film un indubbio impatto emotivo.
Peccato solo per il titolo insensato, e per qualche perdonabile esagerazione che spunta qua e là nella trama.
Come sempre con Gray: diverso.
CinemadaMare, giunto alla settima edizione, è il più grande raduno di giovani filmakers provenienti da ogni parte del mondo (per l’Edizione del 2008 sono accorsi da 43 nazioni). Si tratta di una rassegna itinerante che si svolge in cinque regioni del Sud Italia e dura 40 giorni: dal 4 luglio al 16 agosto 2009. Un’altra caratteristica che rende unica questa manifestazione è che i film si girano durante il Festival. Infatti, circa cento filmakers italiani e stranieri hanno la possibilità di realizzare le loro Opere e di proiettarle nelle Piazze più affollate e suggestive del nostro Sud. Inoltre, tutti i giovani registi possono partecipare ai workshops, alle lezioni di cinema e ad altre attività del Festival, organizzate anche per facilitare un’immediata conoscenza e un effettivo scambio di idee artistiche. Tutto ciò si svolge in una consolidata cornice di condivisione e di multiculturalismo: CinemadaMare offre, infatti, ospitalità gratuita a filmakers, autori e cinefili. Non solo: sono previsti contributi per le spese di viaggio, e tutti gli spostamenti da una regione all’altra saranno effettuati con il pullman del Festival. La rassegna si articola in sezioni di produzione e formazione cinematografica, ed offre premi settimanali e premi finali per i migliori. Per candidare i cortometraggi al concorso di CinemadaMare c’è tempo fino al 31 maggio 2009, entro la stessa data i filmakers italiani e stranieri possono chiedere di essere gratuitamente ospitati dal nostro Festival. Per informazioni su come partecipare, sui luoghi interessati e sul Festival in generale, visitate il sito ufficiale, www.cinemadamare.com

Gran Torino (Gran Torino) Clint Eastwood, 2008 (Usa), 116’ uscita italiana: 13 marzo 2009
Prendete Joe, il burbero pistolero che in Per un pugno di dollari riusciva a rivoluzionare la faida tra due famiglie in lotta da generazioni, e lasciatelo a mollo in una botte d’aceto per sessant’anni. Ciò che ne verrà fuori è Walt Kowalski (chissà se il nome è una involontaria citazione di un altro film con protagonisti “bulli e motori”, Vanishing Point): veterano della guerra in Corea, devoto ex operaio della Ford, repubblicano fino al midollo, malmostoso pensionato senza peli sulla lingua.
Ovviamente ad interpretarlo c’è ancora Clint Eastwood, che sceglie un personaggio col quale, indirettamente, prendersi gioco di tutti gli uomini di ferro che si è trovato ad impersonare durante la sua decennale carriera – da Callahan in giù.
Questo eroe, forse anacronistico ma estremamente carismatico, deve fare i conti con una America ben diversa da quella cui era abituato: giovani debosciati, figli che da grandi sono diventati degli estranei, un quartiere in cui è rimasto l’unico a non avere gli occhi a mandorla. Ormai solo (il film inizia con il funerale della amata moglie), Walt inizia a confrontarsi con i suoi “bizzarri” vicini di etnia Hmong, prima col solito fare scostante, quindi divenendo un vero e proprio paladino, grazie ad eroiche reazioni alle angherie della gang di turno. Diventerà un padre per il giovane Thao (Bee Vang) e persino un buon credente grazie al pedulante e inesperto parroco Christopher Carley; ma un finale crudo (e un po’ scaltro), alla Eastwood insomma, non può mancare.
La Ford Gran Torino del 1972 che dà il titolo al film (e alla ballata che lo conclude) apparendo costantemente in tutta la sua bellezza, sembra il simbolo di un’epoca ormai lontana anni luce, nella quale Walt è rimasto, suo malgrado, intrappolato. Eppure dietro i modi bruschi e il razzismo esasperato si nasconde un uomo pieno di rimpianti che sa di avere ancora poco tempo a disposizione per “chiudere i conti” con la vita. L’occasione è proprio il casuale scontro con una civiltà che all’apparenza è agli antipodi rispetto la sua, ma con la quale in realtà, abbandonando qualche pregiudizio, scopre di condividere molti più valori di quelli che riconosce nei suoi, ingrati, figli – significativa la scena del barbecue in casa dei vicini, quando Eastwood, guardandosi allo specchio, si sconvolge nell’ammettere questa improbabile verità.
La regia del quasi ottantenne Clint punta come sempre a togliere più che aggiungere: pochi, distintivi, tratti bastano per dipingere personaggi e situazioni; senza tante esasperazioni affronta tematiche importanti ed attuali, riuscendo a regalare anche diversi sorrisi allo spettatore. Walt è sempre sopra le righe, ma quelli che sembrerebbero insulti non nascondono mai intenzioni feroci: dalla narrazione escono di certo molto peggio i figli (e rispettivi nipoti), vittime del loro tempo più che il misantropo ex militare.
Non si tratta certo del miglior film di Eastwood, e neanche di un capolavoro indimenticabile, ma senza dubbio siamo di fronte ad un film ben girato, compatto, convincente. Con in più una memorabile interpretazione (fatta spesso di grugniti e smorfie, più che di parole) e l’enorme “mestiere” di un veterano d’acciaio del cinema americano che, con un po’ d’orgoglio, possiamo dire di avere inventato noi italiani (Sergio Leone, da lassù, ci concederà il privilegio di farlo).
Inossidabile.

The Wrestler (The Wrestler) Darren Aronofsky, 2008 (Usa), 109’ uscita italiana: 6 marzo 2009
La vera notizia è che sotto quei capelli biondi stratinti, quell’abbronzatura da lampada scadente, quel viso (e quel corpo) torturati da anni di eccessi, c’è ancora lo stesso sguardo. C’è ancora Mickey Rourke. Lo stesso di Ore disperate, di Angel Heart, di Rusty il selvaggio, de L’anno del dragone.
Per il film della rinascita (dopo la partecipazione, grottesca ma incoraggiante, al progetto Sin City) Rourke ha avuto la fortuna e l’abilità di trovare la storia perfetta, oltre che il regista perfetto, Darren Aronofsky: un ritorno da assoluto protagonista (con tanto di Leone d'oro a Venezia). La vita di Randy “The Ram” Robinson (Rourke) sembra lo specchio di quella dell’ex divo di Hollywood: star degli anni ottanta, ma devastato dai novanta, trascorsi a svendersi e (auto)distruggersi. Wrestler professionista, logorato da una professione che a stento gli garantisce l’alloggio in una roulotte, l’Ariete prova a ricostruire la sua vita cercando aiuto e supporto in una spogliarellista (Marisa Tomei) che per certi versi sta vivendo una “crisi d’intentità” molto simile alla sua, e nella figlia (Evan Rachel Wood) mai davvero conosciuta. Troverà conforto solo nel suo, fedele, pubblico.
Le parole del Boss Springsteen che concludono la proiezione sono perfetto coronamento di un’esperienza emozionante: Aronofsky (con lo sceneggiatore Robert D. Siegel) riesce a conciliare magistralmente premesse smielate e azione cruenta, utilizzando continuamente la camera a spalla e puntando su una fotografia curatissima (opera di Maryse Alberti) da cui traspare un alone indelebile di stanchezza e sconfitta. Gli squallidi scenari in cui si svolge l’azione (arene cadenti, supermercati di quart’ordine, roulotte ammaccate) sono lo specchio dell’esistenza di un ex eroe dimenticato, incapace di restare “a galla” abbastanza da garantirsi un futuro. È solo e vecchio, ma sembra non accorgersene finché un infarto non lo riporta alla dura realtà, costringendolo a vedersi finalmente attraverso gli occhi degli altri: come un fallito, abbandonato e senza futuro. Una delle sequenze più riuscite è senza dubbio quella in cui Rourke accompagna la figlia, Evan Rachel Wood, nei luoghi dell’infanzia – ancora una volta parte di quello che era un passato “felice” –, Aronofsky li segue dolcemente, attraverso i ruderi di un vecchio complesso. Il regista newyorkese è capace però di cambiare totalmente registro nelle scene “d’azione”, nelle quali mostra con incredibile intensità i devastanti (e coreografati) scontri tra wrestler – da sottolineare anche la sequenza in cui "scorta" Rourke, con l’immancabile camera a spalla, mentre questi si avvia per la prima volta verso il suo nuovo lavoro al bancone del supermercato, supportato, solo nella sua mente, dagli stessi boati e le stesse invocazioni che gli venivano riservate sul ring.
Un po’ come l’attore che lo interpreta, Randy “The Ram” riesce ad essere se stesso solo facendo ciò per cui è nato, lontano da quella realtà che può ferire più di mille schiaffi; lottare o recitare non fa tanta differenza. E non dimentichiamoci quello sguardo, quella presenza scenica inimitabile, caratteristiche innate che sono sopravvissute al peggio. Speriamo che Rourke voglia finalmente tornare ad usarle. Risveglio (auspicato).
All'alba di oggi sono stati assegnati i premi Oscar: poche sorprese (non sempre positive, come al solito), molte conferme. A farla da padrone il discutibile Slumdog Millionaire di Danny Boyle, che vince otto statuine su dieci nomination (tra le quali miglior film e miglior regia) e si conferma successo mediatico ed economico prima che cinematografico (basso investimento, enormi profitti). Niente Oscar per il redivivo Mickey Rourke, che si vede scavalcato da uno Sean Penn in versione politicamente impegnato, con tanto di civilissimi appelli a favore della causa gay; prevedibili i riconoscimenti a Ledger (postumo), alla Winslet ed alla radiosa Cruz. Fiasco per The Curious Case of Benjamin Button (solo tre premi su ben tredici nomination), delusione per Waltz with Bashir, annunciatissimo vincitore del premio come miglior film straniero e invece superato sul traguardo dal nipponico Departures.
Ecco l'elenco completo dei vincitori:
Best motion picture of the year “Slumdog Millionaire”, A Celador Films Production, Christian Colson, Producer
Achievement in directing “Slumdog Millionaire”, Danny Boyle
Performance by an actor in a leading role Sean Penn in “Milk”
Performance by an actor in a supporting role Heath Ledger in “The Dark Knight” Performance by an actress in a leading role Kate Winslet in “The Reader”
Performance by an actress in a supporting role Penélope Cruz in “Vicky Cristina Barcelona” Adapted screenplay “Slumdog Millionaire”, Screenplay by Simon Beaufoy
Original screenplay “Milk”, Written by Dustin Lance Black... Continua a leggere...
Sequenza tratta dal film:
Manhattan (Manhattan) Woody Allen, Usa (1976), 96
Il nostro modo per ricordare Oreste Lionello, attore, cabarettista, ma soprattutto doppiatore che ha regalato la sua voce a mostri sacri del cinema, da Charlie Chaplin a Gene Wilder, senza ovviamente dimenticare l'interpretazione che lo renderà immortale: Woody Allen. Lo stesso cineasta, dopo aver ascoltato per la prima volta un suo film doppiato da Lionello, ammise che noi italiani eravamo davvero molto fortunati.
Come contraddirlo.

Il curioso caso di Benjamin Button (The Curious Case of Benjamin Button) David Fincher, 2008 (Usa), 159’
uscita italiana: 13 febbraio 2009 voto su C.C. 
Questa settimana la scelta è drammatica: meglio optare per un film tratto da una canzone (o da un album, vallo a capire) di Claudio Baglioni, oppure godersi l’ultimo lavoro del regista di Fight Club, Seven e Zodiac. Dopo un ponderare particolarmente assennato, abbiamo ripiegato su quest’ultimo, e che a Centocelle possano perdonarci.
La vita di Benjamin Button (vari attori, ma principalmente Brad Pitt) scorre al contrario, come il tempo scandito dall’opera di un orologiaio romanticamente utopista. Nasce vecchio, pieno di acciacchi, quasi moribondo e viene abbandonato dal padre un po’ vigliacco (Jason Flemyng) sul portico di una casa per anziani, gestita da una coppia di giovani afroamericani (Taraji P. Henson e Mahershalalhashbaz Ali). Da questi viene adottato, trascorrendo tutta la sua infanzia – che piuttosto è una vecchiaia – tra canuti e un po’ saggi “colleghi”, giungendo a conoscere la nipotina di uno di loro (la futura Cate Blanchett), della quale senza manco capirlo s’innamora.
Queste due vite, che procedono al contrario, finiranno con l’incrociarsi all’infinito.
La storia, tratta da un racconto giovanile di Francis Scott Fitzgerald, nasconde enormi insidie per lo sceneggiatore Eric Roth e per David Fincher, genio incompreso del cinema americano under 50; la durata immensa, unita alla palese inverosimiglianza della vicenda raccontata, rischia di rendere il film ridondante e piuttosto noioso. Inoltre il concetto di esistenza vissuta “alla rovescia” lascia aperti spiragli a situazioni e sequenze quasi inquietanti.
È per questi motivi che il lavoro di Fincher e compagni va elogiato forse oltre gli oggettivi meriti (stilistici e non): attingendo a piene mani da un immaginario collettivo di timburtonistica memoria (perdonate l’odioso neologismo), il regista americano costruisce una fiaba che ricorda da vicino capolavori come Big Fish o Forrest Gump (di cui fu sceneggiatore lo stesso Roth). Certo, mancano foreste abitate da strani esseri o poetici aforismi, ma in generale la cifra stilistica dell’intero film deve molto a quelle atmosfere.
Tutta la narrazione – che tra tanta “fantascienza” cerca un solido appiglio nell’uragano Katrina, purtroppo ben più reale – gira intorno alle vicissitudini del personaggio interpretato da Pitt, discutibile nella fase da anziano marinaio, molto più a suo agio in quella nella quale ritorna bradpitt, col ciuffo biondo al vento mentre naviga in barca a vela (al tramonto, perché proprio non vogliamo farci mancare nulla). Fincher punta moltissimo sull’atmosfera e sulle situazioni strappalacrime per colpire lo spettatore, facendogli dimenticare – o meglio non notare – tutti i difetti della sua pellicola; si riserva infine il colpo di grazia con una sequenza finale furbissima, che rischia di turbare persino l’animo dei più cinici.
Lo scorrere del tempo è gestito con molta leggerezza, con salti di anni che sembrano ammiccare allo spettatore: «è un’enorme metafora, lo sappiamo entrambi»; in questo contesto è giusto evidenziare l’abilità con la quale i tecnici del make up sono riusciti a rendere palesi i cambiamenti nel volto dei protagonisti, "mutazioni" spesso molto credibili. I continui incontri tra Pitt e la Blanchett, provetta ballerina, hanno coordinate spaziali e temporali sempre diverse, ma mantengono un comun denominatore di notevole intensità emotiva – è proprio la struttura portante del film, insieme all’atmosfera, il principale merito di Fincher e Roth.
Ritornando all’amletico dubbio iniziale, e volendo far nostra la sfortunata dottrina del “ma anche”, possiamo concludere in modo salomonico: anche qui si tratta di un “piccolo grande amore”, declinato però alla radical chic.
Emotional.

Arthur Conan Doyle (che sarebbe divenuto in seguito Sir, baronetto, per i suoi meriti letterari), era un giovanotto scozzese dall’infanzia problematica che scelse, come tanti volenterosi attratti dal “nobile mestiere”, di diventare un medico. Frequentò con discreto profitto l’Università di Edinburgo, dove ebbe modo di conoscere un professore, Joseph Bell, che si distingueva particolarmente dai suoi colleghi. Egli predicava infatti l’importanza assoluta, in medicina, dell’osservazione minuziosa per ottenere diagnosi affidabili; in parte progenitore di quella che sarebbe divenuta poi la EBM (Evidence Based Medicine), Bell era convinto che un’adeguata catena di deduzioni logiche, insieme alla capacità di notare i particolari più significativi, fosse indispensabile per la diagnosi di ogni patologia. ... Continua a leggere...
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online dal 16 ottobre 2006
03/07/2009 @ 1.05.21
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